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Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Le biscie e le reliquie: il corpo di San Luca a Padova




Un interessante articolo del 17 giugno 2001 delinea ancora efficacemente i risultati delle ricerche effettuate sulle reliquie di San Luca nella Basilica di Santa Giustina a Padova. La ricognizione attuata in occasione del Giubileo del 2000 si aggiunge alle incredibili vicende delle spoglie dell'Evangelista, che si vogliono portate a Padova, con altre importanti reliquie, dal prete Urio custode della Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli. 
Riproponiamo l'artico con qualche immagine dell'apertura dell'arca e della ricognizione, avvenuta il 17 settembre 1998.

di Massimo Stampani per il Corriere della Sera 
È realmente lo scheletro di san Luca evangelista quello sepolto della grande basilica di S. Giustina a Padova, la nona al mondo per dimensioni. La commissione per la ricognizione dei resti del santo, istituita dal vescovo della città, ha concluso i suoi lavori [giugno 2001 nrd] e pochi giorni fa la bara di piombo è stata ricollocata nell'arca marmorea dell' altare a lui dedicato. Tra le tante reliquie assai dubbie, per non dire clamorosamente false, ecco finalmente uno studio che dà per elevatissima la probabilità di essere nel vero, frutto di un meticoloso lavoro d'équipe, coordinato da Vito Terribile Viel, titolare della cattedra di anatomia patologica dell' Università di Padova. Sebbene non si tratti di un santo «qualunque», bensì di uno dei quattro evangelisti, è poco noto che san Luca sia sepolto nella città veneta, dove «il Santo» per antonomasia, sant'Antonio, accentra l' attenzione dei fedeli. Le fonti storiche riferiscono che san Luca evangelista morì anziano (tra i 74 e gli 84 anni) in Bitinia (antica regione situata tra la costa meridionale del Mar Nero e il Mar di Marmara) ed è possibile collocarlo nella terza generazione, dopo quella di Cristo e degli Apostoli, con una data di morte intorno al 130 d.C. «Lo studio ha appurato che si tratta dello scheletro di un uomo ottantenne - spiega Terribile - di corporatura media, alto 1,65 m. Le datazioni con il metodo del radiocarbonio, eseguite sia a Oxford sia a Tucson in Arizona, concordano nell'attribuire le ossa al periodo in cui morì il santo». 



Il Dna (lo studio è stato condotto da Barbujani, genetista dell' Università di Ferrara) è 2,5 volte più probabile che sia quello di un siriano (etnia di san Luca) piuttosto che di un greco. I resti dell' evangelista sono ancor oggi conservati in una bara di piombo di 300 kg che venne trafugata dalla basilica degli Apostoli di Costantinopoli e portata a Padova per salvarla dalle persecuzioni dell' imperatore Giuliano l' Apostata (che voleva la distruzione delle reliquie per restaurare il paganesimo) nel IV secolo. E questa data viene confermata dal ritrovamento di centinaia di piccole costole all'interno del sarcofago. In un primo tempo si pensava fossero di topi ma un' analisi più approfondita ha documentato che appartengono a una trentina di bisce. Entrarono nella bara a Padova e morirono soffocate in seguito a un' alluvione che interessò il cimitero romano paleocristiano di S. Giustina. Si tratta di serpenti «nostrani», non presenti in Oriente, che il radiocarbonio ha datato al 400-450 d.C. retrodatando di circa quattro secoli l' arrivo di Luca a Padova, che una precedente ipotesi aveva invece collocato nell'800 d.C. Un' ulteriore conferma della ben più antica origine della reliquia è un simbolo giudaico cristiano in uso dal primo secolo, sulla bara, nel quale compaiono tra l' altro otto braccia incrociate, come risulta da uno studio condotto all'Università La Sapienza di Roma.



Patrizio Giulini, botanico dell' Università di Padova, ha determinato anche numerosi reperti di piante e di legno presenti nel sarcofago. Ma c'è un' ulteriore importante tessera che accredita l' attribuzione di quelle ossa. Dallo scheletro manca il cranio che l' imperatore Carlo IV offrì in dono alla cattedrale di Praga dove è conservato fin dalla metà del XIV secolo. In occasione di questa ricognizione il decano dei canonici di Praga lo ha portato a Padova. Ebbene, l' attacco del cranio con la prima vertebra coincide perfettamente dando un' ulteriore conferma che si può trattare realmente dell' evangelista. Altre 20 prove con crani diversi hanno dato esito negativo. E in questo modo è stato anche autenticata la reliquia della capitale ceca. Per di più dall'usura dei pochi denti ritrovati si capisce che san Luca digrignava i denti, confermando quanto riferiscono le fonti storiche. 






O gloriosa Domina!




O gloriosa Domina caelorum,
laudate semper, chorus angelorum,
et clamunt assidue caelis peccatorum.
O Maria dulcissima,
tu felix virgo, tu porta paradisi,
funde praeces ad filium
pro salute fidelium. 






Sacerdote e Messa: l'eredità del Cardinal Piacenza




Nominato dal Santo Padre Penitenziere Maggiore della Penitenzieria Apostolica, il Cardinale Piacenza lascia la guida della Congregazione per il Clero chiudendo il suo operato con un interessante documento dedicato al Sacrificio Eucaristico, che vi proponiamo di seguito.



La celebrazione quotidiana della Santa Messa anche in assenza di fedeli

È noto che, in tempi recenti, alcuni sacerdoti, fortunatamente assai pochi, osservano il cosiddetto «digiuno celebrativo», consistente nella pratica di astenersi di tanto in tanto o persino settimanalmente, in uno dei giorni feriali, dal celebrare la Santa Messa, privandone così anche i fedeli. In altri casi, il sacerdote che non svolge cura pastorale diretta ritiene non essere necessario celebrare ogni giorno, se egli non ha possibilità di farlo per una comunità. Infine, alcuni ritengono che, nel meritato periodo di riposo delle proprie vacanze, abbiano il diritto di «non lavorare», e pertanto sospendono anche la Celebrazione eucaristica quotidiana. Cosa dire di tutto ciò? Riassumiamo la risposta in due punti: l’insegnamento del Magistero e alcune considerazioni teologico-spirituali.
1. Il Magistero
È indubbio che nei documenti magisteriali non si trova affermata la stretta obbligatorietà, per il sacerdote, della celebrazione quotidiana della Santa Messa; ma è altrettanto evidente che essa viene non solo suggerita, ma persino raccomandata. Offriamo alcuni esempi. Il Codice di Diritto Canonico del 1983, nel contesto di un canone che indica il dovere dei sacerdoti di tendere alla santità, indica: «I sacerdoti sono caldamente invitati ad offrire ogni giorno il Sacrificio eucaristico» (can. 276, § 2 n. 2 CIC). Alla cadenza quotidiana della celebrazione essi vanno preparati sin dagli anni di formazione: «La Celebrazione eucaristica sia il centro di tutta la vita del seminario, in modo che ogni giorno gli alunni [...] attingano soprattutto a questa fonte ricchissima forza d’animo per il lavoro apostolico e per la propria vita spirituale» (can. 246 § 1 CIC).
Sulla scorta di quest’ultimo canone, Giovanni Paolo II ha sottolineato: «Converrà pertanto che i seminaristi partecipino ogni giorno alla Celebrazione eucaristica, di modo che, in seguito, assumano come regola della loro vita sacerdotale questa celebrazione quotidiana. Essi saranno inoltre educati a considerare la Celebrazione eucaristica come il momento essenziale della loro giornata» (Angelus, 01.07.1990, n. 3).
Nell’Esortazione apostolica post-Sinodale Sacramentum Caritatis del 2007, Benedetto XVI ha innanzitutto ricordato che «Vescovi, sacerdoti e diaconi, ciascuno secondo il proprio grado, devono considerare la celebrazione come loro principale dovere» (n. 39). In ragione di ciò, il Sommo Pontefice ha tratto la naturale conseguenza:
«La spiritualità sacerdotale è intrinsecamente eucaristica. [...] Raccomando ai sacerdoti “la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli” (Propositio 38 del Sinodo dei Vescovi). Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la Santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione» (n. 80).
Erede di questi ed altri insegnamenti, il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, curato dalla Congregazione per il Clero in una recentissima nuova edizione (2013), al n. 50 – dedicato ai «Mezzi per la vita spirituale» dei sacerdoti – ricorda: «È necessario che nella vita di preghiera del presbitero non manchi[...] mai la Celebrazione eucaristica quotidiana, con adeguata preparazione e successivo ringraziamento».
Questi ed altri insegnamenti del Magistero recente radicano, come è naturale, nelle indicazioni del Concilio Vaticano II, che al n. 13 del Decreto Presbyterorum Ordinis dice:«Nel mistero del Sacrificio eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l’opera della nostra redenzione e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli».
2. Principali motivi
Sarebbe già sufficiente la citazione di queste indicazioni magisteriali per incoraggiare tutti i sacerdoti alla fedeltà alla celebrazione quotidiana della Santa Messa, con o senza presenza di fedeli. Aggiungiamo tuttavia, nel modo più breve possibile, anche l’esplicitazione dei principali motivi teologico-spirituali che sottostanno alle indicazioni della Chiesa in materia, mantenendo un regime di strettissima brevità.
a) Mezzo privilegiato di santità del sacerdote. La Santa Messa è «fonte e culmine» di tutta la vita sacerdotale: da essa il sacerdote trae la forza soprannaturale e alimenta lo spirito di fede di cui ha assolutamente bisogno per configurarsi a Cristo e per servirLo degnamente. Al pari della manna dell’Esodo, che andava colta ogni giorno, il sacerdote ha bisogno ogni giorno di abbeverarsi alla fonte della grazia, il sacrificio del Golgota, che si ripresenta sacramentalmente nella Santa Messa. Omettere tale celebrazione quotidiana – fatto salvo il caso di impossibilità – significa privarsi del principale alimento necessario alla propria santificazione ed al ministero apostolico ecclesiale, nonché indulgere al rischio di una sorta di pelagianesimo spirituale, che confida nella forza dell’uomo più che nel dono di Dio.
b) Principale dovere del sacerdote, corrispondente alla sua identità. Il sacerdote è costituito tale principalmente in ragione della Celebrazione eucaristica, come rivela il fatto che questo ministero ecclesiale fu istituito da Cristo contestualmente all’Eucaristia stessa, durante l’ultima cena. Celebrare la Santa Messa non è l’unica cosa che il sacerdote deve fare, ma certamente è la principale. Lo ricordava poc’anzi Presbyterorum Ordinis: nell’offrire il Sacrificio eucaristico, «i sacerdoti svolgono la loro funzione principale». Riprende questo insegnamento Giovanni Paolo II, nella Pastores Dabo Vobis del 1992: «I sacerdoti, nella loro qualità di ministri delle cose sacre, sono soprattutto i ministri del Sacrificio della Messa» (n. 48).
c) Atto di carità pastorale più perfetto. Non esiste opera di carità che il sacerdote possa compiere in favore dei fedeli, che sia più grande o abbia più valore della Santa Messa. Il Concilio Vaticano II lo ricorda con le parole: «Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla Sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella Ss.ma Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo [...]. Perciò l’Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione» (Presbyterorum Ordinis, n. 5).
d) Suffragio dei defunti. La carità pastorale del sacerdote – che di norma può raggiungere solo i fedeli viatores, nella Santa Messa travalica i confini dello spazio e del tempo. Celebrando in persona Christi, il sacerdote compie un’opera che supera le dimensioni dell’efficacia del gesto umano, limitata al suo tempo, al suo spazio ed alla storia dei suoi effetti, e si estende oltre i confini dell’umanamente raggiungibile. Questo vale, in particolare, per il valore dei meriti di Cristo, che nella Santa Messa si offre di nuovo al Padre per noi e per molti. Tra i «molti» per i quali Cristo si è offerto una volta per tutte sulla croce, e continua ad offrirsi su quel Golgota sacramentale che sono gli altari delle nostre chiese, figurano anche i fedeli defunti, che sono in attesa di accedere alla visione eterna di Dio. Da sempre la Chiesa prega per loro nella liturgia, come testimonia la menzione dei defunti nelle preghiere eucaristiche. «Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il Sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1032)
Quale atto di carità pastorale è pertanto la celebrazione quotidiana dalla S. Messa ed anche in circostanze per le quali fossero assenti i fedeli!

Pio XII... santo subito?




di Alberto Paglialonga per formiche.net
Papa Francesco potrebbe presto dichiarare santo il “venerabile” Pio XII. In tal modo si arriverebbe alla canonizzazione di Papa Pacelli attraverso una procedura velocizzata, analoga a quella seguita per Giovanni XXIII (che sarà proclamato santo assieme a Giovanni Paolo II tra la fine del 2013 e la primavera del 2014), andando ad allungare la serie dei Pontefici “santi” del Novecento. L’indiscrezione è stata raccolta dall’americana Catholic News Agency, attraverso il racconto di una fonte anonima che lavorerebbe all’interno della Congregazione per le Cause dei Santi e che ricorda come, stante la procedura in corso, gran parte della decisione spetti all’attuale Pontefice.

Questione di procedura

Nel 2009 a Pio XII vennero riconosciute le “virtù eroiche”, grazie a un decreto della Congregazione per le Cause dei Santi autorizzato da Papa Ratzinger, e da allora Pacelli gode quindi del titolo di “venerabile”. Se la normale procedura prevede che una persona per la quale sia stata confermata la “santità di vita”, venga proclamata beata una volta che un miracolo venga riconosciuto (prima da un team di esperti, poi da una commissione di cardinali) come avvenuto per la sua intercessione, in questo caso particolare – spiega la fonte – “Papa Francesco potrebbe decidere di andare avanti senza miracolo, canonizzando Pio XII con la formula ex certa scientia, ovvero sfruttando la sua libertà di deroga alle norme procedurali e saltando l’ultimo stadio previsto per la beatificazione”. In ogni caso, conclude l’interlocutore, “solo il Papa può decidere in tal senso, e lo farà, se lo vuole”. 

La stima di Papa Francesco

Due sarebbero i motivi alla base della decisione di Bergoglio. Il primo è che per Papa Francesco, come Roncalli, anche Pacelli sarebbe “un grande”, la cui statura e il cui esempio di vita andrebbero quindi riconosciuti all’interno della Chiesa (rimanendo quindi aperta la valutazione degli storici nel loro campo specifico, come ricordò Padre Federico Lombardi in una nota del 2009). Il secondo riguarderebbe, invece, il fatto che proprio nel 2014 la documentazione relativa al papato pacelliano (1939-1958) sarà definitivamente aperta agli studiosi, permettendo cosí di fare piena luce su quel periodo. Senza dimenticare, probabilmente, una questione per così dire affettiva, perché quella commissione, istituita da Paolo VI nel 1967 per esaminare il caso di Pio XII, e che produsse la serie di 12 volumi intitolata “Atti e Documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale”, era composta esclusivamente da quattro padri gesuiti (proprio come Bergoglio): il francese Pierre Blet, grande studioso e storico della Chiesa; l’italiano Angelo Martini; un officiale dell’Archivio Segreto Vaticano, il tedesco Burkhart Schneider; e lo statunitense Robert A. Graham, autore alla fine degli anni cinquanta di un importante studio sulla diplomazia vaticana.

Polemiche non nuove

La decisione di proclamare santo Pio XII che, inizialmente, si pensava potesse essere presa assieme a quella per Karol Wojtyla, già beatificato il 1 maggio 2011 in San Pietro, porterebbe certamente a rinfocolare polemiche antiche circa il ruolo che Pacelli ebbe nel corso della seconda guerra mondiale e nella gestione della questione ebraica, anche se sufficienti spiegazioni “in positivo” sono state fornite in questi anni dalla documentazione emersa dall’Archivio Segreto Vaticano e dalle opere di numerosi studiosi (per esempio, Andrea Tornielli, Matteo Luigi Napolitano o Michael Hesemann), che hanno confutato le tesi “colpevoliste” rispetto a presunte connivenze con il regime nazista sostenute invece da autori come, tra gli altri, Rolf Hochhut (Il Vicario) o John Cornwell (Il Papa di Hitler). Già nel 2009, quando Ratzinger venne convinto dai risultati della commissione di esperti ad autorizzare la firma al decreto che proclamava “venerabile” Papa Pacelli, numerose furono le contestazioni da parte della comunità ebraica, tese a sottolineare la non opportunità di una simile decisione. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna e il presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, in una nota congiunta spiegavano allora che “se la decisione di oggi dovesse implicare un giudizio definitivo e unilaterale dell’operato storico di Pio XII ribadiamo che la nostra valutazione rimane critica”. 

Il giudizio storico

Un giudizio storico aperto alle diverse riflessioni e che, tuttavia, già ora dà ampie garanzie, come ricorda sempre al National Catholic Reporter il professor Matteo Luigi Napolitano, docente all’Università Guglielmo Marconi di Roma e membro del Pontificio Comitato di Scienze Storiche: “i più autorevoli storici ebrei, cattolici e laici concordano su un punto chiave, ovvero che Papa Pacelli non era, e non poteva essere, il Papa di Hitler”. A ciascuno il suo, come diceva Leonardo Sciascia: e a Papa Francesco l’ultima parola.

Pillole dell'età dei Padri: il I secolo




Il I secolo è l'epoca della formazione della Chiesa, tra diatribe locali, nascita di importanti comunità cristiane e figure di spicco, come quei Padri diretti continuatori di quegli Apostoli investiti dallo Spirito Santo, nel giorno della Pentecoste; nei loro scritti e nelle loro figure traspare il tentativo di trasmettere la giusta dottrina, difesa dalle dispute e dalle nascenti forme d'eresia, dalla lotta con le comunità giudaiche. 

La celebre lettera scritta dal vescovo di Roma Clemente Romano alla comunità di Corinto tra il 96 e il 98 oltre ad essere indicato tra più antichi documenti cristiani è una fondamentale testimonianza del primato della Chiesa di Roma: il papa Clemente intervenne per via epistolare nella comunità corinzia per sedare una spaccatura tra anziani (sacerdoti) e giovani ribelli. Nell'epistola Clemente invita alla penitenza e a ripristinare la pace della comunità e dei suoi membri, alla luce della Sacra Scrittura, portatrice di concordia. 
"Ora invece date ascolto a gente da nulla a persone che vi pervertono e gettano il discredito su quella vostra coesione fraterna, che vi ha resi celebri. Un disonore che dobbiamo eliminare al più presto. Buttiamoci ai piedi del Signore e supplichiamolo con lacrime perché, fattosi propizio, ci restituisca la sua amicizia e ci ristabilisca e ci ristabilisca in una magnifica e casta fraternità d'amore" 
Epistola ai Corinzi, Clemente Romano. 
A papa Clemente era attribuita anche la più antica omelia cristiana pervenutaci, oggi datata al 150 d. C. scritta da un autore ignoto di provenienza forse siriaca.
La maggior parte delle informazioni sulla liturgia celebrata dalle prime comunità cristiane sono tratte dalla Didaché (insegnamento). L'opera, scoperta un centinaio d'anni fa in un codice costantinopolitano, è di anonimo autore ed è stata data agli anni Cinquanta del I secolo il che la porterebbe ad essere il documento cristiano più antico in assoluto. Alcuni l'anno definita proto-manuale di diritto canonico, infatti, oltre a contenere istruzioni dottrinali (la catechesi della vita e della morte) e letture esagetiche, vi sono istruzioni liturgiche e commenti al rito del battesimo e alla liturgia eucaristica. 
"Nel giorno del Signore, riunitevi, spezzate il pane e rendete grazi, dopo aver confessato i vostri peccati, perché il vostro sacrificio sia puro. Chiunque invece ha qualche discordia con il suo compagno, non si raduni con voi prima che si siano riconciliati, perché non sia profanato il vostro sacrificio. Il Signore infatti ha detto: in ogni luogo e in ogni tempo mi si offra un sacrificio perfetto, perché un grande Re sono io, dice il Signore, e mirabile è il mio nome fra le genti" 
Liturgia delle Ore, Didaché.  
Nella scia dell'aspro scontro dei primi secoli tra Giudei e Cristiani si inserisce la cosiddetta Epistola di Barnaba, scritta da un anonimo tra I e II secolo. La lettera è un lungo sermone sull'uso cristiano dell'Antico Testamento che non risparmia stoccate alle comunità Giudaiche, accusate di accostarsi carnalmente ai testi sacri e non spiritualmente, con corretta lettura esagetica. 
"Qualunque cosa ti accada, la prenderai in bene, sapendo che nulla avviene che Dio non voglia. Non sarai volubile nel pensare né userai duplicità nel parlare; la lingua doppia infatti è un laccio di morte." 
Epistola di Barnaba 
Il documento chiamato Pastore di Erma si inserisce nel grande discutere teologico che si compiva a Roma tra I e II secolo, quando si dibatteva sul problema della ricaduta nel peccato grave anche in seguito al Battesimo. La proposta di Erma, che si basa sulle rivelazioni di un angelo che gli apparve in forma di pastore, fu quella di concedere al peccatore già battezzato la possibilità di rimediare attraverso una penitenza, da compiersi prima della morte corporale. 
La figura di Ignazio di Antiochia apre invece il grande periodo delle persecuzioni. Le epistole del santo vescovo, inviate ad amici ed estimatori durante il viaggio che lo condusse verso le belve che a Roma lo avrebbero divorato, profilano l'imponente figura spirituale e l'enorme carisma dell'episcopo, che, anche se destinato alla morte imminente, non rinuncia ad amministrare le anime, a scontrarsi con l'eresia docetista e a compiere un'esagesi del martirio, implorando i cristiani di non dissuaderlo nell'affrontare le belve del circo, nell'anno 107.

"Scrivo a tutte le chiese, a tutti annunzio che morrò volentieri per Dio, se voi non me lo impedirete. Vi scongiuro, non dimostratemi una benevolenza inopportuna. Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi sia dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio, e sarò macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo" 
Epistola ai Romani, Ignazio di Antiochia


Dalla Costa diventa "Giusto tra le nazioni"




Giorgio Bernardelli per Vatican Insider 
Lo Yad Vashem - l’istituto storico che a Gerusalemme tiene viva la memoria della Shoah - ha assegnato ufficialmente ieri alla memoria del cardinale arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa (1872-1961) il titolo di Giusto tra le nazioni, l’onorificenza con cui il mondo ebraico esprime la sua gratitudine a chi mise a repentaglio la propria vita per salvare quella di alcuni ebrei durante la persecuzione nazista.
La decisione dello Yad Vashem - che scriverà il nome del cardinale Dalla Costa sul muro dell’onore insieme a quelli di tutti gli oltre 24 mila Giusti tra le nazioni  - sancisce un impegno già ampiamente riconosciuto dalla storiografia italiana. Sono numerose infatti le testimonianze che raccontano di come fosse il porporato in persona a guidare la rete dei sacerdoti e dei religiosi che in Toscana offrirono rifugio a tanti ebrei in quegli anni difficili. Non solo: il ruolo di Dalla Costa fu particolarmente importante anche perché proprio Firenze vide nel novembre 1943 l’arresto del rabbino capo Nathan Cassuto (che morirà ad Auschwitz) insieme a tutta la rete di sostegno clandestina organizzata dalla comunità ebraica. Da quel momento in poi, dunque, il cardinale a Firenze restò l’unico vero punto di riferimento per chi cercava rifugio.
Tra le testimonianze raccolte dallo Yad Vashem c’è quella della signora Lya Quitt che ha ricordato come - fuggita dalla Francia a Firenze all’inizio del settembre 1943 - venne portata proprio in arcivescovado dove trascorse la notte insieme ad altri ebrei lì ospitati, prima di essere indirizzata il giorno dopo a uno dei tanti conventi che in città, su indicazione dell’arcivescovo, avevano aperto le porte agli ebrei. L’istituto di Gerusalemme cita anche le parole di Giorgio La Pira secondo cui «l’anima di questa attività d’amore di Dalla Costa era salvare il maggior numero possibile di fratelli».
Il cardinale Elia Dalla Costa è il primo cardinale italiano a ricevere il titolo di Giusto tra le nazioni. Va aggiunto, però, che c’è almeno un altro porporato cui la comunità ebraica italiana è unanime nel riconoscere un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei in quegli anni: si tratta del cardinale arcivescovo di Genova Pietro Boetto. In quel caso però, almeno per ora, lo Yad Vashem lo ha riconosciuto solo indirettamente, assegnando già nel 1976 il titolo di Giusto tra le nazioni al suo segretario, don Francesco Repetto.
L’arcidiocesi di Firenze ha espresso attraverso una nota la sua gratitudine per la decisione presa a Gerusalemme. «Il riconoscimento - ha commentato il cardinale Giuseppe Betori, attuale arcivescovo  - raggiunge un pastore ancora nel cuore dei fiorentini con un gesto che rafforza anche l'amicizia e il dialogo fra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico. Il cardinale Dalla Costa è stata una figura non solo di grande soccorso per gli ebrei ma ha anche espresso con forza l'avversione a quel regime totalitario razzista all'origine di quella terribile persecuzione. Il riconoscimento del Museo dell'Olocausto è un prezioso contributo a riscoprirlo e pregarlo mentre è in corso la sua causa di beatificazione».

La missione di Pietro, tra inferi e chiavi





"Nel Vangelo di oggi [29 giugno ndr] emerge con forza la chiara promessa di Gesù: «le porte degli inferi», cioè le forze del male, non potranno avere il sopravvento, «non praevalebunt». Viene alla mente il racconto della vocazione del profeta Geremia, al quale il Signore, affidando la missione, disse: «Ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno - non praevalebunt - perché io sono con te per salvarti» (Ger 1,18-19). In realtà, la promessa che Gesù fa a Pietro è ancora più grande di quelle fatte agli antichi profeti: questi, infatti, erano minacciati solo dai nemici umani, mentre Pietro dovrà essere difeso dalle «porte degli inferi», dal potere distruttivo del male. Geremia riceve una promessa che riguarda lui come persona e il suo ministero profetico; Pietro viene rassicurato riguardo al futuro della Chiesa, della nuova comunità fondata da Gesù Cristo e che si estende a tutti i tempi, al di là dell’esistenza personale di Pietro stesso. Passiamo ora al simbolo delle chiavi, che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Esso rimanda all’oracolo del profeta Isaia sul funzionario Eliakìm, del quale è detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (Is 22,22). La chiave rappresenta l’autorità sulla casa di Davide. E nel Vangelo c’è un’altra parola di Gesù rivolta agli scribi e ai farisei, ai quali il Signore rimprovera di chiudere il regno dei cieli davanti agli uomini (cfr Mt 23,13). Anche questo detto ci aiuta a comprendere la promessa fatta a Pietro: a lui, in quanto fedele amministratore del messaggio di Cristo, spetta di aprire la porta del Regno dei Cieli, e di giudicare se accogliere o respingere (cfr Ap 3,7). Le due immagini – quella delle chiavi e quella del legare e sciogliere – esprimono pertanto significati simili e si rafforzano a vicenda. L’espressione «legare e sciogliere» fa parte del linguaggio rabbinico e allude da un lato alle decisioni dottrinali, dall’altro al potere disciplinare, cioè alla facoltà di infliggere e di togliere la scomunica. Il parallelismo «sulla terra … nei cieli» garantisce che le decisioni di Pietro nell’esercizio di questa sua funzione ecclesiale hanno valore anche davanti a Dio. Nel capitolo 18 del Vangelo secondo Matteo, dedicato alla vita della comunità ecclesiale, troviamo un altro detto di Gesù rivolto ai discepoli: «In verità vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (Mt 18,18). E san Giovanni, nel racconto dell’apparizione di Cristo risorto in mezzo agli Apostoli alla sera di Pasqua, riporta questa parola del Signore: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23). Alla luce di questi parallelismi, appare chiaramente che l’autorità di sciogliere e di legare consiste nel potere di rimettere i peccati. E questa grazia, che toglie energia alle forze del caos e del male, è nel cuore del mistero e del ministero della Chiesa. La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di peccatori che si debbono riconoscere bisognosi dell’amore di Dio, bisognosi di essere purificati attraverso la Croce di Gesù Cristo. I detti di Gesù sull’autorità di Pietro e degli Apostoli lasciano trasparire proprio che il potere di Dio è l’amore, l’amore che irradia la sua luce dal Calvario. Così possiamo anche comprendere perché, nel racconto evangelico, alla confessione di fede di Pietro fa seguito immediatamente il primo annuncio della passione: in effetti, Gesù con la sua morte ha vinto le potenze degli inferi, nel suo sangue ha riversato sul mondo un fiume immenso di misericordia, che irriga con le sue acque risanatrici l’umanità intera." 


BENEDICTUS PP. XVI  

Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo 

29 giugno 2012, omelia



Giuseppe Toniolo è Beato



"Attuò gli insegnamenti dell’Enciclica Rerum novarum del Papa Leone XIII; promosse l’Azione Cattolica, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, le Settimane Sociali dei cattolici italiani e un Istituto di diritto internazionale della pace. Il suo messaggio è di grande attualità, specialmente in questo tempo: il Beato Toniolo indica la via del primato della persona umana e della solidarietà. Egli scriveva: «Al di sopra degli stessi legittimi beni ed interessi delle singole nazioni e degli Stati, vi è una nota inscindibile che tutti li coordina ad unità, vale a dire il dovere della solidarietà umana" 

BENEDICTUS PP. XVI  
Regina Caeli, domenica 29 aprile 2012

Giuseppe Toniolo, futuro beato: a Pieve di Soligo, la ricognizione canonica


A Pieve di Soligo due importanti appuntamenti che hanno visto protagonista il futuro Beato, il Venerabile Giuseppe Toniolo: martedì 20 settembre nella chiesa arcipretale di Pieve di Soligo è stata compiuta la riesumazione del corpo del sociologo, per la ricognizione canonica da parte dei medici (un’équipe dell’Ulss 7 composta da Lucia Bettisini, Savino Ghiro e Ulisse Corbanese). La celebrazione religiosa  è stata presieduta dal vescovo di Vittorio Veneto mons. Corrado Pizziolo. Vi hanno partecipato il vescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino, che è il postulatore della causa di beatificazione, l’emerito di Vittorio Veneto, monsignor Alfredo Magarotto, il vicepostulatore monsignor Massimo Magagnin, numerosi sacerdoti, 300 fedeli, tra i quali anche il sindaco Fabio Sforza.
Venerdì 7 ottobre, giorno anniversario della morte di Giuseppe Toniolo, i resti mortali del Venerabile sono stati solennemente ricollocati nel sarcofago. La Celebrazione Eucaristica è stata presieduta dall’arcivescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto (concelebranti i vescovi Pizziolo, Gardin, Stella, Magarotto, Padoin, Poletto e Ravignani).
La nuova urna, nuovamente disposta nel sarcofago, sarà esposta in occasione della Beatificazione, la prossima primavera.

I fedeli presenti

I Vescovi presenti alla ricognizione

L'apertura della bara. Il sarcofago in marmo rosso veronese ospita i resti del Beato dal 1947

L'urna all'interno della Cappella dell'Eucarestia, nell'arcipretale di Pieve

Le reliquie del Beato nella nuova urna

immagini da L'azione, toniologiuseppe.blogspot.com
si ringrazia il Sig. Mauro per la gentile segnalazione

La prima Messa sulla tomba del Papa (neo) Beato


Immagini della prima Messa sull'Altare che accoglie le spoglie del Beato Giovanni Paolo II nella Basilica Vaticana. La Celebrazione è presieduta dal Cardinale Stanislaw Dziwisz, già segretario del neo beato.


«Deus, dives in misericórdia,
qui beátum Ioánnem Paulum, papam,
univérsæ Ecclésiæ tuæ præésse voluísti,
præsta, quǽsumus, ut, eius institútis edócti,
corda nostra salutíferæ grátiæ Christi,
uníus redemptóris hóminis, fidénter aperiámus».

«O Dio, ricco di misericordia,
che hai chiamato il beato Giovanni Paolo II, papa,
a guidare l’intera tua Chiesa,
concedi a noi, forti del suo insegnamento,
di aprire con fiducia i nostri cuori
alla grazia salvifica di Cristo,
unico Redentore dell’uomo».



immagini da Corbis, colletta da Cantuale Antonianum.


"Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! 
Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! 
Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! 
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! 
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna."

    Beatus Ioannes Paulus PP. II

L'Altare: Mensa, Ara e Croce

L'altare della Pietà, Filippo Parodi, Basilica di Santa Giustina in Padova



di Enrico Finotti - Per comprendere in profondità la natura e la funzione dell’altare nella liturgia cattolica è indispensabile una adeguata indagine storica sulla sua origine e sul suo coerente sviluppo. Essa tuttavia non basterà. Infatti, si potranno capire le successive scelte storiche in ordine all’altare approfondendo la teologia sottesa, in base alla quale l’altare assunse forme e arredi consoni alla visione teologica che si voleva trasmettere. 
Mensa, Ara e Croce
E’ normale che venga individuata l’origine dell’altare cristiano nella mensa del cenacolo, sulla quale nostro Signore istituì il Sacrificio eucaristico e il Convivio sacro del suo Corpo e del suo Sangue. Veramente la mensa dell’ultima cena è il referente originario e originante dell’unico e definitivo Sacrificio del Nuovo Testamento. Da qui parte quell’oblazione pura che dall’oriente all’occidente è offerta fra le genti e in ogni luogo (Ml 1, 11).
Occorre tuttavia approfondire e non fermarsi ad una facile visione superficiale, che potrebbe svuotare quel Sacrificio della sua profonda sostanza per fissarsi nella debole espressione di un ordinario convito umanitario ed usuale. In realtà, quando la famiglia ebraica si riuniva per la cena pasquale si relazionava in modo intimo e indissolubile con l’altare del tempio di Gerusalemme, sul quale in antecedenza veniva immolato l’agnello, che portato sulla mensa domestica consentiva la celebrazione della Pasqua. Senza quella vittima sacrificata sull’ara del tempio e trasferita poi sulla mensa delle case, la cena pasquale perdeva la sua identità.
La relazione all’immolazione dell’agnello nel tempio era tanto necessaria che, per celebrare la Pasqua, si doveva alloggiare a Gerusalemme o nelle vicinanze. Non era, infatti, possibile stare fuori Gerusalemme, ossia lontani dal tempio, perché dal tempio veniva l’agnello immolato e ad esso rimandava. La cena pasquale ebraica era dunque una cena sacrificale, un banchetto mediante il quale si partecipava della vittima sacrificale. Ed ecco che mensa ed ara si trovano intimamente unite, geneticamente e indissolubilmente interiori l’una all’altra. Tolta l’ara è compromessa totalmente la natura di quella specifica mensa imbandita per la cena pasquale.
Nel cenacolo però il Signore opera la novità e crea la realtà di quello che fino ad ora era figurato nelle antiche profezie e nel sacrificio dell’agnello. Egli immola incruentamente se stesso nel contesto ancora visibile del segno profetico dell’agnello, che come ombra sta ormai per scomparire e cedere il posto alla realtà, Cristo Gesù, col suo Corpo e il suo Sangue immolati nelle specie sacramentali del pane e del vino.
E’ evidente che, nel mentre lo sguardo del Signore si ritrae ormai dalla figura dell’agnello che passa e dall’ara del tempio su cui fu immolato, si fissa con divina preveggenza e immedesimazione mistica sull’ara della Croce, che lo attende sul Calvario. Egli, infatti, anticipa sacramentalmente sulla mensa della cena e nella forma del convito il sacrificio cruento che avrebbe offerto di li a poco sull’altare della Croce. La Croce, quindi entra nel cenacolo si pianta sulla sua mensa e, mentre l’antica ara del tempio si ritira, avendo assolto la sua funzione profetica, si erge ormai sovrana quale sostanza interiore di ciò che si compie nell’ultima cena e che si ripeterà per tutti i secoli fino alla fine del mondo per comando del Signore Fate questo in memoria di me.
Mensa, Ara e Croce, ecco i tre simboli interiori e indissolubili del mistero grande che si compie nell’istante consacratorio quando il Signore, pronunziando le parole divine – Questo è il mio Corpo… Questo è il mio Sangue…-, istituisce il Sacrificio perenne, senza più tramonto. Le tre figure di riferimento – mensa, ara e croce – prima ancora di trovare espressione fisica nell’altare cristiano sono presenti nella sostanza stessa dell’atto sacrificale di Cristo e costituiscono, ancor prima di trovare la loro traduzione materiale nella liturgia, la forma interiore dell’atto sacrificale del Signore. Nel Cenacolo è visibile solo la Mensa, l’Ara del tempio è richiamata dall’agnello immolato, la Croce ancora non si vede, ma tutto è presente e unitario nella mente divina e nel cuore amante del Salvatore.
A questo punto si comprende bene perché la Chiesa, avuta la libertà religiosa (IV sec.) poté procedere alla costruzione dell’altare cristiano nel modo che la storia e l’arte ci attestano. Appena possibile la semplice mensa lignea, usata nelle case nei secoli della persecuzione, divenne l’altare marmoreo in tutto simile all’ara sia ebraica che pagana, ma eloquente per esprimere ciò che l’Eucarestia era in realtà, il Sacrificio di Cristo.
Al contempo tale ara monumentale e preziosa non abbandonò la mensa, ma la assunse in sé adattandosi ad accogliere i santi doni conviviali e rivestendosi con una candita tovaglia. Infine, quando la Croce gloriosa del Signore potè essere rappresentata come un vessillo di vittoria e annunziare al contempo la sua Morte, la sua Risurrezione, la sua Ascensione e la sua mirabile Venuta nella gloria, non tardò a trovare il suo posto più logico e conveniente proprio sulla mensa di quell’ara sulla quale il sacrificio della Croce si attualizzava sacramentalmente.
Ed ecco che Mensa, Ara e Croce, possono costituire anche in modo visibile, nello splendore delle basiliche monumentali e nella solennità dei riti pontificali, il segno materiale e prezioso del mistero che si compie sotto la coltre del sacramento. Non si trattò certamente di una corruzione della semplicità delle origini, ma di uno sviluppo necessario e legittimo, coerente con la struttura interiore del mistero e che si esprimerà nel pensiero cristiano nella successiva sistemazione teologica relativa al dogma eucaristico.
In tal senso, la Mensa, l’Ara e la Croce, sono talmente collegate alle dimensioni costitutive del mistero fin dalla sua istituzione da essere ormai ingredienti liturgici insopprimibili nell’edificazione dell’altare cristiano. Esso, infatti, per esprimere in modo completo ed equilibrato l’intero mistero del Sacrificio conviviale dell’eucaristia, dovrà avere la monumentalità dell’Ara, la dignità della Mensa e la gloria del vessillo della santa Croce.

L’altare sta in alto

L’altare sta in alto e se non eleva perde la sua natura più vera. Si può in tal modo affermare una semplice regola: all’altare si ascende come al battistero si discende. Se l’etimologia alta-ara potrebbe essere ancora discussa e non da tutti è accettata, la storia dell’ altare cristiano e ancor prima di quello ebraico e pagano, afferma la sua posizione elevata. In particolare, non potendo accedere all’altare mediante i gradini per questioni di purità cultuale, nel tempio di Gerusalemme si saliva mediante una rampa (Es 20, 24-26).
Ma è soprattutto nell’approfondire l’atto liturgico che si celebra sull’altare, il sacrificio, che emerge in tutta chiarezza la necessità della posizione alquanto elevata dell’altare. Nell’offerta del sacrificio si cerca il rapporto con Dio, ci si eleva a lui e tutta la ritualità porta a proiettarsi verso il cielo, lì dove l’intuito religioso universale contempla il trono di Dio: il corpo sale i gradini dell’altare, le mani si elevano verso l’alto, lo sguardo fissa le profondità sideree dei cieli.
Ecco le movenze più spontanee che il sacerdote assume nell’azione sacrificale, ed è logico che tale spinta interiore sia tradotta visibilmente nei gesti del corpo e fissata materialmente nella posizione alta e maestosa dell’altare. Possiamo allora individuare nella struttura interiore (metafisica) dell’altare due movimenti profondamente correlati e concordi nell’esprimere la direzione ascendente. L’altare sale verso la Maestà divina e segue le volute dell’incenso che ascendono in sacrificio di soave odore. Esso guarda certamente il popolo, ma non per muoversi verso di esso, quanto per attrarlo nella sua ascesa cultuale.
Per questo l’altare assumerà una posizione otticamente centrale, ben visibile da tutta l’assemblea liturgica, per poter trainare dolcemente il popolo di Dio nel movimento ascendente dell’oblazione sacrificale, che sulla sua mensa si compie nel mistero sacramentale. E’ quindi consono alla natura più intima dell’altare salire e far salire tutti coloro che all’altare volgono lo sguardo adorante verso la contemplazione della Gloria divina. Il moto esattamente inverso, invece, si produce per la mensa. Essa deve discendere e rivolgersi fisicamente il più possibile verso i fedeli. Essa, infatti, porge la vittima immolata quale cibo e bevanda di salvezza.
Questo moto del discendere e del rendersi prossima all’assemblea liturgica le è quindi necessario e connaturale ed è pienamente conforme al suo stesso essere mensa che nutre. Questo duplice ruolo di altare che ascende e attrae e di mensa che discende e si avvicina ai fedeli si esplica nella liturgia eucaristica che distingue la prece consacratoria in cui si compie il sacrificio, dai riti di comunione in cui la vittima immolata è data in cibo ai commensali.
Possiamo allora rilevare che gli altari storici esprimevano la loro natura ascendente-sacrificale e, senza mai rinunciare alla mensa in essi incorporata, la integravano ulteriormente con la balaustra, che nella sua posizione bassa e prossima ai fedeli consentiva la distribuzione del Corpo del Signore. Gli altari postconciliari, invece sembrano aver abbandonato il loro moto saliente in favore di una totale riduzione al loro ruolo di mensa. In tal modo essi non sono più in alto, ma in piano e fisicamente il più possibile prossimi all’assemblea. Il moto discendente e rivolto al popolo proprio della mensa è diventato esclusivo e totalizzante. Tale realtà si nota anche negli altari resi definitivi e anche dedicati, certamente solidi nella loro struttura marmorea, ma sempre e solo mensa. In altri termini si potrebbe dire che l’intera celebrazione del Sacrificio eucaristico è ridotta prevalentemente al rito di comunione.
Certamente il Sacrificio si compie, ma la nuova configurazione dell’altare non lo esprime più come prima avendo rinunciato a modellare in se stesso le caratteristiche classiche che sono proprie dell’ara sacrificale. Per questo fu facile anche la rimozione così vasta della balaustra, avendo l’altare stesso assunta la sua funzione. Ebbene, oggi si ode l’allarme del Magistero sulla crisi della dimensione sacrificale dell’Eucaristia.
Non potrebbe essere opportuna allora una nuova e più profonda riflessione sulle modalità liturgiche dell’altare? E’ da ritenere ormai acquisita ed insuperabile la conformazione dell’altare alla forma della sola mensa, senza più ricuperare anche quella dell’ara elevata e maestosa? Non potrebbe nel tempo questa riduzione dell’altare condizionare l’equilibrio del dogma eucaristico, che si trasmette nel cuore dei fedeli primariamente nella correttezza del rito e dei luoghi liturgici che ad esso sono connessi? Gli altari storici sono da congedare definitivamente e il loro ruolo è ormai del tutto museale? La storia della Chiesa e della sua liturgia non è forse ancora aperta ad uno sviluppo coerente ed organico, che potrebbe trovare per l’altare nuove sintesi in perfetto accordo con la tradizione dei secoli? Credo che il Santo Padre Benedetto XVI stia richiamando alla Chiesa proprio queste problematiche e in tal senso il suo Magistero ha la forza della profezia. ©© 2010

Il presbiterio della Cattedrale di Vicenza nel 1901


 Titolo originale Alle radici dell'altare cristiano da liturgiaculmenetfons.it via Rinascimento Sacro

 immagini da Flickr

Un nuovo Beato veneto: Giuseppe Toniolo




L'annuncio del Vescovo di Vittorio Veneto
«Con grande gioia ho appreso la notizia che nella stessa udienza in cui, oggi, 14 gennaio 2011, il Santo Padre Benedetto XVI ha autorizzato il riconoscimento del miracolo attribuito all’intercessione di papa Giovanni Paolo II, ha anche autorizzato il riconoscimento del miracolo, attribuito all'intercessione del Venerabile Servo di Dio Giuseppe Toniolo. E’ così spianata la strada per la beatificazione del Servo di Dio, anche se non sono ancora indicate la data e il luogo.
Nato a Treviso il 7 marzo 1845 e morto a Pisa il 7 ottobre 1918, Giuseppe Toniolo si inserì da protagonista di primo piano nel dibattito culturale ed ecclesiale della sua epoca. Laico e padre di famiglia, docente universitario di alto livello, visse e testimoniò in modo esemplare la sua fede cristiana nel contesto della cultura del suo tempo. Il suo corpo riposa nella chiesa parrocchiale di Pieve di Soligo.
In questa stessa parrocchia della nostra diocesi è avvenuto il miracolo oggi è stato formalmente riconosciuto dal Papa. Nell’attesa che venga fissata la data della solenne beatificazione, invito tutti i fedeli della nostra diocesi a ringraziare il Signore per questo grande dono di grazia che viene concesso a tutta la chiesa e che sentiamo rivolto, in modo tutto particolare, alla nostra diocesi. Invito inoltre a chiedere al Signore che l’esempio di santità che oggi viene riconosciuto nella figura del Servo di Dio Giuseppe Toniolo susciti nella nostra chiesa numerosi e coraggiosi cammini di santità cristiana, in modo particolare nella vita laicale e familiare»

                                                                                  + Corrado Pizziolo, vescovo

La vita e le virtù di Giuseppe Toniolo
Nato  a Treviso il 7 marzo del 1845 e morto a Pisa il 7 ottobre del 1918,   Giuseppe Toniolo è considerato da molti il maggiore economista e sociologo cattolico italiano.  Dopo avere compiuto gli studi delle scuole medie nel Collegio di S. Caterina a Venezia,  si iscrisse all’Università di Padova, dove conseguì la laurea in giurisprudenza.  Dedicatosi alla carriera universitaria, dopo essere stato allievo, tra gli altri, di Giovanni Lampertico e Angelo Messedaglia, conseguì la libera docenza in Economia politica nel 1873, tenendo la prolusione sul tema  Dell’elemento etico quale fattore intrinseco delle leggi economiche. Vinse la cattedra di Economia Politica nell’Università di Modena  nel 1878. L’anno successivo fu nominato professore di economia politica nell’Università di Pisa dove insegnò per 40 anni, fino alla morte.
Le sue  ricerche spaziano dall’economia  alla storia, alla sociologia,  materie in cui egli cerca sempre di dimostrare  il primato dei valori etici dei valori religiosi. La vita economica risulta arricchita e potenziata ove  gli uomini  agiscano rispettando i valori etici e i valori religiosi. Una articolata definizione del concetto di democrazia cristiana, con un particolare riguardo per le necessità delle classi più umili, la definizione dei principi fondanti di una società organica , che passa  anche attraverso le rappresentanze delle categorie, la confutazione, portando argomenti concreti, del concetto di materialismo storico, attente ricerche nel capo dell’economia applicata,  con interessanti studi sulla ristrutturazione dell’azienda, all’interno della quale si auspicano forme di partecipazione dei lavoratori: questi sono alcuni dei numerosi argomenti trattati dall’Autore in maniera approfondita, come testimoniano gli scritti contenuti nei venti volumi dell’Opera Omnia.
Tra le sue opere più famose si ricordano Dei remoti fattori della potenza economica di Firenze nel Medio Evo, Il programma dei cattolici di fronte al socialismo, la Democrazia Cristiana, l’Odierno problema sociologico e il Trattato di Economia  sociale.
Fu attivo anche nel campo organizzativo, fondando l’Unione Cattolica per gli  Studi Sociali,  la Rivista Internazionale di Scienze sociali e discipline ausiliarie, le Settimane  sociali dei Cattolici d’Italia. Fu tra i promotori degli Statuti di Firenze  con cui furono costituite l’Unione Popolare, l’Unione Economico sociale  e l’Unione Elettorale.
 
Pieve di Soligo (Provincia di Treviso, Diocesi di Vittorio Veneto). Nella Parrocchiale di conservano i resti del futuro Beato.
 testo da giuseppetoniolo.com e oggitreviso.it
immagini da g.immage

Bonaventura Badoer da Peraga, un Beato Cardinale





Il Cardinal Bonaventura Bodoer da Peraga è una di quelle splendide figure che meritano di essere riscoperte, soprattutto in questo porpureo novembre "concistoriale". La Diocesi di Padova lo ricorda nella Liturgia proprio il 5 novembre. 


Bonaventura Badoer (o Baudario) da Peraga, discendente di Marin Badoer e di Balzanella (o Bolzonella), figlia di Pietro da Peraga, entrò giovanissimo nell’Ordine di Sant'Agostino, presso il convento di SS. Filippo e Giacomo di Padova, detto comunemente degli Eremitani.
È documentato che nel 1358 ebbe un’autorizzazione, da parte dei suoi superiori (frate Gregorio Da Rimini) di frequentare l’Università della Sorbona a Parigi. Sembra si sia laureato nel 1362, di certo lì ha insegnato. È documentato dalla bolla (giugno 1364) del Papa Urbano V, che fu tra i nove Maestri di Teologia che furono incaricati di costituire il collegio e compilare gli statuti della nuova facoltà di Teologia presso l’Università di Bologna. Non è dato di sapere quanto tempo rimase ad insegnare a Bologna ma sappiamo che nel 1366 era a Padova. Nello stesso periodo parigino di Bonaventura si laureò in teologia alla Sorbona anche un suo fratello (“uterino”), Bonsembiante Badoer da Peraga (3 giugno 1327 - Venezia, 28 ottobre 1366), frate dell’Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino.
I fratelli Badoer Peraga avevano una forte amicizia con il poeta Francesco Petrarca. Una forte testimonianza di questo rapporto di amicizia il poeta la diede con la XIV lettera, scritta il 1 dicembre 1366 a seguito della morte di Bonsembiante.

    « (...) Raro amor di fratelli, uguaglianza di statura, conformità di persona, età per poco diversa, medesimezza di stato, di ordine, di professione, d’ingegno; la stessa veste, le maniere, i costumi stessi, splendore in entrambi di dottrina, e comune ad ambedue decoro di magistero, vi fecero obbietto alla lode, all’amore, all’ammirazione di tutti, che due personaggi siffatti stimavan valere perché fratelli più che altri quattro sebbene valenti al par di loro (…) »
   

Nel 1368 e nel 1373 è documentato che Bonaventura Badoer Peraga fu a Padova come “Professore della sacra pagina” (Doctoris Sacrae Paginae) e presente presso il monastero degli Eremitani. Il 27 ottobre 1373 fu l’esecutore testamentario del parente Zanino (Giovannino) Peraga che gli richiedeva di essere sepolto nella tomba di famiglia nella Chiesa del monastero.

L'alta amicizia e il prestigio di Bonaventura lo portarono, l’anno dopo, 1374, ad essere scelto, tra tutti i dottori di Padova, per tessere l’elogio funebre di Francesco Petrarca.

Ecco in quali termini narra Andrea de Gataris (Chronicon Patavinum ANDREAE DE GATARIS in Rerum Italicarum Scriptores, Mediolani 1730, vol. XVII, col. 214.) il doloroso avvenimento:

    « Appresso agli altri danni della nostra città di Padova occorse nel detto millesimo (1374) alli 19 di luglio, che passò di questa vita il famoso e laureato Poeta Messer Francesco Petrarca, il quale era arciprete del Duomo di Padova, e morì nella villa d’Arquà et al suo esequio andò il Signor Messer Francesco da Carrara, e i Rettori dello studio, et Università degli scolari di Padova. Et il corpo suo fu portato da sedici Dottori coperto di panno d’oro con un baldacchino di panno d’oro foderato de vajo, con gran quantità di cera, con gran Chieresie di Padova, e del Padovano distretto. Vi vennero il Vescovo di Vicenza, quello di Verona, e quello di Treviso con molti Prelati e chierici insieme, e fu messo il suo corpo nella Chiesa di Santa Maria d’Arquà. E fece il sermone Monsignore Messer Frà Bonaventura, che fu Cardinale, e pronunziò 24 Volumi di Libri composti per lo detto Francesco Petrarca. »

A seguito della conquista di Romania, Valacchia, Bulgaria, Serbia e Tracia da parte del sultano Murad I (o Amurat I) e degli appelli inascoltati dell’imperatore Giovanni V Palaeologo ai vari re e principi cristiani, il papa Gregorio XI, residente ad Avignone, con bolla papale del 26 ottobre 1375, incaricò Bonaventura in una missione diplomatica presso il re di Ungheria, Ludovico, per convincerlo ad entrare in guerra contro l’infedele. Ricevette solo promesse.

Nell'anno 1377 vennero indetti a Verona i “comizi generali dell’Ordine” degli Agostiniani. Vi parteciparono religiosi provenienti da tutta Europa che elessero (il 17 maggio 1377) all'unanimità Bonaventura Badoer Peraga a Priore Generale. 

Nel 1378 Bonaventura è a Roma quando il papa Gregorio XI rientra a San Pietro (accogliendo la supplica di Caterina da Siena) e muore. L’8 aprile 1378 fu eletto il 200º Papa, papa Urbano VI, Bartolomeo Prignano, vescovo di Bari.
 A seguito della rigidità imposta dal nuovo Papa, parte dei cardinali si appellarono al Diritto canonico e contestarono l’elezione. Dopo essersi ritirati ad Anagni e successivamente a Fondi elessero, il 20 settembre 1378, un altro Papa, Clemente VII, Roberto da Ginevra. Bonaventura sostenne, come peraltro fece Caterina da Siena, Urbano VI come unico papa e da questi venne nominato cardinale con altri ventisette, il 18 settembre 1378. Questa nomina lo porta ad essere esposto, primo tra tutti gli atri cardinali, a ripetute scomuniche da parte dell’Antipapa Clemente VII il quale arrivò a nominare un altro Priore Generale dell’Ordine di Sant'Agostino, un Maestro di Basilea, tale frate Giovanni Iltalinger, ma l’intero Ordine rimase fedele ad Urbano VI e Bonaventura continuò a governarlo attraverso i suoi fedeli Vicari: frate Filippo da Mantova e frate Nicola dell’Amatrice.
È discussa tra gli storici la veridicità di un importante viaggio che Bonaventura avrebbe fatto nel 1387, in qualità di Legato Pontificio, in Lituania quando avrebbe portato la benedizione papale al locale principe che sposando la cristiana Edvige, erede del regno di Polonia, decise di convertisi e di convertire tutta la nazione baltica.

Dopo essere tornato a Roma sembra (la questione è tuttora discussa tra gli storici) sia stato ucciso da sicari di Francesco Da Carrara, il Signore di Padova. Anche la data della morte è argomento di discussione ma sembra prevalere il 10 giugno 1389.

Lo stemma o arma araldica della famiglia Badoer Peraga, adottata dal Cardinale, era: “divisa per il lungo dello scudo in due parti eguali, la quale a sinistra di chi guarda ha tre ruote gialle, per il lungo di esso scudo in campo bigio (grigio), ed alla destra ha sei traversi, obliguamente posti, uno rosso e uno argento, comincia di sopra il rosso, e sopra li traversi è un leone rampante di color oro”.



 
 

Per la sua vita e per l’impegno profuso nella difesa della Chiesa cattolica durante le lotte del cosiddetto “Sisma d’occidente” Bonaventura Badoer Perara viene onorato dai devoti come beato e dal 1988 è stato inserito tra i santi della Diocesi di Padova che lo ricorda il 5 novembre.

Secondo però il Perini, pur documentando che Bonaventura Badoer Perara fu considerato, fin dal dal 1440, come beato richiama l’attenzione sul fatto che il suo libro fu scritto (1912) perché “non son pochi coloro che oggi ne desiderano glorificata la memoria dalla Suprema Autorità Apostolica col riconoscerne il culto prestatogli da tempo immemorabile”.



Per chi volesse approfondire ulteriormente, in questa pagina web è riportata l'intera biografia del Beato, scritta nel 1912.


testo da wikipedia, immagini da araldicavaticana.com

Il Papa nel Regno di Sua Maestà: continuano i preparativi

Mentre Mons. Guido Marini rilascia interviste sull'uso del latino nelle Liturgie che il Papa presiederà nel suo viaggio in Gran Bretagna, continuano i preparativi per l'evento che sembra sconvolgere il tranquillo autunno inglese. 
A Melrose (Scozia) si espongono i paramenti appartenuti al Cardinal Newman che Benedetto XVI visionerà nella sua tappa ad Edimburgo.  
Ecco qualche immagine:





A Birmingham è a buon punto la grande struttura metallica (a cui avevamo già dedicato un post) che ospiterà la Beatificazione del Cardinal Newman:





Dal punto di vista musicale, i sudditi della Regina stanno preparando il meglio: Alla Celebrazione Liturgica di Birmingham si preparano brani di compositori come Byrd e Monteverdi, per chiudere in bellezza con lo strepitoso Te Deum (n.2) di Joseph Haydn, uno dei brani sacri più interessanti del compositore austriaco ...




immagini da Daylife
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