Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Sacerdote e Messa: l'eredità del Cardinal Piacenza




Nominato dal Santo Padre Penitenziere Maggiore della Penitenzieria Apostolica, il Cardinale Piacenza lascia la guida della Congregazione per il Clero chiudendo il suo operato con un interessante documento dedicato al Sacrificio Eucaristico, che vi proponiamo di seguito.



La celebrazione quotidiana della Santa Messa anche in assenza di fedeli

È noto che, in tempi recenti, alcuni sacerdoti, fortunatamente assai pochi, osservano il cosiddetto «digiuno celebrativo», consistente nella pratica di astenersi di tanto in tanto o persino settimanalmente, in uno dei giorni feriali, dal celebrare la Santa Messa, privandone così anche i fedeli. In altri casi, il sacerdote che non svolge cura pastorale diretta ritiene non essere necessario celebrare ogni giorno, se egli non ha possibilità di farlo per una comunità. Infine, alcuni ritengono che, nel meritato periodo di riposo delle proprie vacanze, abbiano il diritto di «non lavorare», e pertanto sospendono anche la Celebrazione eucaristica quotidiana. Cosa dire di tutto ciò? Riassumiamo la risposta in due punti: l’insegnamento del Magistero e alcune considerazioni teologico-spirituali.
1. Il Magistero
È indubbio che nei documenti magisteriali non si trova affermata la stretta obbligatorietà, per il sacerdote, della celebrazione quotidiana della Santa Messa; ma è altrettanto evidente che essa viene non solo suggerita, ma persino raccomandata. Offriamo alcuni esempi. Il Codice di Diritto Canonico del 1983, nel contesto di un canone che indica il dovere dei sacerdoti di tendere alla santità, indica: «I sacerdoti sono caldamente invitati ad offrire ogni giorno il Sacrificio eucaristico» (can. 276, § 2 n. 2 CIC). Alla cadenza quotidiana della celebrazione essi vanno preparati sin dagli anni di formazione: «La Celebrazione eucaristica sia il centro di tutta la vita del seminario, in modo che ogni giorno gli alunni [...] attingano soprattutto a questa fonte ricchissima forza d’animo per il lavoro apostolico e per la propria vita spirituale» (can. 246 § 1 CIC).
Sulla scorta di quest’ultimo canone, Giovanni Paolo II ha sottolineato: «Converrà pertanto che i seminaristi partecipino ogni giorno alla Celebrazione eucaristica, di modo che, in seguito, assumano come regola della loro vita sacerdotale questa celebrazione quotidiana. Essi saranno inoltre educati a considerare la Celebrazione eucaristica come il momento essenziale della loro giornata» (Angelus, 01.07.1990, n. 3).
Nell’Esortazione apostolica post-Sinodale Sacramentum Caritatis del 2007, Benedetto XVI ha innanzitutto ricordato che «Vescovi, sacerdoti e diaconi, ciascuno secondo il proprio grado, devono considerare la celebrazione come loro principale dovere» (n. 39). In ragione di ciò, il Sommo Pontefice ha tratto la naturale conseguenza:
«La spiritualità sacerdotale è intrinsecamente eucaristica. [...] Raccomando ai sacerdoti “la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli” (Propositio 38 del Sinodo dei Vescovi). Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la Santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione» (n. 80).
Erede di questi ed altri insegnamenti, il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, curato dalla Congregazione per il Clero in una recentissima nuova edizione (2013), al n. 50 – dedicato ai «Mezzi per la vita spirituale» dei sacerdoti – ricorda: «È necessario che nella vita di preghiera del presbitero non manchi[...] mai la Celebrazione eucaristica quotidiana, con adeguata preparazione e successivo ringraziamento».
Questi ed altri insegnamenti del Magistero recente radicano, come è naturale, nelle indicazioni del Concilio Vaticano II, che al n. 13 del Decreto Presbyterorum Ordinis dice:«Nel mistero del Sacrificio eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l’opera della nostra redenzione e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli».
2. Principali motivi
Sarebbe già sufficiente la citazione di queste indicazioni magisteriali per incoraggiare tutti i sacerdoti alla fedeltà alla celebrazione quotidiana della Santa Messa, con o senza presenza di fedeli. Aggiungiamo tuttavia, nel modo più breve possibile, anche l’esplicitazione dei principali motivi teologico-spirituali che sottostanno alle indicazioni della Chiesa in materia, mantenendo un regime di strettissima brevità.
a) Mezzo privilegiato di santità del sacerdote. La Santa Messa è «fonte e culmine» di tutta la vita sacerdotale: da essa il sacerdote trae la forza soprannaturale e alimenta lo spirito di fede di cui ha assolutamente bisogno per configurarsi a Cristo e per servirLo degnamente. Al pari della manna dell’Esodo, che andava colta ogni giorno, il sacerdote ha bisogno ogni giorno di abbeverarsi alla fonte della grazia, il sacrificio del Golgota, che si ripresenta sacramentalmente nella Santa Messa. Omettere tale celebrazione quotidiana – fatto salvo il caso di impossibilità – significa privarsi del principale alimento necessario alla propria santificazione ed al ministero apostolico ecclesiale, nonché indulgere al rischio di una sorta di pelagianesimo spirituale, che confida nella forza dell’uomo più che nel dono di Dio.
b) Principale dovere del sacerdote, corrispondente alla sua identità. Il sacerdote è costituito tale principalmente in ragione della Celebrazione eucaristica, come rivela il fatto che questo ministero ecclesiale fu istituito da Cristo contestualmente all’Eucaristia stessa, durante l’ultima cena. Celebrare la Santa Messa non è l’unica cosa che il sacerdote deve fare, ma certamente è la principale. Lo ricordava poc’anzi Presbyterorum Ordinis: nell’offrire il Sacrificio eucaristico, «i sacerdoti svolgono la loro funzione principale». Riprende questo insegnamento Giovanni Paolo II, nella Pastores Dabo Vobis del 1992: «I sacerdoti, nella loro qualità di ministri delle cose sacre, sono soprattutto i ministri del Sacrificio della Messa» (n. 48).
c) Atto di carità pastorale più perfetto. Non esiste opera di carità che il sacerdote possa compiere in favore dei fedeli, che sia più grande o abbia più valore della Santa Messa. Il Concilio Vaticano II lo ricorda con le parole: «Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla Sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella Ss.ma Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo [...]. Perciò l’Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione» (Presbyterorum Ordinis, n. 5).
d) Suffragio dei defunti. La carità pastorale del sacerdote – che di norma può raggiungere solo i fedeli viatores, nella Santa Messa travalica i confini dello spazio e del tempo. Celebrando in persona Christi, il sacerdote compie un’opera che supera le dimensioni dell’efficacia del gesto umano, limitata al suo tempo, al suo spazio ed alla storia dei suoi effetti, e si estende oltre i confini dell’umanamente raggiungibile. Questo vale, in particolare, per il valore dei meriti di Cristo, che nella Santa Messa si offre di nuovo al Padre per noi e per molti. Tra i «molti» per i quali Cristo si è offerto una volta per tutte sulla croce, e continua ad offrirsi su quel Golgota sacramentale che sono gli altari delle nostre chiese, figurano anche i fedeli defunti, che sono in attesa di accedere alla visione eterna di Dio. Da sempre la Chiesa prega per loro nella liturgia, come testimonia la menzione dei defunti nelle preghiere eucaristiche. «Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il Sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1032)
Quale atto di carità pastorale è pertanto la celebrazione quotidiana dalla S. Messa ed anche in circostanze per le quali fossero assenti i fedeli!

Un Veneto in Segreteria di Stato: è Parolin





RINUNCIA DEL SEGRETARIO DI STATO E NOMINA DEL NUOVO SEGRETARIO DI STATO 
Il Santo Padre Francesco ha accettato, secondo il Can. 354 del Codice di Diritto Canonico, le dimissioni di Sua Eminenza il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, chiedendogli, però, di rimanere in carica fino al 15 ottobre 2013, con tutte le facoltà inerenti a tale ufficio.
Nel medesimo tempo il Santo Padre ha nominato S.E. Mons. Pietro Parolin, Nunzio Apostolico in Venezuela, come nuovo Segretario di Stato. Egli prenderà possesso del suo ufficio il 15 ottobre 2013. 
In quell'occasione, Sua Santità riceverà in Udienza Superiori ed Officiali della Segreteria di Stato, per ringraziare pubblicamente il Card. Tarcisio Bertone per il suo fedele e generoso servizio alla Santa Sede e per presentare loro il nuovo Segretario di Stato.
S.E. Mons. Pietro Parolin 
S.E. Mons. Pietro Parolin è nato a Schiavon (Vicenza) il 17 gennaio 1955.
È stato ordinato sacerdote il 27 aprile 1980 e incardinato nella diocesi di Vicenza.
È laureato in Diritto Canonico.
Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1986, ha prestato la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Nigeria e in Messico e presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.
È stato nominato Sotto-Segretario della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato il 30 novembre 2002.
Il 17 agosto 2009 è stato nominato Nunzio Apostolico in Venezuela ed elevato in pari tempo alla sede titolare di Acquapendente, con dignità di Arcivescovo. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani di Papa Benedetto XVI il 12 settembre dello stesso anno.
Oltre all’italiano, conosce il francese, l’inglese e lo spagnolo. 
[01195-01.01] 

Un Segretario di Stato... vicentino?





di Andrea Tornielli per Vatican Insider 
Papa Francesco potrebbe accogliere domani le dimissioni a suo tempo presentate dal cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone e secondo diverse indiscrezioni avrebbe deciso di nominare al suo posto l'arcivescovo Pietro Parolin, nunzio apostolico in Venezuela.
Il nuovo «primo ministro» vaticano ha 58 anni, ed è originario a Schiavon, in provincia di Vicenza. Sacerdote dal 1980, entrato nella diplomazia vaticana nel 1986, nel 2002 è stato nominato sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, in pratica «viceministro degli Esteri», dove ha collaborato prima con il cardinale Sodano e poi con Bertone. Nel settembre 2009 Benedetto XVI, che qualche settimana prima lo aveva nominato nunzio in Venezuela, lo ha consacrato vescovo. Tra i co-consacranti c'era anche Bertone.
Il Segretario di Stato uscente lascia l'incarico ormai alla vigilia del compimento dei 79 anni, come accadde al suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, attuale decano del collegio cardinalizio. Il salesiano Tarcisio Bertone, fino a quel momento arcivescovo di Genova, era stato scelto da Papa Ratzinger come Segretario di Stato nel 2006, un anno dopo l'elezione. Allora la nomina seguì il curioso iter di un annuncio a giugno e di un'entrata in carica a settembre: il nuovo «primo ministro» vaticano si trovò a dover fare subito i conti con una crisi, quella scaturita dall'interpretazione delle parole pronunciate da Benedetto XVI nel famoso discorso di Ratisbona.
All'origine della scelta di un prelato non proveniente dalla diplomazia pontificia - peraltro non del tutto inedita nella storia della Chiesa - c'era la personale conoscenza e collaborazione, che si era consolidata tra il 1995 e il 2002, negli anni in cui quest'ultimo era stato segretario della Congregazione per la dottrina della fede, guidata dal Prefetto Joseph Ratzinger.
L'allora capo dell'ex Sant'Uffizio aveva apprezzato le qualità operative di Bertone e la sua fedeltà. Per questo, nonostante il parere contrario di diversi curiali, lo aveva scelto e difeso fino all'ultimo, rifiutandosi di accogliere le richieste dei cardinali che negli ultimi anni suggerivano un cambio. 
Bertone, che conserva la carica di camerlengo di Santa Romana Chiesa e per il momento rimane nel consiglio cardinalizio di sovrintendenza dello Ior, sapeva già da qualche tempo che alla fine dell'estate sarebbe stato sostituito. Se si scorrono i precedenti recenti, si comprende come la sostituzione, facilitata dall'età del Segretario di Stato uscente, sia avvenuta in tempi rapidi. Nell'ottobre 1958 Giovanni XXIII scelse il Segretario di Stato la sera stessa dell'elezione, ma la carica era vacante dal 1944, da quando era scomparso il cardinale Luigi Maglione e Papa Pio XII non l'aveva più rimpiazzato, servendosi invece dei due sostituti Montini e Tardini. Paolo VI, nel giugno 1963, confermò nell'incarico il cardinale Amleto Cicognani, già ottantenne e già Segretario di Stato del predecessore, mantenendolo per altri sei anni. Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II confermarono il cardinale francese Jean Villot, anche se Papa Wojtyla scrisse che un Papa non italiano avrebbe dovuto avere un Segretario di Stato italiano. Villot, che fino ad oggi rimane l'unico Segretario di Stato ad aver servito ben tre Pontefici, morì nel marzo 1979 e al suo posto venne nominato Agostino Casaroli.
Le dimissioni del prelato simbolo dell'Ostpolitik vennero accolte da Papa Wojtyla quando Casaroli compì 76 anni, e Segretario di Stato divenne Angelo Sodano, il quale ha accompagnato per quasi un anno e mezzo - dall'aprile 2005 al settembre 2006 - il pontificato di Benedetto XVI.
Come si ricorderà, lo scorso luglio il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, in un'intervista aveva lamentato la mancata sostituzione del Segretario di Stato, nei cui confronti si erano addensate critiche durante le discussioni del pre-conclave. «Mi aspetto che dopo la pausa estiva si concretizzi qualche segnale in più in merito al cambiamento della gestione», aveva commentato il porporato statunitense dopo aver detto che si aspettava la sostituzione prima dell'estate, come peraltro da più parti erroneamente pronosticato.

Redentore e laicità: l'omelia del Patriarca




"Oggi, dopo quasi cinque secoli, la festa del Redentore è ancora viva tra il popolo che vi  partecipa numeroso. Vi è, però, il rischio che il significato religioso della festa venga oscurato e la componente folcloristica prenda il sopravvento giungendo ad azzerare quella religiosa.  D’altra parte è evidente che una celebrazione religiosa entrata nel comune sentire della polis, in un contesto fortemente secolarizzato come l’attuale, rischi di veder compromesso l’originario senso religioso. Così è anche per la festa veneziana del Redentore. Questa considerazione ci porta a riflettere su un tema più ampio - seppure a questo connesso - quello della laicità; e proprio su di esso desidero soffermarmi in questa festa del Redentore. 
Una sana laicità - vedremo in che senso - è fondamentale sia per il cittadino sia per il cristiano; essa, infatti, è legata alla struttura stessa della persona di cui l’umano e il creaturale sono dimensioni imprescindibili. In altri termini, la persona - nella sua realtà antropologico-creaturale - viene temporalmente e ontologicamente prima dello Stato (quindi del cittadino) e dell’adesione a qualsiasi religione (quindi del credente). 
In tal modo la festa del Redentore - nella sua acuita problematicità, ovvero il religioso che entra nel tessuto socio-culturale sempre più secolarizzato della civis - domanda di considerare, in modo più ampio, il rapporto fra sfera sacra o religiosa e profana o secolare. 
Riflettiamo, quindi, sulla laicità che sta sullo sfondo di quanto detto finora a proposito del rapporto sacro/profano, religioso/secolare. 
La laicità - per il cittadino e il credente - è realtà fondamentale. Ricordiamo, per esempio, che per la Chiesa la fede - ossia, il “sì” detto a Gesù Cristo - deve essere scelta libera e responsabile.  
Non dimentichiamo poi che la sfera sacrale/religiosa o profana/secolare - prima di riguardare ambiti distinti della convivenza sociale e civile e, quindi, prima d’essere esteriore all’uomo - riguarda ambiti distinti “all’interno” dell’uomo, che appartengono all’uomo e lo costituiscono tale.  
La risposta di Gesù, a coloro che domandavano se era lecito o no pagare il tributo a Cesare, indica un percorso sempre valido al di là di situazioni contingenti o singole epoche. Gesù pone una distinzione che è - ad un tempo - fondante e fondamentale; infatti, Dio e Cesare, nei loro ambiti specifici, sono interlocutori imprescindibili per l’uomo di ogni epoca. 
Si tratta - lo abbiamo detto - di una distinzione fondamentale e fondante perché, fino ad  allora, né lo Stato ebraico, con la sua teocrazia, né l’impero romano, con il culto a Cesare, erano pervenuti alla vera laicità, quella che Gesù indica.  
La distinzione è fondamentale e fondante, poiché in essa c’è la vera novità da cui deriva la forma moderna dello Stato, ossia la possibilità d’essere sia leali sudditi del “re”, pur essendo uomini di fede, sia veri credenti ed insieme autentici cittadini impegnati a lavorare per il bene della civis.  
Cito qui la figura luminosa e oggi attualissima - per l’obiezione di coscienza - di Tommaso Moro, primo ministro del Re che muore per difendere la sua libertà di credente. Tommaso Moro è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1935 e dal 1980 il suo nome è inserito anche nel martirologio anglicano. È universalmente riconosciuto come simbolo di integrità ed eroico testimone del primato della coscienza al di là dei confini nazionali e delle confessioni religiose. Le sue ultime parole furono: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio». Un grande ideale per tutti coloro che dedicano la propria vita al servizio del bene comune (cfr. Atti del Giubileo dei Governanti e dei Parlamentari / anno 2000). 
Ritorniamo alle parole di Gesù: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). 
Si tratta di riflettere, in modo compiuto, sulla laicità considerata snodo essenziale sia nella vita del credente sia del cittadino. 
Credente e cittadino devono guardarsi dai differenti “confessionalismi”: religioso, scientista, laicista. Molte, infatti, sono le forme di confessionalismo: quello religioso, quello tecno-scientifico, infine, quello ideologico politico-partitico o culturale. 
Oltre la forma di confessionalismo religioso si danno anche quelli tecnico-scientifico e ideologico politico-culturale che, a loro volta, sono opprimenti e pervasivi per la libertà di coscienza dei credenti e dei cittadini. La storia, in proposito, fornisce un amplissimo campionario che si dispiega lungo le differenti epoche.  
Il tema della laicità - e non da oggi - è occasione di incomprensioni sia a livello culturale sia politico. E i molteplici significati che, di volta in volta, vengono attribuiti al termine “laico” e “laicità” dicono quanto sia necessario far chiarezza anche a livello di significato poiché il termine, attualmente, risulta in sé equivoco e ognuno finisce per intenderlo in modi diversi; il discorso meriterebbe d’esser approfondito secondo tale ampia logica ma stiamo, invece, su una prospettiva più ristretta, quella che riguarda il nostro ordinamento giuridico.  
Nel nostro ordinamento giuridico - è bene ricordarlo - il termine “laicità” non compare nella legislazione ordinaria, né risulta utilizzato dalla Costituzione per qualificare l’atteggiamento dello Stato in materia religiosa; piuttosto, il principio di laicità è legato alla giurisprudenza della Corte Costituzionale.  
E’ la Corte Costituzionale che, in una famosa sentenza della fine degli anni Ottanta (la n. 203 del 1989), qualifica il principio di laicità come “principio supremo dell’ordinamento costituzionale” e come “uno dei profili della forma di Stato delineato dalla Costituzione”.  
E’, questo, un principio di laicità inteso in senso “aperto” e “positivo”, che non indica o suggerisce l’indifferenza o, addirittura, l’ostilità dello Stato dinanzi alla religione (o alle religioni) ma piuttosto il compito di garanzia che spetta allo Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in un contesto ormai accentuato di pluralismo confessionale e culturale. Lo Stato, insomma, non può essere indifferente o neutrale di fronte alla religione e qui non è in ballo solo la religione cattolica; lo Stato deve garantire la tutela della libertà religiosa come diritto fondamentale e inalienabile della persona, un diritto valido per tutti. 
Una sana laicità, allora, è in grado di riconoscere, di rispettare e di valorizzare tanto la sfera sacrale/religiosa quanto quella profana/secolare nell’interesse del cittadino, di ogni cittadino e di tutti i cittadini. Una vera laicità comporta, quindi, il riconoscimento delle molteplici dimensioni dell’uomo che - come ricorda la Lettera ai Tessalonicesi - è spirito, anima e corpo (cfr. 1Ts 5,23). E, quindi, l’uomo è immanenza e trascendenza, relazionalità verticale (o teologica) e orizzontale (o antropologica) e, ancora, interiorità e esteriorità. 
L’uomo è l’insieme di tutte queste dimensioni; tra esse, vi è anche quella religiosa che va vissuta in modo “pienamente umano”, come ogni altra dimensione della persona. Appare, così, tutta l’incongruenza di chi, invece, vorrebbe rinchiudere la fede (la religione) nel recinto interiore della coscienza personale. Viene, allora, spontaneo domandarsi: perché per una realtà così importante e universalmente diffusa come quella religiosa deve essere preclusa la dimensione pubblica, esterna e visibile. Alla fine: ciò a chi giova? Riprendiamo le parole del Vangelo che, ad un tempo, chiariscono e indicano la strada valida per ogni persona di buona volontà: “Rendete… a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21).  
Il Concilio Ecumenico Vaticano II - al n. 36 della costituzione pastorale Gaudium et spes - ha parlato dell’autonomia delle realtà terrene affermando che, insieme alle leggi che regolano la vita delle società civili, godono di legittima autonomia ma che tale autonomia non è mai qualcosa d’assoluto. Il diritto, infatti, non ha come sua unica sorgente e fondamento lo Stato; tutte le volte che ciò si è verificato, nella storia, abbiamo dovuto dolorosamente constatare come l’uomo sia stato sacrificato sul piano della ragione di Stato, qualunque essa fosse: confessionale-religiosa, ideologico-politica, tecno-scientista.  
Si vuol dire, qui, che l’autonomia delle realtà terrene non è un assoluto ma sottostà ad una valutazione morale che non è di qualcuno ma è il riconoscimento di qualcosa che viene prima della sfera religiosa ma, non di meno, prima della sfera politica e della tecno-scienza; così, di fronte a questioni altissime come quelle della vita, non c’è legge degli uomini che tenga. E, in ultima istanza, per opporsi a un’ingiustizia altrimenti irreparabile, si dà la legittimità dell’obiezione di coscienza.  
La festa religiosa e civile del Redentore diventi occasione - per i credenti e i non credenti - per riscoprire il senso di una laicità che porti a vivere nel rispetto delle prerogative antropologiche fondamentali e non miri a ridurre e costringere nel chiuso della coscienza individuale i propri convincimenti iniziando da quelli religiosi. Ricordiamo ancora le ultime parole di Tommaso Moro: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio».  
La laicità sia un ponte - e il ponte di barche che unisce le Zattere al sagrato del Redentore ne è il simbolo - verso quanti non hanno il nostro modo di “sentire” ma hanno a cuore l’uomo, tutto l’uomo - e non solo una sua parte - e ancora, tutti gli uomini e, alla fine, il bene comune.  
Il Redentore vigili su una fede che non può rimanere solo in sacrestia ma che deve essere sempre testimonianza a favore dell’uomo, sui valori umani."

Venezia, 21 luglio 2013
Festa del Santissimo Redentore
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia



Benedetto e il Concilio virtual-popolare




Ultimi diamanti dal Regnante ...

"C'era anche il Concilio dei media, e il mondo ha percepito il Concilio tramite i media. E' arrivato non quello dei padri, ma quello dei media. E mentre per i padri era il concilio della fede che crea l'intelletto, all'interno della fede, nelle categorie dei media, cioè fuori dalla fede, era una lotta politica, di potere tra diverse correnti della Chiesa e logicamente hanno preso parte con la decentralizzazione della Chiesa e tramite il concetto del popolo di Dio, per i laici. Il potere del papa trasferito ai vescovi e poi a tutti: una sovranità popolare. Per loro era questo da approvare".

"E cosi la liturgia non atto di fede, ma attività della comunità, la sacralità cosa pagana, profana. La liturgia non è culto, ma atto dalla partecipazione comune. Questa traduzione e banalizzazione della riforma liturgica nate fuori dalla sua chiave della fede e cosi la Scrittura". 

"Il Concilio dei media, accessibile a tutti ha creato calamità e problemi: seminari e conventi chiusi, la liturgia banalizzata. Il concilio virtuale era più forte del reale".

"Ma il Concilio man mano si realizza e 50 anni dopo vediamo come il virtuale arretra e appare il vero, e nostro compito è lavorare perché il vero Concilio si realizzi".


BENEDICTUS PP. XVI


dal discorso ai parroci e al clero di Roma.

Il "pro multis", l'infinita questione




di Sandro Magister 
Mentre si avvicina alla conclusione la "recognitio" vaticana della nuova versione italiana del messale romano, la disputa sulla traduzione del "pro multis" nella formula della consacrazione eucaristica ha registrato nuove battute. L'ultima ha per autore il teologo e vescovo Bruno Forte. In un articolo su "Avvenire" del 19 gennaio 2013 Forte si è di nuovo schierato con decisione per tradurre "pro multis" con "per molti", invece che con "per tutti" come si fa da più di quarant'anni in Italia e come analogamente si è fatto in molti altri paesi. "Per molti" è la traduzione che lo stesso Benedetto XVI esige che venga adottata nelle varie lingue, come ha spiegato in una lettera ai vescovi tedeschi dell'aprile 2012. Da qualche tempo, in effetti, la traduzione "per molti" sta tornando in uso in varie lingue e paesi, sotto la spinta delle autorità vaticane e del papa in persona. Ma si registrano anche delle resistenze. È stato segnalato, ad esempio, che a Londra, a Canterbury e in altre località inglesi vari sacerdoti modifichino intenzionalmente il "for many" della nuova versione inglese del messale, approvata dal Vaticano, e dicano: "for many and many". In Italia la nuova versione non è ancora entrata in vigore. Ma quando anche qui il "per molti" diventerà legge – come sicuramente avverrà –, sono state già annunciate proteste e disobbedienze. Difendendo a spada tratta la versione "per molti" voluta dal papa, il vescovo-teologo Forte si è consapevolmente contrapposto alla posizione largamente prevalente non solo tra i teologi e i liturgisti ma tra gli stessi vescovi italiani. Nel 2010, infatti, i vescovi italiani riuniti in assemblea generale votarono quasi all'unanimità il mantenimento del "per tutti" nella formula della consacrazione. In quell'occasione, stando agli atti ufficiali della conferenza episcopale italiana, anche Forte si era pronunciato a favore del "per tutti". Ma ora egli spiega che quelle sue parole non esprimevano il suo vero pensiero. Forte ricorda che in un precedente incontro ristretto – col solo direttivo della CEI – aveva espresso la sua preferenza per il "per molti". E se poi, nell'assemblea generale, era parso ripiegare sul mantenimento del "per tutti", era perché aveva messo in primo piano le "difficoltà pastorali" che un cambio di traduzione avrebbe prodotto, seminando nei fedeli il timore che la salvezza di Cristo non fosse offerta, appunto, "per tutti". Già membro della commissione teologica internazionale e ordinato vescovo nel 2004 dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, Forte è oggi arcivescovo di Chieti-Vasto. Ma è indicato da anni come in corsa per sedi cardinalizie di alto livello: da ultimo a Palermo e Bologna, i cui attuali arcivescovi andranno in scadenza nel 2013. Non solo. Si vocifera anche di una sua chiamata a segretario della congregazione vaticana per la dottrina della fede, in sostituzione dell'attuale titolare Luis Francisco Ladaria Ferrer, destinato a una grande diocesi di Spagna. E c'è chi collega queste attese di promozione all'insistenza con cui Forte difende il "per molti" voluto fermamente dal papa. Ma tornando alla polemica sul "pro multis", nel suo articolo su "Avvenire" Forte si dice contrario anche alle traduzioni suggerite nei mesi scorsi da due biblisti e liturgisti italiani, Silvio Barbaglia e Francesco Pieri, ricalcate sulla versione "pour la multitude" in uso nella Chiesa di Francia: "per moltitudini immense" o "per una moltitudine". Gli argomenti di questi due studiosi – entrambi inizialmente favorevoli a mantenere la versione "per tutti" – sono stati riassunti [...] in un servizio che sottolineava il loro avvicinarsi alle posizioni di Benedetto XVI. Ma il secondo dei due, Francesco Pieri, sacerdote della diocesi di Bologna e docente di liturgia, di greco biblico e di storia della Chiesa antica, ha contestato tale interpretazione. Nega di volersi accostare alle posizioni del papa. Continua a giudicare "cattiva" e "falsamente fedele" la versione "per molti". E spiega di aver proposto la versione "per una moltitudine" come unica alternativa accettabile all'ormai "irreversibile" abbandono del "per tutti" deciso dalle autorità vaticane. Anzi, nella seconda delle due note sul tema da lui pubblicate nel 2012 su "Il Regno", Pieri si è spinto molto più in là. Ha scritto che gli studiosi ai quali Benedetto XVI ha fatto riferimento a proprio sostegno nella sua lettera ai vescovi tedeschi non solo sono "pochissimi" ma neppure sono affidabili: "Non sono esegeti di professione e per giunta risentono di una mentalità apertamente tradizionalista, pregiudizialmente assai critica nei confronti della riforma liturgica promossa dal Vaticano II". Ma soprattutto ha chiuso la nota con una esplicita minaccia di insubordinazione, condita da un sarcastico richiamo alla liberalizzazione del rito romano antico della messa: "Stante la già annunciata tensione che deriverebbe dall’entrata in vigore della traduzione 'per molti', non è affatto remoto il rischio che non pochi celebranti ne aggirerebbero l’ostacolo con adattamenti oppure continuando ad attenersi alla formula precedente. Con quale credibilità, con quale speranza di accoglienza, si potrebbe allora invocare il principio dell’unità pastorale, proprio nella strana stagione ecclesiale che ha visto inopinatamente tornare in vigore una forma del rito romano già sostituita dalla sua riforma e perciò giuridicamente 'obrogata'? Oppure dovremo invocare un motu proprio che consenta di utilizzare un’ulteriore forma straordinaria del rito romano in favore di quanti – come il sottoscritto e una moltitudine di altri – ritengono di non poter accettare in coscienza la traduzione 'per molti'? Sarebbe quanto mai opportuno che fedeli e pastori della Chiesa italiana, non da ultimi i teologi e le persone di cultura, manifestassero con più franchezza, in tutte le sedi in grado di alimentare un dibattito pubblico quanto più ampio possibile, le loro riserve nei confronti di questa paventata scelta di traduzione". Curiosamente, quest'ultimo appello ai dissenzienti è diventato realtà proprio sulla stessa pagina di "Avvenire" – il giornale della conferenza episcopale italiana – nella quale Forte ha perorato la causa del "per molti". A fianco dell'articolo del vescovo-teologo c'era infatti un intervento di segno opposto a firma del teologo Severino Dianich, vicario episcopale della diocesi di Pisa per la pastorale della cultura e dell’università, che così terminava: "A questo punto mi domando se non sia giusto preoccu­parsi di una cosa sola, cioè del ri­scontro di un eventuale cambia­mento sui fedeli, soprattutto sui me­no dotti, sui più poveri, su coloro che accolgono le cose più con la sensibi­lità che attraverso il ragionamento, che inevitabilmente resterebbero turbati dal cambiamento. Se non è indispensabile, perché creare dei problemi? Diversi vescovi hanno col­to benissimo la questione pastorale, propo­nendo con buon senso che tutto resti come pri­ma e non si cambino le grandi parole, che da quarant’anni risuonano nelle nostre chiese, proclamando che il sangue di Cristo è stato ver­sato 'per tutti'".

Lefevriani: Di Noia scrive...




di Andrea Tornielli per Vatican Insider
Nuova mossa della Santa Sede verso la Fraternità San Pio X: il vicepresidente di Ecclesia Dei Augustin Di Noia, nelle cui mani da pochi mesi Benedetto XVI ha affidato lo scottante dossier lefebvriano, ha scritto al vescovo Bernard Fellay. E attraverso di lui si è rivolto a tutti i sacerdoti della Fraternità, indicando un percorso per riannodare i fili di un dialogo interrotto dallo scorso giugno.

Come si ricorderà, dopo anni di discussioni dottrinali, nel giugno 2012 la Congregazione per la dottrina della fede aveva consegnato al superiore lefebvriano un preambolo dottrinale approvato da Ratzinger la cui sottoscrizione era premessa per l’accordo e la sistemazione canonica che avrebbe riportato la Fraternità alla piena comunione con Roma. La Santa Sede attendeva una risposta nel giro di alcune settimane. Ma la risposta non è mai arrivata. I lefebvriani hanno studiato la proposta vaticana, ci sono state tensioni interne – per cause preesistenti – che hanno portato all’espulsione di Richard Williamson, uno dei quattro vescovi ordinati da monsignor Lefebvre nel 1988, tristemente famoso per le sue dichiarazioni negazioniste sulle camere a gas. Il cammino intrapreso è sembrato però interrotto, e le dichiarazioni dalle due parti non sono apparse concilianti: il nuovo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Gehrard Müller ha criticato in modo aspro le posizioni lefebvriane, mentre stanno facendo ancora discutere le controverse dichiarazioni di Fellay sui «nemici della Chiesa» che si sarebbero opposti all’accordo con Roma, tra i quali il vescovo lefebvriano ha inserito anche gli «ebrei».
La mossa di Di Noia rappresenta una novità. L’arcivescovo statunitense, domenicano, è un teologo preparato e realista. Nella lettera che ha inviato a Fellay prima di Natale, chiedendo al superiore della San Pio X di farla arrivare a tutti i preti della Fraternità, Di Noia propone un metodo per riprendere il dialogo, compiendo così un ultimo tentativo di fronte allo stallo e a difficoltà che sembrano oggettivamente difficili da superare. Secondo l’autorevole vaticanista francese Jean Marie Guenois, l’ispiratore della missiva sarebbe lo stesso Benedetto XVI, che l’avrebbe riletta e autorizzata. Nella missiva, informa Guenois, si parla del forte desiderio di «superare le tensioni» esistenti. Nel documento, di otto pagine, vengono toccati tre punti essenziali: lo stato attuale dei rapporti, lo spirito di questi rapporti e il metodo per riprendere il dialogo interrotto. A proposito dell’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, uno dei punti più controversi del dialogo, Di Noia ritiene che le relazioni siano ancora «aperte» e «piene di speranza», nonostante certe recenti dichiarazioni di parte lefebvriana. Il vicepresidente di Ecclesia Dei sancisce forse per la prima volta così autorevolmente l’esistenza, nei rapporti con la San Pio X, di un «impasse» di fondo e l’assenza di passi in avanti sull’interpretazione del Concilio.
Nella seconda parte del documento si sottolinea l’importanza dell’unità della Chiesa e dunque la necessità di evitare «l’orgoglio, la collera, l’impazienza». Il «disaccordo su dei punti fondamentali» non deve escludere di dibattere delle questioni controverse con uno «spirito di apertura». Infine, la terza parte della lettera, propone due vie d’uscita per uscire dallo stallo attuale. La prima è il riconoscimento del carisma di monsignor Lefebvre, e dell’opera da lui fondata, che era quello della «formazione di preti» e non quello della «retorica controproducente», né quello di «giudicare e correggere la teologia» o ancora di «correggere pubblicamente gli altri nella Chiesa». La seconda – presente nel documento Donum Veritatis pubblicato nel 1990 a proposito della dissidenza dei teologi progressisti – consiste nel considerare legittime, nella Chiesa cattolica le «divergenze» teologiche, ricordando però che le obiezioni devono essere espresse internamente, non pubblicamente, per «stimolare il magistero» a formulare meglio i suoi insegnamenti. E non devono dunque mai prendere la forma di un «magistero parallelo».
A Roma ora di attende una risposta. Sperando che questa volta sia positiva.


Concilio, liturgia e musica: ne discutono anche i cartoon!




Cartoni animati giapponesi che dibattono sulla musica sacra... come nelle nostre parrocchie (si spera). Beh, che dire? Bella provocazione! 






La cacciata dal tempio




Biglietti, ma soprattutto spettacoli e concerti nelle chiese veneziane: il Patriarca Moraglia ci da un taglio. Più sacro e meno danaro. 

di Daniela Ghio per Il Gazzettino 
Il Patriarca mette un freno alle chiese museo e soprattutto allo sfruttamento in termini economici dei beni ecclesiastici: una posizione chiara contro le chiese a pagamento. Nella prefazione del calendario liturgico diocesano, distribuito alle parrocchie, monsignor Francesco Moraglia sollecita i parroci e i fedeli a riscoprire la vera sacralità dell’azione liturgica, valorizzando la specificità liturgica e non museale delle chiese di Venezia. 
Il Patriarca si richiama alla Costituzione Sacrosanctum Concilium e spiega come ci si trovi talvolta agli antipodi dell’uso degli spazi sacri per fini diversi da quelli per cui sono stati progettati e costruiti: «Talune proposte – afferma il presule - che inizialmente si presentano in termini catechistici e culturali, alla fine sembrano rispondere ad altre logiche». 
Lo spazio sacro di una chiesa, nata per il culto, sottolinea il Patriarca, deve quindi rimanere riferimento all’azione liturgica o a momenti che direttamente o indirettamente preparano o seguono tale azione. «È essenziale – continua – che ogni uso differente da quello liturgico sia regolamentato e comunque si svolga sotto la guida dei competenti organi e uffici diocesani. Anche senza esplicita volontà, è facile usufruire in maniera non consona di spazi liturgici destinandoli ad un uso improprio per cui non sono stati pensati, progettati e costruiti. Il rischio, non sempre presente a tutti, è che una mentalità funzionalistica si affermi in seno alla stessa comunità dei credenti e alle sue guide; l’uso improprio degli spazi sacri, soprattutto quando istituzionalizzato, facilità l’instaurarsi di tale mentalità. In tal modo, smarrita, per esempio, la capacità di percepire il linguaggio del simbolo, ci si interroga sull’uso di un edificio sacro: “ma… cosa ne posso fare?”, “che cosa ne posso ricavare?”, e “cosa ci guadagno?”. Non di rado succede che la mentalità funzionalistica si trasformi in mentalità imprenditoriale; fronteggiare tale tendenza e soprattutto recuperare il senso del sacro, del mistero e dell’adorazione è essenziale». 
Viene messa in discussione pertanto l’attività “istituzionalizzata” di Chorus, associazione per le chiese del patriarcato di Venezia, che prevede la visita turistica delle chiese a pagamento, assicurandone l’apertura e la guardiania. Così come viene messa in discussione l’attività concertistica e di mostre di alcuni templi sottratti al culto. Scaduti i contratti in corso, gli uffici diocesani potrebbero bloccare questo tipo di attività, almeno per le chiese di diretta dipendenza dal patriarcato e non di uso pubblico. Moraglia in particolare desidera che chiunque possa entrare nelle chiese senza pagare il biglietto. E già sì è avuta una prima risposta: dal 1° gennaio la chiesa della Madonna dell’Orto si è tolta dal circuito di Chorus.



La profonda coscienza adorante della fede celebrata




"Rinnovare la fede creduta significa, certamente, come proposto dalle indicazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede per l Anno della Fede, anche trovare occasioni di pubblica professione, senza dimenticare quell' approfondimento, anche culturale, che è sempre necessario e che, progressivamente, educa il pensiero, il quale, svincolatosi dalle maglie del mondo, inizia progressivamente, a  ragionare con una mentalità di fede, traducendo, in esperienza concreta, le provvide indicazioni dell 'Enciclica Fides et ratio del Beato Giovanni Paolo II. 

La fede celebrata, come indica la seconda parte del Catechismo, è un chiaro invito ad una forte riscoperta del senso del sacro, in tutte le nostre comunità, che celebrano i Sacramenti. La superficialità, e talvolta persino la banalizzazione di talune celebrazioni, hanno determinato una disaffezione al rito, che, avendo perso la propria dimensione misterica, ha perso, nel contempo, anche la propria valenza significante. È un clamoroso equivoco quello di chi crede che, riducendo la dimensione sacra e di adorazione, i riti diventino maggiormente comprensibili. Esiste un dialogo misterioso, posto in essere dallo Spirito Santo, e non certo dalle nostre celebrazioni animate , tra la forza dei Sacramenti celebrati, la grazia che essi donano e l anima di ciascun fedele. Nella misura in cui le Chiese particolari e le singole comunità riscopriranno la profonda coscienza adorante della fede celebrata, la nuova evangelizzazione riceverà vigoroso impulso, poiché la fede celebrata, secondo le norme liturgiche della Chiesa, e nella continuità con la sua ininterrotta Tradizione, è quanto di più attraente ci possa essere ed è, essa stessa, evangelizzazione. 

Sappiamo bene come la verità annunciata domandi di essere accompagnata dalla forza della testimonianza. Fin dalle origini, il Cristianesimo è consistito di questa profonda unità tra la verità annunciata e l 'amore vissuto. La terza parte del Catechismo, se ben compresa, è un grande sostegno ad una proposta difede vissuta, che ha, in se stessa, una grande forza evangelizzante, poiché, anche senza parlare, esercita un invincibile magistero. Non dimentichiamo che, in non pochi casi nella storia, per fare tacere la verità è stato necessario sopprimere non solo chi la proclamava, ma anche chi la viveva. Quanti martiri, nel recente passato ed anche nel presente, hanno testimoniato e testimoniano la fede! L unità inscindibile tra fede creduta, fede celebrata e fede vissuta, sarà, allora, il principale fattore dinamico della nuova evangelizzazione. È credendo, celebrando e vivendo in maniera più autentica e fedele, che la Chiesa potrà rinnovare la propria forza evangelizzante."

Cardinal Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero 
"Lectio Magistralis" Roma, 19 maggio 2012




La Riforma Liturgica secondo Magnani




Il Concilio e la sua Riforma Liturgica? Monsignor Paolo Magnani, Vescovo emerito di Treviso, risponde. Da La vita del popolo. 


Lei ha una grande competenza in ambito liturgico. Quali sono i tratti salienti della riforma introdotta dal Concilio e il significato che hanno assunto? 

Quanto alla mia competenza in fatto di Liturgia, non mi considero un grande protagonista, ma piuttosto un discepolo del tempo ecclesiale che ho vissuto. Durante i miei studi alla Gregoriana la Liturgia aveva un ruolo molto modesto, quasi irrilevante. Basti rileggere le cento tesi che si dovevano studiare per la licenza in Teologia. Più che gli studi, in particolare quelli radicati sulla Ecclesiologia del Concilio Vaticano I, furono le Encicliche “Mystici Corporis” e la “Mediator Dei” di Pio XII, ad offrirmi un quadro sulla Liturgia nella Chiesa. Queste Encicliche e il Movimento liturgico, allora in atto, hanno preparato la strada al Concilio. Personalmente mi è stato molto di aiuto la fioritura della Liturgia operata a Pavia dal futuro cardinale Virgilio Noè, negli anni Sessanta. Il nuovo interesse poi, sulla Liturgia si è fatto più vivo con una ricerca sul “Messale in lingua Italiana nell’edizione di Pavia dell’anno 1805”, pubblicato nel 1965. Quanto ai tratti salienti della Costituzione sulla Liturgia, “Sacrosanctum Concilium” promulgata il 4 dicembre 1963, ci portano a considerare la liturgia come il momento più significativo in cui la Chiesa si manifesta: la Chiesa totale, cioè Cristo e il suo Corpo, quale Chiesa della Parola di Dio, della preghiera, operando la Salvezza degli uomini. Mentre si glorifica il Padre in Cristo, si salvano gli uomini. La Liturgia è per la santificazione dell’umanità e quindi, per sua essenza, è pastorale. A proposito, ricordo un principio tradizionale della morale cattolica e della Pastorale: “Sacramenta propter homines”, i Sacramenti esistono per la salvezza degli uomini! Ecco perché la Liturgia ha una dimensione pastorale. A me pare che il senso della riforma liturgica è quello di rendere in modo più espressivo, e vorrei dire a portata di mano, l’azione di Dio Padre, attraverso Gesù Cristo che agisce nella Chiesa per la salvezza dell’umanità intera. Nella Costituzione conciliare Sacrosanctum Conciluim possiamo dire che c’è più Bibbia, più preghiera, più comprensione e più partecipazione. Direi, “più”, non significa che la Liturgia precedente fosse ritualmente e sostanzialmente di “meno”. È un “più” per così dire pastorale, che peraltro si deve misurare anche con la cultura del tempo. E legato a questo “più”, va messo in evidenza l’uso della lingua parlata nelle celebrazioni, che ha permesso ai fedeli una partecipazione più consapevole e più attiva. 

In che misura quella riforma è ancora “in fieri” come sostengono alcuni esperti? 

La Liturgia è sempre in essere ed è sempre “in fieri”, in divenire, proprio come la Chiesa. Sia l’esistente che il “fieri”, dipendono notevolmente dalle Liturgie parrocchiali, dal parroco, dalla partecipazione dei fedeli, dai lettori, dai ministranti e dalle corali. Se la Liturgia è “lex credendi”, cioè norma della fede, questo è vero per tutta la storia e la vita della Chiesa; alcune formule rituali cambiano ma non nel loro significato di fede. La riforma conciliare recita sempre lo stesso “Credo”. L’evoluzione storica di alcuni riti sacramentali non ha mutato la loro sostanza salvifica e il magistero della Chiesa ce lo garantisce. Secondo me ci potrebbero essere anche aspetti che possono rischiare di distogliere i fedeli dal centro dei riti propriamente liturgici e sacramentali, centro che è sempre Gesù Cristo, realmente presente. Mi riferisco all'introduzione nelle celebrazioni eucaristiche, ordinariamente corrette, preparate e vivaci, di strumenti catechistici, sia grafici che luminosi, pur lodevoli, che possono creare una sovrapposizione didattica al mistero celebrato. E’ forse il caso di precisare che l’azione liturgica è innanzitutto “Opus Dei”, Opera di Dio! Poi ci sono alcuni aspetti marginali che dipendono dai gusti, quelli dei “prelati” ma anche quelli dei “parroci”. La riforma liturgica, con Paolo VI, aveva introdotto, per le cotte e per i camici, uno stile all'insegna della semplicità, ma questo stile sta cambiando e si va verso il trionfo del ricamo. Così pure riaffiorano vesti liturgiche che sembravano desuete, eppure legittime. 

Quali gli aspetti che più hanno favorito la partecipazione attiva e consapevole del popolo di Dio all’azione liturgica? 

Per favorire la partecipazione attiva e consapevole alla Liturgia, occorre inculcare la convinzione che Gesù Cristo il Risorto è il centro dinamico della Liturgia, e ci vuole uniti a Lui anche con i gesti corporali. Nella Liturgia, Cristo non è solo, ma con la sua Chiesa, viva. Il cristiano nella Liturgia non è un semplice spettatore ma uno che partecipa e condivide. Senza il Cristo vivente non c’è Liturgia, e senza la Chiesa non c’è Liturgia. Certo che per una corretta partecipazione liturgica il cristiano deve presentarsi con la sua fede, con il suo vivere in Cristo, con la sua totale adesione a Lui. La qualità del cristiano, membro di un popolo sacerdotale, si misura con l’atto della sua fede, professata e testimoniata. Non illudiamoci, il pericolo di un nuovo ritualismo esteriore è sempre in agguato. 

Come ha accompagnato la riforma liturgica a Lodi e a Treviso, riandando ai suoi scritti liturgici durante il suo episcopato più che trentennale? 

Durante il mio Episcopato mi sono impegnato per applicare la Riforma della “Sacrosanctum Concilium”. Quando sono diventato vescovo, cioè nel 1977, erano già promulgati la maggior parte dei testi liturgici: il Messale Romano, tutti i Sacramenti e la nuova Liturgia delle ore. Il mio compito era quello di aiutare la diocesi ad attuare la riforma, sia a Lodi che a Treviso. Diventato vescovo di Treviso ho potuto usufruire del Sinodo diocesano del 1987, promulgato da mons. Antonio Mistrorigo, che dedica una significativa parte delle Costituzioni al culto divino. E sempre a Treviso ho avuto l’opportunità di promulgare un “Direttorio liturgico pastorale”, grazie alla collaborazione intelligente e operosa dell’Ufficio Liturgico diocesano. La consegna di questo Direttorio alla comunità diocesana è stato l’ultimo gesto, forse il più simbolico. Sempre nella scia della riforma liturgica ho realizzato l’adeguamento del presbiterio della Cattedrale di Treviso, e con il posizionamento del nuovo organo si è permesso alla corale di essere accanto all'assemblea  per animarla, e condurla ad una partecipazione attiva nella lode al Signore, attraverso il canto. Quanto ai miei scritti liturgici ho in progetto di riunirli in un solo volume, in occasione del 50° anniversario della promulgazione della “Sacrosanctum Concilium”. Rileggendoli mi sono reso conto come il Concilio abbia influito sulla mia spiritualità liturgica, e quanto il mio lungo esercizio liturgico episcopale mi abbia plasmato insieme al popolo nello spirito della Costituzione “Sacrosanctum Concilium”.

Solo ai vescovi francesi?




"Voi siete responsabili di regioni in cui la fede cristiana si è radicata molto presto e ha recato frutti ammirevoli. Regioni legate a nomi illustri che si sono adoperati tanto per il radicamento e la crescita del Regno di Dio in questo mondo [...].
Queste origini e questo passato glorioso, sempre presenti nel nostro pensiero e tanto cari al nostro spirito, ci permettono di nutrire una grande speranza, insieme salda e audace, al momento di raccogliere le sfide del terzo millennio e di ascoltare le aspettative degli uomini della nostra epoca, alle quali Dio solo può dare una risposta soddisfacente. La Buona Novella che abbiamo il compito di annunciare agli uomini di tutti i tempi, di tutte le lingue e di tutte le culture, si può riassumere in poche parole: Dio, creatore dell'uomo, in suo figlio Gesù ci fa conoscere il suo amore per l'umanità: «Dio è amore» (cfr. i Gv), Egli vuole la felicità delle sue creature, di tutti i suoi figli. La costituzione pastorale Gaudium et spes (cfr. n. 10) ha affrontato le questioni chiave dell'esistenza umana, sul senso della vita e della morte, del male, della malattia e della sofferenza, così presenti nel nostro mondo. Ha ricordato che, nella sua bontà paterna, Dio ha voluto dare delle risposte a tutti questi interrogativi e che Cristo ha fondato la sua Chiesa affinché tutti gli uomini potessero conoscerle. Perciò uno dei problemi più seri della nostra epoca è quello dell'ignoranza pratica religiosa in cui vivono molti uomini e donne, compresi alcuni fedeli cattolici (cfr. esortazione apostolica Christifideles laici, capitolo v).
Per questo motivo la nuova evangelizzazione, nella quale la Chiesa si è risolutamente impegnata dal concilio Vaticano II e della quale il motu proprio Ubicumque et semper ha delineato le principali modalità, si presenta con un'urgenza particolare, come hanno sottolineato i padri del Sinodo che si è da poco concluso. Essa chiede a tutti i cristiani di rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3, 15), consapevole che uno degli ostacoli più temibili della nostra missione pastorale è l'ignoranza del contenuto della fede. Si tratta in realtà di una duplice ignoranza: un disconoscimento della persona di Gesù Cristo e un'ignoranza della sublimità dei suoi insegnamenti, del loro valore universale e permanente nella ricerca del senso della vita e della felicità. Questa ignoranza provoca inoltre nelle nuove generazioni l'incapacità di comprendere la storia e di sentirsi eredi di questa tradizione che ha modellato la vita, la società, l'arte e la cultura europee.
Nell'attuale Anno della fede, la Congregazione per la Dottrina della Fede, nella nota del 6 gennaio 2012, ha dato le indicazioni pastorali auspicabili per mobilitare tutte le energie della Chiesa, l'azione dei suoi pastori e dei suoi fedeli, al fine di animare in profondità la società. È lo Spirito Santo che, «con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova» (Lumen gentium, 4). 
Questa nota ricorda che «ogni iniziativa per l'Anno della fede vuole favorire la gioiosa riscoperta e la rinnovata testimonianza della fede. Le indicazioni qui offerte hanno lo scopo di invitare tutti i membri della Chiesa ad impegnarsi perché quest'Anno sia occasione privilegiata per condividere quello che il cristiano ha di più caro: Cristo Gesù, Redentore dell'uomo, Re dell'Universo, “autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 2)». Il Sinodo dei vescovi ha proposto di recente a tutti e a ognuno i mezzi per condurre a buon fine questa missione. L'esempio del nostro divino Maestro è sempre il fondamento di tutta la nostra riflessione e della nostra azione. Preghiera e azione, questi sono i mezzi che il nostro Salvatore ci chiede ancora e sempre di utilizzare.
La nuova evangelizzazione sarà efficace se coinvolgerà a fondo le comunità e le parrocchie. I segni di vitalità e l'impegno dei fedeli laici nella società francese sono già una realtà incoraggiante. 
"I laici, con i loro vescovi e i sacerdoti, sono protagonisti nella vita della Chiesa e nella sua missione di evangelizzazione. In diversi suoi documenti (Lumen gentium, Apostolicam actuositatem, tra gli altri), il concilio Vaticano II ha sottolineato la specificità della loro missione: permeare le realtà umane dello spirito del Vangelo. I laici sono il volto del mondo nella Chiesa e allo stesso tempo il volto della Chiesa nel mondo. Conosco il valore e la qualità del multiforme apostolato dei laici, uomini e donne. Unisco la mia voce alla vostra per esprimere loro i miei sentimenti di stima.
La Chiesa in Europa [...] non può restare indifferente dinanzi alla diminuzione delle vocazioni e delle ordinazioni sacerdotali, e neppure degli altri tipi di chiamate che Dio suscita nella Chiesa. È urgente mobilitare tutte le energie disponibili, affinché i giovani possano ascoltare la voce del Signore. Dio chiama chi vuole e quando vuole. Tuttavia, le famiglie cristiane e le comunità ferventi restano terreni particolarmente favorevoli. Queste famiglie, queste comunità e questi giovani sono dunque al centro di ogni iniziativa di evangelizzazione, malgrado un contesto culturale e sociale segnato dal relativismo e dall'edonismo.
Essendo i giovani la speranza e il futuro della Chiesa e del mondo, non voglio tralasciare di menzionare l'importanza dell'educazione cattolica. Questa svolge un compito ammirevole, spesso difficile, reso possibile dall'instancabile dedizione dei formatori: sacerdoti, persone consacrate o laici. Al di là del sapere trasmesso, la testimonianza di vita dei formatori deve permettere ai giovani di assimilare i valori umani e cristiani al fine di tendere alla ricerca e all'amore del vero e del bello (cfr. Gaudium et spes, 15). Continuate a incoraggiarli e ad aprire loro nuove prospettive affinché beneficino anche dell'evangelizzazione. Gli istituti cattolici sono chiaramente al primo posto nel grande dialogo tra la fede e la cultura. L'amore per la verità che irradiano è di per sé evangelizzatore. Sono ambiti d'insegnamento e di dialogo, e anche centri di ricerca, che devono essere sempre più sviluppati, più ambiziosi."

Dal discorso del Santo Padre Benedetto XVI 
ai vescovi francesi in visita ad limina apostolorum

Dalla Costa diventa "Giusto tra le nazioni"




Giorgio Bernardelli per Vatican Insider 
Lo Yad Vashem - l’istituto storico che a Gerusalemme tiene viva la memoria della Shoah - ha assegnato ufficialmente ieri alla memoria del cardinale arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa (1872-1961) il titolo di Giusto tra le nazioni, l’onorificenza con cui il mondo ebraico esprime la sua gratitudine a chi mise a repentaglio la propria vita per salvare quella di alcuni ebrei durante la persecuzione nazista.
La decisione dello Yad Vashem - che scriverà il nome del cardinale Dalla Costa sul muro dell’onore insieme a quelli di tutti gli oltre 24 mila Giusti tra le nazioni  - sancisce un impegno già ampiamente riconosciuto dalla storiografia italiana. Sono numerose infatti le testimonianze che raccontano di come fosse il porporato in persona a guidare la rete dei sacerdoti e dei religiosi che in Toscana offrirono rifugio a tanti ebrei in quegli anni difficili. Non solo: il ruolo di Dalla Costa fu particolarmente importante anche perché proprio Firenze vide nel novembre 1943 l’arresto del rabbino capo Nathan Cassuto (che morirà ad Auschwitz) insieme a tutta la rete di sostegno clandestina organizzata dalla comunità ebraica. Da quel momento in poi, dunque, il cardinale a Firenze restò l’unico vero punto di riferimento per chi cercava rifugio.
Tra le testimonianze raccolte dallo Yad Vashem c’è quella della signora Lya Quitt che ha ricordato come - fuggita dalla Francia a Firenze all’inizio del settembre 1943 - venne portata proprio in arcivescovado dove trascorse la notte insieme ad altri ebrei lì ospitati, prima di essere indirizzata il giorno dopo a uno dei tanti conventi che in città, su indicazione dell’arcivescovo, avevano aperto le porte agli ebrei. L’istituto di Gerusalemme cita anche le parole di Giorgio La Pira secondo cui «l’anima di questa attività d’amore di Dalla Costa era salvare il maggior numero possibile di fratelli».
Il cardinale Elia Dalla Costa è il primo cardinale italiano a ricevere il titolo di Giusto tra le nazioni. Va aggiunto, però, che c’è almeno un altro porporato cui la comunità ebraica italiana è unanime nel riconoscere un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei in quegli anni: si tratta del cardinale arcivescovo di Genova Pietro Boetto. In quel caso però, almeno per ora, lo Yad Vashem lo ha riconosciuto solo indirettamente, assegnando già nel 1976 il titolo di Giusto tra le nazioni al suo segretario, don Francesco Repetto.
L’arcidiocesi di Firenze ha espresso attraverso una nota la sua gratitudine per la decisione presa a Gerusalemme. «Il riconoscimento - ha commentato il cardinale Giuseppe Betori, attuale arcivescovo  - raggiunge un pastore ancora nel cuore dei fiorentini con un gesto che rafforza anche l'amicizia e il dialogo fra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico. Il cardinale Dalla Costa è stata una figura non solo di grande soccorso per gli ebrei ma ha anche espresso con forza l'avversione a quel regime totalitario razzista all'origine di quella terribile persecuzione. Il riconoscimento del Museo dell'Olocausto è un prezioso contributo a riscoprirlo e pregarlo mentre è in corso la sua causa di beatificazione».

Partecipazione attiva: non solo parlare, ma anche ascoltare



Da papa Benedetto, un chiarissimo discorso ai membri dell'associazione Italiana Santa Cecilia. Da leggere e diffondere assolutamente.

Cari fratelli e sorelle! 
Con grande gioia vi accolgo, in occasione del pellegrinaggio organizzato dall’Associazione Italiana Santa Cecilia, alla quale va anzitutto il mio plauso, con il saluto cordiale al Presidente, che ringrazio per le cortesi parole, e a tutti i collaboratori. Con affetto saluto voi, appartenenti a numerose Scholae Cantorum di ogni parte d’Italia! Sono molto lieto di incontrarvi, e anche di sapere - come è stato ricordato - che domani parteciperete nella Basilica di San Pietro alla celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Arciprete Angelo Comastri, offrendo naturalmente il servizio della lode con il canto. 
Questo vostro convegno si colloca intenzionalmente nella ricorrenza del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. E con piacere ho visto che l’Associazione Santa Cecilia ha inteso così riproporre alla vostra attenzione l’insegnamento della Costituzione conciliare sulla liturgia, in particolare là dove – nel sesto capitolo – tratta della musica sacra. In tale ricorrenza, come sapete bene, ho voluto per tutta la Chiesa uno speciale Anno della fede, al fine di promuovere l’approfondimento della fede in tutti i battezzati e il comune impegno per la nuova evangelizzazione. Perciò, incontrandovi, vorrei sottolineare brevemente come la musica sacra può, anzitutto, favorire la fede e, inoltre, cooperare alla nuova evangelizzazione. 
Circa la fede, viene spontaneo pensare alla vicenda personale di Sant’Agostino - uno dei grandi Padri della Chiesa, vissuto tra il IV e il V secolo dopo Cristo - alla cui conversione contribuì certamente e in modo rilevante l’ascolto del canto dei salmi e degli inni, nelle liturgie presiedute da Sant’Ambrogio. Se infatti sempre la fede nasce dall’ascolto della Parola di Dio – un ascolto naturalmente non solo dei sensi, ma che dai sensi passa alla mente ed al cuore – non c’è dubbio che la musica e soprattutto il canto possono conferire alla recita dei salmi e dei cantici biblici maggiore forza comunicativa. Tra i carismi di Sant’Ambrogio vi era proprio quello di una spiccata sensibilità e capacità musicale, ed egli, una volta ordinato Vescovo di Milano, mise questo dono al servizio della fede e dell’evangelizzazione. La testimonianza di Agostino, che in quel tempo era professore a Milano e cercava Dio, cercava la fede, al riguardo è molto significativa. Nel decimo libro delle Confessioni, della sua Autobiografia, egli scrive: «Quando mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai primordi nella mia fede riconquistata, e alla commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica» (33, 50). L’esperienza degli inni ambrosiani fu talmente forte, che Agostino li portò impressi nella memoria e li citò spesso nelle sue opere; anzi, scrisse un’opera proprio sulla musica, il De Musica. Egli afferma di non approvare, durante le liturgie cantate, la ricerca del mero piacere sensibile, ma riconosce che la musica e il canto ben fatti possono aiutare ad accogliere la Parola di Dio e a provare una salutare commozione. Questa testimonianza di Sant’Agostino ci aiuta a comprendere il fatto che la Costituzione Sacrosanctum Concilium, in linea con la tradizione della Chiesa, insegna che «il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne» (n. 112). Perché «necessaria ed integrante»? Non certo per motivi puramente estetici, in un senso superficiale, ma perché coopera, proprio per la sua bellezza, a nutrire ed esprimere la fede, e quindi alla gloria di Dio e alla santificazione dei fedeli, che sono il fine della musica sacra (cfr ibid.). Proprio per questo vorrei ringraziarvi per il prezioso servizio che prestate: la musica che eseguite non è un accessorio o solo un abbellimento esteriore della liturgia, ma è essa stessa liturgia. Voi aiutate l’intera Assemblea a lodare Dio, a far scendere nel profondo del cuore la sua Parola: con il canto voi pregate e fate pregare, e partecipate al canto e alla preghiera della liturgia che abbraccia l’intera creazione nel glorificare il Creatore. 
Il secondo aspetto che propongo alla vostra riflessione è il rapporto tra il canto sacro e la nuova evangelizzazione. La Costituzione conciliare sulla liturgia ricorda l’importanza della musica sacra nella missione ad gentes ed esorta a valorizzare le tradizioni musicali dei popoli (cfr n. 119). Ma anche proprio nei Paesi di antica evangelizzazione, come l’Italia, la musica sacra -con la sua grande tradizione che è propria, che è cultura nostra, occidentale - può avere e di fatto ha un compito rilevante, per favorire la riscoperta di Dio, un rinnovato accostamento al messaggio cristiano e ai misteri della fede. Pensiamo alla celebre esperienza di Paul Claudel, poeta francese, che si convertì ascoltando il canto del Magnificat durante i Vespri di Natale nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi: «In quel momento – egli scrive – capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla». Ma, senza scomodare personaggi illustri, pensiamo a quante persone sono state toccate nel profondo dell’animo ascoltando musica sacra; e ancora di più a quanti si sono sentiti nuovamente attirati verso Dio dalla bellezza della musica liturgica come Claudel. E qui, cari amici, voi avete un ruolo importante: impegnatevi a migliorare la qualità del canto liturgico, senza aver timore di recuperare e valorizzare la grande tradizione musicale della Chiesa, che nel gregoriano e nella polifonia ha due delle espressioni più alte, come afferma lo stesso Vaticano II (cfr Sacrosanctum Concilium, 116). E vorrei sottolineare che la partecipazione attiva dell’intero Popolo di Dio alla liturgia non consiste solo nel parlare, ma anche nell'ascoltare, nell'accogliere con i sensi e con lo spirito la Parola, e questo vale anche per la musica sacra. Voi, che avete il dono del canto, potete far cantare il cuore di tante persone nelle celebrazioni liturgiche. 
Cari amici, auguro che in Italia la musica liturgica tenda sempre più in alto, per lodare degnamente il Signore e per mostrare come la Chiesa sia il luogo in cui la bellezza è di casa. Grazie ancora a tutti per questo incontro! Grazie.

BENEDICTUS PP. XVI 

Discorso all’incontro promosso dall’Associazione Italiana Santa Cecilia.

Sala Stampa della Santa Sede

Lefevriani: c'è ancora speranza




Dopo l'espulsione di Williamson, la Fraternità fondata dal vescovo Lefebvre chiede "più tempo per dare una risposta all’offerta di riconciliazione del Vaticano". Si riaccende quella speranza che dalle parole di Monsignor Müller, Prefetto della Dottrina della Fede, sembrava destinata a svanire. 

di Alessandro Speciale per Vatican Insider 
I lefebvriani hanno bisogno di più tempo per dare una risposta all’offerta di riconciliazione del Vaticano, e la Santa Sede sembra essere disposta a concederlo. Un comunicato diffuso oggi dalla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” – incaricata dei rapporti con le comunità tradizionaliste all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede e presieduta dal prefetto di quest’ultima, monsignor Gerhard Ludwig Müller – informa che lo scorso 6 settembre la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha chiesto “ulteriore tempo di riflessione e di studio” per rispondere alla proposta di riconciliazione della Santa Sede.

Ecclesia Dei riconosce che “dopo trent’anni di separazione, è comprensibile” che per i tradizionalisti “vi sia bisogno di tempo per assorbire il significato” dei recenti sviluppi nei rapporti tra Roma e Econe, e ricorda che per la riconciliazione c’è bisogno di “pazienza, serenità, perseveranza e fiducia”.
La proposta vaticana risale allo scorso 13 giugno, quando la Commissione ha sottoposto al superiore lefebvriano, monsignor Bernard Fellay, una “dichiarazione dottrinale unitamente ad una proposta per la normalizzazione canonica del proprio stato all’interno della Chiesa cattolica”, nella forma di una Prelatura Apostolica come quella attualmente riservata all’Opus Dei.
Da allora, i lefebvriani hanno tenuto il capitolo generale che ha formulato tre condizioni indispensabili per la riconciliazione – l’uso esclusivo della messa tridentina, il diritto di criticare gli “errori” del Concilio Vaticano II e la garanzia di avere almeno un proprio vescovo. In più occasioni, i leader della Fraternità hanno però segnalato di non poter accettare la dichiarazione dottrinale presentata dal Vaticano, senza però inviare una risposta ufficiale.
Poi, la scorsa settimana, la leadership lefebvriana ha annunciato l’espulsione di monsignor Richard Williamson, uno dei quattro vescovi della Fraternità, da tempo in rotta con i vertici per il suo rifiuto di ogni possibile compromesso con Roma e per aver chiesto a Fellay di dimettersi. Williamson era stato all’origine di una grave crisi nei rapporti ebraico-cattolici nel 2009, quando aveva reiterato le sue posizioni negazioniste sull’Olocausto poco prima che papa Benedetto XVI revocasse la scomunica dei quattro presuli lefebvriani. Il comunicato di Ecclesia Dei non fa alcun riferimento all’espulsione di Williamson, che pure è stata accolta con favore nei Sacri Palazzi.
Invece, la Commissione fa il punto del percorso di riavvicinamento tra i tradizionalisti e il Vaticano, fortemente voluto da papa Ratzinger, dopo “tre anni di dialoghi dottrinali e teologici” su “alcuni punti controversi nell’interpretazione di certi documenti del Concilio Vaticano II”. Il “punto fondamentale” in questo “cammino difficile”, dopo la liberalizzazione della messa tridentina nel 2007 e l’abolizione delle scomuniche nel 2009, è stata proprio la presentazione della versione definitiva del “Preambolo dottrinale” lo scorso 13 giugno. 

Liturgie papali: riecco il fanone con un po' di Veneto




Paolo VI lo mandò in naftalina verso il 1965 come ultima reliquia di una liturgia papale radicalmente sconvolta. Invece quel fanone tornò dopo vent'anni d'armadio sulle spalle di Giovanni Paolo II, accompagnato da - quasi una rievocazione - una ricca pianeta barocca. Domenica scorsa il gran ritorno in occasione delle canonizzazioni di sette Beati in Piazza San Pietro, sopra una casula dalla foggia medievaleggiante made in Veneto: è stato riutilizzato infatti il parato confezionato per la Celebrazione Liturgica a Parco San Giuliano, il grande appuntamento dei 300 mila fedeli durante la visita veneziana del Santo Padre. Oltre alla casula con la stola, il Papa ha indossato anche la mitra relativa e i cardinali diaconi le medesime dalmatiche mestrine. Mediare è saggio e l'organza di seta appositamente tessuta da Rubelli nonché l'affinità cromatica con il fanone non lasciano spazio ad eclatanti accuse di tridentinismo che irragionevolmente hanno accompagnato alcune scelte di questo Pontificato. Non rievocazione, ma continuità, come vuole Benedetto. 





del Cardinale Enrico Dante per Enciclopedia Cattolica (V, Città del Vaticano, 1950, coll. 1024-1025) 

FANONE. - Nella sua forma attuale è un ornamento proprio del solo Sommo Pontefice, che lo assume quando celebra solennemente, dopo l'ora canonica di terza. Consiste in una doppia mozzetta di seta finissima e oro, tessuta in strisce perpendicolari, una bianca, l'altra d'oro, congiunte fra loro da una terza più piccola di colore amaranto: un palloncino d'oro ne borda l'estremo sia superiore che inferiore: la mozzetta esterna ha inoltre ricamata una croce d'oro con raggi. Queste due mozzette sono cucite nella parte che circonda il collo, allacciandosi con un bottone le aperture corrispondenti alle spalle; ora non più, perché Pio X per comodità le fece separare. Nelle Messe pontificali, quando il papa ha preso il succintorio e la croce pettorale, il cardinale diacono ministrante gli impone la prima mozzetta del f., poi la stola, le dalmatiche, la pianeta, e sopra di essa la seconda mozzetta: in ultimo il pallio. 

È molto difficile rimontare alle origini di questo ornamento. Confuso forse in principio con il manipolo, o con l'amitto (anabolagio), o con gli oralia, specie di fazzoletti o tovaglioli, che servivano ad asciugare il sudore del capo e perciò portati intorno al collo, passò nella forma attuale verso il sec. XIII. Precedentemente serviva a coprire il capo a guisa di cappuccio e vi si metteva sopra la mitra. Usava non solo nelle funzioni liturgiche, ma anche in circostanze profane, come in occasione di pranzi solenni, nella distribuzione del presbiterio. In un antico messale, di cui si ignora la data, della chiesa di S. Damiano in Assisi è detto che il papa mette sul capo il fanone senza la mitra per la lavanda dei piedi il Giovedì Santo; e che il Venerdì Santo non usa il fanone. Pietro Aurelio, sacrista di Urbano V nel 1362, nel suo Cerimoniale romano dice che il papa mangiava in pubblico con il manto rosso e con il fanone o orale sul capo sotto la mitra. Di Bonifacio VIII sappiamo che portava il fanone sotto la mitra, e che fu sepolto con esso; lo stesso dicasi di Clemente IV morto nel 1268. Innocenzo III (nel De mysteriis Missae, l. I, cap. 13) parla esplicitamente di questo ornamento che chiama orale: si è dunque al principio del sec. XIII. Qualche autore vorrebbe vedere il fanone nella figura scolpita nella porta di bronzo nella cappella di S. Giovanni Evangelista al Laterano rappresentante Celestino III. 

Vari autori vogliono che l'uso dei vescovi greci di coprirsi la testa con un velo, quando hanno assunto gli ornamenti principali, abbia dato origine al fanone del papa; ma è cosa incerta. Altri, invece, e con essi lo stesso Innocenzo III, intendono far derivare il fanone dall'ephod del sommo sacerdote ebreo, anch'esso tessuto di strisce d'oro e colorate, ma di diversa forma.


Papa Giovanni Paolo II  indossa il fanone papale nel 1985


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