Salus infirmorum,
ora pro nobis.
"Oggi, dopo quasi cinque secoli, la festa del Redentore è ancora viva tra il popolo che vi partecipa numeroso. Vi è, però, il rischio che il significato religioso della festa venga oscurato e la componente folcloristica prenda il sopravvento giungendo ad azzerare quella religiosa. D’altra parte è evidente che una celebrazione religiosa entrata nel comune sentire della polis, in un contesto fortemente secolarizzato come l’attuale, rischi di veder compromesso l’originario senso religioso. Così è anche per la festa veneziana del Redentore. Questa considerazione ci porta a riflettere su un tema più ampio - seppure a questo connesso - quello della laicità; e proprio su di esso desidero soffermarmi in questa festa del Redentore.
Una sana laicità - vedremo in che senso - è fondamentale sia per il cittadino sia per il cristiano; essa, infatti, è legata alla struttura stessa della persona di cui l’umano e il creaturale sono dimensioni imprescindibili. In altri termini, la persona - nella sua realtà antropologico-creaturale - viene temporalmente e ontologicamente prima dello Stato (quindi del cittadino) e dell’adesione a qualsiasi religione (quindi del credente).
In tal modo la festa del Redentore - nella sua acuita problematicità, ovvero il religioso che entra nel tessuto socio-culturale sempre più secolarizzato della civis - domanda di considerare, in modo più ampio, il rapporto fra sfera sacra o religiosa e profana o secolare.Riflettiamo, quindi, sulla laicità che sta sullo sfondo di quanto detto finora a proposito del rapporto sacro/profano, religioso/secolare.La laicità - per il cittadino e il credente - è realtà fondamentale. Ricordiamo, per esempio, che per la Chiesa la fede - ossia, il “sì” detto a Gesù Cristo - deve essere scelta libera e responsabile.
Non dimentichiamo poi che la sfera sacrale/religiosa o profana/secolare - prima di riguardare ambiti distinti della convivenza sociale e civile e, quindi, prima d’essere esteriore all’uomo - riguarda ambiti distinti “all’interno” dell’uomo, che appartengono all’uomo e lo costituiscono tale.
La risposta di Gesù, a coloro che domandavano se era lecito o no pagare il tributo a Cesare, indica un percorso sempre valido al di là di situazioni contingenti o singole epoche. Gesù pone una distinzione che è - ad un tempo - fondante e fondamentale; infatti, Dio e Cesare, nei loro ambiti specifici, sono interlocutori imprescindibili per l’uomo di ogni epoca.Si tratta - lo abbiamo detto - di una distinzione fondamentale e fondante perché, fino ad allora, né lo Stato ebraico, con la sua teocrazia, né l’impero romano, con il culto a Cesare, erano pervenuti alla vera laicità, quella che Gesù indica.
La distinzione è fondamentale e fondante, poiché in essa c’è la vera novità da cui deriva la forma moderna dello Stato, ossia la possibilità d’essere sia leali sudditi del “re”, pur essendo uomini di fede, sia veri credenti ed insieme autentici cittadini impegnati a lavorare per il bene della civis.
Cito qui la figura luminosa e oggi attualissima - per l’obiezione di coscienza - di Tommaso Moro, primo ministro del Re che muore per difendere la sua libertà di credente. Tommaso Moro è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1935 e dal 1980 il suo nome è inserito anche nel martirologio anglicano. È universalmente riconosciuto come simbolo di integrità ed eroico testimone del primato della coscienza al di là dei confini nazionali e delle confessioni religiose. Le sue ultime parole furono: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio». Un grande ideale per tutti coloro che dedicano la propria vita al servizio del bene comune (cfr. Atti del Giubileo dei Governanti e dei Parlamentari / anno 2000).
Ritorniamo alle parole di Gesù: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21).Si tratta di riflettere, in modo compiuto, sulla laicità considerata snodo essenziale sia nella vita del credente sia del cittadino.Credente e cittadino devono guardarsi dai differenti “confessionalismi”: religioso, scientista, laicista. Molte, infatti, sono le forme di confessionalismo: quello religioso, quello tecno-scientifico, infine, quello ideologico politico-partitico o culturale.Oltre la forma di confessionalismo religioso si danno anche quelli tecnico-scientifico e ideologico politico-culturale che, a loro volta, sono opprimenti e pervasivi per la libertà di coscienza dei credenti e dei cittadini. La storia, in proposito, fornisce un amplissimo campionario che si dispiega lungo le differenti epoche.
Il tema della laicità - e non da oggi - è occasione di incomprensioni sia a livello culturale sia politico. E i molteplici significati che, di volta in volta, vengono attribuiti al termine “laico” e “laicità” dicono quanto sia necessario far chiarezza anche a livello di significato poiché il termine, attualmente, risulta in sé equivoco e ognuno finisce per intenderlo in modi diversi; il discorso meriterebbe d’esser approfondito secondo tale ampia logica ma stiamo, invece, su una prospettiva più ristretta, quella che riguarda il nostro ordinamento giuridico.
Nel nostro ordinamento giuridico - è bene ricordarlo - il termine “laicità” non compare nella legislazione ordinaria, né risulta utilizzato dalla Costituzione per qualificare l’atteggiamento dello Stato in materia religiosa; piuttosto, il principio di laicità è legato alla giurisprudenza della Corte Costituzionale.
E’ la Corte Costituzionale che, in una famosa sentenza della fine degli anni Ottanta (la n. 203 del 1989), qualifica il principio di laicità come “principio supremo dell’ordinamento costituzionale” e come “uno dei profili della forma di Stato delineato dalla Costituzione”.
E’, questo, un principio di laicità inteso in senso “aperto” e “positivo”, che non indica o suggerisce l’indifferenza o, addirittura, l’ostilità dello Stato dinanzi alla religione (o alle religioni) ma piuttosto il compito di garanzia che spetta allo Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in un contesto ormai accentuato di pluralismo confessionale e culturale. Lo Stato, insomma, non può essere indifferente o neutrale di fronte alla religione e qui non è in ballo solo la religione cattolica; lo Stato deve garantire la tutela della libertà religiosa come diritto fondamentale e inalienabile della persona, un diritto valido per tutti.Una sana laicità, allora, è in grado di riconoscere, di rispettare e di valorizzare tanto la sfera sacrale/religiosa quanto quella profana/secolare nell’interesse del cittadino, di ogni cittadino e di tutti i cittadini. Una vera laicità comporta, quindi, il riconoscimento delle molteplici dimensioni dell’uomo che - come ricorda la Lettera ai Tessalonicesi - è spirito, anima e corpo (cfr. 1Ts 5,23). E, quindi, l’uomo è immanenza e trascendenza, relazionalità verticale (o teologica) e orizzontale (o antropologica) e, ancora, interiorità e esteriorità.
L’uomo è l’insieme di tutte queste dimensioni; tra esse, vi è anche quella religiosa che va vissuta in modo “pienamente umano”, come ogni altra dimensione della persona. Appare, così, tutta l’incongruenza di chi, invece, vorrebbe rinchiudere la fede (la religione) nel recinto interiore della coscienza personale. Viene, allora, spontaneo domandarsi: perché per una realtà così importante e universalmente diffusa come quella religiosa deve essere preclusa la dimensione pubblica, esterna e visibile. Alla fine: ciò a chi giova? Riprendiamo le parole del Vangelo che, ad un tempo, chiariscono e indicano la strada valida per ogni persona di buona volontà: “Rendete… a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21).
Il Concilio Ecumenico Vaticano II - al n. 36 della costituzione pastorale Gaudium et spes - ha parlato dell’autonomia delle realtà terrene affermando che, insieme alle leggi che regolano la vita delle società civili, godono di legittima autonomia ma che tale autonomia non è mai qualcosa d’assoluto. Il diritto, infatti, non ha come sua unica sorgente e fondamento lo Stato; tutte le volte che ciò si è verificato, nella storia, abbiamo dovuto dolorosamente constatare come l’uomo sia stato sacrificato sul piano della ragione di Stato, qualunque essa fosse: confessionale-religiosa, ideologico-politica, tecno-scientista.
Si vuol dire, qui, che l’autonomia delle realtà terrene non è un assoluto ma sottostà ad una valutazione morale che non è di qualcuno ma è il riconoscimento di qualcosa che viene prima della sfera religiosa ma, non di meno, prima della sfera politica e della tecno-scienza; così, di fronte a questioni altissime come quelle della vita, non c’è legge degli uomini che tenga. E, in ultima istanza, per opporsi a un’ingiustizia altrimenti irreparabile, si dà la legittimità dell’obiezione di coscienza.
La festa religiosa e civile del Redentore diventi occasione - per i credenti e i non credenti - per riscoprire il senso di una laicità che porti a vivere nel rispetto delle prerogative antropologiche fondamentali e non miri a ridurre e costringere nel chiuso della coscienza individuale i propri convincimenti iniziando da quelli religiosi. Ricordiamo ancora le ultime parole di Tommaso Moro: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio».
La laicità sia un ponte - e il ponte di barche che unisce le Zattere al sagrato del Redentore ne è il simbolo - verso quanti non hanno il nostro modo di “sentire” ma hanno a cuore l’uomo, tutto l’uomo - e non solo una sua parte - e ancora, tutti gli uomini e, alla fine, il bene comune.
Il Redentore vigili su una fede che non può rimanere solo in sacrestia ma che deve essere sempre testimonianza a favore dell’uomo, sui valori umani."
Venezia, 21 luglio 2013Festa del Santissimo RedentoreOmelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia
Un edificio di straordinaria bellezza che si mostra dopo anni di oblio. In occasione della Biennale d'Architettura, grazie ad un accordo tra amministrazione comunale e Messico, la chiesa di San Lorenzo, inofficiata e chiusa dagli anni venti del secolo scorso, sarà accessibile sino al 29 novembre. Un vero evento, anche per i molti veneziani che mai sono riusciti a mettere piede in uno dei luoghi di culto che, ai tempi della Repubblica, era tra i più importanti dell'intera Venezia.
Fondata con il contiguo monastero benedettino nell'809 per volere della famiglia Partecipazio, la chiesa subì nei secoli successivi ampliamenti e ricostruzioni grazie all'evergetismo suscitato dalle monache di estrazione patrizia alle quali era riservato il monastero.
Le attuali forme si devono al volere della badessa Paola Priuli che, agli inizi del seicento, incaricò per i lavori di ricostruzione l'architetto Simeone Sorella, che sviluppò un'ampia chiesa a pianta quadrata con coro per le monache alle spalle dal grandioso altare di Gerolamo Campagna, posto al centro dell'edificio suddiviso pure da due arcate chiuse da elaborate inferiate. La facciatà restò incompiuta.
La ricchezza della chiesa, raggiunta durante il seicento ed il settecento, è testimoniata dal celebre dipinto di Gabriel Bella, che ritrae pure i due organi battenti, perduti.
| Gabriel Bella La vestizione di una monaca a San Lorenzo |
L'edificio è stato oggetto di importanti scavi archeologici, che hanno interessato gran parte della superficie interna anche per favorire il ritrovamento della tomba di Marco Polo, che vi sarebbe stato sepolto. Nella chiesa furono inumati anche i compositori Francesco Cavalli e Matteo d'Asola.
La chiesa, che si mostra ancora solenne ma violata e deturpata dai decenni di chiusura, rimarrà aperta per tutta la durata della Biennale d'Architettura ad ingresso gratuito, dalle 10:00 alle 18:00 (lunedì escluso). Sino al 2020 resterà in comodato d'uso dello stato messicano che ne curerà i restauri.
"Per i Veneziani del sedicesimo secolo essersi riferiti al Solo in grado di aiutarli, quando ogni altra risposta risulta insufficiente, ha un significato che appartiene all’uomo di ogni tempo che è intrinsecamente segnato da fragilità, debolezze, limiti creaturali a cui si aggiungono quelli che provengono dalla situazione di peccato che - rimosso col battesimo - permane nelle conseguenze come propensione al male.Certamente quello che poteva essere considerato un ostacolo insormontabile nel passato - ad esempio nel sedicesimo secolo - oppure lo è ancora in una determinata circostanza, può non esserlo più oggi - nel ventunesimo secolo - o in altre differenti circostanze. Secondo l’immagine biblica, l’uomo è simile a un vaso di creta che può sbrecciarsi o frantumarsi in mille pezzi.Oggi, noi, uomini del terzo millennio che assistiamo, quasi increduli, ai progressi delletecno-scienze, portiamo in noi - nonostante i risultati conseguiti - le nostre tante fragilità, paure e domande che, non di rado, rimangono prive di risposte, anche se il nostro problema, oggi, non è più il contagio della peste.Attualmente, per noi, costituisce rilevante disagio una società che non riesce più a garantirci un futuro e si qualifica sempre meno con i caratteri della fiducia e della progettualità condivise e sempre più come incerto, un futuro che “viene meno” proprio quando ci interroghiamo su di esso.Il nostro timore riguarda il non “aver futuro”. Ma non “aver futuro” significa veder precipitare nel non senso anche il proprio presente che smarrisce la sua capacità di interessarci alla vita, al bene comune, all'educazione delle nuove generazioni, nei confronti delle quali siamo chiamati a trasmettere i valori che hanno dato forma alla nostra città, alla sua storia, alla nostra convivenza civile.Mentre la peste portava lo sfacelo dei corpi, la mancanza di futuro, il senso diffuso della precarietà, dell’incertezza, dell’impotenza, la convinzione che nulla sia più governabile a livello economico e sociale, afferra la vita soprattutto dei giovani, che si sentono “buttati” nell'esistenza, non più capaci di solcarla procedendo verso una meta, ma sentendosi sbattuti qua e là dalle onde dell’incertezza.Ora, il cristiano è plasmato dalla fede che chiama in causa tutto l’uomo; la fede si interessa di tutto ciò che appartiene all'uomo. L’annuncio cristiano, così, riguarda la retta ragione e la legge naturale ma, nello stesso tempo, non si riduce solamente a ciò, essendo, appunto, annuncio di Gesù Cristo e su di Lui. Secondo tale linea, la fede non si pone “accanto” all'umano, giustapponendosi ad esso ma, piuttosto, “intercetta” l’umano e lo porta a “compimento”, incominciando col “sanarlo”.Anche l’umano entra, a pieno titolo, nella salvezza; la fede non si limita, così, a considerare l’apice superiore dell’uomo, disattendendo ciò che viene prima di esso.La nostra esistenza di ogni giorno caratterizza quindi la vita eterna, il nostro destino ultimo; consideriamo, per esempio, che l’atto di fede non può esser posto se non da una persona che sia libera, conscia, consapevole, padrona di sé. In termini teologici: la grazia suppone la natura, la perfeziona e porta a compimento."
dall'Omelia del Mons. Moraglia, Patriarca.
Festa del Santissimo Redentore 2012
Alle fastose Messe Solenni di un tempo il canto del Gloria, il grande inno di lode, proseguiva molto spesso sino a soverchiare completamente il canto dell'Epistola, se non del Vangelo, dando la possibilità ai compositori di proporre composizioni complesse ed imponenti, come la bella pagina sacra di Baldassarre Galuppi "il Buranello" che oggi vi invitiamo a scoprire.
Profumi d'Austria, all'insegna della varietà stilistica, tradizione e correnti d'oltralpe: un Gloria datato 1779, composto per la Ducal Cappella di San Marco, in cui il Buranello ricopriva il prestigioso incarico di Magister Capellae. L'inno, per coro, soli, trombe, corni, oboe, flauti, archi e basso continuo che alterna gli interventi corali a quelli solistici su un tema dominante (a differenza, ad esempio, del più famoso Gloria vivaldiano), è uno splendido esempio di quel gusto stilisticamente eclettico e formale che si stava via via imponendo nelle vecchie cantorie veneziane e venete verso la seconda metà del secolo. Contrariamente a quanto riportato nell'incisione di seguito proposta (de i Ghislieri Choir & Consort, guidati dal bravo Giulio Prandi, con le eccezionali interpretazioni della venetissima Sara Mingardo e della straordinaria Romina Basso) la Cappella Marciana, come la maggior parte delle Cappelle Musicali dell'epoca, era completamente composta da voci maschili.
Il trionfo della musica policorale e l'apoteosi della Repubblica di Venezia nel più caratteristico e celebrativo rito dello Stato Veneto. Ne avevamo già discusso qualche tempo fa, ma torniamo volentieri all'argomento, cogliendo al balzo la comparsa su Youtube dell'intera incisione filologica (1990) delle musiche della "Messa d'Incoronazione" del Doge Marino Grimani. I Gabrieli Consort e Player, diretti da un magico Paul Mc Creesh ci regalano pure i suoni delle campane, del turibolo e del canto dell'Epistola e del Vangelo intonatati nella mattina del 27 aprile 1595, in una Basilica marciana addobbata a festa per le celebrare il novello Serenissimo Principe. La fantastiche musiche di Andrea e Giovanni Gabrieli, zio e nipote, si susseguono tra gregoriano e intermezzi strumentali di Cesare Bendinelli, plasmando un vero tripudio sonoro, fragmentum di uno splendor liturgiae che merita l'ascolto completo.
La Liturgia si apre con musiche di Giovanni Gabrieli: l'Intonazione ottavo tono, la Canzona [13] à 12. Dopo l'Introito, la Sonata 333 di Cesare Bendinelli. Segue la toccata e l'Intonazione al primo tono di Andrea Gabrieli, Kyrie à 5, Christe à 8, Kyrie à 12 e Gloria à 16 dello stesso autore. Alla conclusione della Colletta l'Intonazione a terzo e quarto tono di Giovanni Gabrieli, sua pure la Canzona [16] à 15 che precede il Vangelo. Il Credo è soverchitato dall'Intonazione al settimo tono dell'Andrea, seguito dal grandioso mottetto Deus qui beatum Marcum à 10 del nipote Giovanni. Dopo il Prefazio, Sanctus e Benedictus à 12. Prima e dopo il Pater Noster, si alternano sonate, intonazioni e fanfare, tra cui la celebre Pian e Forte à 8. L'Agnus Dei è omesso Strepitosa composizione, l'O sacrum convivium à 5 corona i riti di comunione precedendo il Benedictus Dominus Deus sabaoth dello stesso Andrea Gabrieli. La Messa si conclude col monumentale Omnes gentes à 16 di Giovanni.
Quella che può essere definita la “scuola veneziana” vantava perciò caratteri del tutto all'avanguardia e moderni per l'Europa musicale del primo '600 e presentava una varietà melodica, armonica e di generi del tutto unica: ciò si deve al carattere “misto” della sede di San Marco, ove venivano celebrate non solo funzioni sacre ma anche tutti gli eventi politici, militari e di rappresentanza che coinvolgevano la Repubblica
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| Cerimonia in Piazzetta San Marco, incisione di Giacomo Franco |
Una vecchia Venezia, i Campi ricoperi d'erba e la vita quotidiana: la facciata codussiana di San Zaccaria si impone su uno spazio deserto dove solo qualche trave ricorda il lavoro dell'uomo. Ai tempi di questa vecchia stampa all'albumina (1860 circa) magari qualche anziano ancora ricordava le bianche parrucche e le pesanti toghe dei procuratori marciani che seguivano il Doge nel grande corteo che si compiva ogni anno, il 13 settembre, anniversario della Consacrazione della chiesa. Una tradizione che si ricollegava all'anno 855, quando un Papa Benedetto III in fuga da Roma e ospitato dalle monache locali, fissò la consuetudine. La Signoria si recava solenne al convento delle monache, e qui era ricevuta dalla badessa e accompagnata sino all'altar maggiore per assistere alla messa officiata dal patriarca. La data dell'evento fu poi spostata al giorno di Pasqua. La visita dogale rimase tradizione rispettata fino alla fine della Repubblica e richiamava un gran concorso di popolo. La tradizione narra che la chiesa dedicata a San Zaccaria (padre del Battista) sia stata fondata da San Magno nel VII secolo, su un’isola chiamata Ombriola. Il monastero fu costruito dopo l’arrivo del corpo del Santo, che fu donato dall’imperatore d’oriente Leone V. Fu riedificata due volte, la seconda a seguito di un incendio in cui perirono più di cento monache, rifugiatesi nel sotterraneo. Nel 1515 si concluse la costruzione secondo progetto di Mauro Codussi.
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| La Signoria in visita a San Zaccaria di Francesco Guardi (1770-1775) |
Cari amici,
sono lieto di salutarvi cordialmente, quali rappresentanti del mondo della cultura, dell’arte e dell’economia di Venezia e del suo territorio. Vi ringrazio per la vostra presenza e la vostra simpatia. Esprimo la mia riconoscenza al Patriarca e al Rettore che, a nome dello Studium Generale Marcianum, si è fatto interprete dei sentimenti di tutti voi e ha introdotto questo nostro incontro, l’ultimo della mia intensa visita, iniziata ieri ad Aquileia. Vorrei lasciarvi alcuni spunti molto sintetici, che spero vi saranno utili per la riflessione e per l’impegno comune. Questi spunti li traggo da tre parole che sono metafore suggestive: tre parole legate a Venezia e, in particolare, al luogo in cui ci troviamo: la prima parola è acqua; la seconda è Salute, la terza è Serenissima.
Cominciamo dall’acqua – come appare logico per molti versi. L’acqua è simbolo ambivalente: di vita, ma anche di morte; lo sanno bene le popolazioni colpite da alluvioni e maremoti. Ma l’acqua è anzitutto elemento essenziale per la vita. Venezia è detta la “Città d’acqua”. Anche per voi che vivete a Venezia questa condizione ha un duplice segno, negativo e positivo: comporta molti disagi e, al tempo stesso, un fascino straordinario. L’essere Venezia “città d’acqua” fa pensare ad un celebre sociologo contemporaneo, che ha definito “liquida” la nostra società, e così la cultura europea: una cultura “liquida”, per esprimere la sua “fluidità”, la sua poca stabilità o forse la sua assenza di stabilità, la mutevolezza, l’inconsistenza che a volte sembra caratterizzarla. E qui vorrei inserire la prima proposta: Venezia non come città “liquida” – nel senso appena accennato –, ma come città “della vita e della bellezza”. Certo, è una scelta, ma nella storia bisogna scegliere: l’uomo è libero di interpretare, di dare un senso alla realtà, e proprio in questa libertà consiste la sua grande dignità. Nell’ambito di una città, qualunque essa sia, anche le scelte di carattere amministrativo culturale ed economico dipendono, in fondo, da questo orientamento fondamentale, che possiamo chiamare “politico” nell’accezione più nobile e più alta del termine. Si tratta di scegliere tra una città “liquida”, patria di una cultura che appare sempre più quella del relativo e dell’effimero, e una città che rinnova costantemente la sua bellezza attingendo dalle sorgenti benefiche dell’arte, del sapere, delle relazioni tra gli uomini e tra i popoli.
Veniamo alla seconda parola: “Salute”. Ci troviamo nel “Polo della Salute”: una realtà nuova, che ha però radici antiche. Qui, sulla Punta della Dogana, sorge una delle chiese più celebri di Venezia, opera del Longhena, edificata come voto alla Madonna per la liberazione dalla peste del 1630: Santa Maria della Salute. Accanto ad essa, il celebre architetto costruì il Convento dei Somaschi, diventato poi Seminario Patriarcale. “Unde origo, inde salus”, recita il motto inciso al centro della rotonda maggiore della Basilica, espressione che indica come sia strettamente legata alla Madre di Dio l’origine della Città di Venezia, fondata, secondo la tradizione, il 25 marzo del 421, giorno dell’Annunciazione. E proprio per intercessione di Maria venne la salute, la salvezza dalla peste. Ma riflettendo su questo motto possiamo coglierne anche un significato ancora più profondo e più ampio. Dalla Vergine di Nazaret ha avuto origine Colui che ci dona la “salute”. La “salute” è una realtà onnicomprensiva, integrale: va dallo “stare bene” che ci permette di vivere serenamente una giornata di studio e di lavoro, o di vacanza, fino alla salus animae, da cui dipende il nostro destino eterno. Dio si prende cura di tutto ciò, senza escludere nulla. Si prende cura della nostra salute in senso pieno. Lo dimostra Gesù nel Vangelo: Egli ha guarito malati di ogni genere, ma ha anche liberato gli indemoniati, ha rimesso i peccati, ha risuscitato i morti. Gesù ha rivelato che Dio ama la vita e vuole liberarla da ogni negazione, fino a quella radicale che è il male spirituale, il peccato, radice velenosa che inquina tutto. Per questo, Gesù stesso si può chiamare “Salute” dell’uomo: Salus nostra Dominus Jesus. Gesù salva l’uomo ponendolo nuovamente nella relazione salutare con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lo immerge in questa corrente pura e vivificante che scioglie l’uomo dalle sue “paralisi” fisiche, psichiche e spirituali; lo guarisce dalla durezza di cuore, dalla chiusura egocentrica e gli fa gustare la possibilità di trovare veramente se stesso perdendosi per amore di Dio e del prossimo. Unde origo, inde salus. Questo motto richiama molteplici riferimenti; mi limito a ricordarne uno, la celebre espressione di sant’Ireneo: “Gloria Dei vivens homo, vita autem hominis visio Dei” (Adv. haer. IV, 20, 7). Che si potrebbe parafrasare così: gloria di Dio è la piena salute dell’uomo, e questa consiste nello stare in relazione profonda con Dio. Possiamo dirlo anche con i termini cari al neo-beato Giovanni Paolo II: l’uomo è la via della Chiesa, e il Redentore dell’uomo è Cristo.
Infine, la terza parola: “Serenissima”, il nome della Repubblica Veneta. Un titolo davvero stupendo, si direbbe utopico, rispetto alla realtà terrena, e tuttavia capace di suscitare non solo memorie di glorie passate, ma anche ideali trainanti nella progettazione dell’oggi e del domani, in questa grande regione. “Serenissima” in senso pieno è solamente la Città celeste, la nuova Gerusalemme, che appare al termine della Bibbia, nell’Apocalisse, come una visione meravigliosa (cfr Ap 21,1 – 22,5). Eppure il Cristianesimo concepisce questa Città santa, completamente trasfigurata dalla gloria di Dio, come una meta che muove i cuori degli uomini e spinge i loro passi, che anima l’impegno faticoso e paziente per migliorare la città terrena. Bisogna sempre ricordare a questo proposito le parole del Concilio Vaticano II: “Niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo” (Cost. Gaudium et spes, 39). Noi ascoltiamo queste espressioni in un tempo nel quale si è esaurita la forza delle utopie ideologiche e non solo l’ottimismo è oscurato, ma anche la speranza è in crisi. Non dobbiamo allora dimenticare che i Padri conciliari, che ci hanno lasciato questo insegnamento, avevano vissuto l’epoca delle due guerre mondiali e dei totalitarismi. La loro prospettiva non era certo dettata da un facile ottimismo, ma dalla fede cristiana, che anima la speranza al tempo stesso grande e paziente, aperta sul futuro e attenta alle situazioni storiche. In questa stessa prospettiva il nome “Serenissima” ci parla di una civiltà della pace, fondata sul mutuo rispetto, sulla reciproca conoscenza, sulle relazioni di amicizia. Venezia ha una lunga storia e un ricco patrimonio umano, spirituale e artistico per essere capace anche oggi di offrire un prezioso contributo nell’aiutare gli uomini a credere in un futuro migliore e ad impegnarsi a costruirlo. Ma per questo non deve avere paura di un altro elemento emblematico, contenuto nello stemma di San Marco: il Vangelo. Il Vangelo è la più grande forza di trasformazione del mondo, ma non è un’utopia, né un’ideologia. Le prime generazioni cristiane lo chiamavano piuttosto la “via”, cioè il modo di vivere che Cristo ha praticato per primo e che ci invita a seguire. Alla città “serenissima” si giunge per questa via, che è la via della carità nella verità, ben sapendo, come ci ricorda ancora il Concilio, che non bisogna “camminare sulla strada della carità solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita” e che sull’esempio di Cristo “è necessario anche portare la croce; quella che dalla carne e dal mondo viene messa sulle spalle di quanti cercano la pace e la giustizia” (ivi, 38).
Ecco, cari amici, gli spunti di riflessione che volevo condividere con voi. Per me è stata una gioia concludere la mia visita in vostra compagnia. Ringrazio nuovamente il Cardinale Patriarca, l’Ausiliare e tutti i collaboratori per la magnifica accoglienza. Saluto la Comunità ebraica di Venezia - che ha antiche radici ed è una presenza importante nel tessuto cittadino - con il suo Presidente, Prof. Amos Luzzatto. Un pensiero anche ai musulmani che vivono in questa città. Da questo luogo così significativo rivolgo il mio cordiale saluto a Venezia, alla Chiesa qui pellegrina e a tutte le Diocesi del Triveneto, lasciando, come pegno del mio perenne ricordo, la Benedizione Apostolica.
La Pala gotica d'argento dorato della Chiesa di San Salvador torna, dopo il restauro eseguito da Venetian Heritage Inc. in collaborazione con Louis Vuitton, alla sua originaria collocazione sull'altare maggiore della Chiesa, in occasione della visita pastorale di Sua Eminenza il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia.
Contestualmente alla prima esposizione della Pala sull'altare, verrà presentato al pubblico il libro "San Salvador. La Pala d'argento dorato restaurata da Venetian Heritage", pubblicato dalla casa editrice Marcianum Press con il contributo di Louis Vuitton, che testimonia la storia e le fasi del restauro del prezioso manufatto.
Il recupero dell'originario splendore della Pala di San Salvador è stato il primo intervento di Louis Vuitton a sostegno del patrimonio storico artistico italiano.
Il lavoro è stato realizzato dall'equipe Re.Co. di Roma, specializzata nel restauro dei metalli, ed ha restituito ai veneziani e al mondo intero uno dei più preziosi manufatti di oreficeria veneziana della metà del 1300.
Da quasi cinque secoli la Pala d'argento dorato è posizionata sull'altare maggiore della Chiesa di San Salvador. Ordinariamente coperta dal dipinto di Tiziano raffigurante la Trasfigurazione di Cristo, viene svelata per le festività più importanti del calendario liturgico (Natale, Pasqua e la Trasfigurazione) e rimane visibile durante i giorni dell'ottava . La composizione della Pala e le sue dimensioni riprendono quelle della più celebre Pala d'oro della Basilica di San Marco. Pochissimi, anche tra i veneziani, sono a conoscenza dell'esistenza di questo capolavoro.
Prima di essere ricollocata sull'altare maggiore della Chiesa di San Salvador, alla Pala è stata dedicata, infatti, una speciale mostra al Bode Museum di Berlino, dove è conservata una delle più importanti collezioni di scultura europea dal periodo tardo antico fino alla fine del 1700. La mostra, tenutasi dal 1 ottobre 2010 al 13 febbraio 2011, è stata ideata e organizzata dal dottor Julius Chapuis, curatore del dipartimento di scultura del Bode Museum, in collaborazione con Toto Bergamo Rossi, e ha permesso a più di 100.000 visitatori di ammirare la Pala di San Salvador restaurata, durante i quattro mesi di esposizione.Aperture straordinarie e visite guidate
La Pala sarà esposta per la prima volta al pubblico nella sua originaria collocazione, sabato 9 aprile alle 18.00, alla presenza di Sua Eminenza Il Patriarca di Venezia, Angelo Scola, e resterà visibile al pubblico sino a domenica 17 aprile. In occasione della festività pasquale, la Pala sarà nuovamente esposta dal 24 aprile al 1 maggio, riaffermando in questo modo l'antica consuetudine di esporla durante le tre maggiori feste liturgiche dell'anno: a Pasqua, alla festa della Trasfigurazione dal 6 al 13 agosto e a Natale, dal 25 dicembre al 1 gennaio.
Quando il Doge aveva prerogative vescovili e il Primicerio di San Marco, suo Cappellano, ne era rappresentante. Da Demetrio Tribuno (819) alla soppressione del titolo con Luigi Paolo Foscari, nel 1807. Un appuntamento per riscoprire una delle figure più interessanti e radicate nella storia della Serenissima.
mercoledì 30 marzo 2011 alle ore 18.00
presso la sala Sant’Apollonia, Castello 4309
verrà presentato il volume
Il Primiceriato marciano
al tramonto della Repubblica di Venezia
La visita pastorale di Paolo Foscari (1790-1796). I . Basilica ducale
di Manlio Miele
Sopravvissuto di pochi anni alla fatidica caduta della Repubblica di Venezia nel 1797, il Primiceriato di San Marco, ossia quella singolare prelatura addetta all’officiatura della cappella ducale, restò in vita fino al 1807 quando la basilica divenne sede del Patriarcato di Venezia.Una dettagliata analisi dal punto di vista del diritto canonico di questa particolare istituzione ecclesiastica – un “quasi vescovo” facente capo direttamente al doge–, della sua giurisdizione e delle sue dipendenze fra cui alcune parrocchie della città e la Pietà, viene oggi riproposta dal volume di Manlio Miele, contenente pure l’edizione integrale dell’ultima visita pastorale del Settecento riguardante San Marco.relatoriGiorgio Feliciani, Università Cattolica di Milano, Studium Generale MarcianumIrene Favaretto, Procuratore di San MarcoFrancesca Cavazzana Romanelli, Archivio Storico del Patriarcato di Veneziacoordina l’incontroDon Diego Sartorelli, Direttore dell’Archivio Storico del Patriarcatosarà presente l’autore.
Dalle 17.00 sarà possibile visitare nell’adiacente sede dell’Archivio patriarcale
un’esposizione di documenti riguardanti la basilica di San Marco tratti dall’archivio del Primicerio e da altri fondi
Un enorme catino absidale, che richiama quelli delle basiliche di Aquileia e di S. Marco. Sarà l'elemento che più di tutti caratterizzerà il palco papale che verrà allestito nel parco di S. Giuliano, a Mestre, quando papa Benedetto celebrerà la messa, domenica 8 maggio alle ore 10.00, davanti a 150 mila persone. Il progetto viene da Padova ed è firmato dall'architetto Stefano Bianchi, che ha messo molte volte a servizio della liturgia le sue competenze professionali.Bisogna immaginarsi una basilica a cielo aperto, affacciata sulla laguna più famosa del mondo; a far da sfondo il profilo di campanili, cupole, tetti di antiche case costruite sull'acqua – è la magia di Venezia – dai nostri progenitori. Perché una basilica? Intanto perché l'arch. Bianchi ha immaginato proprio una porta d'entrata allo spazio liturgico collocato sull'erba. Questo portale, alto una quindicina di metri, dalle forme semplici, “rinascimentali”, senza fronzoli, segnerà uno stacco dalla quotidianità e un ingresso nell'area riservata alla celebrazione. Sarà collocato all'incirca a fianco della collinetta presente nel parco.
A voler richiamare le forme della basilica, sia pure con l'accostamento di linee moderne ed essenziali, c'è anche l'area del palco che accoglierà il Papa, i vescovi e gli altri sacerdoti celebranti. Imponenti le dimensioni: nel progetto originale l'abside è alta 25 metri, come un palazzo di otto piani. Un'altezza che potrebbe essere un po' limata, per venire incontro a esigenze di budget e allo slogan “bello ma sobrio” che gli organizzatori si sono dati. «Ma senza snaturare il progetto – spiega il progettista – che ha nell'elevazione un elemento molto importante».
Una cupola sopra l’ambone. Al centro del catino absidale sarà posta la sede papale, con ai lati le sedi dei vescovi; gli spazi per i presbiteri saranno su un livello sfalsato, per dare dinamicità alla composizione; i percorsi ministeriali metteranno in relazione le parti. L'altare centrale sarà coperto da un ciborio (una sorta di baldacchino, presente anche nella Basilica di S. Marco). Sopra l'ambone si troverà invece una cupola (un altro elemento architettonico marciano).
Sopra il palco è prevista una copertura rettangolare di 60 metri per 30 (circa un terzo di un campo da calcio), retta da semplici pilastri. Sul lato destro, guardando la sede dei celebranti, si trova un altro palco, più piccolo, per ospitare il coro. Tutte queste strutture si troveranno nell'ampia area circolare – detta “tamburello” - più prossima al bordo lagunare del parco, circondata per tre quarti da un canneto.
I fedeli nel “tamburello”. I fedeli troveranno posto davanti al palco, nella restante area del “tamburello”, nella parte pianeggiante che precede e sulla collinetta che si trova sul lato sinistro, secondo quanto già sperimentato nel corso delle edizioni dell'Heineken Jammin' Festival che qui si sono tenute. Il colpo d'occhio più bello, anzi, si avrà proprio dalle pendici di questa elevazione: parola di architetto.
Il passaggio dal progetto preliminare al progetto esecutivo, cantierabile, ora spetta all'impresa che avrà l'incarico di realizzare l'opera, mentre l'arch. Bianchi e il suo studio manterranno la “direzione artistica”, controllando che la parte ingegneristica rispetti i criteri ispiratori del progetto. E realizzeranno direttamente – attualmente è in fase di progetto – l'apparato liturgico e scenografico: l'altare, l'ambone, le sedi, il ciborio, le immagini iconografiche di abside e cupola, le torri per gli impianti audio e video.
Bellezza e sobrietà. Quanto costerà? E' presto per dirlo. L'appalto non è stato ancora assegnato. E c'è chi, nella commissione apposita che segue la partita economica, sta facendo di tutto per tagliare sulle spese, riducendole all'osso. Bellezza sì, si diceva, ma anche sobrietà.
Le parti strutturali, con ogni probabilità, saranno realizzate in elementi tubolari metallici, rivestiti da cartongesso, o legno o tessuti: materiali tipici delle scenografie, di cui si dovrà curare in particolare, vista l'installazione all'aperto, la resistenza all'acqua. Sui colori si vedrà, ma l'arch. Bianchi pensa a colori tenui, se non un semplicissimo avorio. Anche le immagini dell'abside e della semicupola non sono ancora state scelte. Non saranno con ogni probabililtà una semplice riproposizione di mosaici esistenti nelle basiliche di Aquileia e di Venezia, ma il richiamo potrebbe essere quello.
Si può prevedere che per realizzare i vari elementi e per allestire il palco ci voglia circa un mese di tempo. Solo all'ultimo i vari elementi saranno montati sul luogo. Per smontare il tutto sono da prevedere ancora da una settimana a dieci giorni di lavoro. E' da notare che, spiega l'arch. Stefano Bianchi, «la maggior parte del materiale è riciclabile e riutilizzabile: per parti, o per porzioni, può essere rimontata in modo diverso». Non si butta via niente, insomma. Secondo i canoni del bello e del sobrio, sì; e anche dell'opportuno riuso. (Paolo Fusco)
La nota ed universalmente riconosciuta bellezza delle architetture e dei mosaici della Basilica di San Marco in Venezia non poteva che essere il punto di partenza per “ambientare” il luogo della Celebrazione eucaristica che il Santo Padre Benedetto XVI presiederà domenica 8 maggio 2011, in occasione della sua visita pastorale alle Chiese del Triveneto.
Lo spazio liturgico è stato pensato – in senso generale – come un’abside, espressione visibile del “canone” ecclesiale ed eucaristico, immediatamente riconoscibile da tutti e in sintonia con la tradizione architettonica del Patriarcato veneziano.
L’Eucaristia, presenza sacramentale di Cristo immolato e glorificato, è presente nella vita della Chiesa per virtù dello Spirito Santo: è per questo che l’intero progetto nasce e ruota attorno all’altare – centro visibile della celebrazione – elevato (altus), sormontato ed iconizzato dalla Croce liturgica (in relazione con il sacrificio di Cristo), adombrato da un ciborio – memoria architettonica dell’epiclesi dello Spirito Santo sulle oblate – circondato dai ministri ordinati (il Santo Padre, i Vescovi e, nella zona più bassa ai lati dell’altare, i presbiteri, collaboratori dei Vescovi nel sacerdozio ministeriale).
La Parola di Dio, celebrata nella liturgia, necessita della progettazione di un monumentum (traduzione latina del greco mnemeion, il sepolcro di Cristo) da cui far sgorgare l’annunzio del Vangelo del Risorto: l’ambone sarà pertanto luogo elevato (da anabaino), distinto dall’altare e dallo spazio strettamente eucaristico, e raggiungibile da un percorso ministeriale, cupolato – memoria architettonica del cupolamento del sepolcro dell’Anastasis gerosolimitana – iconizzato dall’immagine della consegna del Vangelo a Marco (riproduzione del mosaico della Basilica di San Marco in Venezia), inserito in una zona fiorita (memoria del giardino pasquale), rischiarato dalla luce del cero pasquale, posto sul candelabro.
La Sede papale è collocata sul fondo dell’“abside” al centro; a destra e a sinistra stanno seduti i Vescovi: con ciò si intende esprimere l’unità del Collegio episcopale in comunione con il Vicario di Cristo e Successore dell’apostolo Pietro. A tal riguardo, sopra il Santo Padre e i Vescovi stanno le riproduzioni delle antiche immagini del Cristo Pantocrator (in corrispondenza della Sede del Santo Padre) e la teoria dei Protovescovi delle Diocesi nate da Aquileia (in corrispondenza dei sedili dei Vescovi). In questo modo si intende esprimere visibilmente – per via di corrispondenza verticale ed orizzontale – la collegialità episcopale e il primato del Vescovo di Roma, la successione apostolica, l’autorità e la custodia del depositum fidei affidato agli Apostoli e ai loro successori, l’apostolicità della celebrazione dell’Eucaristia. (Don Gianandrea Di Donna; liturgista della diocesi di Padova)
Mentre il Palestrina componeva il meglio della sua musica sacra nella Roma "tridentina", nella fastosa Venezia trionfavano le composizioni di Giovanni Gabrieli: da una parte, la scuola romana con il grande successo della polifonia, sulle orme della Riforma, dall'altra la scuola veneziana, con l'esplodere delle più bizzarre formazioni strumentali e dello stile policorale.
Giovanni Gabrieli naque a Venezia verso la metà del '500, studiò con lo zio Andrea. La sua carriera d'organista ruotò tra la Scuola Grande di San Rocco e Basilica di San Marco dove ricoprì, sin dal 1586 il ruolo di primo compositore. Nella Basilica marciana "cappella dogale" direttamente legata allo Stato Veneto, dove si continuava a Celebrare secondo l'antico Rito Patrirchino, fu musicalmente indipendente e libera dai nuovi rigidi regolamenti d'ambito liturgico concepiti in Trento, scatenando l'uso di svariati strumenti a fiato durante i Sacri Riti che finivano nel soverchiare parti dell'Ordinario, il Credo e l'Agnus Dei spesso venivano omessi, come nella Messa "d'Incoronazione" del Doge Marino Grimani, ricostruita nel 1990 da Paul McCreesh in un interessantissima incisione che restituisce in maniera filologica le musiche di Andrea e Giovanni Gabrieli eseguite nella Celebrazione del 1595, di cui vi proponiamo un assaggio, di seguito. L'ascolto si apre con una sonata e fanfara di Cesare Bendinelli, segue poi il mottetto Deus, qui Beatum Marcum di Giovanni Gabrieli:
Tra la rosa delle solenni feste veneziane, non possiamo dimenticare la bella Festa di San Rocco, che si compie ogni 16 agosto tra le splendide architetture della Scuola Grande di San Rocco e della Chiesa che coserva le reliquie del Santo di Montpellier. Al vertice delle iniziative, il grande Pontificale all'Altare (coram Deo) ove è esposto il corpo di San Rocco, alla quale un tempo, partecipava anche il Doge e l'intero Senato della Repubblica.
Di seguito riportiamo qualche immagine della solenne Celebrazione di quest'anno, presieduta da Mons. Eugenio Ravignani, Vescovo emerito di Trieste e affiancato dall'Arciprete e dall'Arcidiacono della Basilica di San Marco, concelebranti. Sul Presiterio, il Guardian grando e la Cancelleria dell'Arciconfraternita di San Rocco. Per l'occasione è stato utilizzato un prezioso Calice donato da San Pio X nel 1909, prelevato temporaneamente dal prezioso tesoro della Scuola Grande, recentemente restaurato.
Stupenda l'animazione musicale, che ha spaziato dal gregoriano alla splendida produzione veneziana e romana (Gabrieli, Palestrina) del '500 e del '600.
Grande assente del 2010, il tradizionale Tendon del Dose, il grande baldacchino posto sul Campo, a coprire il tragitto tra la Chiesa e l'ingresso della Scuola Grande.