Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Psallam Deo meo




Domenico Bartolucci
Cardinale di Santa Romana Chiesa
Direttore Perpetuo della Cappella Musicale Sistina

7 maggio 1917 - 11 novembre 2013









Grazie maestro!


Benedetto e la Chiesa di Dio: l'ultimo regalo




di *** per chiesa.espresso.repubblica.it
La domenica dopo l'Epifania è la domenica del battesimo di Gesù. E in ognuna di queste domeniche, anno dopo anno, Benedetto XVI ha amministrato il primo sacramento dell’iniziazione cristiana a un certo numero di bambini, nella Cappella Sistina. Ogni volta ha dunque avuto modo di pronunciare le formule previste dal rito del battesimo in vigore dal 1969. Ma due parole di questo rito non l’hanno mai convinto del tutto.E così, prima di rinunciare alla cattedra di Pietro, ha ordinato che venissero cambiate nell'originale latino e di conseguenza, a cascata, anche nelle cosiddette lingue volgari. 

Il provvedimento, messo in opera dalla congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, è stato pubblicato dal bollettino ufficiale del dicastero, "Notitiae". A segnalarne l'esistenza, nel silenzio dei media vaticani, è stato il quotidiano della conferenza episcopale italiana "Avvenire". Il decreto che introduce l’innovazione, pubblicato in latino, inizia così:
"Porta della vita e del regno, il battesimo è sacramento della fede, con il quale gli uomini vengono incorporati nell'unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui".
È proprio partendo da questa considerazione che la congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha motivato la variazione nella seconda "editio typica" latina del rito del battesimo dei bambini del 1973 (che nella formula in questione è identico alla prima "editio typica" del 1969):
"Affinché nel medesimo rito sia meglio messo in luce l’insegnamento della dottrina sul compito e dovere della Madre Chiesa nei sacramenti da celebrare". 
La variazione introdotta è la seguente.
D’ora in poi al termine del rito dell’accoglienza, prima di segnare con la croce la fronte del bambino o dei bambini, il sacerdote non dirà più: "Magno gaudio communitas christiana te (vos) excipit", ma invece: "Magno gaudio Ecclesia Dei te (vos) excipit".  

In pratica papa Joseph Ratzinger, da fine teologo, ha voluto che nel rito battesimale si dicesse in modo chiaro che è la Chiesa di Dio – la quale sussiste compiutamente nella Chiesa cattolica – ad accogliere i battezzandi, e non genericamente la "comunità cristiana", termine che sta a significare anche le singole comunità locali o le confessioni non cattoliche come le protestanti.
Nel decreto pubblicato su "Notitiae" si precisa che Benedetto XVI "ha benevolmente stabilito" la suddetta variazione del rito nel corso di un'udienza concessa al prefetto della congregazione, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, il 28 gennaio 2013, appena due settimane prima dell’annuncio delle dimissioni da papa.Il decreto porta la data del 22 febbraio 2013, festa della Cattedra di san Pietro, ed è firmato dal cardinale prefetto e dall’arcivescovo segretario Arthur Roche. E vi si dice che è entrato in vigore dal giorno 31 marzo 2013, regnante già papa Francesco, che evidentemente non ha avuto nulla da obiettare riguardo alla decisione del suo predecessore. L'introduzione della variante nelle lingue volgari sarà curata dalle rispettive conferenze episcopali.

Attualmente in inglese la frase nella quale le due parole “comunità cristiana” dovranno cambiare in “Chiesa di Dio” è:  "The Christian community welcomes you with great joy".
In francese: "La communauté chrétienne t’accueille avec une grande joie".
In spagnolo: "La comunidad cristiana te recibe con gran allegria".
In portoghese: "È com muita allegria que la comunidade cristã te recebe".
Leggermente discostate dall’originale latino sono la versione tedesca: "Mit großer Freude empfängt dich die Gemeinschaft der Glaubenden [La comunità dei credenti ti accoglie con grande gioia]" e quella in vigore in Italia: "Con grande gioia la nostra comunità cristiana ti accoglie", dove c'è l’aggiunta di un "nostra" non presente nell'originale latino. 

La versione italiana è quella che Benedetto XVI ha utilizzato ogni volta che ha amministrato il sacramento nella domenica del Battesimo di Gesù. E forse è proprio quel troppo autoreferenziale "nostra" che ha indotto il papa teologo a decidere il cambiamento.  Fino al 2012, infatti, Benedetto XVI ometteva il "nostra" e pur celebrando in italiano diceva ai piccoli battezzandi: "Con grande gioia la comunità cristiana vi accoglie".Ma alla fine deve aver considerato ambiguo anche l’originale latino. Così lo scorso 13 gennaio, nel celebrare per l’ultima volta da sommo pontefice il battesimo, ha detto: "Cari bambini, con grande gioia la Chiesa di Dio vi accoglie".E poco dopo, tra le ultime disposizioni del suo pontificato, ha prescritto tale formula per tutta la Chiesa.

La liturgia che è tanto bella




"le Chiese ortodosse hanno conservato la liturgia che è tanto bella. Noi abbiamo perso un po' il senso dell'adorazione. Loro adorano Dio e lo cantano, non contano il tempo. Una volta parlando dell'Europa occidentale e della sua Chiesa mi hanno detto che "ex Oriente lux", "ex Occidente luxus", cioè dall'Oriente la luce, dall'Occidente il consumismo e il benessere che hanno fatto tanto male. Invece gli ortodossi conservano questa bellezza di Dio al centro. Quando si legge Dostoevsky si percepisce qual è l'anima russa e orientale. Abbiamo tanto bisogno di questa aria fresca dell'Oriente, di questa luce"
  
FRANCISCUS PP





Liturgie papali: Eucarestia ed ipocrisia spirituale




di Sandro Magister 
C'è una particolarità, nelle messe celebrate da papa Francesco, che suscita degli interrogativi rimasti finora senza risposta.
Al momento della comunione, papa Jorge Mario Bergoglio non la amministra di persona ma lascia che siano altri a dare l'ostia consacrata ai fedeli. Si siede e aspetta che la distribuzione del sacramento sia completata.
Le eccezioni sono pochissime. Nelle messe solenni il papa, prima di sedersi, dà la comunione a chi lo assiste all'altare. E nella messa dello scorso Giovedì Santo, nel carcere minorile di Casal del Marmo, ha voluto dare lui la comunione ai giovani detenuti che si sono accostati a riceverla.
Una spiegazione esplicita di questo suo comportamento Bergoglio non l'ha data, da quando è papa.
Ma c'è una pagina di un suo libro del 2010 che fa intuire i motivi all'origine del gesto.
Il libro è quello che raccoglie i suoi colloqui con il rabbino di Buenos Aires Abraham Skorka.
Al termine del capitolo dedicato alla preghiera, Bergoglio dice: "Davide era stato adultero e mandante di un omicidio, e tuttavia lo veneriamo come un santo perché ebbe il coraggio di dire: 'Ho peccato'. Si umiliò davanti a Dio. Si possono commettere errori enormi, ma si può anche riconoscerlo, cambiare vita e riparare a quello che si è fatto. È vero che tra i parrocchiani ci sono persone che hanno ucciso non solo intellettualmente o fisicamente ma indirettamente, con una cattiva gestione dei capitali, pagando stipendi ingiusti. Sono membri di organizzazioni di beneficenza, ma non pagano ai loro dipendenti quel che gli spetta, o fanno lavorare in nero. […] Di alcuni conosciamo l'intero curriculum, sappiamo che si spacciano per cattolici ma hanno comportamenti indecenti di cui non si pentono. Per questa ragione in alcune occasioni non do la comunione, rimango dietro e lascio che siano gli assistenti a farlo, perché non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto. Si potrebbe anche negare la comunione a un noto peccatore che non si è pentito, ma è molto difficile provare queste cose. Ricevere la comunione significa ricevere il corpo del Signore, con la coscienza di formare una comunità. Ma se un uomo, più che unire il popolo di Dio, ha falciato la vita di moltissime persone, non può fare la comunione, sarebbe una totale contraddizione. Simili casi di ipocrisia spirituale si presentano in molti che trovano riparo nella Chiesa e non vivono secondo la giustizia che predica Dio. E non mostrano pentimento. È ciò che comunemente chiamiamo condurre una doppia vita".
Come si può notare, Bergoglio spiegava nel 2010 il suo astenersi dal dare personalmente la comunione con un ragionamento molto pratico: "Non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto".
Da pastore sperimentato e da buon gesuita, egli sapeva che tra chi si accostava a ricevere la comunione potevano esserci dei pubblici peccatori non pentiti, che peraltro si professavano cattolici. Sapeva che a quel punto sarebbe stato difficile negare loro il sacramento. E sapeva degli effetti pubblici che quella comunione avrebbe potuto avere, se ricevuta dalle mani dell'arcivescovo della capitale argentina.
Si può arguire che Bergoglio avverta lo stesso pericolo anche da papa, anzi ancor più. E per questo adotti lo stesso comportamento prudenziale: "Non do la comunione, rimango dietro e lascio che siano gli assistenti a farlo".
I pubblici peccati che Bergoglio ha portato ad esempio, nel suo colloquio con il rabbino, sono l'oppressione del povero e la negazione del giusto salario all'operaio. Due peccati tradizionalmente elencati tra i quattro che "gridano vendetta al cospetto di Dio". Ma il ragionamento è lo stesso che in questi ultimi anni è stato applicato da altri vescovi a un altro peccato: il pubblico sostegno alle leggi pro aborto da parte di politici che si professano cattolici.
Quest'ultima controversia ha il suo epicentro negli Stati Uniti.
Nel 2004 l'allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, trasmise alla conferenza episcopale statunitense una nota con i "principi generali" sulla questione.
La conferenza episcopale decise di "applicare" volta per volta i principi richiamati da Ratzinger affidando "a ciascun vescovo di esprimere prudenti giudizi pastorali nelle circostanze a lui proprie". 
Da Roma il cardinale Ratzinger accettò questa soluzione e la definì "in armonia" con i principi generali della sua nota. In realtà i vescovi degli Stati Uniti non sono unanimi. Alcuni, anche tra i conservatori, come i cardinali Francis George e Patrick O'Malley, sono riluttanti a "fare dell'eucaristia un campo di battaglia politica". Altri sono più intransigenti.  Quando il cattolico Joe Biden fu scelto come vicepresidente da Barack Obama, l'allora vescovo di Denver Charles J. Chaput, oggi a Filadelfia, disse che l'appoggio dato da Biden al cosiddetto "diritto" all'aborto è una grave colpa pubblica e "quindi per coerenza egli si dovrebbe astenere dal presentarsi a ricevere la comunione".
Sta di fatto che lo scorso 19 marzo, nella messa d'inaugurazione del pontificato di Francesco, il vicepresidente Biden e la presidente del partito democratico Nancy Pelosi, anch'essa cattolica pro aborto, facevano parte della rappresentanza ufficiale degli Stati Uniti. E tutti e due hanno ricevuto la comunione. Ma non dalle mani di papa Bergoglio, che se ne stava seduto dietro l'altare.


E il Signore non la lascia affondare




Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze. E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore. 
Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano. Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano…». Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo! 
Ma non è solamente Dio che voglio ringraziare in questo momento. Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è la sua prima responsabilità. Io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino; il Signore mi ha messo accanto tante persone che, con generosità e amore a Dio e alla Chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Anzitutto voi, cari Fratelli Cardinali: la vostra saggezza, i vostri consigli, la vostra amicizia sono stati per me preziosi; i miei Collaboratori, ad iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni; la Segreteria di Stato e l’intera Curia Romana, come pure tutti coloro che, nei vari settori, prestano il loro servizio alla Santa Sede: sono tanti volti che non emergono, rimangono nell’ombra, ma proprio nel silenzio, nella dedizione quotidiana, con spirito di fede e umiltà sono stati per me un sostegno sicuro e affidabile. Un pensiero speciale alla Chiesa di Roma, la mia Diocesi! Non posso dimenticare i Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio: nelle visite pastorali, negli incontri, nelle udienze, nei viaggi, ho sempre percepito grande attenzione e profondo affetto; ma anch’io ho voluto bene a tutti e a ciascuno, senza distinzioni, con quella carità pastorale che è il cuore di ogni Pastore, soprattutto del Vescovo di Roma, del Successore dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno ho portato ciascuno di voi nella preghiera, con il cuore di padre. 
Vorrei che il mio saluto e il mio ringraziamento giungesse poi a tutti: il cuore di un Papa si allarga al mondo intero. E vorrei esprimere la mia gratitudine al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, che rende presente la grande famiglia delle Nazioni. Qui penso anche a tutti coloro che lavorano per una buona comunicazione e che ringrazio per il loro importante servizio. 
A questo punto vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo, che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui. E’ vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai Capi di Stato, dai Capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi! 
In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi. 
Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della vostra comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.
Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio. 
Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito. 
Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della Chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia. 
Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie!

BENEDICTUS PP. XVI 
Ultima udienza del Pontificato, 27 febbraio 2013.

Benedetto e il Concilio virtual-popolare




Ultimi diamanti dal Regnante ...

"C'era anche il Concilio dei media, e il mondo ha percepito il Concilio tramite i media. E' arrivato non quello dei padri, ma quello dei media. E mentre per i padri era il concilio della fede che crea l'intelletto, all'interno della fede, nelle categorie dei media, cioè fuori dalla fede, era una lotta politica, di potere tra diverse correnti della Chiesa e logicamente hanno preso parte con la decentralizzazione della Chiesa e tramite il concetto del popolo di Dio, per i laici. Il potere del papa trasferito ai vescovi e poi a tutti: una sovranità popolare. Per loro era questo da approvare".

"E cosi la liturgia non atto di fede, ma attività della comunità, la sacralità cosa pagana, profana. La liturgia non è culto, ma atto dalla partecipazione comune. Questa traduzione e banalizzazione della riforma liturgica nate fuori dalla sua chiave della fede e cosi la Scrittura". 

"Il Concilio dei media, accessibile a tutti ha creato calamità e problemi: seminari e conventi chiusi, la liturgia banalizzata. Il concilio virtuale era più forte del reale".

"Ma il Concilio man mano si realizza e 50 anni dopo vediamo come il virtuale arretra e appare il vero, e nostro compito è lavorare perché il vero Concilio si realizzi".


BENEDICTUS PP. XVI


dal discorso ai parroci e al clero di Roma.

Telefonia e liturgia




"Il Signore vi parla e vi ascolta in molti modi. Ma di sicuro non vi chiama al cellulare"

Spegni il telefonino in chiesa!



La profonda coscienza adorante della fede celebrata




"Rinnovare la fede creduta significa, certamente, come proposto dalle indicazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede per l Anno della Fede, anche trovare occasioni di pubblica professione, senza dimenticare quell' approfondimento, anche culturale, che è sempre necessario e che, progressivamente, educa il pensiero, il quale, svincolatosi dalle maglie del mondo, inizia progressivamente, a  ragionare con una mentalità di fede, traducendo, in esperienza concreta, le provvide indicazioni dell 'Enciclica Fides et ratio del Beato Giovanni Paolo II. 

La fede celebrata, come indica la seconda parte del Catechismo, è un chiaro invito ad una forte riscoperta del senso del sacro, in tutte le nostre comunità, che celebrano i Sacramenti. La superficialità, e talvolta persino la banalizzazione di talune celebrazioni, hanno determinato una disaffezione al rito, che, avendo perso la propria dimensione misterica, ha perso, nel contempo, anche la propria valenza significante. È un clamoroso equivoco quello di chi crede che, riducendo la dimensione sacra e di adorazione, i riti diventino maggiormente comprensibili. Esiste un dialogo misterioso, posto in essere dallo Spirito Santo, e non certo dalle nostre celebrazioni animate , tra la forza dei Sacramenti celebrati, la grazia che essi donano e l anima di ciascun fedele. Nella misura in cui le Chiese particolari e le singole comunità riscopriranno la profonda coscienza adorante della fede celebrata, la nuova evangelizzazione riceverà vigoroso impulso, poiché la fede celebrata, secondo le norme liturgiche della Chiesa, e nella continuità con la sua ininterrotta Tradizione, è quanto di più attraente ci possa essere ed è, essa stessa, evangelizzazione. 

Sappiamo bene come la verità annunciata domandi di essere accompagnata dalla forza della testimonianza. Fin dalle origini, il Cristianesimo è consistito di questa profonda unità tra la verità annunciata e l 'amore vissuto. La terza parte del Catechismo, se ben compresa, è un grande sostegno ad una proposta difede vissuta, che ha, in se stessa, una grande forza evangelizzante, poiché, anche senza parlare, esercita un invincibile magistero. Non dimentichiamo che, in non pochi casi nella storia, per fare tacere la verità è stato necessario sopprimere non solo chi la proclamava, ma anche chi la viveva. Quanti martiri, nel recente passato ed anche nel presente, hanno testimoniato e testimoniano la fede! L unità inscindibile tra fede creduta, fede celebrata e fede vissuta, sarà, allora, il principale fattore dinamico della nuova evangelizzazione. È credendo, celebrando e vivendo in maniera più autentica e fedele, che la Chiesa potrà rinnovare la propria forza evangelizzante."

Cardinal Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero 
"Lectio Magistralis" Roma, 19 maggio 2012




Liturgie papali: le novità per le celebrazioni natalizie




di Gianluca Biccini per L'Osservatore Romano
La trama che nella storia cristiana unisce la Terra Santa al sepolcro dell’apostolo Pietro si arricchisce in questo Anno della fede di ulteriori legami: proviene infatti da Betlemme una delle statue del bambinello che saranno esposte nella basilica Vaticana, durante le celebrazioni presiedute da Benedetto XVI. E non solo: anche le intenzioni della preghiera universale o dei fedeli, proclamate durante le messe della vigilia di Natale e del 1° gennaio, sono state preparate dai frati francescani della Custodia di Terra Santa. Lo anticipa al nostro giornale il maestro delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, monsignor Guido Marini, che in questa intervista parla dei riti natalizi presieduti dal Papa. 


Può illustrare brevemente il calendario delle celebrazioni?

Le celebrazioni del tempo di Natale iniziano con la santa messa della Notte, il 24 dicembre nella basilica Vaticana, e si concludono con la festa del Battesimo di Gesù, domenica 13 gennaio, con l’amministrazione del sacramento del battesimo a 22 neonati, nella cappella Sistina. In totale Benedetto XVI presiederà quattro messe e una celebrazione dei vespri, oltre a impartire la benedizione «Urbi et Orbi» la mattina di Natale. Quest’anno, inoltre, il 29 dicembre, il Santo Padre presiederà la preghiera di Taizé, in occasione del 35° Incontro europeo dei giovani. 

Quanto è importante la liturgia nella vita della Chiesa? 

La Liturgia ci conduce al cuore della vita della Chiesa: ne è la fonte e il culmine. La liturgia è lo “spazio” nel quale si rende presente, “oggi”, il mistero della salvezza. In questa prospettiva le celebrazioni del Natale non sono semplicemente un ricordo o una cerimonia che si risolve nel compimento di gesti esteriori. Si tratta piuttosto, come ci ricorda la Sacrosanctum concilium, di un’attualizzazione — per il nostro tempo e per la nostra vita — dell’opera della redenzione. I segni esterni sono importanti se veicolano un tale contenuto di grazia e favoriscono un’autentica partecipazione all’agire di Cristo nella sua Chiesa. Pertanto, prima di attardarsi nei dettagli, che sicuramente hanno la loro importanza e suscitano interesse, bisogna partire da qui: la Liturgia è la vita della Chiesa, dalla Liturgia scaturisce la perenne vitalità e novità dell’esperienza della fede. 

A proposito dei gesti e dei dettagli, può indicarne qualcuno presente nella celebrazione della Notte? 

La messa sarà preceduta da un tempo di preparazione e di veglia che, come già l’anno scorso, consisterà nella celebrazione dell’Ufficio delle letture. Al termine dell’Ufficio sarà intonato il solenne canto della Kalenda: un testo molto bello, che ci fa capire quanto la fede cristiana sia intimamente collegata con la storia, con la nostra storia: il Figlio di Dio si fa uomo, entra nelle vicende degli uomini, per salvarli e introdurli nell’intimità della vita dei figli di Dio. Alla processione iniziale della santa messa prenderanno parte alcuni bambini, che collocheranno i mazzi di fiori vicino all’immagine di Gesù Bambino, svelata dal diacono al termine della Kalenda. Quegli stessi bambini, al termine della celebrazione, si recheranno al presepio, allestito presso la cappella della Presentazione, all’altare di San Pio X, per deporre i mazzi di fiori vicino alla culla di Gesù Bambino. I bambini saranno dieci, in rappresentanza dei vari continenti: particolarmente significativa, tra loro, è la presenza di due brasiliani: il loro Paese ospiterà la prossima Giornata mondiale della gioventù. E dal momento che il bambinello usato durante la messa della Notte verrà deposto nella mangiatoia del presepe, dalla celebrazione successiva, ai piedi dell’altare della Confessione, sarà collocata un’altra immagine del Santo Bambino, realizzata da artigiani cristiani di Betlemme, copia dell’effige che viene collocata ogni anno sul luogo della nascita del Salvatore, nella Basilica della Natività. 

Quando sarà possibile, dunque, vedere il nuovo bambinello nella basilica Vaticana?  

Il nuovo bambinello sarà introdotto in occasione della messa del 1° gennaio. Ma essa sarà preceduta dall’ultima celebrazione del 2012, quella del 31 dicembre, quando il Papa celebra i primi vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio, che avranno come momento conclusivo l’esposizione del Santissimo Sacramento, il tradizionale canto del Te Deum, per il ringraziamento della conclusione dell’anno civile, e la benedizione eucaristica. In questa circostanza, la Chiesa si raccoglie in preghiera davanti al suo Signore per rivivere l’anno che sta per concludersi, considerandolo come un tempo guidato dalla Provvidenza e per il quale rendere grazie. Nello stesso tempo, per il tramite Maria Santissima affidiamo alla bontà del Signore il nuovo anno che sta per iniziare. 

Questa celebrazione si prolunga, in qualche modo, nel giorno successivo con la messa del primo dell’anno?  

In effetti è così: con i primi vespri si è già nella solennità di Maria Santissima Madre di Dio, in occasione della quale si celebra anche Giornata mondiale della pace, com’è ormai consuetudine da quarantasei anni. La solennità mariana e la preghiera per la pace risultano provvidenzialmente collegate. Il Signore Gesù, il Salvatore, è il Principe della pace. In questo senso la Santa Vergine è Colei che intercede presso il suo Figlio per ottenere il dono della pace, a nostro favore e per il mondo intero. 

Veniamo alla celebrazione dell’Epifania, che quest’anno è particolarmente significativa. Il Papa, infatti, conferirà l’ordinazione episcopale ad alcuni suoi stretti collaboratori.  

Con la solennità dell’Epifania la Chiesa celebra la manifestazione del Signore alle genti. Risplende, in tal modo, l’universalità della salvezza donata da Dio nel suo Figlio fatto carne. L’intera umanità è convocata presso il luogo della nascita del Redentore. La presenza dei Magi, uomini saggi dell’Oriente antico, sottolinea la cattolicità dell’evento salvifico della notte di Natale. Con le ordinazioni di alcuni nuovi vescovi questa universalità viene in qualche modo ulteriormente sottolineata. L’episcopato, infatti, è donato dal Signore per la Chiesa intera e per il mondo intero. 

Il Papa, infine, celebrerà la festa del Battesimo di Gesù nella splendida cornice della cappella Sistina... 

Dal punto di vista liturgico si celebra il Battesimo di Gesù, ovvero il mistero del riproporsi della condivisione da parte del Signore della nostra condizione umana. Allo stesso tempo, si rinnova la manifestazione del Signore all’umanità, mediante la parola solenne che il Padre rivolge a tutti i presenti. In questa giornata, tradizionalmente, il Santo Padre amministra il Battesimo ad alcuni bambini, ai quali è fatto l’inestimabile dono della fede, che li accompagnerà per tutta la vita e che dovrà essere, anche grazie alle famiglie, custodito, coltivato, portato a maturità. Dal punto di vista del rito, accanto al fonte battesimale, già usato lo scorso anno, sarà collocato un nuovo candelabro. 

Un’ultima parola sulle vesti liturgiche. In occasione delle canonizzazioni del 21 ottobre scorso, Benedetto XVI ha indossato il fanone, una mantellina molto semplice e leggera che, a partire dal x-XII secolo, è stata utilizzata come veste liturgica tipicamente papale. Lo farà di nuovo? 

Accadrà nelle due grandi solennità della notte di Natale e dell’Epifania. Il termine fanone deriva dal latino e significa “panno”. È stato abitualmente indossato dai Pontefici fino a Giovanni Paolo II. Benedetto XVI ha inteso conservare l’uso di questa semplice e significativa veste liturgica. Nel corso del tempo si è sviluppata una simbologia in relazione a questo indumento. Si dice che rappresenterebbe lo scudo della fede che protegge la Chiesa. In questa lettura simbolica, le fasce verticali di colore oro e argento esprimerebbero l’unità e l’indissolubilità della Chiesa latina e orientale, che poggiano sulle spalle del Successore di Pietro. Mi pare una simbologia molto bella. Ed è davvero significativo ricordarla durante l’Anno della fede.

Monilibus suis: l'Immacolata nei tesori per la Liturgia papale

Palazzo Apostolico, Stanza dell'Immacolata, Pio IX proclama l'Immacolata Concezione



Et concupiscet rex speciem tuam,
quoniam ipse est Dominus tuus, et adora eum.


Il Re è affascinato dalla tua bellezza; 
onoralo, perché egli è il tuo Signore.

Belle e preziose suppellettili per proclamare l'Immacolata Concezione della più bella e preziosa delle Vergini. Un calice ed una mitria voluti dal Beato Pio IX ed utilizzati l'8 dicembre 1854 nella più solenne Cappella Papale del suo pontificato. 





Il ricchissimo calice fu realizzato dalla bottega orafa Spagna di Roma. Pio IX per il vaso sacro volle impiegare l'oro e i diamanti che ricoprivano le briglie di un destriero che gli fu donato da un Sultano arabo. Ne risultò un'opera grandiosa, di sapore eclettico, rivestita di 700 diamanti di diverse dimensioni che percorrono la superficie impreziosita da smalti policromi disegnando circoli, spighe, grappoli d'uva e sul nodo, croci. 

Il calice tutt'ora utilizzato nelle più solenni Cappelle Papali.








L'armoniosa mitria è completamente ricamata, secondo il gusto francese, con fili serici policromi e metallici. Tutto converge verso la Vergine raffigurata sul piatto anteriore: vestita di sole coronata di dodici stelle, ha i capeli sciolti come la Salumita del Cantico dei Cantici. Ai suoi piedi, il globo e la luna sostenuta da due angeli in conversazione. Ai lati, i gigli della purezza. Sul piatto posteriore è raffigurato il Buon Pastore seguito da due agnelli, onorato da palme e rose, un richiamo al ministero petrino. Le infule recano le armi di papa Mastai. 

La mitria è tutt'oggi utilizzata dal Pontefice in occasione delle Solennità (mariane e non).



Liturgie papali: riecco il fanone con un po' di Veneto




Paolo VI lo mandò in naftalina verso il 1965 come ultima reliquia di una liturgia papale radicalmente sconvolta. Invece quel fanone tornò dopo vent'anni d'armadio sulle spalle di Giovanni Paolo II, accompagnato da - quasi una rievocazione - una ricca pianeta barocca. Domenica scorsa il gran ritorno in occasione delle canonizzazioni di sette Beati in Piazza San Pietro, sopra una casula dalla foggia medievaleggiante made in Veneto: è stato riutilizzato infatti il parato confezionato per la Celebrazione Liturgica a Parco San Giuliano, il grande appuntamento dei 300 mila fedeli durante la visita veneziana del Santo Padre. Oltre alla casula con la stola, il Papa ha indossato anche la mitra relativa e i cardinali diaconi le medesime dalmatiche mestrine. Mediare è saggio e l'organza di seta appositamente tessuta da Rubelli nonché l'affinità cromatica con il fanone non lasciano spazio ad eclatanti accuse di tridentinismo che irragionevolmente hanno accompagnato alcune scelte di questo Pontificato. Non rievocazione, ma continuità, come vuole Benedetto. 





del Cardinale Enrico Dante per Enciclopedia Cattolica (V, Città del Vaticano, 1950, coll. 1024-1025) 

FANONE. - Nella sua forma attuale è un ornamento proprio del solo Sommo Pontefice, che lo assume quando celebra solennemente, dopo l'ora canonica di terza. Consiste in una doppia mozzetta di seta finissima e oro, tessuta in strisce perpendicolari, una bianca, l'altra d'oro, congiunte fra loro da una terza più piccola di colore amaranto: un palloncino d'oro ne borda l'estremo sia superiore che inferiore: la mozzetta esterna ha inoltre ricamata una croce d'oro con raggi. Queste due mozzette sono cucite nella parte che circonda il collo, allacciandosi con un bottone le aperture corrispondenti alle spalle; ora non più, perché Pio X per comodità le fece separare. Nelle Messe pontificali, quando il papa ha preso il succintorio e la croce pettorale, il cardinale diacono ministrante gli impone la prima mozzetta del f., poi la stola, le dalmatiche, la pianeta, e sopra di essa la seconda mozzetta: in ultimo il pallio. 

È molto difficile rimontare alle origini di questo ornamento. Confuso forse in principio con il manipolo, o con l'amitto (anabolagio), o con gli oralia, specie di fazzoletti o tovaglioli, che servivano ad asciugare il sudore del capo e perciò portati intorno al collo, passò nella forma attuale verso il sec. XIII. Precedentemente serviva a coprire il capo a guisa di cappuccio e vi si metteva sopra la mitra. Usava non solo nelle funzioni liturgiche, ma anche in circostanze profane, come in occasione di pranzi solenni, nella distribuzione del presbiterio. In un antico messale, di cui si ignora la data, della chiesa di S. Damiano in Assisi è detto che il papa mette sul capo il fanone senza la mitra per la lavanda dei piedi il Giovedì Santo; e che il Venerdì Santo non usa il fanone. Pietro Aurelio, sacrista di Urbano V nel 1362, nel suo Cerimoniale romano dice che il papa mangiava in pubblico con il manto rosso e con il fanone o orale sul capo sotto la mitra. Di Bonifacio VIII sappiamo che portava il fanone sotto la mitra, e che fu sepolto con esso; lo stesso dicasi di Clemente IV morto nel 1268. Innocenzo III (nel De mysteriis Missae, l. I, cap. 13) parla esplicitamente di questo ornamento che chiama orale: si è dunque al principio del sec. XIII. Qualche autore vorrebbe vedere il fanone nella figura scolpita nella porta di bronzo nella cappella di S. Giovanni Evangelista al Laterano rappresentante Celestino III. 

Vari autori vogliono che l'uso dei vescovi greci di coprirsi la testa con un velo, quando hanno assunto gli ornamenti principali, abbia dato origine al fanone del papa; ma è cosa incerta. Altri, invece, e con essi lo stesso Innocenzo III, intendono far derivare il fanone dall'ephod del sommo sacerdote ebreo, anch'esso tessuto di strisce d'oro e colorate, ma di diversa forma.


Papa Giovanni Paolo II  indossa il fanone papale nel 1985


Pio X liturgicamente "modernista" e le angherie della reazione

La Messa dei reazionari.



La riscossa dell'Ancient Regime e dei nostalgici della partecipazione strutturata "sulla separazione clericale" continua a dar grane al liturgista Andrea Grillo che non finirebbe di "riformare" e di colpire a destra e a manca.

di Andrea Grillo per Adista notizie (n.32, 2012)
La Riforma Liturgica continua a far paura. Oggi, in pochi ambienti isolati ma molti influenti, si cerca di “disinnescarla”, di renderla “opzionale”. Le sfide che stanno aperte davanti a noi consistono anzitutto in questa forma di “ridimensionamento” del percorso con cui la Chiesa, a partire dalla fine degli anni ‘40 del ‘900, sotto il pontificato di Pio XII, ha compreso che poteva rispondere alla “questione liturgica” soltanto con un grande e strutturale intervento di riformulazione e di aggiornamento dei propri riti.
La “riforma liturgica”, infatti, è sì largamente “post-conciliare”, ma è già “pre-conciliare”. Su questo punto oggi è necessario avere idee chiare e non lasciarsi condizionare da parole troppo unilaterali. La liturgia cristiana conosce una crisi fin dagli inizi del 1800. Il movimento liturgico si sviluppa poi ufficialmente a partire dai primi anni del XX secolo, mentre negli stessi anni papa Pio X – antimodernista in filosofia e in teologia, ma modernista in diritto e in liturgia – progetta una serie di interventi di riforma liturgica (sul breviario, sulla comunione, ecc.); e successivamente Pio XII, a partire dal 1950, realizza prima la riforma della Veglia pasquale, poi dell’intera Settimana Santa. Nel 1960, Giovanni XXIII imposta una prima riforma del Messale romano, che vedrà la luce nel 1962, e che tuttavia egli considera inevitabilmente provvisoria in vista di quella Riforma che il Concilio Vaticano II – allora agli inizi – avrebbe realizzato stabilendone gli altiora principia. Tutto questo “pre” impedisce di pensare che il “post” possa essere letto adeguatamente con le categorie di “colpo di mano”, di “rivoluzione”, di “nuovo inizio”, ecc. La Riforma non è la causa della crisi, ma l’inizio di una risposta ad una crisi ben più antica. Per salvaguardare questa consapevolezza, propongo qui di considerare due diverse sfide alla Riforma Liturgica, intorno alle quali farò muovere la mia analisi. 
Una argomentazione dura a morire: la “non necessità” della Riforma Liturgica (la sfida minore) 
Siamo rimasti tutti molto sorpresi quando, nel luglio del 2007, con il motu proprio Summorum Pontificum, Benedetto XVI osava affermare che l’intero quadro della liturgia “pre-conciliare”, non solo il Messale, ma anche il Rituale e molti aspetti del Pontificale, non essendo mai stati abrogati, potevano essere legittimamente usati, sia pure a certe condizioni, nella Chiesa post-conciliare. Con quel documento la Riforma Liturgica sembrava perdere, d’un colpo, la propria necessità, poiché si ritrovava all'improvviso accanto proprio quei riti che si era ritenuto di dover cambiare, a causa dei loro difetti.
Tale atteggiamento ha però illustri precedenti, poiché ciò che Benedetto XVI ha detto nel 2007 era stato già detto prima di lui, in altre circostanze e con altri scopi, al fine di ridimensionare pesantemente il valore e la portata della Riforma Liturgica.
Il primo caso, assai significativo, di utilizzo di questa logica, che potremmo dire della “non necessità” della Riforma, è quello di mons. Marcel Lefebvre, il quale recepì sempre la Riforma Liturgica come un’altra possibilità (più o meno) legittima di celebrare la liturgia, che nulla toglieva agli ordines precedenti. In tal modo la Riforma Liturgica non veniva combattuta direttamente e frontalmente, ma aggirata, rendendola sostanzialmente superflua.
Ma è curioso leggere qualcosa di molto simile nelle reazioni che il cardinale Siri manifestò ufficialmente all'indomani dell’approvazione, nel 1950, del nuovo rito per la Veglia pasquale, riportata alla notte del sabato e con restaurata ampiezza e solennità rituale. Di fronte alla riforma voluta da Pio XII, Giuseppe Siri manifestò le proprie difficoltà in modo molto significativo (sottolineando soprattutto problemi di carattere disciplinare, con la “sottrazione” di preti al duro lavoro delle confessioni per il “precetto pasquale” che la Veglia avrebbe causato). Ma sottolineò più volte che la riforma doveva restare una “possibilità”, che non impedisse a nessun prete di poter fare come se nulla fosse. Di fatto il parallelismo – preteso da Siri – tra veglia in mane (al mattino) e veglia in nocte (di notte) costituisce il precedente dell’attuale parallelismo tra rito ordinario e straordinario.
Il cardinale Siri nel 1950, Marcel Lefebvre a metà degli anni ‘60 e oggi il motu proprio Summorum  Pontificum prospettano una lettura strutturalmente riduttiva della Riforma Liturgica. Questa, a mio avviso, è la prima sfida che dobbiamo considerare, ossia quella di sottrarre alla Riforma la sua “necessità”. La “sfida minore” alla Riforma Liturgica è questa tentazione di renderla semplicemente accessoria e superflua.
Una evidenza da recuperare: la “non sufficienza” della Riforma Liturgica (la sfida maggiore)
Accanto alla negazione della necessità della Riforma, proposta dai molti volti con cui si esprime la resistenza (affettiva e/o istituzionale) da parte dell’ancien régime, la sfida parallela e non meno insidiosa è quella della presunzione di sufficienza della Riforma. Questa sfida non viene da “destra” – per così dire – ma da sinistra. E riguarda il fatto che si voglia difendere la Riforma limitandosi ad affermarne il valore “necessario”. Questo non basta oggi e non basterà mai. La Riforma si può “difendere” solo facendo diventare la liturgia principio di identità, lasciando la parola ai riti, lasciando che le celebrazioni strutturino rapporti, diano a pensare, istituiscano legami, ristrutturino testimonianze ecclesiali. Oggi occorre affermare, molto più di 50 anni fa, l’“insufficienza” della Riforma per rispondere alla “questione liturgica”. Da un certo punto di vista, questa è la sfida più insidiosa. E d’altra parte la risposta efficace a questa sfida permette, indirettamente, di rispondere anche alla sfida minore. Solo se la liturgia riformata sa generare vita, pensiero, azione, spiritualità, generosità, può avvalorarsi anche verso i tentativi di ridimensionamento che la sfida minore non cessa di opporle. 
La “partecipazione attiva” è lo scopo della Riforma Liturgica 
La Riforma Liturgica, per rispondere alla sfida minore e alla sfida maggiore, deve oggi ripensare se stessa come strumento per rendere possibile una “nuova forma” di partecipazione. Qui sta, a mio avviso, il vero nodo della questione. La fine del pontificato di Pio XII e poi quelli di Giovanni XXIII e Paolo VI hanno condiviso la profezia secondo la quale i riti cristiani possono diventare il linguaggio comune di tutta la Chiesa. Per questo al centro di Sacrosanctum Concilium brilla l’idea che tutti i battezzati possano accedere al senso del mistero pasquale per ritus et preces (SC 48). Dopo secoli di un regime di partecipazione strutturato sulla separazione clericale – che Rosmini già denunciava nel 1833, ma che Pio XII ha difeso fino al 1947 e che pochi isolati pretenderebbero ancor oggi di sostenere come via principe dell’accesso al rito cristiano – l’idea di far accedere tutti alla logica rituale aveva bisogno di un grande intervento di riforma dei riti. Ma questa Riforma, che ha prodotto i nuovi libri e le nuovi prassi, ha il solo scopo di generare “partecipazione attiva”. Con questo termine non si intende che tutti nella liturgia debbano fare qualcosa di diverso, ma che tutti compiono la stessa azione. Questo “agire comune” genera Chiesa, spiritualità, fede e carità. Nell'assumere questa prospettiva, la Chiesa affida ai riti la propria riforma più delicata. In questo modo, riaffidando la propria identità al Signore Gesù, presente non solo nella Eucaristia, ma anche nella Parola, nell'assemblea radunata, nella preghiera, nei ministri, la Chiesa ritrova se stessa all'interno del mistero di Dio.
Riacquisendo una funzione “fontale” dei riti, assicurata appunto dalla actuosa participatio, è possibile scoprire che il termine Riforma Liturgica può significare due cose diverse: la riforma che la Chiesa fa (strumentalmente) della liturgia, perché la liturgia possa riformare, convertire e riconciliare la Chiesa. Soggetto della Riforma non è tanto la Chiesa quanto piuttosto i riti, i misteri, che donano alla Chiesa la sua identità originaria. 
In ultima analisi la Riforma Liturgica, prima di subire sfide, rappresenta come tale una grande sfida per la tradizione. In quanto servizio profondo alla tradizione, essa ha la pretesa, piena di speranza, di permetterne la continuità solo al prezzo di una grande conversione, di cui i riti sono piuttosto il fine che non il mezzo. Questo punto sfida ancora profondamente la tradizione ecclesiale, mettendone a nudo virtù e vizi.


Andrea Grillo insegna Teologia dei sacramenti e Filosofia della religione presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma. è docente di Liturgia presso l'Istituto di Liturgia pastorale di Padova. 

Le balaustre, tramiti di cumunicazione




di Andrea De Meo
Varcare un confine a piedi, scavalcare il crinale di un monte, addentrarsi in una caverna, sono piccole esperienze accomunate, come molte altre, da una sensazione particolarissima. A chi le ha vissute non sarà sfuggita l’impressione di oltrepassare una linea oltre la quale vigono altre regole, oltre la quale il comportamento deve mutare perché al di là di quel punto lo spazio è diverso, non è più lo stesso di prima. Gli esempi che ho citato, a solo scopo narrativo, hanno tutti la caratteristica di essere accompagnati da segnali visibili, che quasi suggeriscono con la loro stessa presenza l’incipiente mutamento di stato. In alcuni casi, come l’ingresso in una grotta, tale segnale è offerto dalla natura, in altri, come il passaggio del confine, il segnale è posto dagli uomini.
Esiste un parallelo a queste sensazioni anche nell’esperienza dello spazio sacro? Questo è sacro per effetto di un rituale che vi si celebra e di una formula di dedicazione che lo dedica solennemente alla divinità, ma è vero tuttavia che tale dedicazione, pur comportando un mutamento di stato e quasi di natura del luogo stesso, non ne condiziona però le leggi fisiche né le apparenze, e potrebbe quindi passare inosservato. Ecco dunque che si rende necessario apporre degli avvertimenti, dei nuovi segnali volti a rendere visibile ciò che altrimenti potrebbe non essere percepito. Fu così che nacquero già in tempi ancestrali e presso i culti più antichi i primi recinti per separare i luoghi più sacri dallo spazio circostante, e molto tempo dopo, ma in modo simile, furono create anche le prime recinzioni nei luoghi cristiani per separare il santuario o presbiterio dal resto della chiesa, come si può verificare dalle tracce archeologiche delle più antiche domus ecclesiae.
Nel percorso di attraversamento dello spazio sacro cristiano che in questa rubrica si sta compiendo, sarà infatti inevitabile inciampare, per così dire, in alcuni manufatti, chiamati comunemente balaustre, che per molti secoli hanno costituito una presenza regolare all’interno delle chiese. Nonostante l’apparente banalità di questi oggetti, sarebbero necessari fiumi d’inchiostro per descrivere tutte le funzioni e tutti i significati che essi hanno rivestito, e tutta la storia che li ha modellati fino ad arrivare alla semplicità delle ultime balaustre, mandate in soffitta, se non proprio distrutte, da tanti parroci nei passati cinquant’anni. Le balaustre, infatti, non furono che l’ultima mutazione di quegli elementi separatori che assunsero di volta in volta la forma della transenna lapidea, della tenda, del cancello e dell’iconostasi, e che replicavano quanto già la facciata della chiesa, o il suo portale, esprimevano fin dal primo approccio all’edificio sacro.
Il loro messaggio era un avvertimento, un caveat, posto a segnalare che oltre la linea sulla quale essi si ergevano si entrava in un’area dove l’azione e il pensiero individuale avrebbero dovuto abbandonare le consuetudini mondane e, lasciando alle spalle i diritti del mondo, piegarsi al diritto di Dio e conformarsi ad attitudini più sante. Al contrario infatti di come molti hanno erroneamente pensato, il compito primario delle balaustre e degli elementi ad esse affini non era di tipo funzionale, ma simbolico. Non era dunque di chiudere l’ingresso al presbiterio, ma di manifestare all’esterno di esso cosa il presbiterio dovrebbe realmente significare. Le balaustre dunque, più che elementi di divisione, vanno piuttosto percepite come tramiti di comunicazione. Se esse infatti non fossero esistite, quale spazio avremmo garantito al sacro?
Le balaustre, non diversamente dall’abito talare, custodivano uno spazio esigente, una riserva di santità e ne manifestavano l’esistenza al di fuori rendendola visibile. Quegli umili elementi, che diventavano l’appoggio dei comunicandi e che reggevano gli sguardi inginocchiati dei fedeli verso l’altare, sostenevano inoltre il peso immane di rendere il sacro percepibile e quasi tangibile. Quando, dopo gli anni Sessanta, tanti chierici e religiosi vollero disfarsi del concetto del sacro rivoluzionandolo, si accanirono proprio contro quei recinti che, delimitandolo, lo rendevano riconoscibile. Ma quest’opera di distruzione fu solo apparente: si possono cancellare le tracce del sacro ma esso sussisterà non visto, e presto o tardi tornerà a manifestarsi. Il ristabilimento delle balaustre nel restauro della Cappella Paolina al Vaticano voluto da Papa Benedetto XVI ben manifesta che questi elementi non hanno esaurito la loro funzione e che anzi mai più di oggi si sente nuovamente l’urgenza di restituirli al loro gravoso compito.

de Il Timone (n. 113, maggio 2012) via http://www.missagregoriana.it/?p=668

Moraglia Patriarca: l'imposizione del pallio




Il Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia riceve il pallio dalle mano del Santo Padre alla Cappella Papale dei Santi Pietro e Paolo, nella Basilica Vaticana: le immagini dall'album Flickr del Patriarcato.




L'imposizione dei palli: semplificazioni in vista




di Gianluca Biccini (per l'Osservatore Romano)
Per le celebrazioni papali ancora un piccolo passo in direzione del rinnovamento nella fedeltà alla tradizione: venerdì prossimo, 29 giugno, in occasione della messa per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, che Benedetto XVI celebrerà alle ore 9 nella basilica Vaticana, sarà anticipato lo svolgimento del rito di benedizione e imposizione dei palli agli arcivescovi metropoliti, che tradizionalmente avviene in questa circostanza. La cerimonia di consegna della piccola fascia di lana bianca — che manifesta visibilmente l’autorità dei pastori delle maggiori arcidiocesi del mondo nell’unione con il vescovo di Roma — non ha infatti natura sacramentale. Monsignor Guido Marini, maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, in questa intervista al nostro giornale spiega i motivi della decisione approvata dal Papa. Com’era accaduto nel Concistoro dello scorso 18 febbraio, ancora una volta un rito viene anticipato rispetto alla collocazione precedente nel contesto della celebrazione. Come mai? Anzitutto vorrei precisare che il rito della benedizione e imposizione dei Palli rimane sostanzialmente invariato. Tuttavia, da quest’anno, nella logica di uno sviluppo nella continuità, si è pensato semplicemente a una diversa collocazione del rito stesso, che avrà luogo prima dell’inizio della Celebrazione eucaristica. La modifica è stata approvata dal Santo Padre ed è dovuta a tre diversi motivi, strettamente collegati l’uno con l’altro. Quali sono? Anzitutto si intende abbreviare la lunghezza del rito. Infatti, si darà lettura dell’elenco dei nuovi arcivescovi metropoliti appena prima dell’ingresso della processione iniziale e del canto del Tu es Petrus, al di fuori della celebrazione vera e propria. Poi, quando Benedetto XVI sarà giunto all’altare avrà subito luogo il rito dei Palli. Una scelta che consentirà anche di evitare tempi eccessivi? In pratica — ed è questo il secondo motivo — si preferisce evitare che la Celebrazione eucaristica sia interrotta da un rito piuttosto lungo, il che potrebbe rendere più difficile la partecipazione attenta e raccolta alla Santa Messa. Basti considerare che il numero dei metropoliti si aggira ormai ogni anno intorno ai 45. E quest’anno? Quest’anno son ben 46, anche se due di essi — un ghanese e un canadese — non potranno essere presenti personalmente. Tra loro ci sono due cardinali — Rainer Maria Woelki, di Berlino, e Francisco Robles Ortega, di Guadalajara — e il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia. Il Paese maggiormente rappresentato è il Brasile con 7 presuli, seguito da Stati Uniti d’America, Canada e Filippine con 4, Italia e Polonia con 3, Messico, India e Australia con 2. Lei ha parlato di sviluppo nella continuità. Cosa significa? È un richiamo al terzo motivo: attenersi maggiormente allo svolgimento del rito di imposizione del pallio, così come previsto nel Cæremoniale Episcoporum, ed evitare che, a motivo della collocazione dopo l’omelia, si possa pensare a un rito sacramentale. Infatti i riti che vengono inseriti nella celebrazione eucaristica dopo l’omelia sono normalmente riti sacramentali. L’imposizione del pallio non ha invece in alcun modo natura sacramentale.
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