Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Le biscie e le reliquie: il corpo di San Luca a Padova




Un interessante articolo del 17 giugno 2001 delinea ancora efficacemente i risultati delle ricerche effettuate sulle reliquie di San Luca nella Basilica di Santa Giustina a Padova. La ricognizione attuata in occasione del Giubileo del 2000 si aggiunge alle incredibili vicende delle spoglie dell'Evangelista, che si vogliono portate a Padova, con altre importanti reliquie, dal prete Urio custode della Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli. 
Riproponiamo l'artico con qualche immagine dell'apertura dell'arca e della ricognizione, avvenuta il 17 settembre 1998.

di Massimo Stampani per il Corriere della Sera 
È realmente lo scheletro di san Luca evangelista quello sepolto della grande basilica di S. Giustina a Padova, la nona al mondo per dimensioni. La commissione per la ricognizione dei resti del santo, istituita dal vescovo della città, ha concluso i suoi lavori [giugno 2001 nrd] e pochi giorni fa la bara di piombo è stata ricollocata nell'arca marmorea dell' altare a lui dedicato. Tra le tante reliquie assai dubbie, per non dire clamorosamente false, ecco finalmente uno studio che dà per elevatissima la probabilità di essere nel vero, frutto di un meticoloso lavoro d'équipe, coordinato da Vito Terribile Viel, titolare della cattedra di anatomia patologica dell' Università di Padova. Sebbene non si tratti di un santo «qualunque», bensì di uno dei quattro evangelisti, è poco noto che san Luca sia sepolto nella città veneta, dove «il Santo» per antonomasia, sant'Antonio, accentra l' attenzione dei fedeli. Le fonti storiche riferiscono che san Luca evangelista morì anziano (tra i 74 e gli 84 anni) in Bitinia (antica regione situata tra la costa meridionale del Mar Nero e il Mar di Marmara) ed è possibile collocarlo nella terza generazione, dopo quella di Cristo e degli Apostoli, con una data di morte intorno al 130 d.C. «Lo studio ha appurato che si tratta dello scheletro di un uomo ottantenne - spiega Terribile - di corporatura media, alto 1,65 m. Le datazioni con il metodo del radiocarbonio, eseguite sia a Oxford sia a Tucson in Arizona, concordano nell'attribuire le ossa al periodo in cui morì il santo». 



Il Dna (lo studio è stato condotto da Barbujani, genetista dell' Università di Ferrara) è 2,5 volte più probabile che sia quello di un siriano (etnia di san Luca) piuttosto che di un greco. I resti dell' evangelista sono ancor oggi conservati in una bara di piombo di 300 kg che venne trafugata dalla basilica degli Apostoli di Costantinopoli e portata a Padova per salvarla dalle persecuzioni dell' imperatore Giuliano l' Apostata (che voleva la distruzione delle reliquie per restaurare il paganesimo) nel IV secolo. E questa data viene confermata dal ritrovamento di centinaia di piccole costole all'interno del sarcofago. In un primo tempo si pensava fossero di topi ma un' analisi più approfondita ha documentato che appartengono a una trentina di bisce. Entrarono nella bara a Padova e morirono soffocate in seguito a un' alluvione che interessò il cimitero romano paleocristiano di S. Giustina. Si tratta di serpenti «nostrani», non presenti in Oriente, che il radiocarbonio ha datato al 400-450 d.C. retrodatando di circa quattro secoli l' arrivo di Luca a Padova, che una precedente ipotesi aveva invece collocato nell'800 d.C. Un' ulteriore conferma della ben più antica origine della reliquia è un simbolo giudaico cristiano in uso dal primo secolo, sulla bara, nel quale compaiono tra l' altro otto braccia incrociate, come risulta da uno studio condotto all'Università La Sapienza di Roma.



Patrizio Giulini, botanico dell' Università di Padova, ha determinato anche numerosi reperti di piante e di legno presenti nel sarcofago. Ma c'è un' ulteriore importante tessera che accredita l' attribuzione di quelle ossa. Dallo scheletro manca il cranio che l' imperatore Carlo IV offrì in dono alla cattedrale di Praga dove è conservato fin dalla metà del XIV secolo. In occasione di questa ricognizione il decano dei canonici di Praga lo ha portato a Padova. Ebbene, l' attacco del cranio con la prima vertebra coincide perfettamente dando un' ulteriore conferma che si può trattare realmente dell' evangelista. Altre 20 prove con crani diversi hanno dato esito negativo. E in questo modo è stato anche autenticata la reliquia della capitale ceca. Per di più dall'usura dei pochi denti ritrovati si capisce che san Luca digrignava i denti, confermando quanto riferiscono le fonti storiche. 






Al Palazzo Vescovile, la teoria del Crocifisso




Dal 14 settembre sette antichi crocifissi lignei provenienti da chiese della Diocesi di Padova comporranno una suggestiva mostra negli spazi del Museo Diocesano di Padova, per celebrare due momenti significativi della fede cristiana: l’Anno della fede, che si concluderà il 24 novembre 2013 e l’anniversario dell’Editto di Milano (313-2013) con cui il cristianesimo diviene culto pubblico e l’immagine della croce entra a pieno titolo tra i soggetti dell’arte cristiana.

Il dramma di Gesù crocifisso ha interrogato l’uomo di ogni tempo, toccando il cuore del vissuto delle persone.
Da duemila anni è uno “scandalo” sia per chi crede, sia per chi si ferma al solo dato storico della crocifissione, continuando a porre interrogativi sull’uomo e sul senso della sua esistenza.
Ha alimentato il pensiero teologico e filosofico, l’immaginazione e la spiritualità, e ha ispirato scrittori e artisti che hanno dato vita a immagini di grande intensità.
La mostra, aperta dal 14 settembre al 24 novembre 2013, racconta questa storia attraverso sette crocifissi in legno intagliato e dipinto provenienti da alcune chiese della Diocesi di Padova. Le sculture, dal Trecento al Settecento, sono presentate in un percorso che ne esalta il potere evocativo, e la capacità di esprimere la sensibilità e il pensiero teologico propri di ciascuna epoca.
È un viaggio nel tempo alla scoperta delle raffigurazioni del crocifisso e del loro significato: dal Cristo morto in croce del tardo Medioevo, con gli occhi chiusi e la testa reclinata, dove si insiste sulla passione e sulle sofferenze patite per la salvezza dell’uomo; alla svolta dell’umanesimo cristiano nel Rinascimento, che riscopre l’umanità di Cristo nobilitandola attraverso il linguaggio sereno e composto della classicità; per arrivare al “superamento” della morte attraverso il vitalismo del Cristo vivo, che già suggerisce l’idea della resurrezione, nell’età della Controriforma e Barocca.
Il percorso consente di osservare da vicino le sculture, tre delle quali sono state sottoposte a delicati interventi di restauro, grazie anche alla campagna di raccolta fondi Mi sta a cuore. I restauri, che si sono avvalsi delle moderne metodologie di diagnostica, hanno dato risultati sorprendenti, che vengono raccontati in mostra in un’apposita sezione multimediale, realizzata con il generoso supporto di Mediacom Digital Evolution.
Le visite guidate per i gruppi consentono di scendere più in profondità, compiendo un percorso estetico e spirituale insieme, nel quale oltre alle opere d’arte saranno le parole di scrittori, poeti, teologi, santi, a tessere il racconto, come fili tesi lungo il tempo. Un’occasione per lasciarci interrogare da un’immagine forte, carica di contraddizioni e interrogativi ma anche di speranza; un’immagine sempre uguale a se stessa eppure diversa, così come è l’uomo nel cammino della storia.

Al Santo, le armi di Papa Francesco




Sulla facciata della Basilica del Santo a Padova torna lo stemma del Pontefice regnante, le insegne del padrone di casa. Quello di Benedetto XVI era stato calato nel tempo di Sede Vacante. Ora aggiornato, lo scudo - pesante colata bronzea degli anni '30 dello scorso secolo - si mostra sopra il portale romanico della Basilica e alla lunetta di Andrea Mantagna.







Gaetano Valeri, le sinfonie ed i concerti per la Cattedrale




Mentre alla Basilica di San Marco stava un Bonaventura Furlanetto indaffarato a proseguire l'immensa opera del predecessore, nelle cantorie della Cattedrale di Padova serpeggiava un vivace organista ed abile compositore, Gaetano Valeri: questi naque il 21 settembre 1760 ed ebbe a mentore Ferdiando Gasparo Turrini, al tempo organista a Santa Giustina. Dopo una parentesi "pittorica" conquistò presto le panche degli organi delle grandi chiese regolari dei Carmini e di Sant'Agostino. Approdò poi alla Cattedrale dove fu organista e compositore alla Cappella Musicale. Solo nei primi anni dell'800 il Capitolo dei Canonici gli affidò la completa direzione della Cappella. Celebratissimo "l'ingegno del Valerj era di creazione non d'imitazione" morì il 13 aprile 1822 accompagnato da uno stuolo di suoi "varj alunni". 
Seppure la produzione musicale del Valeri passi ai più inosservata, giacendo desolatamente dimenticata - l'immenso numero di composizioni sacre resta gelosamente custodita alla Biblioteca Capitolare patavina - la casa discografica Tactus ha recentemente riproposto (in collaborazione con il Comune di Cingoli!) certe sue interessanti opere eseguite dagli Hermans Consort diretti da Fabrizio Ammetto con un abile Luca Scandali all'organo. Queste Sinfonie e concerti coll'organo che andavano probabilmente a concertare le celebrazioni solenni della Cattedrale di Padova all'introito o durante l'offertorio sono caratterizzate dalla presenza dei corni da caccia che andarono ad aggiungersi dalla secondo metà del '700 agli archi e agli oboé. Queste composizioni, caratterizzate da due o tre movimenti oppure da un un unico movimento alla maniera galuppiana, riflettono l'influenza dello dell'ultimo stile galante, senza rinunziare alla rigorosa costruzione barocca e a quella semplificazione formale cara alla tradizione italiana


Al Santo un nuovo Delegato




Il Santo Padre Francesco ha nominato Delegato Pontificio per la Basilica di Sant’Antonio in Padova S.E. Mons. Vittorio Lanzani, Vescovo titolare di Labico, Delegato della Fabbrica di San Pietro.  
[01112-01.01] 

Campane a festa al Santo. Una nomina lampo e la fine (come sulla ghigliottina) dell'era Gioia. Monsignor Vittorio Lanzani, Delegato alla Fabbrica di San Pietro è stato nominato da Sua Santità Delegato per la Pontificia Basilica di Sant'Antonio di Padova. Nato nel Pavese nel 1951 e ordinato sacerdote nel 1976, Lanzani è particolarmente legato alla realtà romana: prima officiale della Congregazione per il Culto e segretario della Fabbrica di San Pietro e della Commissione permanente per la tutela dei monumenti storici ed artistici della Santa Sede poi elevato alla sede vescovile titolare di Labico e consacrato vescovo dalle mani del Beato Giovanni Paolo II (gennaio 2002) raggiunge la Delegazione della Fabbrica di San Pietro. Da oggi ricopre anche l'ufficio di Delegato per la Basilica del Santo.
Dopo gli intrighi, gli scandali - e i matrimoni - entra in scena il mitrato lombardo. 


Monsignor Lanzani accanto a Sua Santià Francesco nelle Grotte Vaticane.

Avviso sacro: Missa Cantata al Tresto




CELEBRAZIONE LITURGICA
NELLA FORMA EXTRAORDINARIA
DEL RITO ROMANO


MISSA CANTATA


a cura de 

Coetus fidelium Maria Regina Familiae

Schola cantorum Scriptoria



DOMENICA 30 GIUGNO
ORE 11:30

SANTUARIO DELLA MADONNA DEL TRESTO

Ospedaletto Euganeo (PD)



Avviso sacro: Missa Cantata a San Gaetano




IN OCCASIONE DEL MAGGIO MARIANO
CELEBRAZIONE LITURGICA
NELLA FORMA STRAORDINARIA DEL RITO ROMANO


MISSA CANTATA

officium de
Sancta Maria in sabbato


col canto gregoriano, secondo il Rito “Tridentino”

“Salve, sancta parens, eníxa puérpera Regem”


SABATO 25 MAGGIO
ORE 16:30

CHIESA DEI SANTI SIMEONE E GIUDA
“SAN GAETANO”
Via Altinate, Padova


con approvazione


Una religione al passo coi tempi




de Il Gazzettino 
Arriva il "Rap dell'ora di religione". Succede a Padova, dove la Diocesi, per promuovere la scelta dell'ora di religione cattolica a scuola, in vista del via alle nuove iscrizioni online, ha voluto sfruttare l'appeal di una musica vicina ai ragazzi, come il rap, per veicolare il messaggio della Chiesa. 
Il "Rap dell'ora di religione" sarà presentato dopodomani dall'Ufficio Scuola della Diocesi di Padova assieme al materiale promozionale, come depliant e video spot sulle rete, che già da qualche anno vengono realizzati in sei lingue (italiano, inglese, francese, romeno, arabo e cinese). La Diocesi, per dimostrare l'efficacia di queste campagne multi-lingue, sottolinea che a Padova si registra una presenza di circa il 50% di alunni stranieri nelle scuole che si avvalgono dell'ora di religione.

Al di là di resistenze ed interpretazioni... cosa?




di don Luigi Girardi*  per La Difesa del Popolo 
All'indomani dell’apertura del concilio Vaticano II, il documento sulla liturgia fu il primo a essere discusso, approvato e promulgato da papa Paolo VI con la firma di tutti i padri conciliari (4 dicembre 1963). Ciò spiega perché la costituzione liturgica porti il nome dell’evento che l’ha prodotta: Sacrosanctum concilium. Nel primo numero, infatti, si dichiara la finalità generale del concilio(rinnovare e dare impulso alla vita della chiesa), e proprio per questo si afferma che è necessario occuparsi anzitutto della riforma e della promozione della liturgia. Ciò va inteso in un duplicesenso: da un lato, il rinnovamento della chiesa dovrà coinvolgere anche la liturgia, la quale è una sua espressione fondamentale; dall’altro, la liturgia va riformata perché possa a sua volta contribuire a rinnovare la chiesa. È convinzione del documento che alla liturgia deve partecipare pienamente ogni battezzato e che da tale partecipazione tutti attingono il «genuino spirito cristiano» (Sc 14).

Il testo della Sacrosanctum concilium ha raccolto e rielaborato quanto era stato prodotto nel tempo precedente, a livello di studio, di vita pastorale, di documenti magisteriali e di prime iniziali riforme della liturgia. Costituisce quindi un punto fermo, che acquisisce ma anche rilancia il cammino della chiesa. Dei suoi sette capitoli, il primo è quello fondamentale: offre i principi generali per la riforma e la promozione della liturgia. Superando una visione ritualistica o solo giuridica della liturgia, afferma che essa è un momento in cui si attua la storia della salvezza di Dio con l’umanità, perché gode di una speciale presenza di Cristo. Richiama poi la necessità di un’approfondita formazione e indica le norme con cui gli organismi competenti dovranno procedere a una riforma generale della liturgia, in modo da «conservare la sana tradizione e aprire la via al legittimo progresso» (Sc 23). Alcune di queste norme riguardano la natura ecclesiale della liturgia (la liturgia è azione della chiesa, coinvolge tutta l’assemblea e chiede la partecipazione di tutti, ciascuno secondo il proprio stato), altre derivano dalla natura didattica e pastorale della liturgia (il suo grande insegnamento, in particolare la Scrittura, deve essere reso più facilmente accessibile, anche introducendo le lingue vive). Altri criteri sono dati per procedere nell'adattamento della liturgia alle culture dei vari popoli; si raccomanda infine la vita liturgica nelle diocesi e nelle parrocchie e la pastorale liturgica.
Questi principi di riforma vengono applicati a tutta la liturgia: l’eucaristia (cap.2°), i sacramenti e i sacramentali (cap. 3°), l’Ufficio divino (cap. 4°), l’anno liturgico (cap. 5°). Nella stessa direzione viene avviato il ripensamento e la valorizzazione della musica e dell’arte sacra, precisando la loro qualità liturgica (cap. 6° e 7°): anch'esse  come tutti i linguaggi del rito, sono parte integrante della celebrazione e ne condividono le caratteristiche fondamentali; perciò devono esprimere la ricchezza del mistero
celebrato e devono consentirne la partecipazione dei fedeli. Sacrosanctum concilium è il primo documento nella storia dei concili che si è interamente occupato della liturgia e che ne ha richiesto una riforma generale. Il suo fine era promuovere in tutti un’esperienza profonda dell’incontro con il Signore proprio attraverso la forma ecclesiale del rito celebrato, superando anche un certo individualismo. A tal fine, si è dato impulso a una nuova pastorale liturgica, in cui la celebrazione (massimamente l’eucaristia) è vista come «culmine» dell’azione della chiesa e «fonte» da cui scaturisce la sua energia (Sc 10).
Lo sforzo messo in atto dalla chiesa per attuare queste indicazioni è stato grandissimo e ha bisogno di un lungo tempo per una ricezione e una attuazione che ne siano all'altezza  Al di là di comprensibili resistenze o interpretazioni troppo sbrigative, l’accoglienza della Sacrosanctum concilium e i frutti che ne sono derivati segnano una direzione fondamentale per il cammino di una chiesa che voglia vivere la propria fede nelle condizioni del mondo attuale. La cura per imparare a celebrare come il concilio ci ha indicato resta la vera sfida da raccogliere.


(presidente dell'istituto di Liturgia Pastorale di Padova)

Dalla Costa diventa "Giusto tra le nazioni"




Giorgio Bernardelli per Vatican Insider 
Lo Yad Vashem - l’istituto storico che a Gerusalemme tiene viva la memoria della Shoah - ha assegnato ufficialmente ieri alla memoria del cardinale arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa (1872-1961) il titolo di Giusto tra le nazioni, l’onorificenza con cui il mondo ebraico esprime la sua gratitudine a chi mise a repentaglio la propria vita per salvare quella di alcuni ebrei durante la persecuzione nazista.
La decisione dello Yad Vashem - che scriverà il nome del cardinale Dalla Costa sul muro dell’onore insieme a quelli di tutti gli oltre 24 mila Giusti tra le nazioni  - sancisce un impegno già ampiamente riconosciuto dalla storiografia italiana. Sono numerose infatti le testimonianze che raccontano di come fosse il porporato in persona a guidare la rete dei sacerdoti e dei religiosi che in Toscana offrirono rifugio a tanti ebrei in quegli anni difficili. Non solo: il ruolo di Dalla Costa fu particolarmente importante anche perché proprio Firenze vide nel novembre 1943 l’arresto del rabbino capo Nathan Cassuto (che morirà ad Auschwitz) insieme a tutta la rete di sostegno clandestina organizzata dalla comunità ebraica. Da quel momento in poi, dunque, il cardinale a Firenze restò l’unico vero punto di riferimento per chi cercava rifugio.
Tra le testimonianze raccolte dallo Yad Vashem c’è quella della signora Lya Quitt che ha ricordato come - fuggita dalla Francia a Firenze all’inizio del settembre 1943 - venne portata proprio in arcivescovado dove trascorse la notte insieme ad altri ebrei lì ospitati, prima di essere indirizzata il giorno dopo a uno dei tanti conventi che in città, su indicazione dell’arcivescovo, avevano aperto le porte agli ebrei. L’istituto di Gerusalemme cita anche le parole di Giorgio La Pira secondo cui «l’anima di questa attività d’amore di Dalla Costa era salvare il maggior numero possibile di fratelli».
Il cardinale Elia Dalla Costa è il primo cardinale italiano a ricevere il titolo di Giusto tra le nazioni. Va aggiunto, però, che c’è almeno un altro porporato cui la comunità ebraica italiana è unanime nel riconoscere un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei in quegli anni: si tratta del cardinale arcivescovo di Genova Pietro Boetto. In quel caso però, almeno per ora, lo Yad Vashem lo ha riconosciuto solo indirettamente, assegnando già nel 1976 il titolo di Giusto tra le nazioni al suo segretario, don Francesco Repetto.
L’arcidiocesi di Firenze ha espresso attraverso una nota la sua gratitudine per la decisione presa a Gerusalemme. «Il riconoscimento - ha commentato il cardinale Giuseppe Betori, attuale arcivescovo  - raggiunge un pastore ancora nel cuore dei fiorentini con un gesto che rafforza anche l'amicizia e il dialogo fra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico. Il cardinale Dalla Costa è stata una figura non solo di grande soccorso per gli ebrei ma ha anche espresso con forza l'avversione a quel regime totalitario razzista all'origine di quella terribile persecuzione. Il riconoscimento del Museo dell'Olocausto è un prezioso contributo a riscoprirlo e pregarlo mentre è in corso la sua causa di beatificazione».

Sul palco dei Salesiani qualcosa non va...




di Enrico Ferro per Il Mattino di Padova 
Uno spettacolo teatrale affidato ad una compagnia di Drag Queen, organizzato per sostenere un’associazione per la procreazione medicalmente assistita: il tutto in uno spazio di proprietà dei Salesiani di Padova. È un messaggio di vita, tolleranza e uguaglianza quello che sarà lanciato domani sera dal palco del piccolo Teatro Don Bosco di via Asolo alla Paltana. La compagnia “I Ricci” manderà in scena la rappresentazione “Una mina vagante”, ispirato al film “Mine vaganti” di Ferzan Özpetek: la piece teatrale racconta la storia di Nicola, ragazzo meridionale che da tempo risiede a Roma dove ha avuto modo di vivere alla luce del sole la propria omosessualità. L’iniziativa è stata voluta e organizzata da Cristina Bernardi, fondatrice e presidente dell’associazione Sos Pma (procreazione medicalmente assistita), con la collaborazione dell’Arcigay e il patrocinio del Comune di Padova.
Si comincia alle 21 e il biglietto d’ingresso costa 20 euro: l’incasso sarà interamente devoluto a Sos Pma. L’intento è quello di diffondere una cultura contro le discriminazioni e per la modifica della legge 40 sulla fecondazione assistita. Da qualche giorno le locandine campeggiano all’ingresso del teatro e questo ha causato qualche imbarazzo nella vicina parrocchia di San Giovanni Bosco e al suo parroco don Antonio Marostegan.
Dal punto di vista operativo la gestione dello spazio è affidata a un’associazione laica che porta il nome “Piccolo Teatro”. Ovviamente la proprietà viene costantemente informata della programmazione, che deve essere in linea con le direttive imposte da una apposita commissione formata dalla Cei. L’associazione ha preferito non commentare in alcun modo l’organizzazione dell’evento: «Siamo nelle sabbie mobili», si limitano a dire incrociando le dita per la buona riuscita della serata.

Storie di ordinaria contabilità: i croati al bacio della pantofola




di Gianni Biasetto per Il Mattino di Padova
La restituzione del monastero e della tenuta di Dajla, circa 200 ettari sulla costa istriana, ai benedettini di Praglia sarebbe stato il nodo centrale della recente visita in Vaticano del premier croato Zoran Milanovic. Secondo quanto riportano gli organi di stampa di Zagabria l'incontro tra Benedetto XVI e Milanovic sull’indennizzo del bene (valore circa 30 milioni di euro) - che ricordiamo è stato nazionalizzato nell'agosto del 2011 dallo stato croato - segnerebbe un punto a favore di Praglia. 
La Chiesa ha ragione. Alla fine dell'incontro romano con il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, il premier croato ha dichiarato che nel contenzioso la Chiesa ha ragione e che non è il caso di rompere i rapporti con la Santa Sede per un pugno di milioni di kune. Il giorno dopo il suo ritorno a Zagabria Milanovic ha investito dell’intricata vicenda il ministro della Giustizia Orsat Milijeni. Il quale ha ammesso l'errore compiuto lo scorso anno dal suo predecessore del governo di centrodestra, Drazen Bosnjakovi, che per evitare la restituzione a Praglia aveva nazionalizzato per la seconda volta l'immobile nei pressi di Cittanova. 
Il rebus dell’indennizzo. Non sarà facile per i monaci di Praglia, che allo scopo hanno attivato presso un notaio di Pola una srl denominata "Abbazia", ricevere il trasferimento dei beni al valore attuale. Il governo croato dovrà innanzitutto trovare il percorso legislativo per de-nazionalizzare il bene e ri-trasferirlo alla Chiesa. Non alla curia di Pola-Parenzo ma bensì a Praglia. Di mezzo, però, ci sono i cosiddetti trattati di Osimo, accordi bilaterali sottoscritti dai governi italiano e jugoslavo, attraverso i quali i monaci italiani hanno ricevuto all'epoca 1,7 miliardi di vecchie lire. 
La scappatoia. Non essendo gli accordi di Osimo stipulati con la Santa Sede, una delle strade possibili da percorrere dalla Croazia per indennizzare Praglia della tenuta di Dajla, potrebbe essere quella di restituire il bene al Vaticano che potrebbe poi trasferirlo all'abbazia di Praglia. Un'ipotesi non facile da attuare anche se potrebbe avrebbe il via libera del primate della Chiesa croata Jozip Bozanic. 
Dajla oggi. Il bene lasciato dai benedettini ultimamente ha subito notevoli cambiamenti. Di intatto c'è solo la villa con approdo sul mare progettata dall'architetto francese De Menetot. I terreni intorno sono stati venduti dalla curia di Pola-Parenzo a fini turistici ad una società austriaca che nell’area cosiddetta del “Bosco dei frati” ha in progetto un campo da golf, un complesso di ville da 520 posti letto e un albergo.

A Padova, un Concilio da ritrovare




Alla riscoperta del Concilio (perduto?) in un ciclo di appuntamenti organizzati dalla Cappella Università di San Massimo in Padova...



Alla Basilica Antoniana il Delegato fa crack

Il chiostro del Generale al Santo, dove si affacciano gli appartamenti della delegazione papale



di Nicola Munaro e Davide D'Attino per il Corriere del Veneto 

C’è un’inchiesta in procura sul presunto abuso edilizio realizzato in via Orto Botanico, a Padova, all’interno dell’ex casa del custode che fa parte della Basilica di Sant’Antonio. Ad aprire il fascicolo è stato lunedì il procuratore aggiunto Matteo Stuccilli che, sebbene non figurino indagati né sia indicato un reato specifico da perseguire, ha comunque deciso di dare seguito all’esposto presentato dal Comune il 9 ottobre scorso. Anche se, in proposito, da Palazzo Moroni continua a trapelare nulla o quasi: «Si tratta di una vicenda molto, molto delicata», è il ritornello di questi giorni, intonato non solo in municipio ma pure al comando dei vigili urbani in via Gozzi. La questione, che adesso la procura intende approfondire in ogni dettaglio, riguarda un edificio che fino a qualche anno fa veniva adoperato come biblioteca e magazzino dai frati del Santo e che ora è stato trasformato in un piccolo residence con 5 mini-appartamenti di 35 metri quadrati ciascuno, da affittarsi al miglior offerente. Una scelta, quest’ultima, operata dal delegato pontificio monsignor Francesco Gioia, cioè colui che rappresenta la proprietà della Basilica: il Vaticano. Nell’esposto, il Comune di Padova si sarebbe appellato al proprio regolamento edilizio, che all'articolo 106, comma 2 recita: «La superficie abitabile delle singole unità abitative non può essere inferiore a mq 45». Quindi, i mini-alloggi di via Orto Botanico sarebbero fuori norma. Senza contare che l’immobile è pure vincolato dalla Soprintendenza per i beni architettonici del Veneto e dunque, per essere ristrutturato, necessiterebbe di precise autorizzazioni che monsignor Gioia non avrebbe richiesto né ottenuto. Su Internet, però, l’annuncio rimane: «Si affittano con trattativa riservata e con regolare contratto - si legge su www.corriereimmobiliare.com - 5 mini-appartamenti con ingresso da via Orto Botanico, a pochi metri da piazza del Santo, massimo 3 posti letto, completamente arredati, compreso angolo cottura. Particolarmente adatti per professionisti e studenti, no famiglie. Per informazioni rivolgersi alla delegazione pontificia per la Basilica di Sant’Antonio in Padova, piazza Pio XII Roma». Intanto, il presidente della Veneranda Arca del Santo, l’ente laico che dal 1396 si occupa della manutenzione del patrimonio immobiliare antoniano, stoppa sul nascere le voci (non nuove) che parlano di dissapori tra la stessa Arca ed il delegato pontificio: «E’ chiaro ed evidente - scandisce Gianni Berno, che è pure capogruppo del Pd in Comune - che se la proprietà effettua interventi in proprio e in completa autonomia nel complesso basilicale, essa debba attenersi al rispetto delle normative vigenti, esattamente come opera la stessa Veneranda Arca. Da questa incresciosa vicenda deriva certamente un auspicio che credo ben interpreti le attese di tutta la città: oggi serve lavorare tutti con lo stesso stile e nella medesima direzione».


Il fastoso ingresso del parroco all'avanguardia

Il trionfo del sacerdozio.



La dignità del sacerdote supera quella dei re, quanto l’oro il piombo. L’oro non è tanto più prezioso del piombo, quanto invece è più alta la dignità del Sacerdozio sulla dignità regale 
Sant'Ambrogio


de Il Mattino di Padova
Non ha tradito le aspettative l’arrivo di don Luca Boaretto, il giovane sacerdote motociclista. Ai tanti fedeli che si aspettavano di vederlo raggiungere il sagrato della chiesa di Prejon in sella alla sua sontuosa Harley Davidson don Luca ha strappato una lunga risata e un fragoroso applauso presentandosi alla guida di una mini - moto Guzzi, che sotto la sua stazza sembrava ancora più piccola.

Un ingresso all’insegna dell’originalità e della simpatia, sulle due (piccole) ruote, per il nuovo co- parroco dell’unità pastorale di Agna - Borgoforte - Frapiero e Prejon, la cui fama di appassionato di moto di grossa cilindrata lo ha preceduto. La sua “vera” moto l’ha usata per coprire i quasi 40 chilometri che separano Montegrotto, dove è stato vice parroco, alla sua nuova destinazione, l’unità pastorale che abbraccia quattro frazioni di tre comuni.
A “scortare” don Luca, 31 anni, fisico ben piazzato, chioma fluente, battuta pronta e un gran feeling con i giovani, una sessantina di bikers che a tutto clacson hanno annunciato il suo arrivo. Il tutto tra una folla da grande evento per la piccola frazione di Prejon, “succursale” della chiesa di Agna chiusa da mesi per lesioni da terremoto.
Davanti alla porta della chiesa i tre sindaci, il “parroco moderatore” dell’unità pastorale don Daniele Marangon e anche una nutrita rappresentanza di parrocchiani di Montegrotto arrivati in pullman. Un incarico che ha il sapore della sfida per il giovane sacerdote al suo primo incarico da parroco: ora con la sua moto dovrà coprire anche più volte al giorno i chilometri che separano le quattro comunità parrocchiali sparse nella campagna.
«Ci vedremo in giro» così ha concluso l’omelia, riservando parole di affetto per i genitori: «Li ringrazio per tutto quello che mi hanno dato, per l’amore e il sostegno. Ho trascorso un mese a casa e mi hanno sopportato perché con me era come avere i fuochi d’artificio. Ogni tanto si preoccupano ma li tranquillizzo sempre».
Don Luca usa con disinvoltura internet e facebook, non disdegna i videogiochi e organizza affollati moto - pellegrinaggi, compresa la cerimonia di “benedizione del casco”, tenendo il Vangelo come punto di riferimento e guida quotidiana. «Ho fatto mio l’invito di Gesù “vieni e seguimi” per raggiungere la libertà del cuore. Nelle prossime settimane impareremo a conoscerci» ha detto ai nuovi parrocchiani «percorreremo insieme un tratto di strada».

A Padova, il Transito di San Francesco




I Minori e i Conventuali in processione per San Francesco. Da Fecebook, qualche immagine della Celebrazione del Transito a Padova, dalla Basilica Antoniana alla Chiesa di San Francesco Grande.













A Padova il tesoro "domestico" delle clarisse medievali


da culturaeculture.it
Memorie ritrovate. È questo il titolo della mostra che si svolgerà a partire dal 31 agosto 2012 a Palazzo Zuckermann di Padova dove saranno esposti rinvenimenti archeologici dal convento di Santa Chiara fino a domenica 18 novembre 2012. La mostra è già stata presentata con un grandissimo successo di pubblico, oltre 24mila visitatori in pochi mesi, al CEMA – Centro Espositivo Multimediale dell’Archeologia di Noventa di Piave (VE), e approda ora a Padova, sua terra d’origine, con un nuovo allestimento, contenuti aggiornati, approfondimenti storiografici e iconografici.
Le «memorie» esposte sono state ritrovate nell’antico e perduto Convento di Santa Chiara De Cella Nova a Padova che fiorì tra il XIV e il XVIII secolo, ma che negli anni Sessanta del secolo scorso venne demolito per erigere la Questura. Nel 2000 l’indagine archeologica diretta da Mariangela Ruta e condotta da Petra scrl nel cortile della Questura di Padova ha portato alla luce una struttura esagonale, residuo dell’impianto originario del convento e punto di partenza di una scoperta senza eguali. Sulla base dei materiali rinvenuti e delle notizie d’archivio che narrano delle vicissitudini del monastero si ipotizza che tale struttura esagonale abbia svolto la funzione di ghiacciaia-dispensa in epoca tardo-medievale (XIII e XIV secolo) e sia stata adibita poi ad immondezzaio in età rinascimentale (XV e XVI secolo).
Il curatore della mostra Francesco Cozza – grazie anche agli interventi di restauro conservativo, condotti da restauratori del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e da liberi professionisti – ha saputo restituire ai numerosi oggetti esposti i loro significati, sia funzionali che simbolici, come si può apprendere dalla lettura del catalogo riccamente illustrato e acquistabile presso il bookshop dei Musei Civici Eremitani, in piazza Eremitani n.8. Ceramiche maiolicate, graffite e invetriate, reperti vitrei decorati, manufatti metallici, strumenti fittili, in osso, legno e cuoio, costituiscono il «tesoro» perduto, ritrovato e restaurato. Un cuore strappato da due mani, una figura femminile dal volto maschile, un cane in atteggiamento di auto-castrazione accanto a figure prettamente religiose, come l’Annunciazione e il calice con l’Ostia, sono solo alcuni esempi dell’eterogeneità dell’esposizione.
«Portare la mostra a Padova», afferma il curatore Francesco Cozza, «significa riconsegnare alla città parte della sua storia perduta. Il successo del primo allestimento al CEMA – Centro Espositivo Multimediale di Noventa di Piave ha dimostrato che Le memorie ritrovate ha suscitato un reale e vivo interesse, quindi ci è sembrato doveroso far conoscere anche a Padova le scoperte e i tesori del suo territorio». La mostra è stata organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, unitamente all’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova e ai Musei Civici di Padova, su idea e realizzazione di Cultour Active (società di promozione di eventi culturali), in collaborazione con McArthurGlen Designer Outlet di Noventa di Piave (VE) e la ditta Diego Malvestio & C. 

 Ingresso libero, orario 10-19, chiuso tutti i lunedì non festivi.


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