è vivo! e con l'occasione dell'ascesa al Soglio di Sua Santità Francesco è in fase di aggiornamento e riflessione.
Presto lo spazio veneto per la liturgia, l'arte e la musica sacra tornerà a regime.
Più benedettiano che mai.
... sperando lavorino meglio di quei colleghi impegnati a fare gossip e "campagna elettorale" in questi giorni di cimento.
E' ormai trascorso un anno dal primo post apparso su Sacris Solemniis. Ricco di piacevoli occasioni, come la visita del Santo Padre, il periodo trascorso è passato con non poche difficoltà, emerse soprattutto nel tentativo di delineare uno spazio concreto, dedicato alle realtà cristiano-cattoliche venete, alla scoperta di Fede, preghiera, tradizioni e dei numerosi tesori artistici e musicali, che una religiosità radicata nei secoli ha plasmato tra le città, i paesi, le parrocchie nei territori della Serenissima. Lanciando uno sguardo alla "nuvola delle etichette", posta a destra, sotto all'immagine d'intestazione, otto sono le parole che primeggiano: Papa, Benedetto XVI, Liturgia, Messa, Veneto, Chiesa, Venezia e Preghiera. Otto parole che sintetizzano quello che vuol trasmettere e proporre questo spazio web, a partire dalla fondamentale importanza della figura del Vicario di Cristo e del Suo Ministero, la Messa e la Liturgia nell'apice della santa Eucaristia [...] centro della Chiesa ma pure centro del nostro essere cristiani, sicuramente una sorta di provocazine in un Veneto travolto dal nuovo millennio e dalla più fervida secolarizazzione che continua a sconvolgere anche le realtà più tradizionalmente religiose delle terre di San Marco e di San Prosdocimo. La presenza di quelle otto etichette, così significative ci conforta e sembra indicarci la giusta strada. Per camminare più in fretta e in modo profiquo abbiamo però bisogno di collaboratori che aiutino a proporre e segnalare le realtà quotidiane delle diocesi venete. Per questo invitiamo, chi è interessato e si rende disponibile a diventare nostro collaboratore, a contattare la Redazione all'indirizzo mail blogsacrissolemniis@gmail.com.
Una delle nostre grandi difficoltà è la gestione dei commenti dei lettori, interessante fonte di dialogo ma che spesso e volentieri sfocia nella pesantezza e nell'arroganza di certi commentatori. Per questo teniamo a sottolineare che la Redazione di Sacris Solemniis non è responsabile del contenuto, delle opinioni e delle espressioni dei commenti.
Un po' di numeri...
visite totali: 120.000 (7/2011)
Il maggior picco di visite (da 13.500 a 24.900 visite) è stato registrato a Maggio, con la Visita di Papa Benedetto XVI.
visite per paese (7/2011):
- Italia 95.421
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- Stati Uniti 6.588
- Germania 1.325
- Spagna 1.160
- Regno Unito 960
- Polonia 813
di Nicola Bux
Si odono di frequente richiami a volgere l’attenzione all’Oriente cristiano, intanto sono omessi nel rito romano elementi che lo richiamano, come velare il calice e benedire l’incenso. La presenza di tende e veli nella liturgia è riconducibile al culto giudaico; per esempio il doppio velo all’ingresso del santuario nel tempio di Gerusalemme, segno di riverenza verso il mistero della Shekina, la presenza divina. Così per l’incenso e gli altri aromi che bruciavano sull’altare apposito antistante, al fine di elevare visibilmente l’anima alla preghiera, secondo le parole del salmo 140: Dirigatur, Domine, oratio mea, sicut incensum, in conspectu tuo – La mia preghiera stia davanti a te come incenso, o Signore. Nello stesso tempo il profumo copriva l’effetto sgradevole degli odori degli animali immolati e del sangue dei sacrifici.Il velo rappresenta visibilmente l’esigenza di non toccare con mani, impure, le cose sacre: un simbolo dell’esigenza di purezza spirituale per avvicinarsi a Dio. Se la liturgia è fatta di simboli, questo è uno dei più importanti. I veli coprono le mani dei ministri, come gli angeli offerenti rappresentati nell’arte bizantina e romanica. In linea di principio, i vasi sacri, quando non in uso, sono sempre velati per alludere alla ricchezza che vi si nasconde.Il velo del calice è un piccolo drappo del medesimo colore e stoffa della pianeta o casula, oppure sempre bianco, che serve a coprire tutto il calice, sull’altare o sulla credenza, dall’inizio della Messa all’offertorio; e poi dopo la purificazione che segue la comunione. Nel rito bizantino i veli sono due, per il calice e per il disco, ovvero la patena dei pani da consacrare. Nel rito romano, sebbene sia prescritto «lodevolmente» dall’Ordinamento generale del Messale di Paolo VI (n. 118), il velo che copre il calice è, nell’odierna prassi celebrativa, ordinariamente omesso.Veniamo all’incensazione. Il sacerdote, all’inizio della Liturgia Eucaristica, messo l’incenso nel turibolo, lo benedice e poi incensa tutto l’altare, in onore del Signore. L’incenso viene benedetto, nella Messa in forma extraordinaria, con la preghiera: Per intercessionem beati Michaelis Archangeli, stantis a dextris altaris incensi, et omnium electorum suorum, incensum istud dignetur Dominus benedicere, et in odorem suavitatis accipere – Per intercessione di san Michele arcangelo, che sta alla destra dell’altare dell’incenso, e di tutti i suoi santi, il Signore voglia benedire questo incenso e accoglierlo come profumo a Lui gradito. Questa benedizione è più solenne della prima, nella quale si dice: Ab illo benedicaris, in cuius honore cremaberis – Ti benedica Colui in onore del quale sarai bruciato. Qui sono invocati gli angeli perché il mistero dell’incenso non rappresenta altro che la preghiera dei santi presentata a Dio dagli angeli, come dice san Giovanni nell’Apocalisse (8,4): Et ascendit fumus incensorum de orationibus sanctorum de manu angeli coram Deo – E dalla mano dell’Angelo il fumo degli aromi ascende con la preghiera dei santi davanti a Dio.Ancor prima però, come spiega Prosper Guéranger, «siccome il pane e il vino che ha offerti hanno cessato d’appartenere all’ordine delle cose comuni e usuali, [il sacerdote] li profuma con l’incenso, come fa per Cristo stesso, rappresentato dall’altare». Belle le parole che accompagnano l’incensazione prima in forma di triplice croce e poi di triplice cerchio sul pane e del calice: Incensum istud a Te benedictum ascendat ad Te Domine et descendat super nos misericordia tua – Ascenda a te, Signore, questo incenso da Te benedetto e discenda su di noi la tua misericordia. È tutto il senso della liturgia, che ascende a gloria della presenza divina e discende per la nostra salvezza – in latino, salvare vuol dire conservare – affinché siamo completamente noi stessi e possiamo vivere in eterno con Dio. Il sacerdote si inchina «in spirito di umiltà e con animo contrito» affinché il sacrificio si compia alla presenza di Dio in modo da essere gradito; poi invoca lo Spirito sulle offerte. Il sacerdote, rendendo il turibolo al diacono, gli rivolge un augurio che fa ugualmente a sé medesimo, dicendo: Accendat in nobis Dominus ignem sui amoris, et flammam aeternae caritatis – Il Signore accenda in noi il fuoco del suo amore e la fiamma dell’eterna carità. Il diacono, ricevendo il turibolo, bacia la mano del sacerdote e poi la parte superiore delle catene, invertendo l’ordine delle azioni che aveva compiuto presentandoglielo. Tutti questi usi sono orientali e la liturgia li conserva perché sono dimostrazioni di rispetto e riverenza.Dunque, la Chiesa non ha escluso gli aromi dai suoi riti, anzi usa il balsamo per preparare il Crisma. L’incensazione simboleggia il sacrificio perfetto dei santi doni del pane e del vino, cioè Gesù Cristo, a cui sono unite le nostre persone in sacrificio spirituale, emananti profumo soave che sale al cielo (cf. Gen 8,21; Ef 5,2); così sono le preghiere dei santi (Ap 5,8) e le virtù dei cristiani (2Cor 2,15).Qualcuno osserverà che, da quanto il velo del tempio si è squarciato, non abbiamo più bisogno di alcun velo, e da quando si è offerto il sacrificio di Cristo non abbiamo più bisogno di incenso. In verità non dovremmo nemmeno più aver bisogno di alcun edificio sacro, perché Cristo è il nuovo tempio. Il punto è che, con la venuta di Gesù, il profano non è scomparso del tutto: però è continuamente incalzato dal sacro che è dinamico, in via di compimento: «Perciò dobbiamo ritrovare il coraggio del sacro,il coraggio della distinzione di ciò che è cristiano; non per creare steccati, ma per trasformare, per essere realmente dinamici» (J. Ratzinger, Servitori della vostra gioia, Milano 2002, p 127).
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