Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Psallam Deo meo




Domenico Bartolucci
Cardinale di Santa Romana Chiesa
Direttore Perpetuo della Cappella Musicale Sistina

7 maggio 1917 - 11 novembre 2013









Grazie maestro!


Le vittime del tempo




de Vatican Insider 
«Le chiese di Venezia sono vittime del tempo e di interventi che spesso non sono possibili per mancanza di risorse economiche: per questo si potrà studiare un diverso uso, uscendo dalle restrizioni della liturgia, destinarle ad altri utilizzi. È il concetto espresso, oggi al convegno «Chiese tra culto e cultura», dal Patriarca di Venezia monsignor Francesco Moraglia.
«È importante ricordare che, a Venezia - ha detto il patriarca Moraglia -, vi sono problemi conservativi urgenti che riguardano molte chiese e che il loro numero, un centinaio in città e oltre 200 nell'intera Diocesi, richiede una riflessione su una razionalizzazione del loro ruolo liturgico e pastorale, spesso anche a fronte di una innegabile flessione demografica, specie del centro storico».
«Sarà necessario individuare gli edifici che, effettivamente, non rispondono più ai bisogni pastorali - ha aggiunto mons. Moraglia - ed è compito della Chiesa locale individuare soluzioni e proposte per rendere `utili´ anche alla stessa collettività quei luoghi, ma senza far perdere la loro dimensione simbolica in nome di un funzionalismo e di una polivalenza che non solo li impoverisce ma addirittura li snatura».

Le biscie e le reliquie: il corpo di San Luca a Padova




Un interessante articolo del 17 giugno 2001 delinea ancora efficacemente i risultati delle ricerche effettuate sulle reliquie di San Luca nella Basilica di Santa Giustina a Padova. La ricognizione attuata in occasione del Giubileo del 2000 si aggiunge alle incredibili vicende delle spoglie dell'Evangelista, che si vogliono portate a Padova, con altre importanti reliquie, dal prete Urio custode della Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli. 
Riproponiamo l'artico con qualche immagine dell'apertura dell'arca e della ricognizione, avvenuta il 17 settembre 1998.

di Massimo Stampani per il Corriere della Sera 
È realmente lo scheletro di san Luca evangelista quello sepolto della grande basilica di S. Giustina a Padova, la nona al mondo per dimensioni. La commissione per la ricognizione dei resti del santo, istituita dal vescovo della città, ha concluso i suoi lavori [giugno 2001 nrd] e pochi giorni fa la bara di piombo è stata ricollocata nell'arca marmorea dell' altare a lui dedicato. Tra le tante reliquie assai dubbie, per non dire clamorosamente false, ecco finalmente uno studio che dà per elevatissima la probabilità di essere nel vero, frutto di un meticoloso lavoro d'équipe, coordinato da Vito Terribile Viel, titolare della cattedra di anatomia patologica dell' Università di Padova. Sebbene non si tratti di un santo «qualunque», bensì di uno dei quattro evangelisti, è poco noto che san Luca sia sepolto nella città veneta, dove «il Santo» per antonomasia, sant'Antonio, accentra l' attenzione dei fedeli. Le fonti storiche riferiscono che san Luca evangelista morì anziano (tra i 74 e gli 84 anni) in Bitinia (antica regione situata tra la costa meridionale del Mar Nero e il Mar di Marmara) ed è possibile collocarlo nella terza generazione, dopo quella di Cristo e degli Apostoli, con una data di morte intorno al 130 d.C. «Lo studio ha appurato che si tratta dello scheletro di un uomo ottantenne - spiega Terribile - di corporatura media, alto 1,65 m. Le datazioni con il metodo del radiocarbonio, eseguite sia a Oxford sia a Tucson in Arizona, concordano nell'attribuire le ossa al periodo in cui morì il santo». 



Il Dna (lo studio è stato condotto da Barbujani, genetista dell' Università di Ferrara) è 2,5 volte più probabile che sia quello di un siriano (etnia di san Luca) piuttosto che di un greco. I resti dell' evangelista sono ancor oggi conservati in una bara di piombo di 300 kg che venne trafugata dalla basilica degli Apostoli di Costantinopoli e portata a Padova per salvarla dalle persecuzioni dell' imperatore Giuliano l' Apostata (che voleva la distruzione delle reliquie per restaurare il paganesimo) nel IV secolo. E questa data viene confermata dal ritrovamento di centinaia di piccole costole all'interno del sarcofago. In un primo tempo si pensava fossero di topi ma un' analisi più approfondita ha documentato che appartengono a una trentina di bisce. Entrarono nella bara a Padova e morirono soffocate in seguito a un' alluvione che interessò il cimitero romano paleocristiano di S. Giustina. Si tratta di serpenti «nostrani», non presenti in Oriente, che il radiocarbonio ha datato al 400-450 d.C. retrodatando di circa quattro secoli l' arrivo di Luca a Padova, che una precedente ipotesi aveva invece collocato nell'800 d.C. Un' ulteriore conferma della ben più antica origine della reliquia è un simbolo giudaico cristiano in uso dal primo secolo, sulla bara, nel quale compaiono tra l' altro otto braccia incrociate, come risulta da uno studio condotto all'Università La Sapienza di Roma.



Patrizio Giulini, botanico dell' Università di Padova, ha determinato anche numerosi reperti di piante e di legno presenti nel sarcofago. Ma c'è un' ulteriore importante tessera che accredita l' attribuzione di quelle ossa. Dallo scheletro manca il cranio che l' imperatore Carlo IV offrì in dono alla cattedrale di Praga dove è conservato fin dalla metà del XIV secolo. In occasione di questa ricognizione il decano dei canonici di Praga lo ha portato a Padova. Ebbene, l' attacco del cranio con la prima vertebra coincide perfettamente dando un' ulteriore conferma che si può trattare realmente dell' evangelista. Altre 20 prove con crani diversi hanno dato esito negativo. E in questo modo è stato anche autenticata la reliquia della capitale ceca. Per di più dall'usura dei pochi denti ritrovati si capisce che san Luca digrignava i denti, confermando quanto riferiscono le fonti storiche. 






O gloriosa Domina!




O gloriosa Domina caelorum,
laudate semper, chorus angelorum,
et clamunt assidue caelis peccatorum.
O Maria dulcissima,
tu felix virgo, tu porta paradisi,
funde praeces ad filium
pro salute fidelium. 






Al Santo, le armi di Papa Francesco




Sulla facciata della Basilica del Santo a Padova torna lo stemma del Pontefice regnante, le insegne del padrone di casa. Quello di Benedetto XVI era stato calato nel tempo di Sede Vacante. Ora aggiornato, lo scudo - pesante colata bronzea degli anni '30 dello scorso secolo - si mostra sopra il portale romanico della Basilica e alla lunetta di Andrea Mantagna.







Ottocento veneziano




Stefano Novo, La prima comunione 
(Interno della Basilica di San Marco), 
Venezia, 1889 
 
 
 

Telefonia e liturgia




"Il Signore vi parla e vi ascolta in molti modi. Ma di sicuro non vi chiama al cellulare"

Spegni il telefonino in chiesa!



In Nativitate Domini






Díes sanctificátus
illúxit nóbis:
veníte géntes,
et adoráte Dóminum:
quia hódie descéndit lux mágna
super térram.



"Il materno invito della Chiesa a sollevare lo sguardo verso i cieli, per aspettare di là il Dio Salvatore, e, con Lui, l'affrancamento dai vincoli delle disarmonie che irretiscono gli animi, Noi desideriamo di ripetervi, diletti figli e figlie dell'Orbe cattolico, come paterno augurio in questo Natale, che trova gli uomini, bensì con gli sguardi rivolti in alto, ma coi cuori gravati da angosciosi incubi per la incerta sorte dell'umana famiglia e della sua stessa terrestre dimora.
Non così i Pastori di Betlemme, nè i Magi di Oriente scrutarono i cieli, quando ai primi apparvero gli Angeli e agli altri si mostrò la mistica stella, annunzianti la nascita del Figlio di Dio sulla terra. Un profondo stupore pervase i loro animi nell'apprendere e nell'assistere ai « Magnalia Dei » (Act. Ap. 2, 11; Petr. 2, 9), alle grandi e meravigliose gesta di Dio, che raggiungevano il culmine e la sintesi di ogni possibile grandezza in quel tenero Bambino, nato nella città di Davide, avvolto in poveri panni e adagiato in umile presepio (cfr. Luc. 2, 12). Il loro stupore però non aveva nulla in comune con lo sbigottimento e lo schianto che sogliono suscitare le terribili grandezze, bensì si tramutò in onda di soave conforto, in respiro d'ineffabile pace e di placante armonia, quali soltanto Dio sa infondere negli umani spiriti, che Lui cercano, accolgono e adorano."   
PIUS PP. XII 




Auguri! Un gioioso Natale a tutti voi!



Venezia, Santa Maria del Carmine, Adorazione dei Pastori, Cima da Conegliano, particolare.



Monilibus suis: l'Immacolata nei tesori per la Liturgia papale

Palazzo Apostolico, Stanza dell'Immacolata, Pio IX proclama l'Immacolata Concezione



Et concupiscet rex speciem tuam,
quoniam ipse est Dominus tuus, et adora eum.


Il Re è affascinato dalla tua bellezza; 
onoralo, perché egli è il tuo Signore.

Belle e preziose suppellettili per proclamare l'Immacolata Concezione della più bella e preziosa delle Vergini. Un calice ed una mitria voluti dal Beato Pio IX ed utilizzati l'8 dicembre 1854 nella più solenne Cappella Papale del suo pontificato. 





Il ricchissimo calice fu realizzato dalla bottega orafa Spagna di Roma. Pio IX per il vaso sacro volle impiegare l'oro e i diamanti che ricoprivano le briglie di un destriero che gli fu donato da un Sultano arabo. Ne risultò un'opera grandiosa, di sapore eclettico, rivestita di 700 diamanti di diverse dimensioni che percorrono la superficie impreziosita da smalti policromi disegnando circoli, spighe, grappoli d'uva e sul nodo, croci. 

Il calice tutt'ora utilizzato nelle più solenni Cappelle Papali.








L'armoniosa mitria è completamente ricamata, secondo il gusto francese, con fili serici policromi e metallici. Tutto converge verso la Vergine raffigurata sul piatto anteriore: vestita di sole coronata di dodici stelle, ha i capeli sciolti come la Salumita del Cantico dei Cantici. Ai suoi piedi, il globo e la luna sostenuta da due angeli in conversazione. Ai lati, i gigli della purezza. Sul piatto posteriore è raffigurato il Buon Pastore seguito da due agnelli, onorato da palme e rose, un richiamo al ministero petrino. Le infule recano le armi di papa Mastai. 

La mitria è tutt'oggi utilizzata dal Pontefice in occasione delle Solennità (mariane e non).



Dalla Costa diventa "Giusto tra le nazioni"




Giorgio Bernardelli per Vatican Insider 
Lo Yad Vashem - l’istituto storico che a Gerusalemme tiene viva la memoria della Shoah - ha assegnato ufficialmente ieri alla memoria del cardinale arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa (1872-1961) il titolo di Giusto tra le nazioni, l’onorificenza con cui il mondo ebraico esprime la sua gratitudine a chi mise a repentaglio la propria vita per salvare quella di alcuni ebrei durante la persecuzione nazista.
La decisione dello Yad Vashem - che scriverà il nome del cardinale Dalla Costa sul muro dell’onore insieme a quelli di tutti gli oltre 24 mila Giusti tra le nazioni  - sancisce un impegno già ampiamente riconosciuto dalla storiografia italiana. Sono numerose infatti le testimonianze che raccontano di come fosse il porporato in persona a guidare la rete dei sacerdoti e dei religiosi che in Toscana offrirono rifugio a tanti ebrei in quegli anni difficili. Non solo: il ruolo di Dalla Costa fu particolarmente importante anche perché proprio Firenze vide nel novembre 1943 l’arresto del rabbino capo Nathan Cassuto (che morirà ad Auschwitz) insieme a tutta la rete di sostegno clandestina organizzata dalla comunità ebraica. Da quel momento in poi, dunque, il cardinale a Firenze restò l’unico vero punto di riferimento per chi cercava rifugio.
Tra le testimonianze raccolte dallo Yad Vashem c’è quella della signora Lya Quitt che ha ricordato come - fuggita dalla Francia a Firenze all’inizio del settembre 1943 - venne portata proprio in arcivescovado dove trascorse la notte insieme ad altri ebrei lì ospitati, prima di essere indirizzata il giorno dopo a uno dei tanti conventi che in città, su indicazione dell’arcivescovo, avevano aperto le porte agli ebrei. L’istituto di Gerusalemme cita anche le parole di Giorgio La Pira secondo cui «l’anima di questa attività d’amore di Dalla Costa era salvare il maggior numero possibile di fratelli».
Il cardinale Elia Dalla Costa è il primo cardinale italiano a ricevere il titolo di Giusto tra le nazioni. Va aggiunto, però, che c’è almeno un altro porporato cui la comunità ebraica italiana è unanime nel riconoscere un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei in quegli anni: si tratta del cardinale arcivescovo di Genova Pietro Boetto. In quel caso però, almeno per ora, lo Yad Vashem lo ha riconosciuto solo indirettamente, assegnando già nel 1976 il titolo di Giusto tra le nazioni al suo segretario, don Francesco Repetto.
L’arcidiocesi di Firenze ha espresso attraverso una nota la sua gratitudine per la decisione presa a Gerusalemme. «Il riconoscimento - ha commentato il cardinale Giuseppe Betori, attuale arcivescovo  - raggiunge un pastore ancora nel cuore dei fiorentini con un gesto che rafforza anche l'amicizia e il dialogo fra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico. Il cardinale Dalla Costa è stata una figura non solo di grande soccorso per gli ebrei ma ha anche espresso con forza l'avversione a quel regime totalitario razzista all'origine di quella terribile persecuzione. Il riconoscimento del Museo dell'Olocausto è un prezioso contributo a riscoprirlo e pregarlo mentre è in corso la sua causa di beatificazione».

A Torcello una Basilica dimenticata




di Alberto Vitucci per la Nuova di Venezia e Mestre
Infiltrazioni d’acqua, muri scrostati, mattoni che cadono. Si aggravano le condizioni dell’abside della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello. Le piogge, il degrado dei materiali, le scosse di terremoto. Nessuno è intervenuto, e adesso la situazione è all’emergenza. I piccoli crolli mettono a rischio una della parti più antiche e preziose della storia di Venezia. L’abside della Basilica di Torcello, prima sede vescovile, ha resistito per mille anni con i suoi splendidi mosaici. E adesso è a rischio. «Non abbiamo fondi per la manutenzione, il governo li ha tagliati», denuncia disperato don Antonio Meneguolo, responsabile della Curia veneziana per i Beni culturali, «adesso abbiamo fatto richiesta dell’8 per mille, ma i fondi non arriveranno, ci hanno detto alla Presidenza del Consiglio, prima del 2013». Intanto il danno si aggrava. La vergine Odighitria, splendido mosaico bizantino dell’anno Mille, guarda dall'alto  Il trono vescovile in pietra è a rischio, come la storica iscrizione dell’altar maggiore dove sono custodite le spoglie di Sant’Eliodoro, vescovo di Altino. Per terra frammenti di marmo e di mattoni, materiali che rischiano di andare perduti per sempre. Nei prossimi giorni arriveranno (forse) i soldi promessi nel 2009 per il restauro del campanile di Torcello. Torre campanaria tra le più antiche in laguna, ingabbiata da anni in una quasi arrugginita impalcatura. Anche qui la situazione è critica, i lavori fermi. E i soldi comunque non basteranno per i lavori dell’abside. Situazione drammatica  perché riguarda buona parte dell’immenso patrimonio artistico religioso della città. «Ci hanno tolto i finanziamenti», continua il monsignore, «e non siamo in grado di provvedere al restauro delle chiese, dei monumenti religiosi e delle opere d’arte». Grido d’allarme lanciato anche davanti ai Comitati privati, l’altro giorno a palazzo Zorzi. «Inutile difendere Venezia dalle acque», aveva detto il sindaco Orsoni, «se nella città non è rimasto più nulla da difendere». I resti dei 42 milioni di euro stanziati dal Comitatone nel 2008 arrivano solo col contagocce dalla Regione. I 50 milioni stanziati nel 2010 non si sono mai visti. «Se non abbiamo fondi sicuri ogni anno», spiega don Meneguolo, «non riusciamo a mettere a punto un piano di restauro credibile».Vanno avanti solo piccoli interventi, finanziati dai Beni culturali e con gli introiti di Chorus e di qualche privato. Ma la stragrande maggioranza delle chiese aspetta. A cominciare da Torcello, simbolo della storia veneziana e della civiltà romanica e bizantina.

Sacra supellex: ricami quattrocenteschi a Martellago




Dall'arcipretale di Santo Stefano in Martellago: preziosa pianeta confezionata con damasco cremisi databile alla seconda metà del secolo XVI su cui è stato riportata una decorazione da parato, elaborata a ricamo con filati metallici e policromi, riconducibile alla metà del secolo XV. A transizione tra i modi gotici e quelli della rinascenza, il lavoro è costruito su un tessuto ceruleo decorato a stelle, suddiviso in false quinte architettoniche ospitanti vari santi (riconoscibili chiaramente i soli Santi Stefano, Giovanni Battista, Ignazio d'Antiochia) e una delicata Annunciazione. Il ricamo, incorniciato da un sottile gallone (forse cinquecentesco), risulta alterato in più parti con l'aggiunta di decorazioni a racemi ed evidenti rammendi.








Il fastoso ingresso del parroco all'avanguardia

Il trionfo del sacerdozio.



La dignità del sacerdote supera quella dei re, quanto l’oro il piombo. L’oro non è tanto più prezioso del piombo, quanto invece è più alta la dignità del Sacerdozio sulla dignità regale 
Sant'Ambrogio


de Il Mattino di Padova
Non ha tradito le aspettative l’arrivo di don Luca Boaretto, il giovane sacerdote motociclista. Ai tanti fedeli che si aspettavano di vederlo raggiungere il sagrato della chiesa di Prejon in sella alla sua sontuosa Harley Davidson don Luca ha strappato una lunga risata e un fragoroso applauso presentandosi alla guida di una mini - moto Guzzi, che sotto la sua stazza sembrava ancora più piccola.

Un ingresso all’insegna dell’originalità e della simpatia, sulle due (piccole) ruote, per il nuovo co- parroco dell’unità pastorale di Agna - Borgoforte - Frapiero e Prejon, la cui fama di appassionato di moto di grossa cilindrata lo ha preceduto. La sua “vera” moto l’ha usata per coprire i quasi 40 chilometri che separano Montegrotto, dove è stato vice parroco, alla sua nuova destinazione, l’unità pastorale che abbraccia quattro frazioni di tre comuni.
A “scortare” don Luca, 31 anni, fisico ben piazzato, chioma fluente, battuta pronta e un gran feeling con i giovani, una sessantina di bikers che a tutto clacson hanno annunciato il suo arrivo. Il tutto tra una folla da grande evento per la piccola frazione di Prejon, “succursale” della chiesa di Agna chiusa da mesi per lesioni da terremoto.
Davanti alla porta della chiesa i tre sindaci, il “parroco moderatore” dell’unità pastorale don Daniele Marangon e anche una nutrita rappresentanza di parrocchiani di Montegrotto arrivati in pullman. Un incarico che ha il sapore della sfida per il giovane sacerdote al suo primo incarico da parroco: ora con la sua moto dovrà coprire anche più volte al giorno i chilometri che separano le quattro comunità parrocchiali sparse nella campagna.
«Ci vedremo in giro» così ha concluso l’omelia, riservando parole di affetto per i genitori: «Li ringrazio per tutto quello che mi hanno dato, per l’amore e il sostegno. Ho trascorso un mese a casa e mi hanno sopportato perché con me era come avere i fuochi d’artificio. Ogni tanto si preoccupano ma li tranquillizzo sempre».
Don Luca usa con disinvoltura internet e facebook, non disdegna i videogiochi e organizza affollati moto - pellegrinaggi, compresa la cerimonia di “benedizione del casco”, tenendo il Vangelo come punto di riferimento e guida quotidiana. «Ho fatto mio l’invito di Gesù “vieni e seguimi” per raggiungere la libertà del cuore. Nelle prossime settimane impareremo a conoscerci» ha detto ai nuovi parrocchiani «percorreremo insieme un tratto di strada».
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