Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Le biscie e le reliquie: il corpo di San Luca a Padova




Un interessante articolo del 17 giugno 2001 delinea ancora efficacemente i risultati delle ricerche effettuate sulle reliquie di San Luca nella Basilica di Santa Giustina a Padova. La ricognizione attuata in occasione del Giubileo del 2000 si aggiunge alle incredibili vicende delle spoglie dell'Evangelista, che si vogliono portate a Padova, con altre importanti reliquie, dal prete Urio custode della Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli. 
Riproponiamo l'artico con qualche immagine dell'apertura dell'arca e della ricognizione, avvenuta il 17 settembre 1998.

di Massimo Stampani per il Corriere della Sera 
È realmente lo scheletro di san Luca evangelista quello sepolto della grande basilica di S. Giustina a Padova, la nona al mondo per dimensioni. La commissione per la ricognizione dei resti del santo, istituita dal vescovo della città, ha concluso i suoi lavori [giugno 2001 nrd] e pochi giorni fa la bara di piombo è stata ricollocata nell'arca marmorea dell' altare a lui dedicato. Tra le tante reliquie assai dubbie, per non dire clamorosamente false, ecco finalmente uno studio che dà per elevatissima la probabilità di essere nel vero, frutto di un meticoloso lavoro d'équipe, coordinato da Vito Terribile Viel, titolare della cattedra di anatomia patologica dell' Università di Padova. Sebbene non si tratti di un santo «qualunque», bensì di uno dei quattro evangelisti, è poco noto che san Luca sia sepolto nella città veneta, dove «il Santo» per antonomasia, sant'Antonio, accentra l' attenzione dei fedeli. Le fonti storiche riferiscono che san Luca evangelista morì anziano (tra i 74 e gli 84 anni) in Bitinia (antica regione situata tra la costa meridionale del Mar Nero e il Mar di Marmara) ed è possibile collocarlo nella terza generazione, dopo quella di Cristo e degli Apostoli, con una data di morte intorno al 130 d.C. «Lo studio ha appurato che si tratta dello scheletro di un uomo ottantenne - spiega Terribile - di corporatura media, alto 1,65 m. Le datazioni con il metodo del radiocarbonio, eseguite sia a Oxford sia a Tucson in Arizona, concordano nell'attribuire le ossa al periodo in cui morì il santo». 



Il Dna (lo studio è stato condotto da Barbujani, genetista dell' Università di Ferrara) è 2,5 volte più probabile che sia quello di un siriano (etnia di san Luca) piuttosto che di un greco. I resti dell' evangelista sono ancor oggi conservati in una bara di piombo di 300 kg che venne trafugata dalla basilica degli Apostoli di Costantinopoli e portata a Padova per salvarla dalle persecuzioni dell' imperatore Giuliano l' Apostata (che voleva la distruzione delle reliquie per restaurare il paganesimo) nel IV secolo. E questa data viene confermata dal ritrovamento di centinaia di piccole costole all'interno del sarcofago. In un primo tempo si pensava fossero di topi ma un' analisi più approfondita ha documentato che appartengono a una trentina di bisce. Entrarono nella bara a Padova e morirono soffocate in seguito a un' alluvione che interessò il cimitero romano paleocristiano di S. Giustina. Si tratta di serpenti «nostrani», non presenti in Oriente, che il radiocarbonio ha datato al 400-450 d.C. retrodatando di circa quattro secoli l' arrivo di Luca a Padova, che una precedente ipotesi aveva invece collocato nell'800 d.C. Un' ulteriore conferma della ben più antica origine della reliquia è un simbolo giudaico cristiano in uso dal primo secolo, sulla bara, nel quale compaiono tra l' altro otto braccia incrociate, come risulta da uno studio condotto all'Università La Sapienza di Roma.



Patrizio Giulini, botanico dell' Università di Padova, ha determinato anche numerosi reperti di piante e di legno presenti nel sarcofago. Ma c'è un' ulteriore importante tessera che accredita l' attribuzione di quelle ossa. Dallo scheletro manca il cranio che l' imperatore Carlo IV offrì in dono alla cattedrale di Praga dove è conservato fin dalla metà del XIV secolo. In occasione di questa ricognizione il decano dei canonici di Praga lo ha portato a Padova. Ebbene, l' attacco del cranio con la prima vertebra coincide perfettamente dando un' ulteriore conferma che si può trattare realmente dell' evangelista. Altre 20 prove con crani diversi hanno dato esito negativo. E in questo modo è stato anche autenticata la reliquia della capitale ceca. Per di più dall'usura dei pochi denti ritrovati si capisce che san Luca digrignava i denti, confermando quanto riferiscono le fonti storiche. 






Al Palazzo Vescovile, la teoria del Crocifisso




Dal 14 settembre sette antichi crocifissi lignei provenienti da chiese della Diocesi di Padova comporranno una suggestiva mostra negli spazi del Museo Diocesano di Padova, per celebrare due momenti significativi della fede cristiana: l’Anno della fede, che si concluderà il 24 novembre 2013 e l’anniversario dell’Editto di Milano (313-2013) con cui il cristianesimo diviene culto pubblico e l’immagine della croce entra a pieno titolo tra i soggetti dell’arte cristiana.

Il dramma di Gesù crocifisso ha interrogato l’uomo di ogni tempo, toccando il cuore del vissuto delle persone.
Da duemila anni è uno “scandalo” sia per chi crede, sia per chi si ferma al solo dato storico della crocifissione, continuando a porre interrogativi sull’uomo e sul senso della sua esistenza.
Ha alimentato il pensiero teologico e filosofico, l’immaginazione e la spiritualità, e ha ispirato scrittori e artisti che hanno dato vita a immagini di grande intensità.
La mostra, aperta dal 14 settembre al 24 novembre 2013, racconta questa storia attraverso sette crocifissi in legno intagliato e dipinto provenienti da alcune chiese della Diocesi di Padova. Le sculture, dal Trecento al Settecento, sono presentate in un percorso che ne esalta il potere evocativo, e la capacità di esprimere la sensibilità e il pensiero teologico propri di ciascuna epoca.
È un viaggio nel tempo alla scoperta delle raffigurazioni del crocifisso e del loro significato: dal Cristo morto in croce del tardo Medioevo, con gli occhi chiusi e la testa reclinata, dove si insiste sulla passione e sulle sofferenze patite per la salvezza dell’uomo; alla svolta dell’umanesimo cristiano nel Rinascimento, che riscopre l’umanità di Cristo nobilitandola attraverso il linguaggio sereno e composto della classicità; per arrivare al “superamento” della morte attraverso il vitalismo del Cristo vivo, che già suggerisce l’idea della resurrezione, nell’età della Controriforma e Barocca.
Il percorso consente di osservare da vicino le sculture, tre delle quali sono state sottoposte a delicati interventi di restauro, grazie anche alla campagna di raccolta fondi Mi sta a cuore. I restauri, che si sono avvalsi delle moderne metodologie di diagnostica, hanno dato risultati sorprendenti, che vengono raccontati in mostra in un’apposita sezione multimediale, realizzata con il generoso supporto di Mediacom Digital Evolution.
Le visite guidate per i gruppi consentono di scendere più in profondità, compiendo un percorso estetico e spirituale insieme, nel quale oltre alle opere d’arte saranno le parole di scrittori, poeti, teologi, santi, a tessere il racconto, come fili tesi lungo il tempo. Un’occasione per lasciarci interrogare da un’immagine forte, carica di contraddizioni e interrogativi ma anche di speranza; un’immagine sempre uguale a se stessa eppure diversa, così come è l’uomo nel cammino della storia.

Al Santo, le armi di Papa Francesco




Sulla facciata della Basilica del Santo a Padova torna lo stemma del Pontefice regnante, le insegne del padrone di casa. Quello di Benedetto XVI era stato calato nel tempo di Sede Vacante. Ora aggiornato, lo scudo - pesante colata bronzea degli anni '30 dello scorso secolo - si mostra sopra il portale romanico della Basilica e alla lunetta di Andrea Mantagna.







Gaetano Valeri, le sinfonie ed i concerti per la Cattedrale




Mentre alla Basilica di San Marco stava un Bonaventura Furlanetto indaffarato a proseguire l'immensa opera del predecessore, nelle cantorie della Cattedrale di Padova serpeggiava un vivace organista ed abile compositore, Gaetano Valeri: questi naque il 21 settembre 1760 ed ebbe a mentore Ferdiando Gasparo Turrini, al tempo organista a Santa Giustina. Dopo una parentesi "pittorica" conquistò presto le panche degli organi delle grandi chiese regolari dei Carmini e di Sant'Agostino. Approdò poi alla Cattedrale dove fu organista e compositore alla Cappella Musicale. Solo nei primi anni dell'800 il Capitolo dei Canonici gli affidò la completa direzione della Cappella. Celebratissimo "l'ingegno del Valerj era di creazione non d'imitazione" morì il 13 aprile 1822 accompagnato da uno stuolo di suoi "varj alunni". 
Seppure la produzione musicale del Valeri passi ai più inosservata, giacendo desolatamente dimenticata - l'immenso numero di composizioni sacre resta gelosamente custodita alla Biblioteca Capitolare patavina - la casa discografica Tactus ha recentemente riproposto (in collaborazione con il Comune di Cingoli!) certe sue interessanti opere eseguite dagli Hermans Consort diretti da Fabrizio Ammetto con un abile Luca Scandali all'organo. Queste Sinfonie e concerti coll'organo che andavano probabilmente a concertare le celebrazioni solenni della Cattedrale di Padova all'introito o durante l'offertorio sono caratterizzate dalla presenza dei corni da caccia che andarono ad aggiungersi dalla secondo metà del '700 agli archi e agli oboé. Queste composizioni, caratterizzate da due o tre movimenti oppure da un un unico movimento alla maniera galuppiana, riflettono l'influenza dello dell'ultimo stile galante, senza rinunziare alla rigorosa costruzione barocca e a quella semplificazione formale cara alla tradizione italiana


Al Santo un nuovo Delegato




Il Santo Padre Francesco ha nominato Delegato Pontificio per la Basilica di Sant’Antonio in Padova S.E. Mons. Vittorio Lanzani, Vescovo titolare di Labico, Delegato della Fabbrica di San Pietro.  
[01112-01.01] 

Campane a festa al Santo. Una nomina lampo e la fine (come sulla ghigliottina) dell'era Gioia. Monsignor Vittorio Lanzani, Delegato alla Fabbrica di San Pietro è stato nominato da Sua Santità Delegato per la Pontificia Basilica di Sant'Antonio di Padova. Nato nel Pavese nel 1951 e ordinato sacerdote nel 1976, Lanzani è particolarmente legato alla realtà romana: prima officiale della Congregazione per il Culto e segretario della Fabbrica di San Pietro e della Commissione permanente per la tutela dei monumenti storici ed artistici della Santa Sede poi elevato alla sede vescovile titolare di Labico e consacrato vescovo dalle mani del Beato Giovanni Paolo II (gennaio 2002) raggiunge la Delegazione della Fabbrica di San Pietro. Da oggi ricopre anche l'ufficio di Delegato per la Basilica del Santo.
Dopo gli intrighi, gli scandali - e i matrimoni - entra in scena il mitrato lombardo. 


Monsignor Lanzani accanto a Sua Santià Francesco nelle Grotte Vaticane.

Avviso sacro: Missa Cantata a San Gaetano




IN OCCASIONE DEL MAGGIO MARIANO
CELEBRAZIONE LITURGICA
NELLA FORMA STRAORDINARIA DEL RITO ROMANO


MISSA CANTATA

officium de
Sancta Maria in sabbato


col canto gregoriano, secondo il Rito “Tridentino”

“Salve, sancta parens, eníxa puérpera Regem”


SABATO 25 MAGGIO
ORE 16:30

CHIESA DEI SANTI SIMEONE E GIUDA
“SAN GAETANO”
Via Altinate, Padova


con approvazione


A Padova, il Transito di San Francesco




I Minori e i Conventuali in processione per San Francesco. Da Fecebook, qualche immagine della Celebrazione del Transito a Padova, dalla Basilica Antoniana alla Chiesa di San Francesco Grande.













A Padova il tesoro "domestico" delle clarisse medievali


da culturaeculture.it
Memorie ritrovate. È questo il titolo della mostra che si svolgerà a partire dal 31 agosto 2012 a Palazzo Zuckermann di Padova dove saranno esposti rinvenimenti archeologici dal convento di Santa Chiara fino a domenica 18 novembre 2012. La mostra è già stata presentata con un grandissimo successo di pubblico, oltre 24mila visitatori in pochi mesi, al CEMA – Centro Espositivo Multimediale dell’Archeologia di Noventa di Piave (VE), e approda ora a Padova, sua terra d’origine, con un nuovo allestimento, contenuti aggiornati, approfondimenti storiografici e iconografici.
Le «memorie» esposte sono state ritrovate nell’antico e perduto Convento di Santa Chiara De Cella Nova a Padova che fiorì tra il XIV e il XVIII secolo, ma che negli anni Sessanta del secolo scorso venne demolito per erigere la Questura. Nel 2000 l’indagine archeologica diretta da Mariangela Ruta e condotta da Petra scrl nel cortile della Questura di Padova ha portato alla luce una struttura esagonale, residuo dell’impianto originario del convento e punto di partenza di una scoperta senza eguali. Sulla base dei materiali rinvenuti e delle notizie d’archivio che narrano delle vicissitudini del monastero si ipotizza che tale struttura esagonale abbia svolto la funzione di ghiacciaia-dispensa in epoca tardo-medievale (XIII e XIV secolo) e sia stata adibita poi ad immondezzaio in età rinascimentale (XV e XVI secolo).
Il curatore della mostra Francesco Cozza – grazie anche agli interventi di restauro conservativo, condotti da restauratori del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e da liberi professionisti – ha saputo restituire ai numerosi oggetti esposti i loro significati, sia funzionali che simbolici, come si può apprendere dalla lettura del catalogo riccamente illustrato e acquistabile presso il bookshop dei Musei Civici Eremitani, in piazza Eremitani n.8. Ceramiche maiolicate, graffite e invetriate, reperti vitrei decorati, manufatti metallici, strumenti fittili, in osso, legno e cuoio, costituiscono il «tesoro» perduto, ritrovato e restaurato. Un cuore strappato da due mani, una figura femminile dal volto maschile, un cane in atteggiamento di auto-castrazione accanto a figure prettamente religiose, come l’Annunciazione e il calice con l’Ostia, sono solo alcuni esempi dell’eterogeneità dell’esposizione.
«Portare la mostra a Padova», afferma il curatore Francesco Cozza, «significa riconsegnare alla città parte della sua storia perduta. Il successo del primo allestimento al CEMA – Centro Espositivo Multimediale di Noventa di Piave ha dimostrato che Le memorie ritrovate ha suscitato un reale e vivo interesse, quindi ci è sembrato doveroso far conoscere anche a Padova le scoperte e i tesori del suo territorio». La mostra è stata organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, unitamente all’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova e ai Musei Civici di Padova, su idea e realizzazione di Cultour Active (società di promozione di eventi culturali), in collaborazione con McArthurGlen Designer Outlet di Noventa di Piave (VE) e la ditta Diego Malvestio & C. 

 Ingresso libero, orario 10-19, chiuso tutti i lunedì non festivi.


A Pozzoveggiani, tra fede e medioevo




Se addirittura sorse sulla terra Vitaliani dove trovò prima sepoltura Santa Giustina, l'oratorio di San Michele Arcangelo in Pozzoveggiani può davvero essere annoverato tra i luoghi-simbolo dello sviluppo storico della fede cristiana non solo patavina, ma dell'intera terra veneta. 





Secondo tradizione, il martirio di Santa Giustina aristocratica vergine cristiana, si compì ai tempi delle persecuzioni di Massimiano nei luoghi attorno alla Patavium paganeggiante, esattamente all'altezza del ponte di Pontecorvo. Il corpo della martire venne poi inumato in un terreno privato, distante dai luoghi di sepoltura pagani, che pare proprio corrispondere in Pozzoveggiani. La reliquie della vergine martirizzata, nei secoli successivi vennero però trasportate verso Prato della Valle.
I suoi familiari non vollero che fosse sepolta in mezzo alle tombe dei pagani, in Prato della Valle, e poiché possedevano un edificio con giardino extra pomerium la seppellirono nel terreno di loro proprietà extra moenia. Santa Giustina martire rimase sicuramente per un certo tempo sepolta a Pozzoveggiani, come attesterebbe una tomba speciale, in contiguità con il sacello innalzato in onore di san Michele, l’arcangelo che difende, per tradizione, i luoghi cristiani. Il ritrovamento di un pavimento absidato e riscaldato nell’area dell’oratorio di San Michele potrebbe anche riferirsi a una di quelle domus ecclesiae che fiorirono in Italia prima dell’editto di Costantino del 313. Quanto rimase sepolta fuori dalle mura prima di essere portata in Prato della Valle? Il primo che parla della tomba di santa Giustina è Venanzio Fortunato che nel sesto-settimo secolo, nella vita di san Martino, dice: «Se tu passi per Padova fermati a venerare il sacello di Santa Giustina ornato di mosaici in onore di san Martino». È chiara l’allusione alla prima basilica di Santa Giustina e pertanto a quest’epoca la salma era stata portata in città. Quanto prima questo sia avvenuto non è ancora possibile dirlo. (fonte)  
Una traslatio, quella delle reliquie di Santa Giustina che portò prima ad un ascesa del luogo Puteus Vitaliani, che vide l'apice del suo sviluppo nei secoli VI e VII con la costruzione di una chiesa a pianta basilicale sulla quale, nei secoli seguenti ebbe diritto il Capitolo della Cattedrale patavina, per poi decadere, trovando nel secolo XVIII definitivo abbandono.





Oggi, l'oratorio di San Michele di Pozzoveggiani, distante pochi chilometri da Padova, è sintesi delle diverse fasi cronologiche che videro l'ascesa e la decadenza del culto cristiano nell'area.  
La pianta basilicale a tre navate concluse da absidi circolari trovò compimento nel secolo XII su un precedente edificio del VI. Tra il '500 e il '600 la struttura, probabilmente già decadente subì la demolizione parziale delle navate laterali. L'interno è decorato da diversi cicli pittorici che si sono sovrapposti nel corso dei secoli. 
Le ricerche svolte per circoscrivere l’ambito cronologico e stilistico degli affreschi dell’oratorio di Pozzoveggiani hanno portato alla definizione di due diversi momenti storici ed artistici nel territorio padovano. La ricerca inizia con la descrizione delle diverse fasi costruttive dell’edificio ecclesiastico, dalla sua prima conformazione come piccola cappella cimiteriale fino ai secoli della decadenza quando, tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, venne trasformato in oratorio. Il primo ciclo analizzato, dopo una serie di raffronti di ambito generale con affreschi e miniature, si è collocato tra la metà e la fine dell’XI secolo. Non sembra di riconoscere nelle pitture padovane quei caratteri tipici dell’arte carolingia e ottoniana che gli sono attribuiti; anche se è vero che si può parlare , per gli apostoli del sacello, di tipologie ottoniane, è tuttavia più coerente definirne la struttura figurativa come “riutilizzo” o maturazione di quelle tipologie ottoniane che ancora, attorno alla seconda metà e alla fine del Mille, circolavano in special modo nell’ambito delle miniature, attraverso quei modelli definiti di “seconda generazione” proprio perché prodotti in un secondo momento rispetto ai grandi esemplari di Reichenau. Nel corso dell’esposizione ci si è più volte riferiti ad esempi come San Giorgio di Oberzell a Reichenau, la massima testimonianza del genere artistico ottoniano, e a numerose località nordiche e d’oltralpe a diretto contatto con esso; ci si è poi soffermati sui caratteri stilistici della superstite pittura di Cividale che, nonostante precede gli affreschi qui studiati, si considera un valido esempio di arte che ha dietro di sé quella componente classica e monumentale derivatagli dal recupero di elementi tardo-antichi, iniziato con la dominazione longobarda. Con l’esame delle pitture del Veneto e di parte del territorio limitrofo si è poi tentato di ricostruire la situazione storico-artistica durante l’XI secolo, in special modo quella dell’ambito padovano. Gli stretti rapporti che la diocesi patavina intratteneva con l’impero nell’XI secolo, la politica di prestigio perseguita dai vescovi padovani ancora in date avanzate (seconda metà, fine del XII secolo) e la circolazione di modelli ottoniani di “seconda generazione” nel periodo di realizzazione dell’Evangelistario di Isidoro nel 1170, commissionato dai canonici del Capitolo della cattedrale di Padova, hanno indotto a pensare che l’utilizzo di modelli ottoniani avesse il preciso scopo di nobilitare la produzione artistica delle commissioni provenienti dalle istituzioni principali, come appunto il Capitolo. Con queste pitture siamo in un periodo successivo, quando l’edificio originario è stato trasformato in basilica a tre navate absidate. L’impianto strutturale della decorazione dell’abside privilegia un’impostazione bizantina, almeno apparentemente questa è l’impressione che genera la vista del Cristo in Maestà, ma se si osserva nei dettagli e con attenzione l’intera composizione, non si tarda a riconoscervi l’emergere di un linguaggio romanico. Il maestro che ha operato nell’abside conosceva con probabilità le opere e i lavori “veneti”, lo confermano i tentativi di “imitazione” di quel linguaggio bizantino orientale presente a Venezia e nelle terre influenzate dal suo dominio culturale. Così come si sono riscontrate vicinanze, d’iconografia e di stile, con i più importanti centri culturali della terraferma nell’agro portogruarese: Aquileia, Concordia Sagittaria, Sesto al Reghena, utili parametri di raffronto per stabilire differenze e vicinanze. La carenza di esempi di pittura del primo XIII secolo per il territorio padovano non ha permesso raffronti significativi, se non con alcuni frammenti quasi scomparsi nella “centrale” chiesa di Santa Sofia a Padova, tuttavia troppo eleganti e riconducibili ad una datazione compresa nella seconda metà del Duecento. Ma è con la miniatura che si sono trovati maggiori punti di contatto e alcuni utili termini per un inquadramento cronologico degli affreschi. Alcuni lavori di maestri veneziani attivi a Roma, eseguiti tra 1200 e 1210, insieme alle miniature più “rozze” di un Lezionario realizzato per il monastero femminile di Sant’Agata a Padova tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, riecheggiano quelle forme e quei motivi bizantini, derivati da modelli di antica ascendenza che troviamo anche nelle prove ad affresco. La presa in esame delle miniature venete del primo Duecento ha portato a considerare le pitture dell’abside opera di un maestro forse padovano, che conosceva l’imponente produzione marciana e che ha realizzato i suoi personaggi a “emulazione” di quel modello bizantino che contribuiva a connotare di un’aura aulica e ieratica tutta la composizione, pur definendo il suo stile personale attraverso un linguaggio a tratti popolaresco. (fonte)






immagini da salvalarte.legambientepadova.it, magicoveneto.it

In Festo Sancti Antonii Patavini





O dei miracoli inclito Santo, 
dell'alma Padova tutela e vanto, 
benigno guardami prono ai tuoi pie: 
O sant'Antonio, prega per me! 

Col vecchio il giovane a Te s'en viene, 
in atto supplice chiede ed ottiene. 
Di grazie arbitro Iddio ti fé: 
O sant'Antonio, prega per me! 

Per te l'oceano si rasserena, 
riprende il naufrago novella lena; 
morte e pericoli fuggon per Te: 
O sant'Antonio, prega per me! 

Per te racquistansi beni ed onore; 
i morbi cessano, cessa il dolore. 
Ove tu vigili pianto non è: 
O sant'Antonio, prega per me!



Feltre, Cattedrale di San Pietro Apostolo, altare di Sant'Antonio da Padova, particolare.

Splendori patavini: un mottetto per il vescovo Stefano




Una rara testimonianza della musica paraliturgica del medioevo veneto, con tanto di location e protagonisti: il mottetto celebrativo O felix templum jubila di Johannes Ciconia restituisce davvero un piccolo scorcio di solennità nella cattedrale di Padova agli inizi del '400 

La composizione, caratterizzata da imitazioni ed ornamentazioni, da interventi solistici e fanfare e dalla ieratica chiusura omoritmica, si configura su un testo costruito attorno alla figura del vescovo Stefano Da Carrara "applaudito" dall'intero Capitolo canonicale della Cattedrale, di cui lo stesso compositore Johannes Ciconia è parte integrante, tanto da potersi permettere il personale omaggio al vescovo, inserendosi direttamente nella composizione, eseguita forse in occasione dell'ordinazione episcopale del decantato oppure per celebrare la fine dei lavori di restauro a cui fu sottoposta la Cattedrale in quel periodo, lavori che il mottetto sembra citare.


O felix templum jubila
et cohors Tua Canonici
nunc plaudat corde suplici
 tu Clere viso rutila, 

qui presul divi muneris
de summo missus Cardine
uno justo nato dardane 
est pastore sacre oneris. 

Tu genitoris Stephane
o plaustriyer illustrissime
virtute splendidissime
sunt tui factis consone. 

Fano novo aris et multis 
superis Quas dedicasti 
ad astra iter jam parasti 
tibi et cunctis tui Laris. 

Precor patre o Digna proles 
iustamitis est Modesta 
vitiorum ac in festa 
virtutibus que redoles. 


Dignare me Ciconiam
Tanti Licet sim indignus
tui habere in cordis pignus, 
es benignus quoniam, Amen.





 




O fortunato tempio, gioisci,
e la tua schiera, i canonici, 
ora plauda con cuore supplichevole
Tu, o clero, risplendi in volto

Infatti, che, presule del divino mistero,
è stato mandato dal sublime polo
che a sua volta discende dal giusto Dardano, 
è pastore del sacro onere.

Tu Stefano, corona del genitore,
o celebratissimo auriga,
le tue luminose qualità 
sono pari alle tue azioni.

Con in nuovo santuario 
e con i molti altari che hai dedicato ai celesti
hai già preparato la via verso le stelle
per te e per tutta la tua famiglia

Ti supplico, o prole degna del padre,
giusta, mite e modesta, 
che non tolleri i vizzi e profumi di virtù

Degnati di me, Ciconia, 
per quanto indegno ne possa essere,
nel tuo cuore, poiché sei benigno. Amen


Il fiammingo Ciconia, dopo aver lavorato alla corte di Papa Bonifacio IX, si stabilì a Padova nel 1401 trovando una fiorente committenza musicale proprio negli ambienti della curia vescovile di Stefano Da Carrarail controverso presule-guerriero che da figlio illegittimo del principe Francesco II "il novello" signore di Padova approda prima (1393) al titolo di administrator in spiritualibus et temporalibus della diocesi padovana ed in seguito (1402) raggiunge con ampio consenso la mitria. Ma è nella figura dell'arciprete della Cattedrale, l'intellettuale Francesco Zabarella, all'epoca ambasciatore, giurista e professore allo Studio (poi arcivescovo di Firenze e cardinale) che Johannes trova suo diretto protettore che lo sistema tra i canonici con il titolo di mansionario e con un discreto beneficio, sino al 1403 quando, sempre grazie all'arciprete, Ciconia giunge all'ambitissimo titolo di custos et cantor del Capitolo, solitamente assegnato ad aristocratici.   



Ottocento patavino




Autore non identificato, Piazza del Duomo, Padova, 1890 ca.
Raccolte Museali Fratelli Alinari (RMFA), Firenze

Splendori patavini: un Donatello miracoloso



di Aldo Comello (per Il Mattino di Padova)
Cinque secoli fa nel periodo tumultuoso, fitto di epurazioni e tradimenti, di carestie e pestilenze in cui Venezia si riappropria della città di Padova, dopo la parentesi splendida del dominio carrarese, nel febbraio del 1512, la gente assiste sconvolta al miracolo del crocifisso nella chiesa di Santa Maria dei Servi: per 15 giorni dalla statua monumentale, quasi due metri di altezza, collocata, allora, tra altare e presbiterio, si mise a colare sudore sanguigno dal volto e dalla parte sinistra del petto e il fenomeno si ripeté nel corso della Settimana Santa. Molti fedeli furono testimoni di quell’evento. La cosa fu riferita al vescovo, egli accorse e, indossati gli abiti pontificali, poté riempire un’ampolla delle gocce cadenti. «Forse fu proprio il prodigio – dice oggi il parroco don Paolo Bicciato – il responsabile di una sorta di amnesia collettiva. Il crocifisso, legno di pioppo coperto da una vernice d’oro, scolpito da Donatello negli stessi anni in cui forgiò il Cristo di bronzo dell’altare del Santo tra il 1444 e il 1449, si trasformò da opera d’arte in icona miracolosa, in reliquia, oggetto di devozione appassionata, suffragata dal portento», E così la paternità del grande scultore fiorentino si dissolse, fu dimenticata, resettata dalle cronache del tempo, quasi rinnegata. Questo offuscamento è singolare perché la statua non è sepolta in una chiesuola fuori mano, ma si trova nella grande, antica chiesa dei Servi, in via Roma, nel cuore del centro storico di Padova. Il colpo di scena è del 2006, una vera e propria bomba fu fatta brillare da due storici dell’arte, Marco Ruffini e Francesco Caglioti. Ruffini trova in una biblioteca dell’università di Yale la prima edizione delle Vite del Vasari e si accorge che una pagina reca delle postille di anonimi chiosatori, una è di importanza fondamentale: Donatello, tra le varie opere elencate nelle Vite vasariane, «ha ancor fato il Crucifixo quale hora è in chiesa di Servi a Padoa». Caglioti, autore nel 2000 di un monumentale studio su Donatello e i Medici, si precipita a Padova, entra nella chiesa, si arrampica letteralmente sull’altare e si rende conto che l’annotazione sul Vasari di Yale è veritiera: il crocifisso è una stampa e una figura con quello del Santo, anche se la letteratura lo ignora o quasi. È citato tre volte nella monografia di Hans Kauffman e nel libro di Margit Lisner, anche se non si parla della paternità. Eppure vicinissimo ai Servi si apriva dal 1434 il Fondaco Strozzi dove Donatello visse in esilio, come testimonia Giuseppe Fiocco, un personaggio luminoso per cultura e ricchezza, Palla Strozzi ed è lui che porta a Padova gli artisti fiorentini del Rinascimento, Donatello e Filippo Lippi. Nel 1850 il Crocifisso fu rivestito di una pellicola color del bronzo, in realtà piuttosto atipica, quasi un vulnus . «Spetta alla Soprintendenza – dice il parroco – decidere se mantenere questo rivestimento protettivo. A me interessa un altro obiettivo, fare in modo che in questa immagine confluisca la sacralità infusa dalla memoria di un grande portento e la bellezza di una scultura uscita dalla bottega del grande Donatello». Si tratta, insomma, di rimettere insieme i due valori originari. E per farlo occorre divulgare l’assoluta certezza che il Cristo dei Servi è opera di Donatello. 

Oggi nella cappella interna della chiesa dei Servi saranno illustrate le novità riguardanti lo studio del Crocifisso. Intervengono il vicario generale, monsignor Paolo Doni, il parroco Paolo Bicciato, il Soprintendente Luca Caburlotto e Elisabetta Francescutti, storico dell’arte della Soprintendenza. La ricorrenza dei 500 anni dal prodigio sarà celebrata con una serie di appuntamenti, concerti e approfondimenti culturali che si protrarranno per tre mesi, da sabato 21 gennaio fino a sabato 21 aprile. Il momento clou sarà la domenica della Palme con la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Antonio Mattiazzo. Il parroco fa notare la tela seicentesca in Santa Maria dei Servi firmata dal De Pitocchi che mostra il crocifisso sullo sfondo del Santo e il profilo dei Colli che circondano la città. E’ un segno della «patavinitas» del capolavoro di Donatello, un omaggio a Padova. Ai piedi del crocifisso si nota scolpita la figura del vescovo nell’atto di raccogliere in un calice le stille di sangue che cadono dal costato del figlio di Dio nel corso dell’evento portentoso del 1512.

Il Crocifisso di Donatello che sudò sangue nel 1512

Splendori patavini: un Avvento di restituzioni



Nella città del Santo due importanti riconsegne per gli amatori dell'arte e per i fedeli: riapre i battenti la Chiesa di Santa Sofia, dopo due anni di interventi di restauro che hanno coinvolto l'edificio tutto. La chiesa, ritenuta la più antica della città fu edificata, secondo la leggenda, sul sito di un tempio pagano probabilmente dedicato al culto del dio Mitra. La conversione a luogo di culto cristiano sembra sia dovuta al Vescovo Prosdocimo in epoca paleocristiana. L'edificio è caratterizzato da due parti distinte, dall'abside con emiciclo risalente al IX-X secolo e le navate, di stile romanico, costruite tra il 1106 e il 1127. Dopo gli ultimi interventi degli anni '50, che eliminarono quel volto barocco che avevano acquisito le navate nel corso dei secoli, i nuovi lavori, all'insegna della modernità hanno portato una ventata di tecnologia all'interno della vecchia chiesa: illuminazione al led, sensori di staticità ed un nuovissimo sistema di riscaldamento a pavimento.







Da domenica 18 dicembre, il Palazzo Vescovile si è arricchito di un altro pezzo della sua storia rinascimentale: la cappella sud, uno dei due oratori gemelli che si aprono sul grande Salone dei Vescovi, dopo lunghi restauri (dal giugno 2010 all’aprile 2011) ha recuperato l'originale decorazione quattro-cinquecentesca commissionata dall'allora vescovo Pietro Barozzi (il suo stemma compare qua e la) che appena un anno fa giaceva celata sotto otto strati di tinteggiature. Per il ripristino della pellicola pittorica si è utilizzata la moderna tecnologia laser oblation. La cappella è stata denominata "del velarium", per la particolare decorazione a tendaggio che la circonda. Resta sconosciuta l'originale destinazione dell'oratorio e delle sue primitive volumetrie: si è accertato che la decorazione pittorica prosegue al disotto dell'attuale calpestabile, come se tra '400 e '500 il pavimento fosse ben più basso dell'attuale.




 
 
immagini da Il Mattino di Padova, G. immage.
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