Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Le vittime del tempo




de Vatican Insider 
«Le chiese di Venezia sono vittime del tempo e di interventi che spesso non sono possibili per mancanza di risorse economiche: per questo si potrà studiare un diverso uso, uscendo dalle restrizioni della liturgia, destinarle ad altri utilizzi. È il concetto espresso, oggi al convegno «Chiese tra culto e cultura», dal Patriarca di Venezia monsignor Francesco Moraglia.
«È importante ricordare che, a Venezia - ha detto il patriarca Moraglia -, vi sono problemi conservativi urgenti che riguardano molte chiese e che il loro numero, un centinaio in città e oltre 200 nell'intera Diocesi, richiede una riflessione su una razionalizzazione del loro ruolo liturgico e pastorale, spesso anche a fronte di una innegabile flessione demografica, specie del centro storico».
«Sarà necessario individuare gli edifici che, effettivamente, non rispondono più ai bisogni pastorali - ha aggiunto mons. Moraglia - ed è compito della Chiesa locale individuare soluzioni e proposte per rendere `utili´ anche alla stessa collettività quei luoghi, ma senza far perdere la loro dimensione simbolica in nome di un funzionalismo e di una polivalenza che non solo li impoverisce ma addirittura li snatura».

Redentore e laicità: l'omelia del Patriarca




"Oggi, dopo quasi cinque secoli, la festa del Redentore è ancora viva tra il popolo che vi  partecipa numeroso. Vi è, però, il rischio che il significato religioso della festa venga oscurato e la componente folcloristica prenda il sopravvento giungendo ad azzerare quella religiosa.  D’altra parte è evidente che una celebrazione religiosa entrata nel comune sentire della polis, in un contesto fortemente secolarizzato come l’attuale, rischi di veder compromesso l’originario senso religioso. Così è anche per la festa veneziana del Redentore. Questa considerazione ci porta a riflettere su un tema più ampio - seppure a questo connesso - quello della laicità; e proprio su di esso desidero soffermarmi in questa festa del Redentore. 
Una sana laicità - vedremo in che senso - è fondamentale sia per il cittadino sia per il cristiano; essa, infatti, è legata alla struttura stessa della persona di cui l’umano e il creaturale sono dimensioni imprescindibili. In altri termini, la persona - nella sua realtà antropologico-creaturale - viene temporalmente e ontologicamente prima dello Stato (quindi del cittadino) e dell’adesione a qualsiasi religione (quindi del credente). 
In tal modo la festa del Redentore - nella sua acuita problematicità, ovvero il religioso che entra nel tessuto socio-culturale sempre più secolarizzato della civis - domanda di considerare, in modo più ampio, il rapporto fra sfera sacra o religiosa e profana o secolare. 
Riflettiamo, quindi, sulla laicità che sta sullo sfondo di quanto detto finora a proposito del rapporto sacro/profano, religioso/secolare. 
La laicità - per il cittadino e il credente - è realtà fondamentale. Ricordiamo, per esempio, che per la Chiesa la fede - ossia, il “sì” detto a Gesù Cristo - deve essere scelta libera e responsabile.  
Non dimentichiamo poi che la sfera sacrale/religiosa o profana/secolare - prima di riguardare ambiti distinti della convivenza sociale e civile e, quindi, prima d’essere esteriore all’uomo - riguarda ambiti distinti “all’interno” dell’uomo, che appartengono all’uomo e lo costituiscono tale.  
La risposta di Gesù, a coloro che domandavano se era lecito o no pagare il tributo a Cesare, indica un percorso sempre valido al di là di situazioni contingenti o singole epoche. Gesù pone una distinzione che è - ad un tempo - fondante e fondamentale; infatti, Dio e Cesare, nei loro ambiti specifici, sono interlocutori imprescindibili per l’uomo di ogni epoca. 
Si tratta - lo abbiamo detto - di una distinzione fondamentale e fondante perché, fino ad  allora, né lo Stato ebraico, con la sua teocrazia, né l’impero romano, con il culto a Cesare, erano pervenuti alla vera laicità, quella che Gesù indica.  
La distinzione è fondamentale e fondante, poiché in essa c’è la vera novità da cui deriva la forma moderna dello Stato, ossia la possibilità d’essere sia leali sudditi del “re”, pur essendo uomini di fede, sia veri credenti ed insieme autentici cittadini impegnati a lavorare per il bene della civis.  
Cito qui la figura luminosa e oggi attualissima - per l’obiezione di coscienza - di Tommaso Moro, primo ministro del Re che muore per difendere la sua libertà di credente. Tommaso Moro è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1935 e dal 1980 il suo nome è inserito anche nel martirologio anglicano. È universalmente riconosciuto come simbolo di integrità ed eroico testimone del primato della coscienza al di là dei confini nazionali e delle confessioni religiose. Le sue ultime parole furono: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio». Un grande ideale per tutti coloro che dedicano la propria vita al servizio del bene comune (cfr. Atti del Giubileo dei Governanti e dei Parlamentari / anno 2000). 
Ritorniamo alle parole di Gesù: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). 
Si tratta di riflettere, in modo compiuto, sulla laicità considerata snodo essenziale sia nella vita del credente sia del cittadino. 
Credente e cittadino devono guardarsi dai differenti “confessionalismi”: religioso, scientista, laicista. Molte, infatti, sono le forme di confessionalismo: quello religioso, quello tecno-scientifico, infine, quello ideologico politico-partitico o culturale. 
Oltre la forma di confessionalismo religioso si danno anche quelli tecnico-scientifico e ideologico politico-culturale che, a loro volta, sono opprimenti e pervasivi per la libertà di coscienza dei credenti e dei cittadini. La storia, in proposito, fornisce un amplissimo campionario che si dispiega lungo le differenti epoche.  
Il tema della laicità - e non da oggi - è occasione di incomprensioni sia a livello culturale sia politico. E i molteplici significati che, di volta in volta, vengono attribuiti al termine “laico” e “laicità” dicono quanto sia necessario far chiarezza anche a livello di significato poiché il termine, attualmente, risulta in sé equivoco e ognuno finisce per intenderlo in modi diversi; il discorso meriterebbe d’esser approfondito secondo tale ampia logica ma stiamo, invece, su una prospettiva più ristretta, quella che riguarda il nostro ordinamento giuridico.  
Nel nostro ordinamento giuridico - è bene ricordarlo - il termine “laicità” non compare nella legislazione ordinaria, né risulta utilizzato dalla Costituzione per qualificare l’atteggiamento dello Stato in materia religiosa; piuttosto, il principio di laicità è legato alla giurisprudenza della Corte Costituzionale.  
E’ la Corte Costituzionale che, in una famosa sentenza della fine degli anni Ottanta (la n. 203 del 1989), qualifica il principio di laicità come “principio supremo dell’ordinamento costituzionale” e come “uno dei profili della forma di Stato delineato dalla Costituzione”.  
E’, questo, un principio di laicità inteso in senso “aperto” e “positivo”, che non indica o suggerisce l’indifferenza o, addirittura, l’ostilità dello Stato dinanzi alla religione (o alle religioni) ma piuttosto il compito di garanzia che spetta allo Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in un contesto ormai accentuato di pluralismo confessionale e culturale. Lo Stato, insomma, non può essere indifferente o neutrale di fronte alla religione e qui non è in ballo solo la religione cattolica; lo Stato deve garantire la tutela della libertà religiosa come diritto fondamentale e inalienabile della persona, un diritto valido per tutti. 
Una sana laicità, allora, è in grado di riconoscere, di rispettare e di valorizzare tanto la sfera sacrale/religiosa quanto quella profana/secolare nell’interesse del cittadino, di ogni cittadino e di tutti i cittadini. Una vera laicità comporta, quindi, il riconoscimento delle molteplici dimensioni dell’uomo che - come ricorda la Lettera ai Tessalonicesi - è spirito, anima e corpo (cfr. 1Ts 5,23). E, quindi, l’uomo è immanenza e trascendenza, relazionalità verticale (o teologica) e orizzontale (o antropologica) e, ancora, interiorità e esteriorità. 
L’uomo è l’insieme di tutte queste dimensioni; tra esse, vi è anche quella religiosa che va vissuta in modo “pienamente umano”, come ogni altra dimensione della persona. Appare, così, tutta l’incongruenza di chi, invece, vorrebbe rinchiudere la fede (la religione) nel recinto interiore della coscienza personale. Viene, allora, spontaneo domandarsi: perché per una realtà così importante e universalmente diffusa come quella religiosa deve essere preclusa la dimensione pubblica, esterna e visibile. Alla fine: ciò a chi giova? Riprendiamo le parole del Vangelo che, ad un tempo, chiariscono e indicano la strada valida per ogni persona di buona volontà: “Rendete… a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21).  
Il Concilio Ecumenico Vaticano II - al n. 36 della costituzione pastorale Gaudium et spes - ha parlato dell’autonomia delle realtà terrene affermando che, insieme alle leggi che regolano la vita delle società civili, godono di legittima autonomia ma che tale autonomia non è mai qualcosa d’assoluto. Il diritto, infatti, non ha come sua unica sorgente e fondamento lo Stato; tutte le volte che ciò si è verificato, nella storia, abbiamo dovuto dolorosamente constatare come l’uomo sia stato sacrificato sul piano della ragione di Stato, qualunque essa fosse: confessionale-religiosa, ideologico-politica, tecno-scientista.  
Si vuol dire, qui, che l’autonomia delle realtà terrene non è un assoluto ma sottostà ad una valutazione morale che non è di qualcuno ma è il riconoscimento di qualcosa che viene prima della sfera religiosa ma, non di meno, prima della sfera politica e della tecno-scienza; così, di fronte a questioni altissime come quelle della vita, non c’è legge degli uomini che tenga. E, in ultima istanza, per opporsi a un’ingiustizia altrimenti irreparabile, si dà la legittimità dell’obiezione di coscienza.  
La festa religiosa e civile del Redentore diventi occasione - per i credenti e i non credenti - per riscoprire il senso di una laicità che porti a vivere nel rispetto delle prerogative antropologiche fondamentali e non miri a ridurre e costringere nel chiuso della coscienza individuale i propri convincimenti iniziando da quelli religiosi. Ricordiamo ancora le ultime parole di Tommaso Moro: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio».  
La laicità sia un ponte - e il ponte di barche che unisce le Zattere al sagrato del Redentore ne è il simbolo - verso quanti non hanno il nostro modo di “sentire” ma hanno a cuore l’uomo, tutto l’uomo - e non solo una sua parte - e ancora, tutti gli uomini e, alla fine, il bene comune.  
Il Redentore vigili su una fede che non può rimanere solo in sacrestia ma che deve essere sempre testimonianza a favore dell’uomo, sui valori umani."

Venezia, 21 luglio 2013
Festa del Santissimo Redentore
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia



Ottocento veneziano




Stefano Novo, La prima comunione 
(Interno della Basilica di San Marco), 
Venezia, 1889 
 
 
 

Un conclave a Venezia: l'incoronazione e la partenza




La condizione di eccezionalità che la Chiesa cattolica veneziana aveva vissuto fino al momento dell’elezione di Pio VII si prolungò ancora per poche settimane durante le quali Chiaramonti compì i primi passi del suo pontificato. Priva del patriarca, la diocesi veneziana visse in qualche modo raccolta attorno al nuovo papa. L’incoronazione di Chiaramonti ebbe luogo il giorno dedicato dal calendario cattolico alla memoria di San Benedetto nella chiesa di San Giorgio Maggiore, sull’omonima isola, dato che la richiesta di potere utilizzare la basilica marciana per la celebrazione non fu accolta dal governo, verosimilmente a causa dell’irritazione creata dall’esito del conclave, non favorevole a Vienna, e forse anche per non prestare il fianco a istanze patriottiche, stante il ruolo simbolico di chiesa della Repubblica di Venezia che San Marco aveva rivestito per secoli. La partecipazione popolare fu amplissima, a San Giorgio e sulle rive del bacino di San Marco antistanti l’isola. 






Nei giorni seguenti Pio VII cominciò a recarsi in chiese e soprattutto in monasteri maschili e femminili di Venezia, con un occhio di riguardo a quelli benedettini. Le visite, a partire dal 26 marzo (Pio VII si recò dai benedettini camaldolesi di San Michele di Murano) e fino al 5 giugno 1800 (visita al monastero di Ognissanti), si susseguirono con un ritmo incalzante e costituirono quasi una singolare visita pastorale di Pio VII, in particolare ai regolari della città verso cui si indirizzarono la maggioranza delle uscite di Chiaramonti da San Giorgio. Inoltre a queste visite vanno aggiunti i ripetuti incontri avuti nel corso di quelle settimane con la comunità monastica benedettina dell’isola di San Giorgio, dove Pio VII continuò a risiedere nei mesi passati a Venezia dopo l’elezione. Il 15 maggio Pio VII emanò da San Giorgio Maggiore la sua prima enciclica, la Diu satis videmur. Il 30 maggio il vicario capitolare Bortolatti impartì disposizioni a tutti i rettori di chiese 
e di luoghi pii del Patriarcato in vista della partenza di Pio VII da Venezia e per 
accompagnarne il viaggio con la preghiera:
 
Nel giorno della partenza per Roma di Nostro Signore Pio Papa VII. si compiacerà V. S. M. Reverend. di ordinare intorno alla sua Chiesa una Processione col divoto Canto delle Litanie della Beata Vergine, chiudendolo poi mutatis mutandis coll’Itinerario, che si ha in fondo del Breviario. In seguito poi far recitare ogni giorno la Colletta pro Papa in tutte le Messe, sinattantoché ci giunga la sicura notizia del di Lui felice arrivo. 
Il 6 giugno 1800 Pio VII lasciò Venezia e si trasferì sulla fregata Bellona, ancorata alla bocca di Porto di Malamocco, donde, attesi i venti favorevoli, partì alla volta di Pesaro la notte tra il 9 e il 10 giugno.


«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308



La pianeta che indossò Pio VII nel giorno dalla sua coronazione.
Il parato, completo di accessori e dalmatiche, fu donato da Clemente XIII alla cattedrale patavina e prestato ed inviato a San Giorgio Maggiore per la solenne evenienza.






Un conclave a Venezia: il Sacro Collegio a San Giorgio Maggiore




L’indizione del conclave a Venezia nell'autunno 1799 fu letta dal clero lagunare come un segno della benevolenza divina che riscattava la città dallo stato di lutto in cui era precipitata due anni prima, secondo un modello «provvidenziale» di interpretazione della storia che attribuiva agli eventi lieti il significato di ricompensa divina per la fedeltà degli uomini ai principi cattolici e a quelli tristi l’espressione della collera del giudice supremo contro i peccati. Era stato il patriarca Giovanelli a introdurre ufficialmente questa lettura nella circolare con la quale il 20 novembre 1799 aveva annunciato l’imminente svolgimento del conclave. La morte di Pio VI, argomentava Giovanelli, si volgeva in un’esaltazione di Venezia:
Che perciò dilettissimi non cessate di ricordare al Popolo alla vostra cura affidato, che se Noi ci troviamo in un ben giusto timore, che questa Città, non sia presentemente del tutto cara, ed accetta al Signore, non cessiamo però di nutrire le più vive speranze, ed una certa fiducia, che tale sarà per essere, dopo una grazia si segnalata. 
E ancora nel 1801, in occasione del primo anniversario dell’elezione di Pio VII, il provinciale dei cappuccini Marino da Canale teneva un discorso nella chiesa del Redentore nel quale, in relazione allo svolgimento del conclave in città, esclamava con enfasi: «Ah Venezia, Venezia! In tanta squallidezza e mestizia, che ti ricopre, e comprime, pensi tu di non essere ancora a Dio cara, e diletta?» E osservava che se in altro tempo la città era stata chiamata la «nuova Alessandria» perché in essa erano custodite le spoglie dell’evangelista Marco ora la si sarebbe potuta appellare «Roma novella». Da quando si diffuse la notizia che il conclave per eleggere il successore di Pio VI si sarebbe tenuto a Venezia fino al momento in cui il nuovo papa lasciò la città lagunare, la vita della Chiesa cattolica veneziana fu dominata da fatti straordinari: quelli che accompagnarono la preparazione del conclave e, dopo la sua conclusione, i primi passi del pontificato Chiaramonti. 
Tra i primi si inseriscono a pieno titolo, oltre ai preparativi pratici del conclave, l’afflusso graduale dei cardinali in città e lo svolgimento dei novendiali per Pio VI. A partire da settembre 1799 i vertici della Chiesa cattolica (futuri conclavisti e prelati di Curia) si trasferirono gradualmente nelle isole lagunari. I cardinali che, con i loro seguiti, giunsero prima dell’inizio del conclave presero alloggio distribuendosi in diversi luoghi della città, in conventi di regolari, in locali del Patriarcato, in locande o in appartamenti privati e qualcuno scelse anche la vicina isola di Murano. Il 16 settembre 1799 risultavano già presenti quattordici cardinali. Tre erano alloggiati nella canonica di San Salvador (i due fratelli Doria Pamphilj, arrivati quel giorno, e Pignatelli); Albani risiedeva nel palazzo patriarcale a San Pietro di Castello ospite di Giovanelli; quattro in case private (Vincenti Mareri e Braschi Onesti avevano una loro abitazione rispettivamente ai Santi Apostoli e a Santa Maria Formosa, Flangini prese alloggio nel palazzo di famiglia a San Geremia, Caprara in casa Pagan a San Fantin, Valenti Gonzaga in casa Corner a San Cassiano). Nei conventi si recarono Maury (ai Frari), Livizzani (dai carmelitani), Archetti (dai somaschi alla Salute), Caraffa (dai girolamini a San Sebastiano). Invece Antonelli prese dimora nell’isola di Murano. 
Nelle settimane successive gli altri cardinali sopraggiunti in città si fermarono nella Locande de’ tre Re a San Beneto (Borgia), nell’ex collegio dei gesuiti (della Somaglia), nel convento dei serviti (Rinuccini e Roverella), presso l’abitazione del gran priore dell’ordine di Malta (Mattei), nel convento dei domenicani ai Santi Giovanni e Paolo (Bellisomi, Chiaramonti, Calcagnini), nella Locanda dello Scudo di Francia (de Lorenzana e della Martiniana), in quella della Regina d’Inghilterra (Zelada), dai camaldolesi a Murano (Giovannetti), ai Carmini (Carandini), da teatini (Gerdil), a San Salvador (di York), dai somaschi (Dugnani), a palazzo Camerata (Bussi de Pretis e Onorati), dai minori a San Francesco della Vigna (Busca), a palazzo Flangini (Ruffo). 
Intanto mercoledì 23 ottobre 1799 avevano avuto inizio i novendiali per Pio VI, celebrati in tutte le chiese veneziane e con maggiore solennità nella basilica patriarcale di San Pietro di Castello. Le autorità pubbliche presero disposizioni specifiche per manifestare la partecipazione al lutto che aveva colpito la Chiesa cattolica: fu ordinata la chiusura per otto sere di tutti i teatri d’opera e di commedia, riaperti solamente la sera del 31 ottobre, dopo che in giornata furono concluse le funzioni esequiali. Inoltre durante quei nove giorni furono fatte suonare a morto le campane delle chiese cittadine.
Nonostante il maltempo che imperversò durante i primi dei nove giorni, la partecipazione dei veneziani alle celebrazioni fu considerevole e crebbe notevolmente negli ultimi giorni, dopo il miglioramento delle condizioni atmosferiche: le cronache riferiscono, non senza un pizzico di esagerazione, di un popolo «folto ed immenso». Anche il patriarca Giovanelli emanò alcune disposizioni per coinvolgere spiritualmente i veneziani che dipendevano dalla sua giurisdizione nel conclave ormai imminente. Dopo la messa cardinalizia «dello Spirito Santo» fece celebrare in ogni chiesa una messa pro eligendo summo pontifice; esortò di fare pregare per l’elezione del nuovo papa in ogni messa finché fosse durato il conclave; indisse per lo stesso periodo la processione quotidiana di una parrocchia, una comunità religiosa e una confraternita dalla basilica di San Marco alla patriarcale di San Pietro di Castello, fissandone le litanie, i canti e le preghiere da svolgere, raccomandando inoltre il decoro religioso, la semplicità del canto e la rinuncia a ogni sfarzo e invitando i secolari a prendervi parte. Ma precisava: «Alle Donne resta assolutamente proibito d’associarsi a queste Processioni: sono però esortate di recitare ogni giorno una terza parte del S. Rosario, secondo la Nostra intenzione, e di fare tutto quello di più, a che a verranno consigliate dal loro Confessore.» Infine ricordava di implorare da Cristo, con la purezza di vita, la frequenza ai sacramenti, le opere di carità e l’orazione perseverante e fervorosa, un papa che in quei «tempi calamitosissimi», come giudicava, «Et plebem suam virtutibus instruat, et fidelium mentes spiritualium aromatum odore perfundat»; e di pregare per l’imperatore, la sua famiglia e se medesimo.
L’8 dicembre 1799, a conclave già iniziato, ultimo tra i cardinali che avrebbero partecipato all'elezione di Pio VII, giunse a Venezia l’arcivescovo di Vienna Hertzan, che prese alloggio al n. 1 della Procuratia. Il favore che gli era riservato dalle autorità imperiali, per rinforzarne il ruolo di grande ispiratore dei conclavisti nella scelta del nuovo papa, fu reso evidente anche dalla scenografia che ne accompagnò l’ingresso in conclave a San Giorgio il 12 dicembre: infatti compì il breve tragitto seguito da un numeroso corteo di gondole. Tre giorni più tardi, domenica 15 dicembre il primicerio di San Marco, che continuava a svolgere la funzione di chiesa di riferimento del potere politico anche sotto l’Austria, celebrò alla presenza di autorità civili e militari, di prelati, nobili e popolazione, una solenne messa di ringraziamento, con il canto dell’inno ambrosiano, per festeggiare la resa della fortezza di Cuneo alle armi austriache. Non ho potuto riscontrare alcuna reazione da parte della Chiesa cattolica veneziana al diffondersi della voce, nella giornata del 19 dicembre 1799, che ormai era stato raggiunto un accordo che avrebbe portato all’elezione del nuovo papa il giorno seguente. Quasi certamente la prudenza indusse i responsabili della diocesi e del primiceriato di San Marco ad attendere che i fatti confermassero la notizia, cosa che come è noto non si verificò per le difficoltà che la candidatura del vescovo di Cesena card. Bellisomi incontrò in quei frangenti.



Il patriarca Federico Maria Giovanelli



Il 10 gennaio 1800, a conclave ancora in corso, morì l’anziano patriarca Giovanelli, che reggeva la diocesi lagunare dal 1776. Per rendere omaggio alla figura dello scomparso il conclave decise di farne celebrare le esequie a proprie spese, il 16 gennaio, a San Francesco della Vigna, dove pontificò Antonio Despuig, patriarca d’Antiochia. La diocesi ne celebrò i funerali solenni solamente il 13 marzo, nella cattedrale di San Pietro di Castello, al termine di una processione che aveva preso le mosse da San Marco. La Chiesa veneziana sarebbe rimasta senza patriarca per quasi due anni, fino a quando il 23 dicembre 1801 la corte di Vienna, rivendicando per l’imperatore l’eredità dei diritti di giurisdizione sulle sedi episcopali che erano state sottoposte all’autorità della Repubblica di Venezia, avrebbe nominato direttamente come successore di Giovanelli il cardinale di sentimenti filoimperiali Ludovico Flangini, suscitando le proteste di Pio VII. Nel frattempo la guida della diocesi fu tenuta da mons. Nicolò Bortolatti, eletto vicario capitolare il 13 gennaio 1800. Fu lui ad assumere le principali disposizioni a livello locale in occasione dell’elezione di Pio VII e nei mesi in cui il papa si trattenne a Venezia. La sua lettera al clero con la quale il 22 febbraio 1800 comunicava l’indulto quaresimale diventò un’occasione per denunciare le nuove correnti di pensiero e i comportamenti moderni in materia di religione che si erano diffusi nella popolazione durante quegli anni: 
«non possiamo dissimulare la nostra interna amarezza nel riconoscere così diverse da quelle de’ lor Maggiori le Idee della maggior parte de’ moderni Fedeli rispetto alla osservanza della Quaresima, la quale dove a’ tempi di S. Leone era accolta come un oggetto di santo giubilo, e di vero conforto anche dalle anime più deboli e men fervorose, ora viene riguardata comunemente come un argumento di tristezza, e un peso troppo difficile a sostenersi.» E Bortolatti individuava la causa di questo atteggiamento negativo nel fatto che si era «indolenti e irriflessivi sopra i grandi oggetti di questa Apostolica istituzione». 
Il 14 marzo 1800, all’annuncio ufficiale dell’elezione di Chiaramonti – in realtà la notizia del raggiunto accordo sul suo nome era trapelata già la sera precedente ed era stata divulgata dalla «Gazzetta Veneta Privilegiata» del 14, che però ovviamente non era stata in grado di indicare il nome prescelto dal nuovo papa mons. Bortolatti ordinava si cantasse il Te Deum in tutte le chiese del Patriarcato.
L’elezione di Pio VII fu occasione di un nuovo screzio tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa veneziane. Le tensioni tra le due Chiese si erano manifestate a più riprese nel corso del Settecento e da ultimo l’esperienza della municipalità democratica, con la concessione della libertà di culto anche agli acattolici, aveva registrato un nuovo momento di tensione tra le due Chiese a proposito della questione dei funerali dei greci. Ha scritto Bartolomeo Cecchetti: «Nell’occasione dell’elezione di Pio VII […] i greci di S. Giorgio non presero parte ai di lui pontificali, e fecero così publica prova di quella divisione dalla Santa Sede che intimamente non riconobbero mai.»
Tuttavia le autorità imperiali imposero ai greci di suonare le campane della loro chiesa in segno di festa il 21 marzo 1800, giorno dell’incoronazione papale:  

Si dice, che non si avesse voluto suonare le campane della Chiesa di S. Giorgio de’ Greci, supposti cattolici, ma che sia loro venuto un’ordine che debbano pure essi Greci far suonare le campane della loro Chiesa, per comparire almeno in ciò uniformi ai cattolici Romani; e tanto eseguirono prontamente. 
Inoltre Pio VII reagì all'atteggiamento dei greci decidendo di assegnare ai monaci mechitaristi armeni il canto in greco dell’epistola e del vangelo durante la messa del 21.
L’elezione di Chiaramonti portò anche a una modifica straordinaria del calendario liturgico patriarcale. Infatti il vicario capitolare dispose che il giorno in cui sarebbe stata svolta l’incoronazione del nuovo papa, fosse considerato festa di precetto, «essendovi in tal circostanza da gran tempo il pio costume di solennizzar tal giornata nella Città, dove vien fatta detta sacra Funzione».

«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308



La "Sala del Conclave" a San Giorgio Maggiore dove fu eletto papa Pio VII.

Veneti episcopi: Gregorio XII




Gregorio XII, duecentocinquesimo papa della Chiesa Cattolica, 
poi Angelo Cardinal Correr, Vescovo di Frascati e Legato ad Ancona. 

Prima dell'ascesa al Soglio, Vescovo di Castello e Patriarca di Costantinopoli.



Un conclave a Venezia: il Patriarcato nella bufera




Non sono molte le fonti documentarie che permettono di cogliere l’atteggiamento della Chiesa veneziana durante il conclave tenuto a San Giorgio Maggiore nell’autunno-inverno 1799-1800 e forse questo spiega perché anche  la storiografia non vi ha insistito particolarmente, dedicando invece la propria attenzione allo studio dell’elezione di Pio VII.

Sull’ambiente veneziano, anche quello ecclesiale, pesavano drammaticamente i fatti di fine Settecento: la città viveva allora sotto lo choc dell’inaspettata fine della Repubblica aristocratica il 12 maggio 1797, seguita dalla  breve e tumultuosa parentesi democratica sotto il controllo delle truppe francesi e infine dal rovesciamento di clima politico-culturale e di fronte militare con la cessione del Veneto all’Austria. Si sa che fu proprio quest’ultimo passaggio, oltre che la situazione in cui si trovava Roma, a porre le precondizioni perché alla morte di Pio VI si individuasse nella città lagunare il luogo più adatto per indire il conclave.
Nella difficile situazione di quegli anni l’arrivo degli imperiali a Venezia nel gennaio 1798 aveva almeno tranquillizzato il patriarca Giovanelli, il primicerio di San Marco Foscari e gran parte del clero sul futuro che sarebbe stato riservato al cattolicesimo e alle istituzioni ecclesiastiche dai  nuovi governanti, anche se in realtà negli anni successivi Vienna avrebbe fatto sentire anche nel Veneto tutto il peso della propria politica ecclesiastica ispirata ai principi del giurisdizionalismo. Come è noto, alla fine del Settecento l’amministrazione ecclesiastica dell’area veneziana era suddivisa tra più soggetti. Gran parte di Venezia, con la Giudecca e altre isole lagunari, dipendevano dal Patriarcato, la cui cattedrale, la basilica di San Pietro di Castello, si trovava all’estremo lembo orientale della città. Anche l’isola di San Giorgio Maggiore, teatro del futuro conclave, cadeva sotto la giurisdizione del patriarca, poiché faceva parte della parrocchia della Giudecca.
Invece il centro di Venezia, con la basilica marciana e poche chiese a essa collegate costituivano la piccola, ma prestigiosa Chiesa ducale, una specie di diocesi nullius fondata sul giuspatronato del doge (secondo un diritto riconosciuto in modo incerto a partire dal IX secolo e definitivamente dal Trecento) e retta dal primicerio di San Marco, che aveva prerogative cresciute nel tempo fino a renderne l’ufficio quasi equiparabile a quello di un vescovo: tra l’altro il primicerio poteva celebrare i pontificali, conferire la prima tonsura e gli ordini minori e per un breve periodo della sua storia gli era stata attribuita anche la facoltà di ordinare i presbiteri. Perciò la Chiesa ducale era dotata di un suo clero e di un seminario (il seminario «gregoriano») deputato alla sua formazione.
Invece la laguna a nord di Venezia, con Murano, Burano e altre isole minori, formava la diocesi di Torcello, allora retta dal vescovo Nicolò Sagredo. Per limitare il campo d’indagine alla città,  va osservato che la Chiesa primiceriale e quella patriarcale si erano trovate entrambe in serie difficoltà durante i mesi della municipalità democratica provvisoria per la politica ecclesiastica che essa aveva adottato. Allora Giovanelli e Foscari avevano cercato di individuare un  modus vivendi che permettesse di tutelare nel migliore dei modi possibili le istituzioni ecclesiastiche poste sotto il loro rispettivo controllo. Alla Chiesa patriarcale l’operazione era riuscita, anche per l’interesse dei municipalisti a coltivare buoni rapporti con la Chiesa cattolica per ottenere, con il concorso del clero, un rafforzamento del consenso popolare verso le nuove autorità politiche.
Invece la manovra era risultata più ardua per il Primiceriato marciano non solo perché la fine della Repubblica aristocratica aveva comportato l’abolizione ipso facto della figura del giuspatrono, il doge, ma anche perché i nuovi governanti nel settembre 1797 progettarono la soppressione dell’ex Chiesa ducale e il suo accorpamento al Patriarcato: un’iniziativa di politica ecclesiastica che rientrava nei più ampi progetti di riordino della presenza delle istituzioni cattoliche sul territorio che solo la rapida fine della stagione giacobina veneziana impedì di realizzare in quei mesi, ma che fu poi ripresa e condotta a termine dal governo del napoleonico Regno d’Italia nel 1807. Tuttavia all’iniziale stato di smarrimento durante i mesi della municipalità democratica nelle autorità del Primiceriato di San Marco subentrò, dopo l’arrivo degli austriaci, un atteggiamento di resistenza volto a garantire la continuità dell’antica istituzione. Sul versante della stabilità giuridica il primicerio e la sua Curia si attrezzarono a trovare un’alternativa che, oltre a garantire formalmente sotto il profilo canonico la sopravvivenza della piccola enclave all’interno dal Patriarcato, le assicurasse l’appoggio dei nuovi governanti. Fu così che, non senza oscillazioni, l’ex Chiesa ducale fu ribattezzata «Chiesa imperiale» e si favorì il subentro dell’imperatore nei diritti di patronato che erano appartenuti in precedenza al doge.

«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308 


L'abdicazione del Doge Ludovico Manin: il crollo del sistema politico veneto, ma anche dell'assetto ecclesiastico veneziano.

A Torcello una Basilica dimenticata




di Alberto Vitucci per la Nuova di Venezia e Mestre
Infiltrazioni d’acqua, muri scrostati, mattoni che cadono. Si aggravano le condizioni dell’abside della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello. Le piogge, il degrado dei materiali, le scosse di terremoto. Nessuno è intervenuto, e adesso la situazione è all’emergenza. I piccoli crolli mettono a rischio una della parti più antiche e preziose della storia di Venezia. L’abside della Basilica di Torcello, prima sede vescovile, ha resistito per mille anni con i suoi splendidi mosaici. E adesso è a rischio. «Non abbiamo fondi per la manutenzione, il governo li ha tagliati», denuncia disperato don Antonio Meneguolo, responsabile della Curia veneziana per i Beni culturali, «adesso abbiamo fatto richiesta dell’8 per mille, ma i fondi non arriveranno, ci hanno detto alla Presidenza del Consiglio, prima del 2013». Intanto il danno si aggrava. La vergine Odighitria, splendido mosaico bizantino dell’anno Mille, guarda dall'alto  Il trono vescovile in pietra è a rischio, come la storica iscrizione dell’altar maggiore dove sono custodite le spoglie di Sant’Eliodoro, vescovo di Altino. Per terra frammenti di marmo e di mattoni, materiali che rischiano di andare perduti per sempre. Nei prossimi giorni arriveranno (forse) i soldi promessi nel 2009 per il restauro del campanile di Torcello. Torre campanaria tra le più antiche in laguna, ingabbiata da anni in una quasi arrugginita impalcatura. Anche qui la situazione è critica, i lavori fermi. E i soldi comunque non basteranno per i lavori dell’abside. Situazione drammatica  perché riguarda buona parte dell’immenso patrimonio artistico religioso della città. «Ci hanno tolto i finanziamenti», continua il monsignore, «e non siamo in grado di provvedere al restauro delle chiese, dei monumenti religiosi e delle opere d’arte». Grido d’allarme lanciato anche davanti ai Comitati privati, l’altro giorno a palazzo Zorzi. «Inutile difendere Venezia dalle acque», aveva detto il sindaco Orsoni, «se nella città non è rimasto più nulla da difendere». I resti dei 42 milioni di euro stanziati dal Comitatone nel 2008 arrivano solo col contagocce dalla Regione. I 50 milioni stanziati nel 2010 non si sono mai visti. «Se non abbiamo fondi sicuri ogni anno», spiega don Meneguolo, «non riusciamo a mettere a punto un piano di restauro credibile».Vanno avanti solo piccoli interventi, finanziati dai Beni culturali e con gli introiti di Chorus e di qualche privato. Ma la stragrande maggioranza delle chiese aspetta. A cominciare da Torcello, simbolo della storia veneziana e della civiltà romanica e bizantina.

Riapre la chiesa delle monache patrizie




Un edificio di straordinaria bellezza che si mostra dopo anni di oblio. In occasione della Biennale d'Architettura, grazie ad un accordo tra amministrazione comunale e Messico, la chiesa di San Lorenzo, inofficiata e chiusa dagli anni venti del secolo scorso, sarà accessibile sino al 29 novembre. Un vero evento, anche per i molti veneziani che mai sono riusciti a mettere piede in uno dei luoghi di culto che, ai tempi della Repubblica, era tra i più importanti dell'intera Venezia. 




Fondata con il contiguo monastero benedettino nell'809 per volere della famiglia Partecipazio, la chiesa subì nei secoli successivi ampliamenti e ricostruzioni grazie all'evergetismo suscitato dalle monache di estrazione patrizia alle quali era riservato il monastero.




Le attuali forme si devono al volere della badessa Paola Priuli che, agli inizi del seicento, incaricò per i lavori di ricostruzione l'architetto Simeone Sorella, che sviluppò un'ampia chiesa a pianta quadrata con  coro per le monache alle spalle dal grandioso altare di Gerolamo Campagna, posto al centro dell'edificio suddiviso pure da due arcate chiuse da elaborate inferiate. La facciatà restò incompiuta.
La ricchezza della chiesa, raggiunta durante il seicento ed il settecento, è testimoniata dal celebre dipinto di Gabriel Bella, che ritrae pure i due organi battenti, perduti.  


Gabriel Bella La vestizione di una monaca a San Lorenzo

L'edificio è stato oggetto di importanti scavi archeologici, che hanno interessato gran parte della superficie interna anche per favorire il ritrovamento della tomba di Marco Polo, che vi sarebbe stato sepolto. Nella chiesa furono inumati anche i compositori Francesco Cavalli e Matteo d'Asola.




La chiesa, che si mostra ancora solenne ma violata e deturpata dai decenni di chiusura, rimarrà aperta per tutta la durata della Biennale d'Architettura ad ingresso gratuito, dalle 10:00 alle 18:00 (lunedì escluso). Sino al 2020 resterà in comodato d'uso dello stato messicano che ne curerà i restauri.  




info e foto da alloggibarbaria.blogspot

Moraglia Patriarca: il primo Redentore








"Per i Veneziani del sedicesimo secolo essersi riferiti al Solo in grado di aiutarli, quando ogni altra risposta risulta insufficiente, ha un significato che appartiene all’uomo di ogni tempo che è intrinsecamente segnato da fragilità, debolezze, limiti creaturali a cui si aggiungono quelli che provengono dalla situazione di peccato che - rimosso col battesimo - permane nelle conseguenze come propensione al male. 
Certamente quello che poteva essere considerato un ostacolo insormontabile nel passato - ad esempio nel sedicesimo secolo - oppure lo è ancora in una determinata circostanza, può non esserlo più oggi - nel ventunesimo secolo - o in altre differenti circostanze. Secondo l’immagine biblica, l’uomo è simile a un vaso di creta che può sbrecciarsi o frantumarsi in mille pezzi. 
Oggi, noi, uomini del terzo millennio che assistiamo, quasi increduli, ai progressi  delle 
tecno-scienze, portiamo in noi - nonostante i risultati conseguiti  - le nostre tante fragilità, paure e domande che, non di rado, rimangono prive di risposte, anche se il nostro problema, oggi, non è più il contagio della peste. 
Attualmente, per noi, costituisce rilevante disagio una società che non riesce più a garantirci un futuro e si qualifica sempre meno con i caratteri della fiducia e della progettualità condivise e sempre più come incerto, un futuro che “viene meno” proprio quando ci interroghiamo su di esso. 
Il nostro timore riguarda il non “aver futuro”. Ma  non “aver futuro” significa veder precipitare nel non senso anche il proprio presente che smarrisce la sua capacità di interessarci alla vita, al bene comune, all'educazione delle nuove generazioni, nei confronti delle quali siamo chiamati a trasmettere i valori che hanno dato forma alla nostra città, alla sua storia, alla nostra convivenza civile. 
Mentre la peste portava lo sfacelo dei corpi, la mancanza di futuro, il senso diffuso della precarietà, dell’incertezza, dell’impotenza, la convinzione che nulla sia più governabile a livello economico e sociale, afferra la vita soprattutto dei giovani, che si sentono “buttati”  nell'esistenza, non più capaci di solcarla procedendo verso una meta, ma sentendosi sbattuti qua e là dalle onde dell’incertezza. 
Ora, il cristiano è plasmato dalla fede che chiama in causa tutto l’uomo; la fede si interessa di tutto ciò che appartiene all'uomo. L’annuncio cristiano, così, riguarda la retta ragione e la legge naturale ma, nello stesso tempo, non si riduce solamente a ciò, essendo, appunto, annuncio di Gesù Cristo e su di Lui. Secondo tale linea, la fede non si pone “accanto” all'umano, giustapponendosi ad esso ma, piuttosto, “intercetta” l’umano e lo porta a “compimento”, incominciando col “sanarlo”. 
Anche l’umano entra, a pieno titolo, nella salvezza; la fede non si limita, così, a considerare l’apice superiore dell’uomo, disattendendo ciò che viene prima di esso. 
La nostra esistenza di ogni giorno caratterizza quindi la vita eterna, il nostro destino ultimo; consideriamo, per esempio, che l’atto di fede non può esser posto se non da una persona che sia libera, conscia, consapevole, padrona di sé. In termini teologici: la grazia suppone la natura, la perfeziona e porta a compimento."
 
dall'Omelia del Mons. Moraglia, Patriarca.
Festa del Santissimo Redentore 2012










Moraglia Patriarca: l'imposizione del pallio




Il Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia riceve il pallio dalle mano del Santo Padre alla Cappella Papale dei Santi Pietro e Paolo, nella Basilica Vaticana: le immagini dall'album Flickr del Patriarcato.




Moraglia Patriarca: il Pontificale a San Giorgio Maggiore




Meglio tardi che mai. Infatti, con un po’ di ritardo pubblichiamo alcune fotografie (tratte da Facebook) del Pontificale celebrato nella festa di San Giorgio (23 aprile), dal Patriarca Francesco Moraglia presso l’Abbazia di San Giorgio Maggiore in Venezia. 
Ha concelebrato anche Dom Norberto Villa O.S.B, Abate dell'Abbazia di Praglia di cui San Giorgio Maggiore è dipendente dal 2007. Il Pontificale è stato servito dai monaci benedettini dell’Abbazia e dai seminaristi del Patriarcato. 
Intanto Venezia si aggiudica un'altra liturgia Coram Deo nel panorama liturgico "ordinario" della città...















Le immagini sono state tratte dalla pagina Facebook "Abbazia di San Giorgio".

In Festo Sancti Marci Evangelistæ




Quasi leo fortissimus
nullum pavens occursum, 
idola subvertit 
et gloriam Domini 
gentibus annuntiavit.

Alleluia!




Appuntamento con la Procuratoria





Quaderni della Procuratoria
arte, storia, restauri della Basilica di San Marco

San Marco tra liturgia e turismo

venerdì 13 aprile 2012 alle ore 17:00
presso la sala Sant'Apollonia (Castello 4309)

introduce

prof. dott. Giorgio Orsoni

relatori

mons. dott. Gianni Bernardi
Delegato Patriarcale per la Cultura

dott. Adriano Favaro
Gioranalista, Caporedattore del Gazzettino

intervengono

dott. ing. Marino Zorzato
Vice Presidente Regione Veneto

mons. dott. Antonio Meneguolo 
Procuratore di San Marco, Delegato Patriarcale per la Basilica

prof.ssa Irene Favaretto
Procuratore di San Marco



Veneti episcopi: l'insediamento del Patriarca Agostini



Ormai pronti ad accogliere il Patriarca Moraglia, proponiamo qualche immagine del solenne insediamento del Patriarca Carlo Agostini avvenuto nella primavera del 1949. 




A San Tomà, Guarana e moquette



La chiesa di San Tomà, che si affaccia sul campo omonimo poco distante dalla chiesa dei Frari, è sicuramente tra le meno conosciute di Venezia. Sono molti i veneziani che non sono mai riusciti a varcare la soglia di quella chiesa che sia affaccia solenne su uno dei punti più tranquilli della città, seppur battuti da turisti e lavoratori diretti a Campo San Polo e a Rialto. Il curatore del blog Barbaria è riuscito ad entrare eccezionalmente e a scattare qualche fotografia, che noi prontamente diffondiamo. Diciamo che il colpo d'occhio è a dir poco sorprendente. La bellezza della chiesa si misura con le "installazioni" della comunità Neocatecumenale che ne occupa lo spazio come sede ormai da anni. ciò che colpisce maggiormente è l'assenza di un altare e di un tabernacolo. Il vecchio altar maggiore è stato completamente occultato con una serie di scanni in stile, con tanto di sede "presidenziale" molto sofisticata, se paragonata alle sedie di plastica disposte sulla moquette blu esattamente sotto al Martirio di San Tomà di Jacopo Guarana. Un atmosfera, diciamo... particolare. Le comunità Neocatecumenali in Venezia sono numerose: dopo la sede a San Tomà, contano San Geremia, Santi Apostoli e Santa Maria Formosa, tutte liturgicamente adeguate al carisma del cammino.







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