Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Un Veneto in Segreteria di Stato: è Parolin





RINUNCIA DEL SEGRETARIO DI STATO E NOMINA DEL NUOVO SEGRETARIO DI STATO 
Il Santo Padre Francesco ha accettato, secondo il Can. 354 del Codice di Diritto Canonico, le dimissioni di Sua Eminenza il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, chiedendogli, però, di rimanere in carica fino al 15 ottobre 2013, con tutte le facoltà inerenti a tale ufficio.
Nel medesimo tempo il Santo Padre ha nominato S.E. Mons. Pietro Parolin, Nunzio Apostolico in Venezuela, come nuovo Segretario di Stato. Egli prenderà possesso del suo ufficio il 15 ottobre 2013. 
In quell'occasione, Sua Santità riceverà in Udienza Superiori ed Officiali della Segreteria di Stato, per ringraziare pubblicamente il Card. Tarcisio Bertone per il suo fedele e generoso servizio alla Santa Sede e per presentare loro il nuovo Segretario di Stato.
S.E. Mons. Pietro Parolin 
S.E. Mons. Pietro Parolin è nato a Schiavon (Vicenza) il 17 gennaio 1955.
È stato ordinato sacerdote il 27 aprile 1980 e incardinato nella diocesi di Vicenza.
È laureato in Diritto Canonico.
Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1986, ha prestato la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Nigeria e in Messico e presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.
È stato nominato Sotto-Segretario della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato il 30 novembre 2002.
Il 17 agosto 2009 è stato nominato Nunzio Apostolico in Venezuela ed elevato in pari tempo alla sede titolare di Acquapendente, con dignità di Arcivescovo. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani di Papa Benedetto XVI il 12 settembre dello stesso anno.
Oltre all’italiano, conosce il francese, l’inglese e lo spagnolo. 
[01195-01.01] 

Un Segretario di Stato... vicentino?





di Andrea Tornielli per Vatican Insider 
Papa Francesco potrebbe accogliere domani le dimissioni a suo tempo presentate dal cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone e secondo diverse indiscrezioni avrebbe deciso di nominare al suo posto l'arcivescovo Pietro Parolin, nunzio apostolico in Venezuela.
Il nuovo «primo ministro» vaticano ha 58 anni, ed è originario a Schiavon, in provincia di Vicenza. Sacerdote dal 1980, entrato nella diplomazia vaticana nel 1986, nel 2002 è stato nominato sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, in pratica «viceministro degli Esteri», dove ha collaborato prima con il cardinale Sodano e poi con Bertone. Nel settembre 2009 Benedetto XVI, che qualche settimana prima lo aveva nominato nunzio in Venezuela, lo ha consacrato vescovo. Tra i co-consacranti c'era anche Bertone.
Il Segretario di Stato uscente lascia l'incarico ormai alla vigilia del compimento dei 79 anni, come accadde al suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, attuale decano del collegio cardinalizio. Il salesiano Tarcisio Bertone, fino a quel momento arcivescovo di Genova, era stato scelto da Papa Ratzinger come Segretario di Stato nel 2006, un anno dopo l'elezione. Allora la nomina seguì il curioso iter di un annuncio a giugno e di un'entrata in carica a settembre: il nuovo «primo ministro» vaticano si trovò a dover fare subito i conti con una crisi, quella scaturita dall'interpretazione delle parole pronunciate da Benedetto XVI nel famoso discorso di Ratisbona.
All'origine della scelta di un prelato non proveniente dalla diplomazia pontificia - peraltro non del tutto inedita nella storia della Chiesa - c'era la personale conoscenza e collaborazione, che si era consolidata tra il 1995 e il 2002, negli anni in cui quest'ultimo era stato segretario della Congregazione per la dottrina della fede, guidata dal Prefetto Joseph Ratzinger.
L'allora capo dell'ex Sant'Uffizio aveva apprezzato le qualità operative di Bertone e la sua fedeltà. Per questo, nonostante il parere contrario di diversi curiali, lo aveva scelto e difeso fino all'ultimo, rifiutandosi di accogliere le richieste dei cardinali che negli ultimi anni suggerivano un cambio. 
Bertone, che conserva la carica di camerlengo di Santa Romana Chiesa e per il momento rimane nel consiglio cardinalizio di sovrintendenza dello Ior, sapeva già da qualche tempo che alla fine dell'estate sarebbe stato sostituito. Se si scorrono i precedenti recenti, si comprende come la sostituzione, facilitata dall'età del Segretario di Stato uscente, sia avvenuta in tempi rapidi. Nell'ottobre 1958 Giovanni XXIII scelse il Segretario di Stato la sera stessa dell'elezione, ma la carica era vacante dal 1944, da quando era scomparso il cardinale Luigi Maglione e Papa Pio XII non l'aveva più rimpiazzato, servendosi invece dei due sostituti Montini e Tardini. Paolo VI, nel giugno 1963, confermò nell'incarico il cardinale Amleto Cicognani, già ottantenne e già Segretario di Stato del predecessore, mantenendolo per altri sei anni. Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II confermarono il cardinale francese Jean Villot, anche se Papa Wojtyla scrisse che un Papa non italiano avrebbe dovuto avere un Segretario di Stato italiano. Villot, che fino ad oggi rimane l'unico Segretario di Stato ad aver servito ben tre Pontefici, morì nel marzo 1979 e al suo posto venne nominato Agostino Casaroli.
Le dimissioni del prelato simbolo dell'Ostpolitik vennero accolte da Papa Wojtyla quando Casaroli compì 76 anni, e Segretario di Stato divenne Angelo Sodano, il quale ha accompagnato per quasi un anno e mezzo - dall'aprile 2005 al settembre 2006 - il pontificato di Benedetto XVI.
Come si ricorderà, lo scorso luglio il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, in un'intervista aveva lamentato la mancata sostituzione del Segretario di Stato, nei cui confronti si erano addensate critiche durante le discussioni del pre-conclave. «Mi aspetto che dopo la pausa estiva si concretizzi qualche segnale in più in merito al cambiamento della gestione», aveva commentato il porporato statunitense dopo aver detto che si aspettava la sostituzione prima dell'estate, come peraltro da più parti erroneamente pronosticato.

Era un monsignore: la saga continua




di Michelangelo Nasca per Vatican Insider 
“Don Camillo monsignore... ma non troppo” era il titolo del quarto episodio della famosa saga di Don Camillo e Peppone, diretto da Carmine Gallone e tratto dai racconti di Giovannino Guareschi. A Venezia – ci scherza su qualche sacerdote – il “Monsignore… ma non troppo” è diventato un vero e proprio decreto diocesano!

Seguendo, infatti, la linea della sobrietà e del servizio, e nel rispetto delle norme canoniche stabilite dalla Chiesa, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha firmato recentemente un provvedimento che riserva il titolo di “monsignore” solo ai sacerdoti che hanno ricevuto una onorificenza pontificia direttamente dal Papa; mentre tutti gli altri componenti del clero diocesano, manterranno il semplice “don”.
Una scelta, questa, che ha lasciato alcuni sacerdoti ed ex “monsignori” scontenti, anche se in Curia si tende a precisare che sull’utilizzo dei titoli ecclesiastici non c’è in atto una manovra di retrocessione ma “una rigorosa revisione che rientra nella linea di sobrietà di papa Francesco”.
Già da alcuni mesi il Patriarca di Venezia, nel corso di alcune assemblee diocesane, aveva iniziato a sostituire il titolo di “monsignore” con quello di “don”, e in modo particolare nel corso di una importante e recente riunione, per annunciare i nuovi componenti della Curia; nomine – precisa Moraglia – pensate anche nell’ottica di una gestione collegiale e condivisa, sempre in funzione del progetto pastorale diocesano. “La Curia – ha aggiunto – non è un luogo di privilegio ma un luogo di servizio, in cui ognuno è chiamato a servire la comunità diocesana sul territorio. La Curia non è fine a se stessa, è un mezzo; il fine è sempre il bene delle anime“ (Zenit).
A proposito del titolo ecclesiastico in questione, alcuni sacerdoti hanno rintracciato delle fonti storiche. Mons. – anzi “don” – Giuseppe Camilotto, arciprete della Basilica di San Marco, spiega che «Nel 1860 papa Pio IX ha concesso il titolo di Protonotari Apostolici ai canonici residenziali e onorari di San Marco e ai loro successori. Concessione mai abrogata». Ancora: «Nel 1969 la Segreteria di Stato di Sua Santità Paolo VI ha emanato un’Istruzione circa le vesti, i titoli … dei prelati di ordine minore. Al numero 26 si legge: “I Protonotari Apostolici soprannumerari, cioè i canonici di San Marco, possono fregiarsi del titolo di Monsignore preceduto da Reverendo”. Qualsiasi decisione», continua l’arciprete, «di abolire il titolo non è fattibile secundum jus». Una scelta, dunque, che secondo don Camilotto andrebbe riproposta alla Congregazione per il Clero.
Mentre a Venezia si discute sul titolo di monsignore, a Padova, uno studente in ingegneria di diciannove anni Stefano Cabizza, (chiamiamolo pure scherzo del destino o provvidenziale chiarimento) riceve a sorpresa la telefonata del Papa, raccontata dal giovane in questi termini: «“Pronto!”. “Sono Papa Francesco, diamoci del tu”. “Credi che gli apostoli dessero del Lei a Gesù, o lo chiamassero Sua eccellenza? Erano amici come lo siamo adesso io e te, ed io agli amici sono abituato a dare del Tu”».


Veneti episcopi: Pio X




Giuseppe Cardinal Sarto, Patriarca di Venezia.
Eletto il 4 agosto 1903 duecentocinquantasettesimo papa della Chiesa Cattolica. 
Canonizzato il 29 maggio 1954.



Era un monsignore: il riordino dei titoli in Patriarcato




di Alvise Sperandio per Il Gazzettino 
Niente più monsignori senza titolo nella diocesi di Venezia. È all'insegna del ligio rispetto del diritto canonico, uno dei primi provvedimenti del nuovo vicario generale della diocesi ed esperto in materia, don Angelo Pagan, firmato nei giorni scorsi dal patriarca Francesco Moraglia prima della partenza per le ferie.
Dispone che quei sacerdoti che finora, e da tempo, si sono chiamati monsignori perché canonici residenziali oppure onorari di San Marco, vengono ora retrocessi a semplici "don", dal momento che solo la nomina pontificia dà diritto a fregiarsi del grado superiore. 
«Una decisione - spiega un docente del Marcianum - che intende fare chiarezza, mettendo i puntini sulle "i" e dando a ciascuno al suo». Il titolo, d'altronde, è solamente onorifico e non ha alcun peso sul piano dei poteri. La valutazione va fatta caso per caso ma ad essere coinvolti dalla novità ci sono sacerdoti molto in vista, come i vicari episcopali don Danilo Barlese e don Dino Pistolato, il delegato per la catechesi e la scuola don Valter Perini, quello per il sociale e il lavoro don Fabiano Longoni, l'ex economo e neo parroco di Santa Barbara don Guido Scattolin, ma anche arcipreti importanti e molto popolari come don Fausto Bonini a Mestre, don Luigi Casarin a Gambarare, don Angelo Munaretto a Eraclea e don Giuseppe Manzato a Caorle. 
Una piccola rivoluzione che va a scontrarsi con una consuetudine consolidata da decenni e che rischia di essere mal digerita dai fedeli, in molti casi abituati a identificare con il solo appellativo di monsignore il proprio prete di riferimento. A molti non è sfuggito che già nei documenti ufficiali il patriarca Moraglia è attento sull'utilizzo del "don" e non del "mons.", così come nel comunicato stampa successivo alla comunicazione delle recenti nomine. Gli interessati sono dubbiosi. «Ne ho sentito parlare, ma non ho ricevuto alcuna comunicazione in proposito», dice don Bonini mentre don Perini spiega «di aspettare indicazioni: forse la nuova edizione del prontuario sarà utile a fare chiarezza».
Alla base della decisione c'è il desiderio di rispettare fino in fondo le regole, ma forse anche la volontà di trasmettere un messaggio di semplicità e sobrietà in linea con gli insegnamenti di papa Francesco e quanto detto dallo stesso Moraglia nel definire il nuovo assetto di governo della diocesi: «La Curia - ha affermato nell'occasione - non è un luogo di privilegio ma un luogo di servizio, in cui ognuno è chiamato a servire la comunità diocesana sul territorio. La Curia non è fine a se stessa, è un mezzo, perché il fine è sempre il bene delle anime».

Al Santo un nuovo Delegato




Il Santo Padre Francesco ha nominato Delegato Pontificio per la Basilica di Sant’Antonio in Padova S.E. Mons. Vittorio Lanzani, Vescovo titolare di Labico, Delegato della Fabbrica di San Pietro.  
[01112-01.01] 

Campane a festa al Santo. Una nomina lampo e la fine (come sulla ghigliottina) dell'era Gioia. Monsignor Vittorio Lanzani, Delegato alla Fabbrica di San Pietro è stato nominato da Sua Santità Delegato per la Pontificia Basilica di Sant'Antonio di Padova. Nato nel Pavese nel 1951 e ordinato sacerdote nel 1976, Lanzani è particolarmente legato alla realtà romana: prima officiale della Congregazione per il Culto e segretario della Fabbrica di San Pietro e della Commissione permanente per la tutela dei monumenti storici ed artistici della Santa Sede poi elevato alla sede vescovile titolare di Labico e consacrato vescovo dalle mani del Beato Giovanni Paolo II (gennaio 2002) raggiunge la Delegazione della Fabbrica di San Pietro. Da oggi ricopre anche l'ufficio di Delegato per la Basilica del Santo.
Dopo gli intrighi, gli scandali - e i matrimoni - entra in scena il mitrato lombardo. 


Monsignor Lanzani accanto a Sua Santià Francesco nelle Grotte Vaticane.

Ottocento veneziano




Stefano Novo, La prima comunione 
(Interno della Basilica di San Marco), 
Venezia, 1889 
 
 
 

Veneti episcopi: Gregorio XII




Gregorio XII, duecentocinquesimo papa della Chiesa Cattolica, 
poi Angelo Cardinal Correr, Vescovo di Frascati e Legato ad Ancona. 

Prima dell'ascesa al Soglio, Vescovo di Castello e Patriarca di Costantinopoli.



Veneti episcopi: Pio X




Monsignor Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia.
Eletto il 4 agosto 1903 duecentocinquantasettesimo papa della Chiesa Cattolica. 
Canonizzato il 29 maggio 1954.


La cacciata dal tempio




Biglietti, ma soprattutto spettacoli e concerti nelle chiese veneziane: il Patriarca Moraglia ci da un taglio. Più sacro e meno danaro. 

di Daniela Ghio per Il Gazzettino 
Il Patriarca mette un freno alle chiese museo e soprattutto allo sfruttamento in termini economici dei beni ecclesiastici: una posizione chiara contro le chiese a pagamento. Nella prefazione del calendario liturgico diocesano, distribuito alle parrocchie, monsignor Francesco Moraglia sollecita i parroci e i fedeli a riscoprire la vera sacralità dell’azione liturgica, valorizzando la specificità liturgica e non museale delle chiese di Venezia. 
Il Patriarca si richiama alla Costituzione Sacrosanctum Concilium e spiega come ci si trovi talvolta agli antipodi dell’uso degli spazi sacri per fini diversi da quelli per cui sono stati progettati e costruiti: «Talune proposte – afferma il presule - che inizialmente si presentano in termini catechistici e culturali, alla fine sembrano rispondere ad altre logiche». 
Lo spazio sacro di una chiesa, nata per il culto, sottolinea il Patriarca, deve quindi rimanere riferimento all’azione liturgica o a momenti che direttamente o indirettamente preparano o seguono tale azione. «È essenziale – continua – che ogni uso differente da quello liturgico sia regolamentato e comunque si svolga sotto la guida dei competenti organi e uffici diocesani. Anche senza esplicita volontà, è facile usufruire in maniera non consona di spazi liturgici destinandoli ad un uso improprio per cui non sono stati pensati, progettati e costruiti. Il rischio, non sempre presente a tutti, è che una mentalità funzionalistica si affermi in seno alla stessa comunità dei credenti e alle sue guide; l’uso improprio degli spazi sacri, soprattutto quando istituzionalizzato, facilità l’instaurarsi di tale mentalità. In tal modo, smarrita, per esempio, la capacità di percepire il linguaggio del simbolo, ci si interroga sull’uso di un edificio sacro: “ma… cosa ne posso fare?”, “che cosa ne posso ricavare?”, e “cosa ci guadagno?”. Non di rado succede che la mentalità funzionalistica si trasformi in mentalità imprenditoriale; fronteggiare tale tendenza e soprattutto recuperare il senso del sacro, del mistero e dell’adorazione è essenziale». 
Viene messa in discussione pertanto l’attività “istituzionalizzata” di Chorus, associazione per le chiese del patriarcato di Venezia, che prevede la visita turistica delle chiese a pagamento, assicurandone l’apertura e la guardiania. Così come viene messa in discussione l’attività concertistica e di mostre di alcuni templi sottratti al culto. Scaduti i contratti in corso, gli uffici diocesani potrebbero bloccare questo tipo di attività, almeno per le chiese di diretta dipendenza dal patriarcato e non di uso pubblico. Moraglia in particolare desidera che chiunque possa entrare nelle chiese senza pagare il biglietto. E già sì è avuta una prima risposta: dal 1° gennaio la chiesa della Madonna dell’Orto si è tolta dal circuito di Chorus.



Veneti episcopi: Agostino Steffani




Un vescovo dal sangue veneto, Vicario Apostolico con il pallino per la composizione, che arrivò ad influenzare l'intera produzione musicale del secolo diciottesimo.  

Nato a Castelfranco Veneto il 25 luglio 1654, in giovanissima età fu ammesso tra i cantori della Cappella Marciana e tra i pupilli di Francesco Cavalli. Le potenzialità canore del giovane Agostino colpirono il conte Georg Ignaz von Tattenbach che lo portò in Baviera, dove assunse in seguito il titolo di Churfürstlicher Kammer und Hofmusikus. Nel 1673 si recò a Roma per ricevere lezioni da Ercole Bernabei. Tornato in Baviera fu ordinato sacerdote, assumendo il titolo della abbadia di Lepsing che gli permise di svolgere incarichi musicali alla corte di Monaco. Si dedicò alla composizione, soprattutto di drammi in musica. Nel 1688 divenne maestro di cappella alla corte di Hannover dove trionfò con le sue opere in lingua italiana. Dopo il 1692 si impegnò con successo in incarichi diplomatici per conto del Principe Elettore Ernesto Augusto tanto che Innocenzo XI lo volle vescovo. Fu consacrato dall'Arcivescovo Lothar Franz von Schönborn il 2 gennaio 1707 con il titolo di Spiga e divenne Vicario Apostolico per la Sassonia. Tornò a Roma nel 1727 dove frequentò il salotto musicale del Cardinale Ottoboni. Morì il 12 febbraio 1728 a Francoforte dov'era impegnato in una missione diplomatica.  
Musicalmente parlando, ebbe un'enorme influenza sui compositori della sua epoca, soprattutto su Haendel: il rigore e i cromatismi della scuola veneziana, il gusto francese e le suggestioni dei compositori austriaci concorrono in Steffani in una produzione musicale che fu in gran parte profana - buon numero d'opere sono conservate a Londra, li trasportate dagli Hannover che assunsero la corona - mentre quella sacra, rada e dispersa nelle cappelle musicale cattoliche della Baviera, attende la riscoperta. Recentemente, è stato Steffani è tornato alle luci della ribalta grazie a Mission, l'album che una Cecilia Bartoli in irriverenti vesti di "vescova" ha dedicato alle più scoppiettanti arie d'opera del compositore castellano. 

Di seguito, del Vescovo Agostino Steffani, il bel salmo Laudate Pueri dove soli, coro e strumenti concorrono avocando le grandiose opere sacre salisburgensi di Heinrich Ignaz Franz Biber mitigate dall'eleganza veneziana che riecheggia dei lavori chiesastici di Francesco Cavalli.


La Riforma Liturgica secondo Magnani




Il Concilio e la sua Riforma Liturgica? Monsignor Paolo Magnani, Vescovo emerito di Treviso, risponde. Da La vita del popolo. 


Lei ha una grande competenza in ambito liturgico. Quali sono i tratti salienti della riforma introdotta dal Concilio e il significato che hanno assunto? 

Quanto alla mia competenza in fatto di Liturgia, non mi considero un grande protagonista, ma piuttosto un discepolo del tempo ecclesiale che ho vissuto. Durante i miei studi alla Gregoriana la Liturgia aveva un ruolo molto modesto, quasi irrilevante. Basti rileggere le cento tesi che si dovevano studiare per la licenza in Teologia. Più che gli studi, in particolare quelli radicati sulla Ecclesiologia del Concilio Vaticano I, furono le Encicliche “Mystici Corporis” e la “Mediator Dei” di Pio XII, ad offrirmi un quadro sulla Liturgia nella Chiesa. Queste Encicliche e il Movimento liturgico, allora in atto, hanno preparato la strada al Concilio. Personalmente mi è stato molto di aiuto la fioritura della Liturgia operata a Pavia dal futuro cardinale Virgilio Noè, negli anni Sessanta. Il nuovo interesse poi, sulla Liturgia si è fatto più vivo con una ricerca sul “Messale in lingua Italiana nell’edizione di Pavia dell’anno 1805”, pubblicato nel 1965. Quanto ai tratti salienti della Costituzione sulla Liturgia, “Sacrosanctum Concilium” promulgata il 4 dicembre 1963, ci portano a considerare la liturgia come il momento più significativo in cui la Chiesa si manifesta: la Chiesa totale, cioè Cristo e il suo Corpo, quale Chiesa della Parola di Dio, della preghiera, operando la Salvezza degli uomini. Mentre si glorifica il Padre in Cristo, si salvano gli uomini. La Liturgia è per la santificazione dell’umanità e quindi, per sua essenza, è pastorale. A proposito, ricordo un principio tradizionale della morale cattolica e della Pastorale: “Sacramenta propter homines”, i Sacramenti esistono per la salvezza degli uomini! Ecco perché la Liturgia ha una dimensione pastorale. A me pare che il senso della riforma liturgica è quello di rendere in modo più espressivo, e vorrei dire a portata di mano, l’azione di Dio Padre, attraverso Gesù Cristo che agisce nella Chiesa per la salvezza dell’umanità intera. Nella Costituzione conciliare Sacrosanctum Conciluim possiamo dire che c’è più Bibbia, più preghiera, più comprensione e più partecipazione. Direi, “più”, non significa che la Liturgia precedente fosse ritualmente e sostanzialmente di “meno”. È un “più” per così dire pastorale, che peraltro si deve misurare anche con la cultura del tempo. E legato a questo “più”, va messo in evidenza l’uso della lingua parlata nelle celebrazioni, che ha permesso ai fedeli una partecipazione più consapevole e più attiva. 

In che misura quella riforma è ancora “in fieri” come sostengono alcuni esperti? 

La Liturgia è sempre in essere ed è sempre “in fieri”, in divenire, proprio come la Chiesa. Sia l’esistente che il “fieri”, dipendono notevolmente dalle Liturgie parrocchiali, dal parroco, dalla partecipazione dei fedeli, dai lettori, dai ministranti e dalle corali. Se la Liturgia è “lex credendi”, cioè norma della fede, questo è vero per tutta la storia e la vita della Chiesa; alcune formule rituali cambiano ma non nel loro significato di fede. La riforma conciliare recita sempre lo stesso “Credo”. L’evoluzione storica di alcuni riti sacramentali non ha mutato la loro sostanza salvifica e il magistero della Chiesa ce lo garantisce. Secondo me ci potrebbero essere anche aspetti che possono rischiare di distogliere i fedeli dal centro dei riti propriamente liturgici e sacramentali, centro che è sempre Gesù Cristo, realmente presente. Mi riferisco all'introduzione nelle celebrazioni eucaristiche, ordinariamente corrette, preparate e vivaci, di strumenti catechistici, sia grafici che luminosi, pur lodevoli, che possono creare una sovrapposizione didattica al mistero celebrato. E’ forse il caso di precisare che l’azione liturgica è innanzitutto “Opus Dei”, Opera di Dio! Poi ci sono alcuni aspetti marginali che dipendono dai gusti, quelli dei “prelati” ma anche quelli dei “parroci”. La riforma liturgica, con Paolo VI, aveva introdotto, per le cotte e per i camici, uno stile all'insegna della semplicità, ma questo stile sta cambiando e si va verso il trionfo del ricamo. Così pure riaffiorano vesti liturgiche che sembravano desuete, eppure legittime. 

Quali gli aspetti che più hanno favorito la partecipazione attiva e consapevole del popolo di Dio all’azione liturgica? 

Per favorire la partecipazione attiva e consapevole alla Liturgia, occorre inculcare la convinzione che Gesù Cristo il Risorto è il centro dinamico della Liturgia, e ci vuole uniti a Lui anche con i gesti corporali. Nella Liturgia, Cristo non è solo, ma con la sua Chiesa, viva. Il cristiano nella Liturgia non è un semplice spettatore ma uno che partecipa e condivide. Senza il Cristo vivente non c’è Liturgia, e senza la Chiesa non c’è Liturgia. Certo che per una corretta partecipazione liturgica il cristiano deve presentarsi con la sua fede, con il suo vivere in Cristo, con la sua totale adesione a Lui. La qualità del cristiano, membro di un popolo sacerdotale, si misura con l’atto della sua fede, professata e testimoniata. Non illudiamoci, il pericolo di un nuovo ritualismo esteriore è sempre in agguato. 

Come ha accompagnato la riforma liturgica a Lodi e a Treviso, riandando ai suoi scritti liturgici durante il suo episcopato più che trentennale? 

Durante il mio Episcopato mi sono impegnato per applicare la Riforma della “Sacrosanctum Concilium”. Quando sono diventato vescovo, cioè nel 1977, erano già promulgati la maggior parte dei testi liturgici: il Messale Romano, tutti i Sacramenti e la nuova Liturgia delle ore. Il mio compito era quello di aiutare la diocesi ad attuare la riforma, sia a Lodi che a Treviso. Diventato vescovo di Treviso ho potuto usufruire del Sinodo diocesano del 1987, promulgato da mons. Antonio Mistrorigo, che dedica una significativa parte delle Costituzioni al culto divino. E sempre a Treviso ho avuto l’opportunità di promulgare un “Direttorio liturgico pastorale”, grazie alla collaborazione intelligente e operosa dell’Ufficio Liturgico diocesano. La consegna di questo Direttorio alla comunità diocesana è stato l’ultimo gesto, forse il più simbolico. Sempre nella scia della riforma liturgica ho realizzato l’adeguamento del presbiterio della Cattedrale di Treviso, e con il posizionamento del nuovo organo si è permesso alla corale di essere accanto all'assemblea  per animarla, e condurla ad una partecipazione attiva nella lode al Signore, attraverso il canto. Quanto ai miei scritti liturgici ho in progetto di riunirli in un solo volume, in occasione del 50° anniversario della promulgazione della “Sacrosanctum Concilium”. Rileggendoli mi sono reso conto come il Concilio abbia influito sulla mia spiritualità liturgica, e quanto il mio lungo esercizio liturgico episcopale mi abbia plasmato insieme al popolo nello spirito della Costituzione “Sacrosanctum Concilium”.

Solo ai vescovi francesi?




"Voi siete responsabili di regioni in cui la fede cristiana si è radicata molto presto e ha recato frutti ammirevoli. Regioni legate a nomi illustri che si sono adoperati tanto per il radicamento e la crescita del Regno di Dio in questo mondo [...].
Queste origini e questo passato glorioso, sempre presenti nel nostro pensiero e tanto cari al nostro spirito, ci permettono di nutrire una grande speranza, insieme salda e audace, al momento di raccogliere le sfide del terzo millennio e di ascoltare le aspettative degli uomini della nostra epoca, alle quali Dio solo può dare una risposta soddisfacente. La Buona Novella che abbiamo il compito di annunciare agli uomini di tutti i tempi, di tutte le lingue e di tutte le culture, si può riassumere in poche parole: Dio, creatore dell'uomo, in suo figlio Gesù ci fa conoscere il suo amore per l'umanità: «Dio è amore» (cfr. i Gv), Egli vuole la felicità delle sue creature, di tutti i suoi figli. La costituzione pastorale Gaudium et spes (cfr. n. 10) ha affrontato le questioni chiave dell'esistenza umana, sul senso della vita e della morte, del male, della malattia e della sofferenza, così presenti nel nostro mondo. Ha ricordato che, nella sua bontà paterna, Dio ha voluto dare delle risposte a tutti questi interrogativi e che Cristo ha fondato la sua Chiesa affinché tutti gli uomini potessero conoscerle. Perciò uno dei problemi più seri della nostra epoca è quello dell'ignoranza pratica religiosa in cui vivono molti uomini e donne, compresi alcuni fedeli cattolici (cfr. esortazione apostolica Christifideles laici, capitolo v).
Per questo motivo la nuova evangelizzazione, nella quale la Chiesa si è risolutamente impegnata dal concilio Vaticano II e della quale il motu proprio Ubicumque et semper ha delineato le principali modalità, si presenta con un'urgenza particolare, come hanno sottolineato i padri del Sinodo che si è da poco concluso. Essa chiede a tutti i cristiani di rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3, 15), consapevole che uno degli ostacoli più temibili della nostra missione pastorale è l'ignoranza del contenuto della fede. Si tratta in realtà di una duplice ignoranza: un disconoscimento della persona di Gesù Cristo e un'ignoranza della sublimità dei suoi insegnamenti, del loro valore universale e permanente nella ricerca del senso della vita e della felicità. Questa ignoranza provoca inoltre nelle nuove generazioni l'incapacità di comprendere la storia e di sentirsi eredi di questa tradizione che ha modellato la vita, la società, l'arte e la cultura europee.
Nell'attuale Anno della fede, la Congregazione per la Dottrina della Fede, nella nota del 6 gennaio 2012, ha dato le indicazioni pastorali auspicabili per mobilitare tutte le energie della Chiesa, l'azione dei suoi pastori e dei suoi fedeli, al fine di animare in profondità la società. È lo Spirito Santo che, «con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova» (Lumen gentium, 4). 
Questa nota ricorda che «ogni iniziativa per l'Anno della fede vuole favorire la gioiosa riscoperta e la rinnovata testimonianza della fede. Le indicazioni qui offerte hanno lo scopo di invitare tutti i membri della Chiesa ad impegnarsi perché quest'Anno sia occasione privilegiata per condividere quello che il cristiano ha di più caro: Cristo Gesù, Redentore dell'uomo, Re dell'Universo, “autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 2)». Il Sinodo dei vescovi ha proposto di recente a tutti e a ognuno i mezzi per condurre a buon fine questa missione. L'esempio del nostro divino Maestro è sempre il fondamento di tutta la nostra riflessione e della nostra azione. Preghiera e azione, questi sono i mezzi che il nostro Salvatore ci chiede ancora e sempre di utilizzare.
La nuova evangelizzazione sarà efficace se coinvolgerà a fondo le comunità e le parrocchie. I segni di vitalità e l'impegno dei fedeli laici nella società francese sono già una realtà incoraggiante. 
"I laici, con i loro vescovi e i sacerdoti, sono protagonisti nella vita della Chiesa e nella sua missione di evangelizzazione. In diversi suoi documenti (Lumen gentium, Apostolicam actuositatem, tra gli altri), il concilio Vaticano II ha sottolineato la specificità della loro missione: permeare le realtà umane dello spirito del Vangelo. I laici sono il volto del mondo nella Chiesa e allo stesso tempo il volto della Chiesa nel mondo. Conosco il valore e la qualità del multiforme apostolato dei laici, uomini e donne. Unisco la mia voce alla vostra per esprimere loro i miei sentimenti di stima.
La Chiesa in Europa [...] non può restare indifferente dinanzi alla diminuzione delle vocazioni e delle ordinazioni sacerdotali, e neppure degli altri tipi di chiamate che Dio suscita nella Chiesa. È urgente mobilitare tutte le energie disponibili, affinché i giovani possano ascoltare la voce del Signore. Dio chiama chi vuole e quando vuole. Tuttavia, le famiglie cristiane e le comunità ferventi restano terreni particolarmente favorevoli. Queste famiglie, queste comunità e questi giovani sono dunque al centro di ogni iniziativa di evangelizzazione, malgrado un contesto culturale e sociale segnato dal relativismo e dall'edonismo.
Essendo i giovani la speranza e il futuro della Chiesa e del mondo, non voglio tralasciare di menzionare l'importanza dell'educazione cattolica. Questa svolge un compito ammirevole, spesso difficile, reso possibile dall'instancabile dedizione dei formatori: sacerdoti, persone consacrate o laici. Al di là del sapere trasmesso, la testimonianza di vita dei formatori deve permettere ai giovani di assimilare i valori umani e cristiani al fine di tendere alla ricerca e all'amore del vero e del bello (cfr. Gaudium et spes, 15). Continuate a incoraggiarli e ad aprire loro nuove prospettive affinché beneficino anche dell'evangelizzazione. Gli istituti cattolici sono chiaramente al primo posto nel grande dialogo tra la fede e la cultura. L'amore per la verità che irradiano è di per sé evangelizzatore. Sono ambiti d'insegnamento e di dialogo, e anche centri di ricerca, che devono essere sempre più sviluppati, più ambiziosi."

Dal discorso del Santo Padre Benedetto XVI 
ai vescovi francesi in visita ad limina apostolorum

Alla Basilica Antoniana il Delegato fa crack

Il chiostro del Generale al Santo, dove si affacciano gli appartamenti della delegazione papale



di Nicola Munaro e Davide D'Attino per il Corriere del Veneto 

C’è un’inchiesta in procura sul presunto abuso edilizio realizzato in via Orto Botanico, a Padova, all’interno dell’ex casa del custode che fa parte della Basilica di Sant’Antonio. Ad aprire il fascicolo è stato lunedì il procuratore aggiunto Matteo Stuccilli che, sebbene non figurino indagati né sia indicato un reato specifico da perseguire, ha comunque deciso di dare seguito all’esposto presentato dal Comune il 9 ottobre scorso. Anche se, in proposito, da Palazzo Moroni continua a trapelare nulla o quasi: «Si tratta di una vicenda molto, molto delicata», è il ritornello di questi giorni, intonato non solo in municipio ma pure al comando dei vigili urbani in via Gozzi. La questione, che adesso la procura intende approfondire in ogni dettaglio, riguarda un edificio che fino a qualche anno fa veniva adoperato come biblioteca e magazzino dai frati del Santo e che ora è stato trasformato in un piccolo residence con 5 mini-appartamenti di 35 metri quadrati ciascuno, da affittarsi al miglior offerente. Una scelta, quest’ultima, operata dal delegato pontificio monsignor Francesco Gioia, cioè colui che rappresenta la proprietà della Basilica: il Vaticano. Nell’esposto, il Comune di Padova si sarebbe appellato al proprio regolamento edilizio, che all'articolo 106, comma 2 recita: «La superficie abitabile delle singole unità abitative non può essere inferiore a mq 45». Quindi, i mini-alloggi di via Orto Botanico sarebbero fuori norma. Senza contare che l’immobile è pure vincolato dalla Soprintendenza per i beni architettonici del Veneto e dunque, per essere ristrutturato, necessiterebbe di precise autorizzazioni che monsignor Gioia non avrebbe richiesto né ottenuto. Su Internet, però, l’annuncio rimane: «Si affittano con trattativa riservata e con regolare contratto - si legge su www.corriereimmobiliare.com - 5 mini-appartamenti con ingresso da via Orto Botanico, a pochi metri da piazza del Santo, massimo 3 posti letto, completamente arredati, compreso angolo cottura. Particolarmente adatti per professionisti e studenti, no famiglie. Per informazioni rivolgersi alla delegazione pontificia per la Basilica di Sant’Antonio in Padova, piazza Pio XII Roma». Intanto, il presidente della Veneranda Arca del Santo, l’ente laico che dal 1396 si occupa della manutenzione del patrimonio immobiliare antoniano, stoppa sul nascere le voci (non nuove) che parlano di dissapori tra la stessa Arca ed il delegato pontificio: «E’ chiaro ed evidente - scandisce Gianni Berno, che è pure capogruppo del Pd in Comune - che se la proprietà effettua interventi in proprio e in completa autonomia nel complesso basilicale, essa debba attenersi al rispetto delle normative vigenti, esattamente come opera la stessa Veneranda Arca. Da questa incresciosa vicenda deriva certamente un auspicio che credo ben interpreti le attese di tutta la città: oggi serve lavorare tutti con lo stesso stile e nella medesima direzione».


L'Anno della Fede: la lettera dei Vescovi del Triveneto




Carissimi fratelli e sorelle, 
stiamo per iniziare uno straordinario tempo di grazia: l’Anno della fede. Il Papa Benedetto XVI ha indetto questo Anno perché riscopriamo la gioia del credere e ritroviamo l’entusiasmo nel comunicare la fede. «La fede è un dono da riscoprire, da coltivare e da testimoniare», perché il Signore «conceda a ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani».
Questo Anno di grazia inizierà l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo.

L’Anno della fede ci invita a riscoprire il fondamento della nostra fede, Gesù Cristo, e a convertirci a Lui, unico Salvatore del mondo. Egli dà alla nostra vita un nuovo orizzonte e la direzione decisiva. Nel mistero della sua morte e risurrezione, si rivela in pienezza l’Amore che salva.

Ma l’Anno della fede ci chiede anche di annunciare l’amore di Dio agli uomini del nostro tempo. L’amore di Cristo, che colma i nostri cuori, ci spinge ad evangelizzare. Egli ci invia per le strade del mondo per proclamare il suo Vangelo a tutti i popoli della terra (cf. Mt 28,19).
Per rivivere la gioia del credere e l’entusiasmo nel comunicare la fede, in questo Anno siamo invitati a riscoprire i contenuti della fede «professata, celebrata, vissuta e pregata».
Ce lo ricorda il Papa Benedetto XVI nella Lettera Apostolica Porta Fidei: «La conoscenza dei contenuti di fede è essenziale per dare il proprio assenso, cioè per aderire pienamente con l’intelligenza e la volontà a quanto viene proposto dalla Chiesa».
E aggiunge: «L’Anno della fede dovrà esprimere un corale impegno per la riscoperta e lo studio dei contenuti fondamentali della fede che trovano nel Catechismo della Chiesa Cattolica la loro sintesi sistematica e organica» (PF 11).
Carissimi fratelli e sorelle, accogliamo l’invito del Papa: viviamo con gioia questo Anno della fede, mettendoci in ascolto della parola di Dio e meditando insieme i contenuti fondamentali della fede cristiana. Facciamoci testimoni dell’amore di Dio e rendiamo ragione della speranza che c’è in noi.
Mostriamo ai nostri fratelli comela fede in lui rendepiù vera, più giusta e più bella la nostra vita personale, familiare e sociale, rinnova i rapporti di ami­cizia, dà senso alla fatica del lavoro, all'impegno educativo e all'azio­ne sociale, sostiene nelle prove e nella malattia, ci aiuta a dare un senso pieno alla nostra vita.
A tutti voi, carissimi fratelli e sorelle, auguriamo di vivere nel modo migliore possibile questo straordinario Anno della fede, per ravvivare, purificare, confermare e confessare con gioia la vostra fede a tutte le persone che incontrate, in tutti i giorni della vostra vita.
Zelarino (Venezia), 20 settembre 2012 

Veneti episcopi: Giovanni Paolo I




Monsignor Albino Luciani, Vescovo di Vittorio Veneto.
Eletto il 26 agosto 1978 duecentosessantatreesimo papa della Chiesa Cattolica. 



foto da Orbis Catholicus Secundus

Moraglia Patriarca: il primo Redentore








"Per i Veneziani del sedicesimo secolo essersi riferiti al Solo in grado di aiutarli, quando ogni altra risposta risulta insufficiente, ha un significato che appartiene all’uomo di ogni tempo che è intrinsecamente segnato da fragilità, debolezze, limiti creaturali a cui si aggiungono quelli che provengono dalla situazione di peccato che - rimosso col battesimo - permane nelle conseguenze come propensione al male. 
Certamente quello che poteva essere considerato un ostacolo insormontabile nel passato - ad esempio nel sedicesimo secolo - oppure lo è ancora in una determinata circostanza, può non esserlo più oggi - nel ventunesimo secolo - o in altre differenti circostanze. Secondo l’immagine biblica, l’uomo è simile a un vaso di creta che può sbrecciarsi o frantumarsi in mille pezzi. 
Oggi, noi, uomini del terzo millennio che assistiamo, quasi increduli, ai progressi  delle 
tecno-scienze, portiamo in noi - nonostante i risultati conseguiti  - le nostre tante fragilità, paure e domande che, non di rado, rimangono prive di risposte, anche se il nostro problema, oggi, non è più il contagio della peste. 
Attualmente, per noi, costituisce rilevante disagio una società che non riesce più a garantirci un futuro e si qualifica sempre meno con i caratteri della fiducia e della progettualità condivise e sempre più come incerto, un futuro che “viene meno” proprio quando ci interroghiamo su di esso. 
Il nostro timore riguarda il non “aver futuro”. Ma  non “aver futuro” significa veder precipitare nel non senso anche il proprio presente che smarrisce la sua capacità di interessarci alla vita, al bene comune, all'educazione delle nuove generazioni, nei confronti delle quali siamo chiamati a trasmettere i valori che hanno dato forma alla nostra città, alla sua storia, alla nostra convivenza civile. 
Mentre la peste portava lo sfacelo dei corpi, la mancanza di futuro, il senso diffuso della precarietà, dell’incertezza, dell’impotenza, la convinzione che nulla sia più governabile a livello economico e sociale, afferra la vita soprattutto dei giovani, che si sentono “buttati”  nell'esistenza, non più capaci di solcarla procedendo verso una meta, ma sentendosi sbattuti qua e là dalle onde dell’incertezza. 
Ora, il cristiano è plasmato dalla fede che chiama in causa tutto l’uomo; la fede si interessa di tutto ciò che appartiene all'uomo. L’annuncio cristiano, così, riguarda la retta ragione e la legge naturale ma, nello stesso tempo, non si riduce solamente a ciò, essendo, appunto, annuncio di Gesù Cristo e su di Lui. Secondo tale linea, la fede non si pone “accanto” all'umano, giustapponendosi ad esso ma, piuttosto, “intercetta” l’umano e lo porta a “compimento”, incominciando col “sanarlo”. 
Anche l’umano entra, a pieno titolo, nella salvezza; la fede non si limita, così, a considerare l’apice superiore dell’uomo, disattendendo ciò che viene prima di esso. 
La nostra esistenza di ogni giorno caratterizza quindi la vita eterna, il nostro destino ultimo; consideriamo, per esempio, che l’atto di fede non può esser posto se non da una persona che sia libera, conscia, consapevole, padrona di sé. In termini teologici: la grazia suppone la natura, la perfeziona e porta a compimento."
 
dall'Omelia del Mons. Moraglia, Patriarca.
Festa del Santissimo Redentore 2012










Moraglia Patriarca: l'imposizione del pallio




Il Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia riceve il pallio dalle mano del Santo Padre alla Cappella Papale dei Santi Pietro e Paolo, nella Basilica Vaticana: le immagini dall'album Flickr del Patriarcato.




Scandalo a Villaregia, rimozioni e commissariamento

I fondatori della Comunità Missionaria di Villaregia




Dopo lo scandalo che ha coinvolto i fondatori della celebre comunità missionaria chioggiotta (don Luigi Prandin e Maria Luigia Corona), arrivano i provvedimenti da Roma...

In data 22 maggio 2012, il Pontificio Consiglio per i Laici, dopo approfondita indagine, ha decretato la rimozione dalla carica di presidenti dei fondatori della Comunità Missionaria di Villaregia, padre Luigi Prandin e Maria Luigia Corona, e ha disposto la loro dimissione da membri dell’Associazione con l’ingiunzione di non risiedere in futuro in nessuna casa della medesima. Il provvedimento è avvenuto a seguito di numerose denunce firmate, pervenute al Pontificio consiglio per i laici, riguardanti gravi comportamenti immorali perpetrati nel passato da padre Luigi Prandin nei confronti di alcune missionarie maggiorenni. Tale azione disciplinare colpisce anche la fondatrice, Maria Luigia Corona, perché, pur essendo a conoscenza dei fatti, ha coperto e mentito. Il Dicastero, con il suo intervento, ha inteso assolvere a un dovere di giustizia e dare una risposta fedele alle ripetute esortazioni del Santo Padre Benedetto XVI, che chiede di stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prestando al contempo una particolare attenzione alle vittime e prendendo tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro (Cf. Discorso ai Vescovi dell’Irlanda, 28 ottobre 2006). All'allontanamento definitivo dei fondatori ha fatto seguito la nomina di un Commissario Pontificio nella persona di padre Amedeo Cencini, religioso canossiano, che guiderà la CMV nella fase di ristrutturazione e risanamento sollecitata dalla Santa Sede. Il Commissario, che ha assunto in spirito di obbedienza alla Chiesa l’oneroso incarico, sarà coadiuvato da quattro consiglieri di sua nomina, scelti tra gli stessi membri della Comunità. Il provvedimento della Chiesa è grave, ma oltre a porsi nella linea della verità, con il coraggio e la sofferenza che ciò comporta, è e vuole essere anche un atto di grande fiducia e stima nei confronti della comunità di Villaregia e delle persone, missionarie, missionari, coppie di sposati e tutti quei volontari, che in gran numero e in modi diversi, hanno collaborato in questi anni per l’ideale missionario. La comunità missionaria chiede perdono per tutto ciò e per il turbamento che questo potrebbe provocare in tante persone; essa stessa è profondamente addolorata. Al tempo stesso chiede il rispetto per questa sua sofferenza, mentre riafferma la sua volontà, pur nella consapevolezza della propria fragilità, di continuare a servire il Signore e ad annunciare il Regno di Dio. Il Pontificio Consiglio per i Laici, in questo momento, mentre riconosce in pieno la validità del carisma della Comunità Missionaria di Villaregia, incoraggia dunque i suoi membri a vivere in spirito di fede e di filiale obbedienza alla Chiesa questo doloroso momento e a proseguire con dedizione la loro azione missionaria ed evangelizzatrice. Tale invito si estende anche ai membri aggregati, che a vari livelli collaborano con l’Associazione, secondo i suoi fini.  
Commissario pontificio Padre Amedeo Cencini e Consiglio di Presidenza
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