Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Avviso sacro: Missa Cantata ad Ancignano




CELEBRAZIONE LITURGICA
NELLA FORMA EXTRAORDINARIA
DEL RITO ROMANO


MISSA CANTATA

con assistenza corale di 
Sua Eccellenza Mons. Beniamino Pizziol
Vescovo di Vicenza



Celebra don Pierangelo Rigon

DOMINICA PRIMA ADVENTUS

1 DICEMBRE
ORE 17:00

PARROCCHIALE DI SAN PANCRAZIO

Ancignano di Sandrigo (VI)




A Schio, le proteste sull'altare




di Anna Lirusso per Il Giornale di Vicenza 
Scuote gli animi e divide il gesto di fra Dino Pistore. Domenica mattina [10 settembre nrd] a fine messa in duomo il religioso ha preso in mano il microfono, si è spogliato delle vesti sacerdotali e affidandosi alle parole di Etty Hillesum, scrittrice olandese di origine ebrea deportata in un campo di concentramento, ha raccontato la sua sofferenza per lo sradicamento dei frati Cappuccini da Schio dopo 5 secoli. Il giorno successivo al gesto non si parla d'altro in città. La gente commenta la scelta del frate di togliersi i paramenti e di lanciarli sopra l'altare prima di parlare a cuore aperto ai fedeli che subito l'hanno applaudito con vigore mentre la schiera di sacerdoti che officiava messa restava attonita alle sue spalle.  «L'applauso era l'ultima cosa che volevo sentire di fronte a questo gesto», ha subito detto fra Dino in pantaloncini corti e t-shirt dopo quella ribellione pubblica che ha scosso gli animi.  «È stata una protesta lecita - commenta Anna Malai, che lavora in un bar del centro - Stamattina non si parlava d'altro e tutti concordavano nel dire che prima di essere preti sono uomini».  «Quello di fra Dino è stato un gesto coraggioso e forte - spiega Gianfranco Gonzato del gruppo pastorale - Tutti noi eravamo avvolti in qualcosa che non sentivamo fino in fondo, c'era bisogno di liberare e cercare il vero significato delle cose». «Si è spogliato di tutto per mostrare il suo dolore - dice Anna Todesco - La vera profanazione è stata togliere i frati a Schio. L'espressione così violenta che ha scelto dà il senso del peso per la perdita della comunità cappuccina per tutti noi. Ha mostrato la fragilità dell'essere e la gente lo ha capito». Ma accanto ai commenti positivi c'è chi la pensa diversamente. «Quel gesto non lo condivido - dice Giuseppe Fontana -. Ha fatto voto di povertà, castità e obbedienza ed è venuto meno ad uno dei tre voti, probabilmente il più difficile da rispettare».  

Videsi allora esser divenuto un altr'uomo, ed essersi vestito d'uno spirito novello, perciocchè considerando esso stesso la gran dignità del Sacerdozio, procurò di tale acquisto delle virtù necessarie all'amministrazione d'un tanto carico, e di applicarli unicamente alla santificazione propria, e degli altri, all'utilità della Chiesa, e alla propagazione della gloria di Dio .
Vita del Beato Gregorio Barbarigo 
di F. Tommaso Agostiono Ricchini
trad.e Abbate Prospero Petroni




Un Veneto in Segreteria di Stato: è Parolin





RINUNCIA DEL SEGRETARIO DI STATO E NOMINA DEL NUOVO SEGRETARIO DI STATO 
Il Santo Padre Francesco ha accettato, secondo il Can. 354 del Codice di Diritto Canonico, le dimissioni di Sua Eminenza il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, chiedendogli, però, di rimanere in carica fino al 15 ottobre 2013, con tutte le facoltà inerenti a tale ufficio.
Nel medesimo tempo il Santo Padre ha nominato S.E. Mons. Pietro Parolin, Nunzio Apostolico in Venezuela, come nuovo Segretario di Stato. Egli prenderà possesso del suo ufficio il 15 ottobre 2013. 
In quell'occasione, Sua Santità riceverà in Udienza Superiori ed Officiali della Segreteria di Stato, per ringraziare pubblicamente il Card. Tarcisio Bertone per il suo fedele e generoso servizio alla Santa Sede e per presentare loro il nuovo Segretario di Stato.
S.E. Mons. Pietro Parolin 
S.E. Mons. Pietro Parolin è nato a Schiavon (Vicenza) il 17 gennaio 1955.
È stato ordinato sacerdote il 27 aprile 1980 e incardinato nella diocesi di Vicenza.
È laureato in Diritto Canonico.
Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1986, ha prestato la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Nigeria e in Messico e presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.
È stato nominato Sotto-Segretario della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato il 30 novembre 2002.
Il 17 agosto 2009 è stato nominato Nunzio Apostolico in Venezuela ed elevato in pari tempo alla sede titolare di Acquapendente, con dignità di Arcivescovo. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani di Papa Benedetto XVI il 12 settembre dello stesso anno.
Oltre all’italiano, conosce il francese, l’inglese e lo spagnolo. 
[01195-01.01] 

Un Segretario di Stato... vicentino?





di Andrea Tornielli per Vatican Insider 
Papa Francesco potrebbe accogliere domani le dimissioni a suo tempo presentate dal cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone e secondo diverse indiscrezioni avrebbe deciso di nominare al suo posto l'arcivescovo Pietro Parolin, nunzio apostolico in Venezuela.
Il nuovo «primo ministro» vaticano ha 58 anni, ed è originario a Schiavon, in provincia di Vicenza. Sacerdote dal 1980, entrato nella diplomazia vaticana nel 1986, nel 2002 è stato nominato sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, in pratica «viceministro degli Esteri», dove ha collaborato prima con il cardinale Sodano e poi con Bertone. Nel settembre 2009 Benedetto XVI, che qualche settimana prima lo aveva nominato nunzio in Venezuela, lo ha consacrato vescovo. Tra i co-consacranti c'era anche Bertone.
Il Segretario di Stato uscente lascia l'incarico ormai alla vigilia del compimento dei 79 anni, come accadde al suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, attuale decano del collegio cardinalizio. Il salesiano Tarcisio Bertone, fino a quel momento arcivescovo di Genova, era stato scelto da Papa Ratzinger come Segretario di Stato nel 2006, un anno dopo l'elezione. Allora la nomina seguì il curioso iter di un annuncio a giugno e di un'entrata in carica a settembre: il nuovo «primo ministro» vaticano si trovò a dover fare subito i conti con una crisi, quella scaturita dall'interpretazione delle parole pronunciate da Benedetto XVI nel famoso discorso di Ratisbona.
All'origine della scelta di un prelato non proveniente dalla diplomazia pontificia - peraltro non del tutto inedita nella storia della Chiesa - c'era la personale conoscenza e collaborazione, che si era consolidata tra il 1995 e il 2002, negli anni in cui quest'ultimo era stato segretario della Congregazione per la dottrina della fede, guidata dal Prefetto Joseph Ratzinger.
L'allora capo dell'ex Sant'Uffizio aveva apprezzato le qualità operative di Bertone e la sua fedeltà. Per questo, nonostante il parere contrario di diversi curiali, lo aveva scelto e difeso fino all'ultimo, rifiutandosi di accogliere le richieste dei cardinali che negli ultimi anni suggerivano un cambio. 
Bertone, che conserva la carica di camerlengo di Santa Romana Chiesa e per il momento rimane nel consiglio cardinalizio di sovrintendenza dello Ior, sapeva già da qualche tempo che alla fine dell'estate sarebbe stato sostituito. Se si scorrono i precedenti recenti, si comprende come la sostituzione, facilitata dall'età del Segretario di Stato uscente, sia avvenuta in tempi rapidi. Nell'ottobre 1958 Giovanni XXIII scelse il Segretario di Stato la sera stessa dell'elezione, ma la carica era vacante dal 1944, da quando era scomparso il cardinale Luigi Maglione e Papa Pio XII non l'aveva più rimpiazzato, servendosi invece dei due sostituti Montini e Tardini. Paolo VI, nel giugno 1963, confermò nell'incarico il cardinale Amleto Cicognani, già ottantenne e già Segretario di Stato del predecessore, mantenendolo per altri sei anni. Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II confermarono il cardinale francese Jean Villot, anche se Papa Wojtyla scrisse che un Papa non italiano avrebbe dovuto avere un Segretario di Stato italiano. Villot, che fino ad oggi rimane l'unico Segretario di Stato ad aver servito ben tre Pontefici, morì nel marzo 1979 e al suo posto venne nominato Agostino Casaroli.
Le dimissioni del prelato simbolo dell'Ostpolitik vennero accolte da Papa Wojtyla quando Casaroli compì 76 anni, e Segretario di Stato divenne Angelo Sodano, il quale ha accompagnato per quasi un anno e mezzo - dall'aprile 2005 al settembre 2006 - il pontificato di Benedetto XVI.
Come si ricorderà, lo scorso luglio il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, in un'intervista aveva lamentato la mancata sostituzione del Segretario di Stato, nei cui confronti si erano addensate critiche durante le discussioni del pre-conclave. «Mi aspetto che dopo la pausa estiva si concretizzi qualche segnale in più in merito al cambiamento della gestione», aveva commentato il porporato statunitense dopo aver detto che si aspettava la sostituzione prima dell'estate, come peraltro da più parti erroneamente pronosticato.

Avviso Sacro: Missa Cantata a Sandrigo




CELEBRAZIONE LITURGICA

NELLA FORMA EXTRAORDINARIA
DEL RITO ROMANO
secondo le disposizioni del Motu Proprio Summorum Pontificum
di S.S. Benedetto XVI.
 

MISSA CANTATA

in occasione del XXX anniversario di ordinazione sacerdotale
 di don Pierangelo Rigon


VENERDI' 12 APRILE
ORE 20:30

DUOMO DEI SANTI MARIA, FILIPPO E GIACOMO

Sandrigo (VI)
 

 
all'ordinario
 
"Missa choralis" di O. Ravanello (1871-1938)
 
 

Dalla Costa diventa "Giusto tra le nazioni"




Giorgio Bernardelli per Vatican Insider 
Lo Yad Vashem - l’istituto storico che a Gerusalemme tiene viva la memoria della Shoah - ha assegnato ufficialmente ieri alla memoria del cardinale arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa (1872-1961) il titolo di Giusto tra le nazioni, l’onorificenza con cui il mondo ebraico esprime la sua gratitudine a chi mise a repentaglio la propria vita per salvare quella di alcuni ebrei durante la persecuzione nazista.
La decisione dello Yad Vashem - che scriverà il nome del cardinale Dalla Costa sul muro dell’onore insieme a quelli di tutti gli oltre 24 mila Giusti tra le nazioni  - sancisce un impegno già ampiamente riconosciuto dalla storiografia italiana. Sono numerose infatti le testimonianze che raccontano di come fosse il porporato in persona a guidare la rete dei sacerdoti e dei religiosi che in Toscana offrirono rifugio a tanti ebrei in quegli anni difficili. Non solo: il ruolo di Dalla Costa fu particolarmente importante anche perché proprio Firenze vide nel novembre 1943 l’arresto del rabbino capo Nathan Cassuto (che morirà ad Auschwitz) insieme a tutta la rete di sostegno clandestina organizzata dalla comunità ebraica. Da quel momento in poi, dunque, il cardinale a Firenze restò l’unico vero punto di riferimento per chi cercava rifugio.
Tra le testimonianze raccolte dallo Yad Vashem c’è quella della signora Lya Quitt che ha ricordato come - fuggita dalla Francia a Firenze all’inizio del settembre 1943 - venne portata proprio in arcivescovado dove trascorse la notte insieme ad altri ebrei lì ospitati, prima di essere indirizzata il giorno dopo a uno dei tanti conventi che in città, su indicazione dell’arcivescovo, avevano aperto le porte agli ebrei. L’istituto di Gerusalemme cita anche le parole di Giorgio La Pira secondo cui «l’anima di questa attività d’amore di Dalla Costa era salvare il maggior numero possibile di fratelli».
Il cardinale Elia Dalla Costa è il primo cardinale italiano a ricevere il titolo di Giusto tra le nazioni. Va aggiunto, però, che c’è almeno un altro porporato cui la comunità ebraica italiana è unanime nel riconoscere un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei in quegli anni: si tratta del cardinale arcivescovo di Genova Pietro Boetto. In quel caso però, almeno per ora, lo Yad Vashem lo ha riconosciuto solo indirettamente, assegnando già nel 1976 il titolo di Giusto tra le nazioni al suo segretario, don Francesco Repetto.
L’arcidiocesi di Firenze ha espresso attraverso una nota la sua gratitudine per la decisione presa a Gerusalemme. «Il riconoscimento - ha commentato il cardinale Giuseppe Betori, attuale arcivescovo  - raggiunge un pastore ancora nel cuore dei fiorentini con un gesto che rafforza anche l'amicizia e il dialogo fra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico. Il cardinale Dalla Costa è stata una figura non solo di grande soccorso per gli ebrei ma ha anche espresso con forza l'avversione a quel regime totalitario razzista all'origine di quella terribile persecuzione. Il riconoscimento del Museo dell'Olocausto è un prezioso contributo a riscoprirlo e pregarlo mentre è in corso la sua causa di beatificazione».

Splendori berici: l'altare nell'armadio




di Vittorio Bolcato per Il Giornale di Vicenza  
Tra gli innumerevoli usi del Salone della Ragione, in Basilica palladiana, ce n'è stato uno sacro. C'era un altare per celebrare la messa in Basilica, documentato a fine Cinquecento. Nel “Regestum possessionum comunis Vincencie” (1262) si legge che col prospetto principale verso il duomo c'era il Palatium vetus Communis Vincentiae, sede della Camera degli Anziani e di una Cappella dedicata a S. Vincenzo e vi si amministrava la giustizia. Accanto c'era il Palatium Communis con il Salone dei Quattrocento. Confinavano con il Palatium Communis il palazzo e la torre della famiglia Bissari, acquistati dalla Comunità per la residenza del Podestà e per le campane del Comune. Nel 1236 Federico II incendiò gli edifici del Comune che furono ricostruiti nel 1262; fu ricostruita pure la cappella. Tra il 1449 e il 1460 furono eseguiti interventi radicali degli edifici, abbattendo anche la cappella di S. Vincenzo, che furono unificati in un grande vano: il Palazzo della Ragione. Per secoli questo “contenitore” fu il centro della vita pubblica di Vicenza: era la sede dei Tribunali, del “Consiglio grande, detto dei Cinquecento” e dei notai, che ricevevano i clienti nei loro “banchi” sistemati lungo il perimetro del salone. All'occorrenza veniva trasformato anche in teatro e in sala da ballo. In un teatro ligneo, costruito dal Palladio all'interno del salone, gli Accademici Olimpici vi recitarono l'Amor costante di Piccolomini (1561) e la Sofonisba di G.G. Trissino (1562). Per l'inaugurazione del teatro Olimpico (1585) il Capitanio Alvise Mocenigo diede nel salone una grandiosa festa da ballo, alla quale intervennero più di 500 dame. Solo nel 1581 la Comunità di Vicenza deliberava di costruire nel Palazzo della Ragione un altare per celebrare le liturgie in onore del patrono S. Vincenzo. Nonostante che dal 1387 fosse officiata la chiesa dedicata a S. Vincenzo eretta nel “Peronio”, la Comunità “ha voluto conservare il costume antico di celebrare la solennità nel detto Palazzo, e non nella Chiesa di detto s. martire perché la prima Cappella fabbricata ad onor del medesimo fu fondata nel Palazzo Forense Vecchio, e così questa Città ha voluto conservare il costume antico”. Marco Boschini (I gioieli pittoreschi...della città di Vicenza, Venezia, 1676) così descrive l'altare: Sala grande del Palazzo, ove si trattano le cause civili. Evvi un'armaro chiuso, che si apre una volta all'anno il giorno di S. Vincenzo dentro di cui vi stà un quadro, sopra il quale v'è dipinto S. Vincenzo, e quando s'apre il detto armaro vi si celebra una messa; assistendovi i Rettori, e tutti i Rappresentanti publici, & il Clero: e la detta Pittura è di mano di Alessandro Maganza. Il dipinto, con i santi Vincenzo e Marco che presentano Vicenza alla Madonna col Bambino, è ora collocato nella quarta cappella a destra della cattedrale. Nella descrizione dell'altare il Boschini precisa che un altro dipinto “in meza luna” del Maganza con la Vergine Annunciata era posto sopra l'altare. Giuseppe Dian, nelle sue “Cronache della Cattedrale” aggiunse altri particolari: “Nel salone della Basilica di Piazza un tempo l'altare era stabile, e collocato al punto che presentemente è la seconda fenestra verso la Pescaria dalla parte di mattina, ma essendosi restaurato nell'anno 1796 detto salone fu levato detto altare per costruirvi la fenestra, perciò per l'annua funzione si erigeva un altare mobile in capo all'indicato salone”. Dal 1816, essendo che in quell'anno per la grave carestia si erano ammassate nel salone grandi quantità di granaglie acquistate dal Comune da distribuire ai poveri, per ordine del vescovo Peruzzi la celebrazione della festa fu trasferita in duomo. Nella parete del salone verso la Piazzetta Palladio vi sono quattro grandi finestre. L'altare occupava l'intero spazio della seconda finestra a destra che verosimilmente era stata tamponata. L'adattamento dell'originaria finestra a sesto acuto all'altare-armadio cinquecentesco è percepibile osservando la tessitura dei mattoni che incorniciava l'altare con un arco a tutto sesto perfettamente concentrico alla cornice della tela dipinta da Alessandro Maganza.



Una possibile ricostruzione dell'altare nel Salone della Ragione.

                                                                         

A Vicenza, funerale col ministro



Laici? Avanti tutta. Ma che fine ha fatto il diaconato permanente?

di Elfrida Ragazzo (per Il Corriere del Veneto) 
Arrivano i «ministri della consolazione». Ovvero i laici che, in caso di necessità, potranno aiutare i sacerdoti nel saluto al caro estinto. La gestione dei funerali, compresa la veglia di preghiera prima della celebrazione in chiesa e la chiusura del rito in cimitero, nella diocesi di Vicenza presto potrà essere meno faticosa per i parroci che si trovano a celebrare numerosissime celebrazioni. Soprattutto nelle zone in cui il numero degli anziani supera quello dei giovani. Così la curia vicentina ha deciso di aiutare i preti, dando anche ai laici la responsabilità nell'accompagnare l’ultimo viaggio in terra di chi se ne va, nel nome del Signore.
Ai fedeli, preparati con un corso ad hoc, verrà data la possibilità di sostituirsi al don nella veglia o nella recita del rosario prima della messa, nella preghiera al momento della chiusura della bara e in quella che precede la deposizione della salma nel loculo o a terra. «Verrà fatto cautamente » precisa don Pierangelo Ruaro, direttore dell’ufficio per la liturgia della diocesi di Vicenza. Per vedere persone senza tonaca durante le esequie (funerale escluso, si intende), infatti, si deve aspettare lo specifico rituale redatto dalla conferenza episcopale italiana, che dovrebbe venire pubblicato a breve. Ma i preti vicentini hanno anticipato il regolamento, in modo da non trovarsi impreparati. È stato organizzato così una sorta di seminario suddiviso in quattro incontri in cui sono intervenuti un teologo, un liturgista e una psicoterapeuta, oltre che a don Ruaro. «Hanno partecipato al corso base - spiega - una sessantina di persone, quasi tutti laici. Avevamo fatto un tentativo anche lo scorso anno ma non aveva avuto molto successo, questa volta, invece, siamo riusciti a portarlo a termine ».
Martedì, infatti, è stata fatta l’ultima riunione e, alla teoria, è stata affiancata anche la pratica: ovvero sono state insegnate alcune preghiere da recitare nei momenti del lutto ed è stato spiegato come vanno condotte le varie situazioni. «Il funerale vero e proprio - chiarisce il direttore dell’ufficio liturgico - lo gestirà sempre il prete». Nel volantino che pubblicizza il corso si legge: «La celebrazione delle esequie rappresenta per la comunità cristiana un’occasione privilegiata per l’annuncio di «una vita che va oltre la morte e sfocia nella vita eterna». Contemporaneamente, però, questa stessa esperienza si presenta oggi come momento, oltre che delicato, difficile da gestire. La riduzione del numero dei preti rende sempre più necessario favorire una ministerialità variegata e preparata per manifestare il Mistero di Cristo e della Chiesa che consola». Il rito funebre, insomma, preoccupa i parroci che a volte non sanno come comportarsi. Tra i vari interrogativi c’è quello della riposizione delle ceneri. Un sacerdote di una parrocchia a Valdagno, nell’Alto Vicentino, nel bollettino settimanale ha fatto intendere che a chi non vuole portare le ceneri dei defunti al camposanto potrebbe essere rifiutata la liturgia funebre. «È un momento di stallo - conclude don Ruaro - anche per questo aspetto siamo in attesa di conoscere cosa prevede il rituale delle esequie, poi si saprà cosa fare con esattezza».

Veneti episcopi: Beniamino Pizziol

Mons. Beniamino Pizziol, Vescovo di Vicenza già Vescovo ausiliare in Venezia.

Amministratore apostolico per il Patriarcato di Venezia in sede vacante.



Veneti episcopi: Federico Cornaro



Federico Baldissera Bartolomeo Cardinal Cornaro già Patriarca di Venezia, Vescovo di Padova, Vescovo di Vicenza.

Scola Arcivescovo di Milano: il discorso alla nomina


Eminenza, Eccellenza, Fratelli nel sacerdozio, Carissimi fedeli, Vi ho convocato in questa preziosa Sala del Tintoretto per comunicarVi la decisione del Santo Padre, portata a mia conoscenza qualche giorno fa, di nominarmi Arcivescovo di Milano.
Potete ben capire come non sia facile per me darVi questa notizia. E proprio per questo saprete essere magnanimi nei miei confronti.
Vi dico semplicemente che ho accolto in obbedienza la decisione del Papa perché è il Papa.
Con sincerità debbo riconoscere che in questo momento il mio cuore è un po’ travagliato. Da una parte, ci sono il fascino della splendida avventura vissuta nelle terre di Marco che dura ormai quasi da un decennio, e il dolore per il distacco da Voi che, per dirlo con l’Apostolo Paolo, «mi siete diventati cari» (1Ts 2,8); dall’altra, mi aspetta la Chiesa di Milano, quella in cui sono stato svezzato contemporaneamente alla vita e alla fede.
Tuttavia molto di più che questi argomenti di carattere personale, conta la disposizione ad accogliere il disegno di Dio nella mia vita. Sono certo che questo disegno passa dall’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e in essa, in modo speciale, dal ministero del Santo Padre. Nonostante i miei limiti, grazie all’educazione ricevuta fin dall’infanzia, ho imparato che Dio è sempre più grande e il Suo disegno su di noi, quando è accolto con animo aperto, è sempre il più conveniente, non solo per la propria persona ma anche per quanti ci sono stati affidati.
Siamo quindi chiamati a guardare il disegno del Padre, Voi ed io insieme, con gli occhi ed il cuore di chi ama la Chiesa nella sua splendente universalità che poggia su un’incessante comunione tra le Chiese particolari: da Marco ad Ambrogio, da San Lorenzo Giustiniani a San Carlo, per limitarmi alle radici profonde delle Chiese che sono in Venezia e in Milano.
Voglio vivere questa nomina come uno scambio di amore. Mi ha confortato in questi giorni una bella affermazione del nostro Proto-Patriarca contenuta ne “Il capitolo dell’amore” (XI, 1): «Nessuno è mai avvinto più ardentemente di quanto è avvinto dall’amore. E non si può non amare, quando si sa di essere amati. E che si è amati e si ama, lo si intende dai doni che ci si scambia in testimonianza di questo amore». Con questo spirito accolgo la decisione del Santo Padre e chiedo a Voi di fare parimenti.

Tengo a dirVi che lascio la vita del Patriarcato in ottime mani. La simultanea partenza di S.E. Mons. Beniamino Pizziol e la mia possono, di primo acchito, creare qualche sconcerto. Eppure, esaminate le cose con il realismo della fede, sono certo che il popolo cristiano e, soprattutto, il presbiterio veneziano, sono garanzia di un futuro pieno di speranza. La Visita Pastorale e il modo con cui tutta la Diocesi e la società civile hanno vissuto e stanno cominciando a mettere a frutto il dono della presenza del Papa tra noi ne sono solida conferma.
I mesi che ci separano dalla nomina del nuovo Patriarca non lasceranno la Diocesi senza guida. Il Santo Padre mi ha nominato Amministratore Apostolico, con le facoltà di Vescovo diocesano, fino al giorno 7 settembre. Inoltre, già da ora posso comunicare di aver chiesto che S.E. Mons. Beniamino Pizziol mi succeda come Amministratore Apostolico dal giorno 8 settembre fino alla presa di possesso del nuovo Patriarca.
A tenore di quanto stabilito dalle norme della Chiesa, non è possibile procedere alla nomina del Vicario Generale. È mia intenzione, tuttavia, portare a termine la consultazione perché possa essere di aiuto per il futuro. Inoltre, da oggi cessano le facoltà dei Vicari Episcopali, così come le funzioni dei Consigli Presbiterale e Pastorale. Tuttavia, per assicurare il normale svolgimento della vita nel Patriarcato, mi è consentito di procedere alla nomina di Delegati (cf. canoni 416-417 e Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi Apostolorum successores, Appendice nn. 233-247).
Invito i sacerdoti, le comunità parrocchiali e religiose, ad elevare ferventi preghiere per la nomina del nuovo Patriarca e per le necessità del Patriarcato. Nella Basilica Cattedrale di San Marco e in tutte le altre chiese della Diocesi si celebrino Sante Messe con il formulario previsto dal Messale romano per l’elezione del Vescovo (cf. Apostolorum successores n. 247).
Avremo modo in occasione della Festa del Redentore e degli atti di congedo, agli inizi di settembre, di ritornare sul cammino di questi anni, sul futuro della nostra Chiesa e della nostra amata Venezia di terra e di mare. Potrò così ringraziare debitamente della comunione e della collaborazione che mi è stata offerta in questi anni, a cominciare dalla discreta e preziosa amicizia del Cardinale Marco.
Voglio rivolgere un saluto molto intenso a quanti stanno partecipando ai Grest, ai campi scuola, alle vacanze estive. Ho nel cuore in modo speciale e chiedo la preghiera dei bambini, degli anziani, degli ammalati e dei più poveri ed emarginati. Così come mi affido particolarmente alla preghiera dei monasteri del nostro Patriarcato.
Per ora rinnoviamo il nostro affidamento alla tenera protezione della Vergine Nicopeia che anche in questa occasione ci accompagnerà alla vittoria della fede, della speranza e della carità.

Angelo Card. Scola


da GENTE VENETA, immagine da flickr

Il congedo di Mons. Pizziol: il saluto del Patriarca e qualche immagine



Angelo Scola
+ Patriarca di Venezia


Nel secondo volume Gesù di Nazaret Benedetto XVI, parlando dell’Ascensione di Gesù al cielo, fa riferimento a una notazione contenuta nel Vangelo di Luca. Gli Apostoli «si prostrarono davanti a Lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Lc 24,53). Questa conclusione, continua Benedetto XVI, ci stupisce. Ci aspetteremmo il contrario: «che essi fossero rimasti sconcertati e tristi» perché Gesù se n’era definitivamente andato. Insiste il Papa. «Ogni addio lascia dietro di sé un dolore». Come facevano allora i Suoi ad essere in una grande gioia? «Non si sentirono abbandonati». Sono certi che «il Risorto è presente in mezzo a loro in una maniera nuova e potente».

La reazione degli Apostoli di fronte all’Ascensione di Gesù mi ha aiutato a meglio situare il gesto che abbiamo compiuto. Sua Eccellenza Monsignor Beniamino Pizziol ci lascia per assumere l’oneroso compito di Vescovo di Vicenza. Certo la sua non è una partenza definitiva da questo mondo. Non Gli mancheranno anche in futuro legami di comunione e di fraternità con noi. E tuttavia, se siamo risorti con Cristo, come dice Paolo ai Colossesi, dobbiamo abituarci a vivere ogni avvenimento della nostra vita terrena come un segno che manifesta efficacemente la vita definitiva, l’eternità. In questo senso la partenza di Don Beniamino riceve dalla fede la sua vera luce.

Perché vive il cristiano? Perché un uomo aderisce alla chiamata al sacerdozio ministeriale e vi spende la sua esistenza? Perché ha incontrato e fa esperienza di Gesù Risorto che si rivela, col passare degli anni, il vero centro affettivo della sua vita. Gesù Risorto è la luce che dà colore ad ogni cosa e spazza via, passo dopo passo, ogni lato ombroso della nostra esistenza. Gesù Risorto dà un senso alle gioie e ai dolori di cui ogni vita umana è fatta. Apre un cammino che rende sicuro il passo dell’uomo, nonostante le sue fragilità e contraddizioni, perché gli offre un significato e una direzione carichi di certezza.

La partenza del carissimo Don Beniamino diventa così per me, ma sono certo per tutti i fedeli e gli abitanti del Patriarcato, un motivo di grande gioia. E lo è anche per lui. E questo non per mondane ragioni di carriera, ma in forza del dono che questa scelta del Santo Padre rappresenta. È un sacrificio per Sua Eccellenza partire. E lo è per noi lasciarlo andare. E tuttavia questo sacrificio è condizione feconda per comprendere in pienezza il dono che la Chiesa di Venezia ha ricevuto con questa nomina.

Sempre il dono domanda sacrificio perché ad esso si lega un compito. Aumenta pertanto la nostra responsabilità. In cosa consiste? Benedetto XVI ce lo ha detto a chiare lettere qui in questa Basilica: «Amata Chiesa che sei in Venezia! Imita l’esempio di Zaccheo e vai oltre». Nell’Omelia al parco di San Giuliano aveva già anticipato la risposta con l’invito: «Siate santi». Come si diventa santi? Affrontando con umile obbedienza al disegno di Dio il quotidiano in tutta la sua concretezza. La realtà, mano di Dio nella storia, diventa il tal modo il grande fattore educativo della nostra esistenza perché costituisce un permanente invito alla nostra libertà.

Questo invito ha sempre una componente di rischio. Infatti inesorabilmente il futuro ci sfugge e la realtà che ci chiede ospitalità ci costringe ad uscire da noi stessi verso gli altri. Ciò domanda un’attitudine permanente di confessione e di conversione. Se viviamo il passo chiesto alla Chiesa di Venezia e a quella di Vicenza, a tutti noi e a Don Beniamino compiendolo a questo livello di profondità che la fede ci consente, ne avremo sicuro beneficio. A ben vedere è un passo di amore. Di commozione certo, ma non di pura reazione emotiva, ma di vero amore, quello che comprende e testimonia che ama solo chi possiede nel distacco.

Con questo spirito rivolgo a te, Don Beniamino, a nome di tutti i fedeli, un intenso augurio. Spendere la propria vita per il bene della Chiesa è il grande dono che il Risorto non cessa di farci. Nello stesso tempo, è il modo più puro di amare i nostri fratelli uomini. Ed è, oltre tutto, la strada sicura della nostra realizzazione piena, cioè della nostra santità.

Buon cammino, carissimo!






 
da angeloscola.it

Un incontro bello, quello col Papa


Il papa beato è passato per le nostre strade, le nostre calli, le nostre chiese, le nostre piazze; ha incontrato i lavoratori, gli universitari, i giovani, i poveri, i malati, i carcerati e migliaia e migliaia di persone delle nostre parrocchie e di questo territorio. E' nel ricordo del viaggio di Giovanni Paolo II a Venezia, il 16 e 17 giugno 1985, che il Patriarca emerito Marco Cè fa memoria del pontefice che ora viene elevato alla gloria degli altari.
 
Patriarca Marco, come venne l'idea di invitare papa Giovanni Paolo II a Venezia?
In quegli anni il Papa stava visitando molte diocesi italiane. In Veneto aveva già visitato Vicenza e Padova. Quando l’ho invitato ha accettato subito. Gli ho fatto due proposte: la festa di San Giuseppe, pensando soprattutto ai lavoratori di Marghera, o il Corpus Domini. Ha scelto il Corpus Domini.
 
La preparazione della visita fu molto impegnativa?
Abbiamo subito organizzato un comitato e, lavorando per tempo, siamo arrivati alla visita tutto sommato con tranquillità. Naturalmente c’è sempre un po’ di tensione nel momento in cui arriva il Papa, ma alla fine tutto è andato bene. Il tempo non ci ha aiutato in tutto: la notte tra il sabato e la domenica è piovuto e questo ci ha costretto a cambiare all’ultimo la sede dell’incontro con gli operai, perché il luogo stabilito era un mare di fango. Siamo perciò dovuti andare alla chiesa di Gesù Lavoratore.
 
Quali furono le maggiori attenzioni in sede di preparazione?
Il nostro intento immediato è stato di dare all’evento un significato profondamente religioso. Mi pare che, da questo punto di vista, ci sia una grande sintonia tra il significato che noi volevamo dare alla visita di Giovanni Paolo II e quello che si sta facendo oggi in diocesi per la visita di Benedetto XVI in maggio. “Pietro e Marco, una sola fede” è stato lo slogan di quella visita e il motivo che ci ha guidato durante la preparazione. Volevamo poi che fosse un incontro bello, quello col Papa, perché Giovanni Paolo II nei primi anni di pontificato aveva suscitato anche alcune forti contraddizioni, come è naturale che sia per un Papa. Volevamo che la gente gli volesse bene e la gente gli ha voluto bene, lo ha accolto con gioia.
 
Giovanni Paolo II ha incontrato molte realtà nella nostra diocesi…
Ripensando oggi al programma di quella visita, mi sembra sia stato davvero un po’ folle: mi sento in colpa per aver sottoposto il Papa ad una fatica così grande. Quando è arrivato da noi era già stato a Vittorio Veneto per ricordare papa Luciani e a Riese per i 150 anni della nascita di Pio X. E’ arrivato già affaticato. Si è fermato anzitutto alla Madonna della Salute. Al molo di San Marco c’è stato il saluto delle istituzioni. Poi subito l’incontro col clero. La concelebrazione eucaristica, la processione del Corpus Domini, la benedizione alla città. La sera il concerto alla Fenice. Il giorno dopo abbiamo iniziato con la visita al carcere femminile. Quindi l’incontro con le religiose. L’incontro con i professori e i giovani dell’Università di Ca’ Foscari. Dopo pranzo il Papa si è dedicato a Marghera e a Mestre. C’è stato l’incontro con gli operai sul sagrato della chiesa di Gesù Lavoratore, la visita all’Ospedale, alla Mensa dei poveri di Ca’ Letizia.
 
Mai stanco il Papa?
A Ca’ Letizia ha avuto un piccolo crollo dovuto certamente alla stanchezza: ha chiesto di potersi fermare venti minuti nella cappella delle suore di Maria Bambina che allora risiedevano a Ca’ Letizia a pregare. Dopo questa breve sosta siamo andati in piazza Ferretto e lì, di fronte ai giovani che lo hanno accolto festosamente, si è ravvivato. Nel viaggio di ritorno all’aeroporto di Tessera ci sono stati altri due incontri brevi ma molto intensi: uno con un gruppo di cassaintegrati che gli hanno consegnato una lettera e uno con la comunità del Ceis di don Franco De Pieri che allora era in via Orlanda.
 
C'è qualche incontro di più intensa umanità e fede che spicca fra gli altri?
Il Papa si è emozionato molto al carcere femminile: è stato di una dolcezza straordinaria. Ha salutato le detenute ad una ad una con molto amore. C’erano le zingare con i loro bambini. Lui li ha presi e tenuti in braccio. Giovanni Paolo II era molto espansivo: esprimeva in modo molto forte i suoi sentimenti. Al carcere è stato di una dolcezza immensa.
 
Cosa significò quella visita per la vita civile cittadina? Quali segni lasciò?
Io credo che in quella occasione la città abbia scoperto il Papa. In fondo il Papa è pur sempre una figura lontana, che si conosce non direttamente ma dai giornali, dai media. La visita è stata un incontro reale con la persona del Papa: tra l’altro una persona così aperta, cordiale, capace di sintonizzarsi con la gente e con le diverse situazioni. Sì, in quell’occasione gente ha scoperto il Papa.
 
Nei colloqui più informali che lei ha avuto con il Papa durante il suo soggiorno, durante un trasferimento o durante la sua permanenza in palazzo patriarcale, ricorda qualche osservazione fatta dal Pontefice sulla città di Venezia, i suoi abitanti, le sue bellezze artistiche o ambientali?
Una cosa mi ha stupito del Papa: nei vari trasferimenti in genere non parlava, si raccoglieva sempre in preghiera. Se poi c’era un passaggio un po’ più lungo, come quando abbiamo percorso in motoscafo il canale della Giudecca, il segretario gli dava un libro e lui si immergeva nella preghiera. Se c’era un minuto di tempo, il Papa lo utilizzava per pregare. Quanto ai suoi commenti sulla città, anzitutto ha mostrato di conoscere molto bene la storia di Venezia. Poi ha manifestato spesso la meraviglia per la sua bellezza.
 
Ricorda cosa le disse il Papa durante il viaggio in gondola?
Era una bella giornata e il viaggio in gondola è stato spettacolare. Il Papa l’ha soprattutto goduto.
 
Come mai coi giovani Giovanni Paolo II si sentiva tanto a casa sua?
Toccava il loro cuore. Era capace di parlare al loro cuore. Faceva proposte anche molto dure, molto severe. Ricordo che una volta a Parigi, in uno stadio pieno, i giovani gli hanno posto domande forti e lui a riposto senza mezzi termini, con chiarezza, chiedendo a giovani scelte forti. Eppure i giovani lo ascoltavano.
 
Giovanni Paolo II l'ha voluta a Venezia, l'ha creata cardinale: che ricordi personali ha di lui?
Uno dei primi ricordi risale ad un mese dopo la sua elezione. Io ero assistente nazionale dell’Azione cattolica. C’era l’assemblea nazionale. Lui era invitato, mi ha preso a braccetto molto semplicemente e mi ha accompagnato nella sala dell’assemblea. Poco dopo mi ha inviato a Venezia e dopo alcuni mesi mi ha fatto cardinale. Ho avuto molte occasioni di incontrarlo negli anni di Venezia, perché sono stato per undici anni nella Presidenza della Conferenza episcopale italiana. Erano gli anni della riforma del codice di Diritto canonico, della riforma del Concordato e del rinnovamento delle strutture istituzionali della Chiesa. Invitava spesso a colazione la Presidenza della Cei e lì, mentre pranzavamo, ci interrogava sui problemi che emergevano, sui quali lui dopo doveva decidere. Voleva conoscere il nostro parere.
 
Oggi Venezia attende la venuta di Benedetto XVI: può indicare ai fedeli il modo per vivere con intensità questo momento così importante, anche alla luce dell'esperienza della visita di Giovanni Paolo II?
Vi state preparando bene! Io ammiro l’afflato spirituale che è stato dato alla visita di Benedetto XVI. A me colpisce l’insistenza nel voler far emergere l’incontro di fede, la conferma della fede. E’ stato il leitmotiv che ha proposto lo stesso patriarca Angelo fin dall’inizio. Il legame tra Pietro e Marco, poi, è fondamentale.

Sandro Vigani
da Gente Veneta
 

Niente Giuliodori, a Vicenza arriva Pizziol


Vicenza ha un nuovo vescovo. E' monsignor Beniamino Pizziol, vescovo ausiliare del patriarcato di Venezia. L'annuncio ufficiale è stato dato al Palazzo delle Opere Sociali. E' stato così scritto l'ultimo capitolo dell’intricata (e piuttosto lunga) vicenda della successione a monsignor Cesare Nosiglia, diventato arcivescovo di Torino ben sei mesi fa. Il nome di Pizziol sarebbe stato preferito a quello di Claudio Giuliodori, 53enne vescovo di Macerata, e di Franco Giulio Brambilla, proveniente dall’arcidiocesi di Milano. I due presuli facevano parte della terna sottoposta al vaglio di papa Benedetto XVI. Pizziol, classe 1947, è nato a Treporti, diocesi di Venezia. Dal 1987 al 2002 è stato parroco nella parrocchia di San Trovaso in Venezia. In questo anno riceve la nomina di vicario generale del patriarcato e canonico onorario di San Marco. Il 5 gennaio 2008 papa Benedetto XVI lo ha nominato vescovo ausiliare di Venezia, assegnandogli la sede titolare vescovile di Cittanova e il 24 febbraio 2008 è stato consacrato vescovo. Il motto scelto nel suo stemma vescovile è «Deus caritas est». La scelta di Scola in questi nove anni si è rivelata azzeccata. Il suo vicario proviene da un background che si può definire approssimativamente «progressista», con un’attenzione particolare alle questioni dell’ecumenismo. Ma questo non gli ha impedito di dialogare in maniera intelligente e fruttuosa con tutte le componenti e movimenti della diocesi. Di sapersi muovere agilmente nella complessa realtà veneziana senza preconcetti ideologici, come è nella miglior tradizione della diocesi lagunare.
Da parte dei vescovi veneti ci sarebbe stata una alzata di scudi: da quello che è trapelato i nostri presuli avrebbero chiesto un vescovo veneto per il capoluogo berico, in una sorta di federalismo pastorale. Giuliodori sta facendo bene, nella sua diocesi: in questi giorni ha trionfalmente riaperto la Basilica Concattedrale San Flaviano Martire di Recanati. Nato a Osimo, in provincia di Ancona, nel 1958, Giuliodori vanta un curriculum degno di nota, come abbiamo rilevato in passato. Vicino al cardinale Camillo Ruini, nel 1998 è stato nominato Direttore dell’ufficio nazionale per le comunicazioni della Conferenza episcopale italiana. Nell’ottobre 2006 è stato nominato dal Papa consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali; dal 2002 è direttore responsabile della rivista delle Giornate mondiali della gioventù edita dal Pontificio Consiglio per i laici. È stato anche professore al Laterano quando la pontificia università era guidata da Angelo Scola, attuale patriarca di Venezia. Ma il curriculum di Giuliodori non è mai stato messo in discussione. Anzi, il suo nome fino a qualche giorno fa era in testa per la guida della diocesi berica. Ma la volontà dei vescovi veneti è stata invece quella di esprimere un vescovo del territorio.

Lo Stemma di Mons. Beniamino Pizziol

RINUNCE E NOMINE
 NOMINA DEL VESCOVO DI VICENZA (ITALIA) 
Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Vescovo di Vicenza (Italia) S.E. Mons. Beniamino Pizziol, finora Vescovo titolare di Cittanova e Ausiliare di Venezia.
 S.E. Mons. Beniamino Pizziol

S.E. Mons. Beniamino Pizziol è nato a Ca’ Vio-Treporti, patriarcato e provincia di Venezia, il 15 giugno 1947.
Ha percorso l’itinerario formativo nel Seminario Minore e Maggiore di Venezia fino all’ordinazione sacerdotale, ricevuta il 3 dicembre 1972 dall’allora Patriarca di Venezia, il Cardinale Albino Luciani.
Da giovane chierico, ha ottenuto dal Cardinale Patriarca il permesso di svolgere un’attività lavorativa per breve periodo.
Ha frequentato i corsi di Liturgia Pastorale presso l’Istituto Santa Giustina di Padova.
Dal 1972 al 1987, è stato Vicario Parrocchiale. Dal 1987 al 2002, è stato Parroco di San Trovaso in Venezia e Incaricato della Pastorale Universitaria. Dal 1996 al 2002, è stato Assistente dell’AIMC e della FUCI. Dal 1997 al 2002, ha svolto l’incarico di Pro Vicario Foraneo. Dal 1999 al 2002, è stato Membro del Collegio dei Consultori.
Dal 2002, è Vicario Generale di Venezia e Canonico Onorario di San Marco e dal 2007 Moderatore della curia patriarcale.
Eletto alla Chiesa titolare di Cittanova e nominato Ausiliare di Venezia il 15 gennaio 2008, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 24 febbraio successivo.
[00562-01.01]
[B0221-XX.01]
da corrieredelveneto.corriere.it, bollettino vaticano

Ad Aquileia, per rinnovare l'annuncio di Cristo


Di nuovo ad Aquileia, culla del cristianesimo triveneto, a distanza di ventidue anni dal primo convegno ecclesiale nella storia delle quindici diocesi del Nord­Est. Per preparare l’importante avvenimento, in programma dal 13 al 15 aprile 2012, è stato istituito un apposito Comitato, il cui vicepresidente (insieme con il vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo) è monsignor Lucio Soravito, vescovo di Adria-Rovigo.

Msa. Alzare le vele verso un convegno di tale portata rappresenta un bell’impegno. Dove si vuole arrivare?
Soravito. Si vogliono stimolare le nostre Chiese a svolgere la loro missione fondamentale: annunciare Gesù Cristo crocifisso e risorto all’uomo di oggi, che si trova a dover affrontare sfide inedite e sconvolgenti. Il terzo millennio si è aperto con grandi attese e con scenari nuovi, che hanno cambiato non solo il sistema di comunicare e le dinamiche relazionali, ma anche l’uomo stesso. La crisi economica, poi, ha portato pesanti conseguenze sul piano personale, familiare e sociale.
Nel NordEst si è fatto sempre più rilevante il fenomeno dell’immigrazione, non semplice da gestire. Accanto a esso si fa sempre più impegnativa la cosiddetta «questione delle nuove generazioni», che sollecita le comunità cristiane a impostare in maniera nuova il rapporto con i giovani. In questa situazione problematica, le nostre Chiese si chiedono: come aiutare l’uomo d’oggi a ritrovare il senso di Dio, in questa società che sembra averlo perduto?

Si parla di Aquileia 2 perché nel 1990 si è celebrato un primo importante evento, quello che adesso possiamo chiamare Aquileia 1. Qual è il suo ricordo in proposito e quale il collegamento ideale tra i due convegni?
Aquileia 1 ha creato un dialogo ricco e stimolante tra le nostre Chiese che, pur appartenenti a tre regioni contermini, sono molto variegate nel loro assetto sociale e culturale. Quel primo Convegno ecclesiale ha fatto sentire la bellezza della collaborazione tra Chiese sorelle, per un rinnovato impegno di evangelizzazione e per una maggiore apertura missionaria. Quell’evento inoltre ha permesso di creare tre settori di collaborazione, ritenuti particolarmente urgenti: il potenziamento della formazione teologica, con l’istituzione della Facoltà di Teologia; l’attenzione pastorale al turismo e all’immigrazione; l’assunzione di un nuovo impegno nel campo dei mass media, con la creazione di Telechiara e la promozione degli altri strumenti di comunicazione sociale.

Nella traccia preparatoria, per motivare Aquileia 2 si usano tre parole belle ma impegnative: testimonianza, discernimento comunitario, profezia. Ce le spiega?
Innanziatutto le Chiese del Triveneto si propongono di testimoniare, attraverso la narrazione, il loro vissuto nel ventennio trascorso, riconoscendovi la presenza e l’azione dello Spirito; il Convegno vuole aiutarci a condividere le esperienze ecclesiali e pastorali in atto per un arricchimento reciproco. Con il discernimento comunitario, invece, si punta a individuare insieme ciò che lo Spirito dice alle Chiese attraverso le sfide, le difficoltà, le domande, i cambiamenti socio-culturali, i nuovi atteggiamenti religiosi e le espressioni di appartenenza ecclesiale delle nostre diocesi oggi. Infine, c’è la profezia: si tratta di progettare le modalità e le iniziative pastorali da attivare e le collaborazioni da stabilire tra noi, per rinnovare l’annuncio di Cristo, la comunicazione del Vangelo, l’educazione della fede, e per affrontare insieme le sfide che vanno oltre i confini delle singole diocesi.

Due anni, nell’era di internet, sono un’epoca storica. Quali tappe scandiscono il cammino verso Aquileia 2?
Nell’anno pastorale in corso le singole diocesi sono chiamate a discernere l’azione dello Spirito in ciò che è avvenuto nel loro vissuto ecclesiale e nella conseguente azione pastorale, e a «raccontare» questa azione dello Spirito. Inoltre sono chiamate a riconoscere le proprie risorse e a rilevare le difficoltà, i limiti, le domande, le aspettative, le priorità e le scelte.
Nell’anno pastorale 2011-2012, poi, le diocesi individueranno le scelte pastorali necessarie per rispondere alle sfide rilevate in questo primo anno di preparazione, le esigenze emergenti, il nuovo a cui aprirsi, i fronti pastorali su cui avanzare insieme. Il Comitato triveneto individuerà i «problemi pastorali» su cui concentrare la riflessione ad Aquileia e progetterà eventuali laboratori regionali di riflessione che si terranno prima del Convegno, che si svolgerà ad Aquileia (Udine) e Grado (Gorizia) nella prima settimana di Pasqua, dal 13 al 15 aprile 2012.

Sarà il Papa, il prossimo 7 maggio, a inaugurare, durante la sua visita ad Aquileia e Venezia, il secondo anno di preparazione al Convegno...
Siamo grati a Benedetto XVI per aver accolto l’invito del patriarca di Venezia e dei vescovi del Triveneto a compiere una visita pastorale nelle nostre terre. La visita del Papa alla Chiesa madre del NordEst è un forte segnale di attenzione del Pontefice e rappresenta uno stimolo particolare nel nostro cammino di preparazione. Il Papa di certo ci inviterà non solo a ravvivare la nostra fede ma, come ha dimostrato nella recente visita in Gran Bretagna e in Sicilia, ci chiamerà a un confronto e a un dialogo sincero e leale con tutti – credenti e non credenti – e ad arricchire la nostra società civile con le pratiche di «vita buona» proposte dalla fede cristiana.
Alcuni cristiani, anche preti, dimostrano una certa diffidenza nei confronti di eventi come questo, che rischiano di lasciare solo tracce di carta. Qual è l’antidoto che userete contro tale obiezione?
Aquileia 2 non produrrà «carta stampata», ma inviterà i cristiani a leggere il vissuto personale ed ecclesiale e a narrare ciò che lo Spirito sta facendo nella nostra vita e nella società. Ci inviterà a fare quello che hanno fatto i primi cristiani. Quando Pao­lo e Barnaba ritornarono ad Antiochia dopo la missione nell’Asia minore, «riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede» (At 14,27). Subito dopo, nel loro viaggio verso Gerusalemme, «attraversarono la Fenicia e la Samaria, raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli» (At 15,3). Poi arrivarono a Gerusalemme, dove «furono ricevuti dalla Chiesa, dagli Apostoli e dagli anziani, e riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro» (At 15,4). Il momento della narrazione di quanto avviene nella vita della Chiesa è fondamentale per realizzare quella comunione che sfocia in una rinnovata missione. Questo «metodo narrativo» favorisce un modo tipicamente ecclesiale di incontrarsi. Ci invita a riconoscere ciò che il Signore ha realizzato con noi e per noi nella vicenda di ogni singola Chiesa e a farne dono vicendevole. La testimonianza di fede non è semplicemente un dare informazioni, ma è narrare ciò che il Signore ha fatto e sta facendo nella nostra vita e nelle nostre comunità.

Essere cristiani a NordEst oggi è più difficile?
Certo: l’attuale contesto culturale secolarizzato – che tende a rimuovere il senso della presenza di Dio – mette in crisi la nostra vita cristiana e ci obbliga a motivare la nostra fede e a renderla adulta. Oggi non si può essere cristiani per tradizione, ma solo per convinzione personale. Stiamo passando sempre più da un «cristianesimo di tradizione» a un «cristianesimo di elezione», da un contesto cristiano diffuso a un contesto secolarizzato, in cui la fede appare come una tra le varie opzioni e, molte volte, quella più ardua. In questa situazione noi cristiani siamo chiamati a rinvigorire la nostra fede e la nostra speranza, e a trovare nello Spirito la forza della perseveranza e della testimonianza, similmente a quanto è detto nelle lettere indirizzate alle sette Chiese in Apocalisse 2-3.

Infatti, per esprimere con parole di fede la preparazione ad Aquileia 2, nella Traccia di lavoro per le Diocesi avete utilizzato un versetto che ricorre più volte nel libro dell’Apocalisse: «In ascolto di ciò che lo Spirito dice alle Chiese». Si tratta di un versetto sintesi?
Sì, è una frase che riassume quello che deve essere l’atteggiamento fondamentale delle Chiese e dei cristiani: l’attenzione alla presenza e all’azione dello Spirito e la totale docilità alle sue chiamate. È questo l’atteggiamento che deve caratterizzare il cristiano, come ha segnato la vita di Maria, Madre di Gesù: «Maria conservava nel suo cuore tutte le cose che accadevano e le meditava» (Lc 2,19.51). Le motivazioni per cui i vescovi del Triveneto hanno scelto di celebrare questo secondo Convegno ecclesiale fanno riferimento ad Apocalisse 2-3, dove si narra la visione che chiede a Giovanni di mettere per iscritto «ciò che lo Spirito dice alle Chiese». A ciascuna delle sette Chiese è detto: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7a.11a.17a.29; 3,6.13.22). È questo l’invito che anima la nostra preparazione. Un invito che vuole attivare lo stile ecclesiale della sinodalità e il metodo pastorale del discernimento comunitario, per rinnovare l’annuncio di Cristo agli uomini del nostro tempo.

di P. Ugo Sartorio, da il Messaggero di Sant'Antonio

Monsignor Giuliodori in arrivo a Vicenza?



Mentre sul sito della Diocesi vicentina si invita alla preghiera nell'attesa della nomina del nuovo Vescovo, la stampa già propone qualche nome...

Si stringe il cerchio dei «candidati» a ricoprire il ruolo di guida della diocesi di Vicenza. Dopo mesi di consultazioni sarebbe pronta una terna di nomi da portare a papa Benedetto XVI per la scelta del nuovo vescovo. E si fa sempre più insistente quella voce secondo il quale il successore di monsignor Cesare Nosiglia (diventato arcivescovo di Torino) sarà Claudio Giuliodori, dal 2007 vescovo di Macerata - Tolentino - Recanati - Cingoli - Treia. Ormai, stando alle indiscrezioni, la sua nomina sembra imminente. Chissà se la diocesi potrà festeggiare la Pasqua con il vescovo o se si dovrà attendere l’estate. Comunque sia, sembra oramai certo che il nuovo pastore non sarà vicentino. E il desiderio manifestato da un gruppo di sacerdoti di poter contare sulla nomina dell’attuale vicario monsignor Ludovico Furian pare lontano dal realizzarsi.
Anche perché nella terna indicata far compagnia a monsignor Giuliodori ci sarebbero due vescovi ausiliari: Beniamino Pizziol in servizio a Venezia e Franco Giulio Brambilla attualmente nell’arcidiocesi di Milano. I due sembrano, comunque, meno «quotati » rispetto a Giuliodori. Quest’ultimo, nato in provincia di Ancona nel 1958, vanta un notevole curriculum. Vicino al cardinale Camillo Ruini, nel 1998 è stato nominato direttore dell’ufficio nazionale per le comunicazioni della Conferenza episcopale italiana. Nell’ottobre 2006 è stato nominato dal papa consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali; dal 2002 è direttore responsabile della rivista delle Giornate mondiali della gioventù. E’ stato anche professore al Laterano quando la pontificia università era guidata da Angelo Scola, attuale patriarca di Venezia, e di recente ha ricevuto la nomina a presidente della Commissione Cultura della Cei. Intanto, in attesa di conoscere il nuovo prelato, Vicenza si prepara al Festival Biblico, uno dei fiori all’occhiello della «gestione» Nosiglia. Martedì 22 marzo all’Araceli di Vicenza il filosofo Salvatore Natoli disquisirà in anteprima sul tema di quest’anno: «Di generazione in generazione: un filo interrotto?».

El.Ra.
Mons. Claudio Giuliodori
   
articolo da Il Corriere del Veneto, titolo orig. I candidati vescovi di Vicenza Claudio Giuliodori è in pole position

immagini da Panoramio, Flickr
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