Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Quia pulvis es


"Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris"

"Ricordati uomo, che sei polvere e polvere ritornerai"


Quaresima 2011
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Alla riscoperta di Oreste Ravanello


In gioventù fu costretto a ritirarsi dal Conservatorio di Venezia per "mancanza di attitudini musicali", uno dei più grandi organisti della sua epoca. L'Oreste Ravanello che sotto lo sguardo vigile del Patriarca di Venezia, l'allora Cardinal Sarto, duellava con Bossi e Perosi agli organi battenti della Basilica di San Marco compie centoquarant'anni e c'è chi lo festeggia riscoprendo la sua grandiosa figura, come la Cappella Antoniana, l'istituzione secolare guidata da Ravanello dal 1898 al 1939, dedica addirittura un'intero anno ad uno dei suoi più grandi direttori. 

Figlio di musicisti dilettanti, studiò pianoforte al Liceo Musicale «Benedetto Marcello» di Venezia, ma fu costretto a ritirarsi per mancanza di attitudini musicali. Studiò allora privatamente organo e composizione con Andrea Girardi, allora organista della Basilica di San Marco, e storia della musica e canto gregoriano con P. Angelo De Santi, diplomandosi a 16 anni alla commissione diocesana dell’Associazione Italiana Santa Cecilia.
Già all'età di 17 anni, nel 1889, divenne organista della Cappella Marciana a Venezia e, nel 1895, primo organista della Basilica, essendo, dal 1893, direttore della "Schola" Lorenzo Perosi, succeduto al Tebaldini. Contemporaneamente, Marco Enrico Bossi divenne direttore e insegnante d'organo al "Benedetto Marcello".
In questo periodo la collaborazione tra questi tre celebri musicisti, Bossi, Perosi e Ravanello, fu molto intensa, e i loro duelli d’improvvisazioni ai due organi di San Marco (Gaetano Callido, 1766 in Cornu Epistolae e William George Trice, 1893, in Cornu Evangelii), talvolta alla presenza del Cardinale Giuseppe Sarto, futuro Papa Pio X, divennero celebri anche fuori città.
Nel 1898 divenne direttore della Cappella Musicale della Basilica del Santo di Padova, incarico che tenne per 38 anni. Nel 1902 Bossi lo nominò suo successore alla cattedra d’organo. Dal 1912 al 1938 fu insegnante di composizione e direttore dell’Istituto musicale «Cesare Pollini» di Padova che, sotto la sua guida e grazie all'interessamento di Ottorino Respighi, ottenne il titolo di Conservatorio.
Morì a Padova, il 2 luglio 1939.

La maggior parte della sua produzione è rappresentata da brani destinati all'esecuzione vocale o strumentale di ambito liturgico. Un apprezzabile numero di composizioni per organo sono destinate all'esecuzione concertistica, composizioni che possono considerarsi a pieno titolo tra i capisaldi della musica organistica italiana del tempo. Oltre a queste, pubblicò anche due raccolte di studi pedagogici destinati all'apprendimento sistematico dello strumento, alcune opere teoriche sull'accompagnamento del canto gregoriano e sulla composizione e, in collaborazione con Luigi Bottazzo, un metodo intitolato "L'organista di chiesa".

Oreste Ravanello fu stimato come improvvisatore, organista e progettista strumentale, tanto da essere considerato con Bossi il più grande organista italiano dell'epoca.
Profondo studioso della polifonia antica (analizzò ad esempio l’opera completa di Palestrina) e fervente sostenitore del Movimento Ceciliano, rivolse prevalentemente la sua creatività alla musica liturgica.



 testo da wikipedia, immagini da g.immage

Berici tentativi d'autogestione

 
Una lettera alla Santa Sede firmata da un gruppo di venti sacerdoti «preoccupati del futuro della chiesa di Vicenza». Sono passati tre mesi dal trasferimento di Cesare Nosiglia all'Arcivescovado di Torino e più che l'incognita sui tempi della successione è il timore su chi arriverà a guidare la Diocesi a generare un certo stato d'animo tra il clero vicentino. La lettera al Santo Padre ha tutto il sapore di una petizione: un documento riservato, girato in realtà tra pochi autorevoli sacerdoti, tra cui diversi docenti del Seminario e una serie di preti in grado di alzare la loro voce critica, come hanno fatto anche in passato in situazioni cruciali come quella della base Usa al Dal Molin.
Al Papa hanno presentato la loro candidatura: quella di mons. Lodovico Furian, 70 anni, già vicario generale, che dopo la partenza di Nosiglia ha assunto l'incarico di amministratore diocesano, un sacerdote che il clero vicentino vedrebbe bene come vescovo della Diocesi per le sue caratteristiche di preparazione, cultura, intelligenza, umanità, già rettore del Seminario e parroco di San Pietro a Schio.
Un nome che in realtà incarna la figura a cui guarda con favore gran parte del clero vicentino: un vescovo pastore e non curiale. Questo è il messaggio fatto arrivare al Papa dopo che il toto-nomine ha portato il clero a voler difendere il futuro di una delle diocesi più importanti d'Italia per numero di abitanti, sacerdoti, tradizioni.
Un futuro che si vorrebbe finalmente più stabile. Mons. Nosiglia, genovese, è rimasto appena sette anni. Chiedono una guida che conosca la realtà e con uno spettro di tempo abbastanza lungo per portare avanti progetti, programmi di ampio respiro, visite pastorali complete, temi da sviluppare in maniera costante come la crisi vocazionale, il delicato rapporto con i giovani, le problematiche sociali. E invece i timori sono legati al rimpallo di una serie di "papabili" che non sembrerebbero garantire una certa affidabilità quanto alla possibilità di rimanere per un periodo sufficientemente lungo a Vicenza.
Nomi curiali appunto, alte personalità più vicine ai palazzi che non alla vita delle parrocchie, troppo giovani per fermarsi a lungo in una Diocesi che ha bisogno di punti fermi e non di essere un trampolino per incarichi più in vista. E così i preti vicentini hanno allargato le braccia quando, fin da subito, è rimbalzato il nome del "ciellino" mons. Livio Melina, tra i massimi esponenti di teologia morale e di bioetica in ambito cattolico. Ma un certo disappunto è girato anche al nome di due "ruiniani" di ferro come Claudio Giuliodori e Mauro Parmeggiani. Giuliodori, 53 anni, è vescovo di Macerata ed è stato addetto alle comunicazioni sociali dell'influente cardinal Ruini, già presidente della Cei. Parmeggiani, quasi 50 anni, è vescovo di Tivoli ed è stato segretario particolare di Ruini. Niente di personale, si sono detti i nostri sacerdoti, però appare loro lampante come due personaggi del genere non possano che prendere Vicenza come una palestra, giusto per farsi le ossa, sei-sette anni e poi spiccare il volo. "Foresti", che di Vicenza conoscono poco, il tempo di entrare in sintonia e poi nel più bello essere mandati a ricoprire altri incarichi.
Altra cosa sarebbe un veneto. Un personaggio come l'ausiliare di Venezia Beniamino Pizziol, 64 anni, o il trevigiano Francesco Giovanni Brugnaro, 67 anni, vescovo di Camerino. O magari il vicentino Adriano Tessarolo sul quale però difficile appare la chiamata: è stato nominato vescovo di Chioggia appena un anno fa e poi non è consuetudine che un vicentino diventi vescovo a casa sua. Diverso per Furian: è vero che la sua vita sacerdotale è legata a Vicenza però le sue origini sono padovane, di San Giorgio in Bosco.
Il messaggio al Papa è arrivato e la risposta potrebbe arrivare il 7 e l'8 maggio, quando Benedetto XVI sarà ad Aquileia e Venezia. C'è il patriarca di Venezia Angelo Scola in predicato di succedere al cardinal Dionigi Tettamanzi alla guida della Diocesi di Milano. C'è anche la possibile partenza del vescovo Antonio Mattiazzo da Padova. E la casella di Vicenza da riempire.

 

Articolo di Roberta Bassan I preti scrivono al Papa: «Furian vescovo» da www.ilgiornaledivicenza.it

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Un elefanticidio nella Chiesa di Sant'Antonin


Fatti e misfatti dal sapore carnevalesco nella Venezia di inizio '800...

Premessa Autorale
La narrazione che segue questa "Premessa" è un esercizio di stile scrittorio compiuto nel ruolo di un finto cronista veneziano del giorno dopo, con presunte doti di preveggenza che gli consentono di anticipare accadimenti successivi. Risulti dilettevole la lettura.

A Venezia è stato cannoneggiato e ucciso dalla gendarmeria austriaca un elefante indiano cinquantenne (che 200 anni dopo risulterà quindicenne, invece!), ammaestrato con imput lessicali in lingua francese, alto 7 piedi e mezzo, pesante 4622 libbre grosse venete (2.203,4 kg), nella Chiesa Sant’Antonin alle ore otto e quattro minuti antimeridiani del 16 marzo 1819, giorno quaresimale. Durante i giorni del carnevale, conclusosi il 23 febbraio, è stato esibito in apposito casotto, con altri animali esotici in altri casotti, sbarcato sulla Riva degli Schiavoni nel Sestiere Castello dallo svedese Claudio Garnier (originario di Gauter Corout), tra il Ponte del Sepolcro e il Ponte della Ca' di Dio. È stato ucciso per impedirgli di causare danni alle cose e alle persone, maggiori dei danni già causati rifiutandosi a ogni tentativo d’imbarco, uccidendo il suo giovane domatore Camillo Rosa di Rovigo e travolgendo di tutto durante la fuga fino alla chiesa, inseguito e bersagliato dalle fucilate dei gendarmi.
Venti uomini armati di funi e di leve hanno trasportato la sua carcassa al Lido, coperta di stuoie su una chiatta, alle ore 5 pomeridiane con l’ordine di seppellirla. Un contrordine del Commissariato Speriore l’ha fatta, poi, traslocare due ore dopo sull’Isola della Giudecca nella chiesa dismessa di San Biagio (usata come ospedale per le malattie contagiose nel 1814-1816 e destinata alla demolizione per favorire nel 1882 la edificazione del Molino Stucky), dove sarà mantenuta pulita con lavacri continui di acqua salata, per essere sezionata e studiata dal Prof. Stefano Andrea Renier, aiutato dal Dott. Paolo Zannini marito di Adriana Renier. Con l’intento di salvaguardare e ricomporre le ossa del suo scheletro che sarà esposto nella Pubblica Galleria di Storia Naturale (non ancora Museo Zoologico) della Università di Padova.
Il Renier e la sua equipe daranno inizio ai lavori di concia della pelle e sezionamento del cadavere il 24 marzo, eseguendo molti schizzi e disegni delle diverse parti anatomiche e delle ossa, per poterlo rimontare poi correttamente. La conclusione di tali lavori è prevista per l’autunno, destinata ad essere considerata dai posteri impresa epica e memorabile. 



Claudio Garnier ha riferito di avere acquistato l’elefante per 20.000 franchi (30.088 lire venete) dagli eredi del duca tedesco Federico di Wurstemberg, divenuto Re nel 1806 e morto sessantaduenne il 30 ottobre 1816: monarca di un Regno Breve… perciò. L’avrebbe condotto ed esibito a Milano, fosse riuscito a imbarcarlo. Meditando su una richiesta d’acquisto dell’Accademia di Berlino, alla quale aveva comunicato di essere disposto a venderlo per 1.200 luigi d’oro (equivalenti a 55.231,3 lire venete).
Il pachiderma si è ribellato all’imbarco, perché reso inquieto da evidenti pulsioni sessuali primaverili irreprimibili e dopo ripetuti tentativi d’imbarco falliti, causa non ultima l’instabilità della passerella collegata al barcone predisposto all’uopo. Ed ha ucciso il suo giovane domatore, dopo averlo aggredito con la proboscide un’ora dopo la mezzanotte, terrorizzando gli astanti sulla riva e causando il ribaltammento in acqua di altri in piedi sopra un battello.
La gendarmeria austriaca presente, comandata dal Commissario Tolomei, ha reagito sparandogli addosso tante pallottole da spingerlo a correre terrorizzato di qua e di là sulla riva tra i due ponti, dove ha travolto alcuni casotti predisposti per altri animali e il chiosco di un fruttivendolo, sfondando anche una caffetteria, prima d’inoltrarsi nella Calle del Dose dove ha avuto inizio il percorso che lo ha condotto nella chiesa luogo della sua esecuzione sommaria.
In Campo della Bragora è stato bersagliato dai gendarmi austriaci con particolare accanimento, costringendolo a infilarsi nella Salizada del Pignater e poi nella Calle morta del Forno Vecchio, dove si è ritrovato nella corte di un’abitazione privata, con pozzo di marmo e scala di legno che ha danneggiato stramazzando al suolo, tanto da farsi supporre colpito a morte. Invece si è rialzato e ha ripreso la corsa, dopo aver terrorizzato una vedova con quattro figli già nei letti in una camera con l’affaccio nella corte, data l’ora oramai notturna: prima di percorrere la Salizada Sant’Antonin fino al ponte che non è riuscito a superare, incalzato da fucilieri inefficienti.
Un ultimo tentativo di salire sul Ponte Sant'Antonin lo ha concluso rinculando fino a colpire e sfondare il portone d’ingresso della chiesa dove si è introdotto e mosso nel buio, col risultato finale d’infrangere quattro lastre tombali e immobilizzarsi nel loro vuoto sottostante, dopo aver rotto la colonna piedistallo dell’acquasantiera e fracassato alcune panche.
Per la sua esecuzione sommaria nella chiesa mediante l’uso del cannone sono state necessarie le autorizzazioni delle Autorità Civili e Militari, unitamente all’assenso dell’anziano Patriarca Francesco Maria Milesi (76 anni) destato quattro ore dopo la mezzanotte.
Il cannone è stato fornito alle ore 7 antimeridiane dal presidio militare insediato all’Arsenale con l’artificiere e i serventi che lo hanno collocato con la bocca di fuoco inserita in un buco praticato ad hoc nel muro laterale della chiesa, prima di sparare due colpi alle ore 8. Una soltanto delle due cannonate, però, ha colpito l’animale perforandogli il deretano con una palla tanto da farlo stramazzare al suolo e morire dissanguato.
Il Prof. Stefano Andrea Renier, ordinario di storia naturale, si è attivato immeditamente il 17 marzo perché la carcassa del pachiderma sia acquistata dal governo veneziano per essere studiata e conservata (convenientementene trattata per la bisogna) nella Galleria di Storia Naturale della Università di Padova.


testo da I Antichi
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Il Papa in Veneto: ciborio e mosaici per la Messa a San Giuliano


Un enorme catino absidale, che richiama quelli delle basiliche di Aquileia e di S. Marco. Sarà l'elemento che più di tutti caratterizzerà il palco papale che verrà allestito nel parco di S. Giuliano, a Mestre, quando papa Benedetto celebrerà la messa, domenica 8 maggio alle ore 10.00, davanti a 150 mila persone. Il progetto viene da Padova ed è firmato dall'architetto Stefano Bianchi, che ha messo molte volte a servizio della liturgia le sue competenze professionali.
Bisogna immaginarsi una basilica a cielo aperto, affacciata sulla laguna più famosa del mondo; a far da sfondo il profilo di campanili, cupole, tetti di antiche case costruite sull'acqua – è la magia di Venezia – dai nostri progenitori. Perché una basilica? Intanto perché l'arch. Bianchi ha immaginato proprio una porta d'entrata allo spazio liturgico collocato sull'erba. Questo portale, alto una quindicina di metri, dalle forme semplici, “rinascimentali”, senza fronzoli, segnerà uno stacco dalla quotidianità e un ingresso nell'area riservata alla celebrazione. Sarà collocato all'incirca a fianco della collinetta presente nel parco.
A voler richiamare le forme della basilica, sia pure con l'accostamento di linee moderne ed essenziali, c'è anche l'area del palco che accoglierà il Papa, i vescovi e gli altri sacerdoti celebranti. Imponenti le dimensioni: nel progetto originale l'abside è alta 25 metri, come un palazzo di otto piani. Un'altezza che potrebbe essere un po' limata, per venire incontro a esigenze di budget e allo slogan “bello ma sobrio” che gli organizzatori si sono dati. «Ma senza snaturare il progetto – spiega il progettista – che ha nell'elevazione un elemento molto importante».
Una cupola sopra l’ambone. Al centro del catino absidale sarà posta la sede papale, con ai lati le sedi dei vescovi; gli spazi per i presbiteri saranno su un livello sfalsato, per dare dinamicità alla composizione; i percorsi ministeriali metteranno in relazione le parti. L'altare centrale sarà coperto da un ciborio (una sorta di baldacchino, presente anche nella Basilica di S. Marco). Sopra l'ambone si troverà invece una cupola (un altro elemento architettonico marciano).
Sopra il palco è prevista una copertura rettangolare di 60 metri per 30 (circa un terzo di un campo da calcio), retta da semplici pilastri. Sul lato destro, guardando la sede dei celebranti, si trova un altro palco, più piccolo, per ospitare il coro. Tutte queste strutture si troveranno nell'ampia area circolare – detta “tamburello” - più prossima al bordo lagunare del parco, circondata per tre quarti da un canneto.
I fedeli nel “tamburello”. I fedeli troveranno posto davanti al palco, nella restante area del “tamburello”, nella parte pianeggiante che precede e sulla collinetta che si trova sul lato sinistro, secondo quanto già sperimentato nel corso delle edizioni dell'Heineken Jammin' Festival che qui si sono tenute. Il colpo d'occhio più bello, anzi, si avrà proprio dalle pendici di questa elevazione: parola di architetto.
Il passaggio dal progetto preliminare al progetto esecutivo, cantierabile, ora spetta all'impresa che avrà l'incarico di realizzare l'opera, mentre l'arch. Bianchi e il suo studio manterranno la “direzione artistica”, controllando che la parte ingegneristica rispetti i criteri ispiratori del progetto. E realizzeranno direttamente – attualmente è in fase di progetto – l'apparato liturgico e scenografico: l'altare, l'ambone, le sedi, il ciborio, le immagini iconografiche di abside e cupola, le torri per gli impianti audio e video.
Bellezza e sobrietà. Quanto costerà? E' presto per dirlo. L'appalto non è stato ancora assegnato. E c'è chi, nella commissione apposita che segue la partita economica, sta facendo di tutto per tagliare sulle spese, riducendole all'osso. Bellezza sì, si diceva, ma anche sobrietà.
Le parti strutturali, con ogni probabilità, saranno realizzate in elementi tubolari metallici, rivestiti da cartongesso, o legno o tessuti: materiali tipici delle scenografie, di cui si dovrà curare in particolare, vista l'installazione all'aperto, la resistenza all'acqua. Sui colori si vedrà, ma l'arch. Bianchi pensa a colori tenui, se non un semplicissimo avorio. Anche le immagini dell'abside e della semicupola non sono ancora state scelte. Non saranno con ogni probabililtà una semplice riproposizione di mosaici esistenti nelle basiliche di Aquileia e di Venezia, ma il richiamo potrebbe essere quello.
Si può prevedere che per realizzare i vari elementi e per allestire il palco ci voglia circa un mese di tempo. Solo all'ultimo i vari elementi saranno montati sul luogo. Per smontare il tutto sono da prevedere ancora da una settimana a dieci giorni di lavoro. E' da notare che, spiega l'arch. Stefano Bianchi, «la maggior parte del materiale è riciclabile e riutilizzabile: per parti, o per porzioni, può essere rimontata in modo diverso». Non si butta via niente, insomma. Secondo i canoni del bello e del sobrio, sì; e anche dell'opportuno riuso. (Paolo Fusco)

La nota ed universalmente riconosciuta bellezza delle architetture e dei mosaici della Basilica di San Marco in Venezia non poteva che essere il punto di partenza per “ambientare” il luogo della Celebrazione eucaristica che il Santo Padre Benedetto XVI presiederà domenica 8 maggio 2011, in occasione della sua visita pastorale alle Chiese del Triveneto.
Lo spazio liturgico è stato pensato – in senso generale – come un’abside, espressione visibile del “canone” ecclesiale ed eucaristico, immediatamente riconoscibile da tutti e in sintonia con la tradizione architettonica del Patriarcato veneziano.
L’Eucaristia, presenza sacramentale di Cristo immolato e glorificato, è presente nella vita della Chiesa per virtù dello Spirito Santo: è per questo che l’intero progetto nasce e ruota attorno all’altare – centro visibile della celebrazione – elevato (altus), sormontato ed iconizzato dalla Croce liturgica (in relazione con il sacrificio di Cristo), adombrato da un ciborio – memoria architettonica dell’epiclesi dello Spirito Santo sulle oblate – circondato dai ministri ordinati (il Santo Padre, i Vescovi e, nella zona più bassa ai lati dell’altare, i presbiteri, collaboratori dei Vescovi nel sacerdozio ministeriale).
La Parola di Dio, celebrata nella liturgia, necessita della progettazione di un monumentum (traduzione latina del greco mnemeion, il sepolcro di Cristo) da cui far sgorgare l’annunzio del Vangelo del Risorto: l’ambone sarà pertanto luogo elevato (da anabaino), distinto dall’altare e dallo spazio strettamente eucaristico, e raggiungibile da un percorso ministeriale, cupolato – memoria architettonica del cupolamento del sepolcro dell’Anastasis gerosolimitana – iconizzato dall’immagine della consegna del Vangelo a Marco (riproduzione del mosaico della Basilica di San Marco in Venezia), inserito in una zona fiorita (memoria del giardino pasquale), rischiarato dalla luce del cero pasquale, posto sul candelabro.
La Sede papale è collocata sul fondo dell’“abside” al centro; a destra e a sinistra stanno seduti i Vescovi: con ciò si intende esprimere l’unità del Collegio episcopale in comunione con il Vicario di Cristo e Successore dell’apostolo Pietro. A tal riguardo, sopra il Santo Padre e i Vescovi stanno le riproduzioni delle antiche immagini del Cristo Pantocrator (in corrispondenza della Sede del Santo Padre) e la teoria dei Protovescovi delle Diocesi nate da Aquileia (in corrispondenza dei sedili dei Vescovi). In questo modo si intende esprimere visibilmente – per via di corrispondenza verticale ed orizzontale – la collegialità episcopale e il primato del Vescovo di Roma, la successione apostolica, l’autorità e la custodia del depositum fidei affidato agli Apostoli e ai loro successori, l’apostolicità della celebrazione dell’Eucaristia. (Don Gianandrea Di Donna; liturgista della diocesi di Padova)



testi tratti da http://www.gvonline.it/


immagini da Panoramio, G.immage

Liturgia e "lingua sacra"


La lingua non è soltanto uno strumento che serve per comunicare fatti, e deve farlo nel modo più semplice ed efficiente, ma è anche il mezzo per esprimere la nostra mens in un modo che coinvolga tutta la persona. Di conseguenza, la lingua è anche il mezzo in cui si esprimono i pensieri e le esperienze religiosi.
La lingua adoperata nel culto divino, ovvero la “lingua sacra” non si spinge fino alla glossolalia (cf 1Cor 14) o al mistico silenzio, escludendo completamente la comunicazione umana, o almeno tentando di farlo. Tuttavia, si riduce l’elemento della comprensibilità a favore di altri elementi, in particolare quello espressivo. Christine Mohrmann, la grande storica del latino dei cristiani, afferma che la lingua sacra è un modo specifico di “organizzare” l’esperienza religiosa. Infatti, la Mohrmann sostiene che ogni forma di credere nella realtà soprannaturale, nell’esistenza di un essere trascendente, conduce necessariamente all’adozione di una forma di lingua sacra nel culto, mentre un laicismo radicale porta a respingere ogni forma di essa. In tal senso, il Cardinale Albert Malcolm Ranjith ha ricordato in un’intervista: «L’uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell’Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell’Islam si impiega l’arabo del Corano. L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là» (La Repubblica, 31 luglio 2008, p. 42).
L’uso di una lingua sacra nella celebrazione liturgica fa parte di ciò che san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae chiama la solemnitas. Il Dottore Angelico insegna: «Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono» (Summa Theologiae III, 64, 2; cf. 83, 4).
La lingua sacra, essendo il mezzo di espressione non solo degli individui, ma di una comunità che segue le sue tradizioni, è conservatrice: mantiene le forme linguistiche arcaiche con tenacia. Inoltre, vengono introdotti in essa elementi esterni, in quanto associazioni ad un’antica tradizione religiosa. Un caso paradigmatico è il vocabolario biblico ebraico nel latino usato dai cristiani (amen, alleluia, osanna ecc.), come ha osservato già sant’Agostino (cf. De doctrina christiana II, 34-35 [11,16]).
Lungo la storia, si è adoperata un’ampia varietà di lingue nel culto cristiano: il greco nella tradizione bizantina; le diverse lingue delle tradizioni orientali, come il siriaco, l’armeno, il georgiano, il copto e l’etiopico; il paleoslavo; il latino del rito romano e degli altri riti occidentali. In tutte queste lingue si trovano forme di stile che le separano dalla lingua “ordinaria” ovvero popolare. Spesso questo distacco è conseguenza degli sviluppi linguistici nel linguaggio comune, che poi non sono stati adottati nella lingua liturgica a causa del suo carattere sacro. Tuttavia, nel caso del latino come lingua della liturgia romana, un certo distacco è esistito sin dall’inizio: i romani non parlavano nello stile del Canone o delle orazioni della Messa. Appena il greco è stato sostituito dal latino nella liturgia romana, è stato creato come mezzo di culto un linguaggio fortemente stilizzato, che un cristiano medio della Roma della tarda antichità avrebbe capito non senza difficoltà. Inoltre, lo sviluppo della latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico. Comunque, grazie al prestigio della Chiesa di Roma e la forza unificatrice del papato, il latino divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti della cultura in Occidente.
La distanza fra il latino liturgico e la lingua del popolo divenne maggiore con lo sviluppo delle culture e delle lingue nazionali in Europa, per non menzionare i territori di missione. Questa situazione non favoriva la partecipazione dei fedeli nella liturgia e perciò il Concilio Vaticano II volle estendere l’uso del vernacolo, già introdotto in una certa misura nei decenni precedenti, nella celebrazione dei sacramenti (Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, art. 36, n. 2). Allo stesso tempo, il Concilio ha sottolineato che «l’uso della lingua latina […] sia conservato nei riti latini» (ibid., art. 36, n. 1; cf. anche art. 54). Comunque, i Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata totalmente sostituita dal vernacolo. La frammentazione linguistica del culto cattolico si è spinta così oltre, che molti fedeli oggi possono a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma e altrove. In un’epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Senz’altro il latino contribuisce al carattere sacro e stabile «che attrae molti all’antico uso», come scrive il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Lettera ai Vescovi, in occasione della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007). Con l’uso più ampio della lingua latina, scelta del tutto legittima, ma poco usata, «nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità» (ibid.).
Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacolare, come fa notare con esemplare chiarezza l’Istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla traduzione dei libri liturgici Liturgiam authenticam del 2001. Un frutto notevole di questa istruzione è la nuova traduzione inglese del Missale Romanum che verrà introdotta in molti paesi anglofoni nel corso di quest’anno.
  Titolo originale La lingua della celebrazione liturgica di Uwe Michael Lang, C.O da zenit.org

Immagine: Padova, Cappella di San Gregorio Barbarigo in Cattedrale, particolare
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