Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Affari sacrestaneschi (e non) nel tempo di Quaresima



Rubiamo a liturgiaculmenetfons.it questo attualissimo escursus sulla preparazione delle Chiese nel Tempo di Quaresima.
Ringraziamo Paolo per la gentilissima segnalazione.
 
-Aspetto penitenziale della chiesa
“In Quaresima non sono ammessi i fiori sull’altare e il suono degli strumenti è permesso soltanto per sostenere i canti, nel rispetto dell’indole penitenziale di questo tempo” (Paschalis sollemnitatis, n. 17)
-Il colore violaceo
Il colore liturgico proprio della quaresima è il violaceo. Conviene che di questo colore siano non solo gli abiti sacri (stola, casula, piviale, tunicella, velo omerale), ma anche il conopeo del tabernacolo e dell’ambone, e altre eventuali stoffe che adornano il presbiterio e la chiesa.

-L’assenza dei fiori
“Nel tempo di Quaresima è proibito ornare l’altare con i fiori. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di Quaresima), le solennità e le feste” (Ordinamento Generale del Messale Romano, 2004, n. 305).
Anche l’assenza dei fiori costituisce un segno tipico della Quaresima. Sono permesse tuttavia piante verdi. Questa norma non è formalismo, ma uno strumento educativo, affinché i fedeli siano richiamati visivamente all’austerità del cuore, della mente e della vita in vista di una purificazione dello spirito, mediante la penitenza e la conversione. L’assenza dei fiori richiama il deserto biblico, che riporta l’uomo all’essenzialità delle cose, richiama l’attenzione a ciò che ha valore e dispone alla verifica dei fondamenti stessi dell’esistenza umana e cristiana.
“…Il deserto contribuisce a formare la psicologia dell’uomo in due modi: sviluppando in lui, prima l’idea dell’onnipotenza di Dio e poi quella della impotenza e nullità dell’uomo. Nel deserto le stelle sembrano così vicine che si ha l’impressione di poter arrivare fin su nel cielo a distaccarle. Non v’è anima viva, né animali, né ciuffo d’erba o un cespuglio su cui riposare lo sguardo. Non v’è se non il cielo cui l’anima possa aggrapparsi in quella solitudine desolata, e, dal momento che nel deserto gli occhi guardano molto il cielo e poco la sabbia, è molto naturale che si rimanga profondamente colpiti dalla onnipotenza di Dio. Un secondo effetto del deserto è il senso di assoluta insufficienza dell’uomo. E’ assurdo confidare in se stessi, perché nel deserto si è soli, impotenti. Quando l’acqua viene a mancare, solo Dio può guidare verso l’oasi salvatrice, La sovranità di Dio è tutto e davanti a Lui tutto scompare. Così, fatalmente, l’Oriente islamico è caduto nel suo peccato, come l’Occidente è caduto nel proprio. Il peccato del mondo orientale è di ritenere che Dio fa tutto e l’uomo nulla, come il peccato dell’Occidente è credere che l’uomo fa tutto e Dio nulla” (FULTON J. SHEEN, La crisi del mondo e la Chiesa, ed. La Tegnografica, Varese, 1956, p. 34-35)
Occorre naturalmente condurre i fedeli dal segno al suo significato e continuamente educarli alla lettura spirituale del linguaggio simbolico previsto dalla liturgia, in vista della applicazione nella vita del messaggio che nei segni è offerto. E’ questo il compito della catechesi liturgica, che ripropone oggi l’antica mistagogia dei Padri: attraverso i riti e le preci avviene l’iniziazione al mistero.
E’ tuttavia necessario che l’austerità quaresimale sia un segno vero, motivato ed incisivo. Affinché sia vero, occorre che sia realizzato con determinazione e buon gusto. Perché sia incisivo, bisogna curare una reale assenza di fiori, che non ammette eccezioni in occasione di funerali, matrimoni o altre evenienze. I fiori che vengono portati in queste circostanze devono essere tolti dopo la celebrazione e trasferiti fuori dell’ambito della chiesa. Anzi sarà opportuno che i parroci spieghino per tempo ai fedeli il senso del segno dell’austerità quaresimale, li invitino alla sobrietà e li orientino a devolvere il denaro in opere di carità.
E’ tuttavia conveniente che una sobria presenza di fiori metta in evidenza la croce penitenziale nella seconda domenica di Quaresima, per dar espressione alla luce della risurrezione, che già risplende nella gloria della trasfigurazione. Nella quarta domenica di quaresima, detta domenica “Laetare”, i fiori potranno adornare con misura l’altare della celebrazione per annunziare la gioia della Pasqua, ormai vicina. In questa domenica è bene indossare gli abiti color rosaceo e far gustare all’assemblea la letizia della Pasqua imminente, anche col suono dell’organo.
“…Sembra che a Bisanzio nella III domenica di Quaresima si celebrasse una festa in onore del S. Legno della Croce, a cui si tributava un omaggio di fiori. A Roma se ne volle imitare l’esempio, e in questa domenica il Papa si recava alla basilica stazionale di S. Croce, dev’era conservata una insigne porzione della vera Croce, tenendo in mano una rosa d’oro, profumata di musco, in signum passionis et resurrectionis D. N. J. C.,con la quale intendeva rendere all’insigne reliquia lo stesso ossequio che la Maddalena aveva tributato ai piedi del Salvatore nella cena di Betania. Pp. Leone IX, nel primo documento conosciuto a riguardo della Rosa aurea (1049), dice espressamente che essa è offerta in omaggio alla Croce: Quia eo tempore victoria recensetur D.N.J.C. qui in te passus est, o Crux sacratissima, tunc timenda, nunc appetenda et molenda” (RIGHETTI, vol. II, p.168).
-L’assenza del suono dell’organo
“In tempo di Quaresima è permesso il suono dell’organo e di altri strumenti musicali soltanto per sostenere il canto. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di Quaresima), le solennità e le feste” (Ordinamento Generale del Messale Romano, 2004, n. 313).
Nel tempo di Quaresima il suono dell’organo e degli altri strumenti musicali ammessi deve solo accompagnare il canto. Non si suona quindi l’organo prima e dopo la celebrazione, né si fanno preludi entro la celebrazione stessa. Questa disposizione potrà sembrare limitativa, tuttavia, senza questi accorgimenti, osservati con fedeltà, il segno dell’assenza del suono dell’organo sarà inefficace, e non sarà percepito dalla comunità. Conviene far sì che questa sobrietà musicale vi sia anche fuori delle celebrazioni liturgiche, evitando in questo tempo, in chiesa, concerti, manifestazioni e uso dell’organo e degli strumenti musicali non consoni con lo spirito quaresimale. Infatti la chiesa deve aiutare ad entrare nel mistero del tempo anche il fedele che vi si reca da solo per la preghiera e la meditazione personale nel corso della giornata. Si informino debitamente i fedeli che in Quaresima dovessero celebrare particolari eventi di gioia, come il matrimonio o altri anniversari, di rispettare con prudenza e carità il clima liturgico che sta vivendo la Chiesa.

-La velazione delle immagini
“L’uso di coprire le croci e le immagini nella chiesa dalla domenica V di Quaresima può essere conservato secondo il giudizio della conferenza episcopale. Le croci rimangono coperte fino al termine della celebrazione della passione del Signore il Venerdì santo; le immagini fino all’inizio della veglia pasquale” (PS, n° 26; cfr. anche CONSILIUM AD EXEQUENDAM COSTITUTIONEM DE SACRA LITURGIA, Commento alla riforma dell’anno liturgico, in Enchiridion Vaticanum, Documenti ufficiali della Santa Sede, Bologna, ed. ED, 1990, vol. Supplemento 1°, n. 273).
La liturgia della Chiesa educa il popolo santo di Dio con le diverse e complementari espressioni del linguaggio umano: non solo la parola, ma anche il simbolo, il gesto, il movimento, la varietà degli oggetti, dei colori, dei profumi e degli addobbi.  In tal modo la celebrazione crea un evento globale, che avvolge l’assemblea in un concerto armonico di linguaggi e di espressioni eloquenti in ordine all’annunzio del Mistero celebrato in un ambiente pervaso da sacralità e nobiltà di forme. Ecco il senso del segno austero della ‘velazione’ degli altari, che la Chiesa prevede nella parte terminale della Quaresima, quando s’avanza ormai severo e grandioso il Mistero della Croce.   I fedeli, che in questi santi giorni entrano in chiesa ricevono con immediatezza il senso degli eventi incombenti: la cerchia dei nemici che si stringe intorno al Signore, l’incomprensione e il tradimento degli Apostoli, la tristezza del cuore del Divin Maestro e il suo ‘andarsene e nascondersi da loro’ (Gv 12, 36).

Secondo la decisione della conferenza episcopale del triveneto, ad esempio, è lasciato alla discrezione di ogni parroco l’applicazione di questa tradizione (Cal. lit. dioc. 2010-2011, p. 118). Se la chiesa si adatta e lo si vede utile, si potrà riprendere questo costume, nel modo tradizionale o anche con una certa libertà ispirandosi all’uso antico e ad altri riti. Il rito ambrosiano, ad esempio, non prevedeva mai la copertura delle croci, e la velazione delle immagini veniva fatta già con la prima domenica di Quaresima. 
“Essa deriva probabilmente dall’antica usanza, già attestata nel IX secolo, di stendere a principio della Quaresima un gran velo dinanzi all’altare, detto in Germania ‘panno della fame’, che lo nascondeva interamente agli occhi dei fedeli, e che veniva rimosso alle parole velum templi sissum est della Passione del mercoledì santo. Lo scopo di esso, secondo taluni, era pratico; il popolo, che non aveva calendario, doveva con ciò essere avvertito che si era in Quaresima. A giudizio del P. Thurston, il velo quaresimale voleva essere un ricordo dell’antica espulsione dei penitenti dalla chiesa. Quando la disciplina della penitenza decadde, ma nella Quaresima tutti i fedeli, coll’imposizione delle ceneri, vennero considerati messi spiritualmente in penitenza, non fu più possibile naturalmente farne l’espulsione dalla chiesa come una volta, ma si volle nascondere loro la vista del Sancta Sanctorum, per separarli in certo modo dal Santuario, fino a che nella Pasqua non si fossero riconciliati con Dio. Per un principio analogo, nel basso medio evo, molte Chiese usavano ricoprire sin dal principio della Quaresima le immagini e la Croce processionale, come si fa tuttora nel rito ambrosiano. La regola di limitarlo al tempo di Passione è recente; comparisce dapprima nel secolo XVII col Cerimoniale dei Vescovi” (RIGHETTI, vol. II. p. 175-176).
In tal modo si ritma il graduale entrare della Chiesa nel mistero della Passione del Signore. Le immagini così velate, rimarranno tali fino alla sera del Sabato santo, quando si preparerà la chiesa per la Veglia pasquale.
-La Croce penitenziale
Il simbolo principale, che dovrebbe emergere nel tempo di Quaresima, è la Croce penitenziale. Infatti la croce è la meta e la via della Quaresima. Come fu per Cristo, così è per la sua Chiesa. La croce penitenziale è semplice, di legno, senza il crocifisso e senza decorazioni. Deve essere sufficientemente grande per esser vista da tutta l’assemblea, non troppo grande, né troppo pesante, per poter essere comodamente portata dal sacerdote nelle processioni penitenziali e nella “Via crucis”. Essa fa il suo ingresso nella chiesa con la processione penitenziale il Mercoledì delle Ceneri. Da allora, posta su di un ceppo in un luogo ben visibile, “presiede” l’assemblea liturgica per tutto il tempo di Quaresima e ogni giorno riceve la venerazione dei fedeli:
“Ecco la croce del Signore:
          è stoltezza per quelli che vanno in perdizione,
          è potenza di Dio per quelli che si salvano!
          Gloria a te vessillo di salvezza!”
(1Cor 1, 18  e LO, dalla liturgia del 14 sett.).
La croce precede le processioni stazionali e il pio esercizio della “Via crucis”. Infine, dopo aver guidato simbolicamente il cammino quaresimale del popolo pellegrinante, si congeda da esso alle soglie della settimana santa, quando l’attenzione si poserà sulle varie fasi del Mistero pasquale del Signore. Presso la croce possono venir accese, successivamente ogni domenica, cinque lampade, che ricordano le cinque piaghe del Signore e il crescente amore ed adesione della Chiesa al mistero del crocifisso.
La croce, senza il crocifisso, ricorda ai fedeli che è necessario esser crocifissi con Cristo per poter partecipare alla sua gloria. Infatti “Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui” (2Tim 2, 11).Stretta attorno alla croce nel tempo di Quaresima l’assemblea cristiana appare come il popolo ebreo nel deserto, che insidiato dai serpenti velenosi, ossia dal peccato, guarda con fede a Cristo innalzato sul legno per la nostra salvezza e ne ottiene risurrezione e vita.
(da L’Anno liturgico – Mistero, grazia e celebrazione, ed. Vita Trentina, 2001).

 immagine da Orbis Catholicus

Venezia, Chiesa di San Giacomo dall'Orio, Crocifisso.

 Ad Pedes
 
Salve mundi salutare,
salve Jesu care!
Cruci tuae me aptare
vellem vere, tu scis quare,
da mihi tui copiam

Clavos pedum, plagas duras,
et tam graves impressuras
circumplector cum affectu,
tuo pavens in aspectu,
tuorum memor vulnerum

Dulcis Jesu, pie deus,
Ad te clamo licet reus,
praebe mihi te benignum,
ne repellas me indignum
de tuis sanctis pedibus
 
***
 
Ai piedi

Salve, salvatore del mondo,
salve, Gesù caro!
Voglio seguire davvero
la Tua croce, Tu sai perché,
donami della tua abbondanza.

Abbraccio con affetto
i chiodi dei piedi, le dure piaghe,
profondamente segnate,
sbigottito dal Tuo aspetto,
memore delle Tue ferite.

Dolce Gesù, Dio pietoso,
Io, peccatore, ti supplico, 
Sii benigno,
non respingere me indegno
dai Tuoi Santi Piedi
 
  
da "Salve mundi salutare" o "Rhythmica oratio" di Arnolfo di Louvain (sec. XIII)

Adeguamenti e cattive interpretazioni: l'intervista a Mons. Bux


"Le chiese devono essere luoghi di culto, non auditorium". E’ questo il giudizio di fondo che il consultore dell’ufficio delle celebrazioni del sommo pontificie don Nicola Bux dà di molti adeguamenti liturgici operati in molte chiese negli ultimi anni. Don Bux sarà protagonista giovedì sera alle 21 dell’incontro promosso nella Sala del Capitano del  Popolo dalla delegazione Emilia Occidentale dell’Ordine di Malta, con Italia Nostra, il Museo dei Cappuccini e il circolo Frassati di  Correggio e chiamato “Liturgia romana e arte sacra fra innovazione  tradizione”. Con Bux, ormai una conoscenza di molti fedeli (è la terza volta che viene nel Reggiano in pochi anni), parleranno anche don Enrico Mazza e l’ex sovrintendente Elio Garzillo.
Sarà inevitabile toccare anche il tema dell’adeguamento liturgico della Cattedrale di Reggio dopo il complesso restauro architettonico degli anni scorsi. Il GdR ha intervistato in anteprima don Bux, collaboratore di Papa Benedetto XVI non solo sui temi della liturgia, ma anche nella Congregazione della dottrina della fede.

Don Bux, che cos’è l’adeguamento liturgico?

E’ un’espressione coniata negli anni dopo il Concilio Vaticano II per indicare i lavori ritenuti necessari affinché le antiche chiese potessero essere più idonee alle celebrazioni secondo la forma rinnovata del rito Romano.

E quali risultati ha prodotto?

L’adeguamento è partito con l’intento di operare quei ritocchi per favorire la celebrazioni dei sacramenti, ma si è imposto soprattutto il tema della messa celebrata con l’altare verso il popolo. Un adeguamento vistoso del quale si è abusato.

Perchè?


Perchè lo stesso messale non dice mai che il celebrante non deve essere di spalle al popolo. E questo è dimostrato dal fatto che per ben tre volte, subito dopo l’offertorio, nell’ecce agnus Dei e nella benedizione finale si prescrive che il sacerdote si rivolga al popolo. Ne consegue che durante la celebrazione l’orientamento deve essere un altro.

Cioè spalle al popolo...

Non propriamente. Questa è una male interpretazione dello stesso messale di Palo VI e una forzatura che ha fatto si che si pensasse che dare le spalle al popolo fosse un atto di maleducazione. Come dire: “Scusate la spalle”.

Dunque?

Dunque è una questione di orientamento verso il Signore che viene. Ecco perchè la tradizione ci ha consegnato le celebrazioni con il sacerdote e i fedeli entrambi rivolti ad oriente, simbolo del Signore che viene e successivamente indicato nella croce. In sostanza il rivolgersi al popolo era indicato come una possibilità.

Così la critica principale è che il sacerdote non è in comunione con i fedeli...


Infatti Benedetto XVI, già da cardinale insisteva sul fatto che se il popolo è rivolto al crocifisso e con lui il sacerdote, tutti rivolgono lo sguardo a Cristo, che è l’aspetto centrale della liturgia. Come diceva Ratzinger con il sacerdote fronte al popolo si chiude il cerchio all’incontro con il Signore.

Come si può risolvere la questione?

Come ha giustamente proposto il Santo Padre, sarebbe opportuno che con la stessa posizione, si inserisse una croce sull’altare in modo che tutti possano avere in primo piano il soggetto centrale della liturgia: Cristo che viene. E’ bene che i sacerdoti sappiano spiegare che la loro posizione deve essere funzionaleall’orientamento della celebrazione.

Quali altri temi toccherà domani?

L’incontro è promosso dal desiderio di molti laici, preoccupati che il cosiddetto adeguamento non vada in collisione con il rispetto della tradizione. In questo caso nella Cattedrale di Reggio anche con l’aiuto del professor Mazza si vuole cercare di offrire gli strumenti per capire che è il popolo che si deve adeguare alla liturgia e non il contrario.

Un tema dibattuto a Reggio è quello della sede episcopale, portata giù dal presbiterio e davanti all’assemblea...

La sede non è l’elemento più importante in un edificio sacro. Prima vengono l’altare, la croce e il tabernacolo, che sono il segno della presenza divina permanente in mezzo al popolo. Per importanza, dopo l’ambone, quello che una volta era chiamato pulpito o pergamo e che era funzionale a stare in mezzo all’assemblea per ragioni acustiche, c’è la sede della presidenza.

Ma dove deve essere collocata?

Nelle chiese primitive siriache, eredi delle sinagoghe la sede era in testa all’assemblea, come oggi avviene quando a teatro si riserva la poltrona centrale all’autorità. Ben presto la sede di chi presiede è stata posta in testa all’assemblea a sinistra o a destra in una posizione di raccordo tra l’assemblea e l’altare.

Qual è la posizione ideale?

In testa alla gradinata, come ancor oggi fanno gli orientali che mettono la sede del patriarca in testa all’assemblea, ma non frontale. E’ bene poi che i posti dei fedeli non siano trasversali o diagonali, ma guardino tutti con un unico sguardo.

Dunque sul presbiterio, non in basso?

Il luogo dei sacerdoti e del vescovo è il presbiterio, lo dice il nome stesso. Il fatto che la sede sia posta in basso confonde le idee.

Le potrei obiettare che anche il vescovo fa parte del popolo di Dio...


E’ vero, ma anche la tradizione ha un suo peso. Non bisogna cadere nel populismo. Lo stare insieme ai fedeli non dipende dalla posizione.

Quanto pesa in questo discorso l’accusa di eccessivo formalismo?

Una cosa è la forma, un’altra il formalismo. Senza una forma la liturgia non esisterebbe e la sostanza sarebbe deforme. Il parlare di formalismo invece è un po’ ideologico e riduttivo. Ultimamente è in uso parlare di poli liturgici. Ebbene, nel rito romano deve prevalere l’unità.

Un altro tema scottante è l’assenza di inginocchiatoi...


Un’altra stranezza a cui si assiste talvolta. La liturgia prescrive di inginocchiarsi in certi momenti della messa. Il fatto è che il disincentivare l’inginocchiarsi rischia di ridurre la Chiesa ad un auditorium o la liturgia a intrattenimento. Invece il Papa ci ricorda che la liturgia è adorazione e il suo segno esteriore più visibile è proprio il mettersi in ginocchio.

Quanto conta nelle chiese la conservazione di manufatti artistici e l’introduzione di nuove opere moderne?


Ci vuole sempre del gusto nelle cose. Stranamente oggi si tende a musealizzare tutte le bellezze e gli  arredi, ma le cose vanno in un museo se non sono più fruibili. In molti casi invece arredi e suppellettili sono espressione della pietà del popolo e dei sacrifici che sono stati fatti per introdurli. Sempre che parliamo di oggetti che servano non per la nostra gloria personale, ma per quella di Dio. La stessa cosa vale per i paramenti. A volte il sacerdote mette o toglie paramenti a seconda del suo gusto o della sua comodità, come se fosse un abbigliamento privato. In realtà sono l’espressione dell’oggettività del rito che viene affidato al ministro, anche se indegno moralmente.

 
 
intervista di Andrea Zambrano, da 4minuti.it, via blog.messainlatino.it
 
immagini (nuovo Presbiterio della Cattedrale di Padova) da Flickr

Alla villa del Vescovo


Le atmosfere che circondano la Villa dei Vescovi a Luvigliano permettono ancora di immaginare vescovi e porporati d'un tempo dediti alla caccia e alle cavalcate, alla cura della vigna e alla lettura di Sant'Agostino. Il dolce villeggiare, decantato da Goldoni, l'evadere  estivo dalle calure cittadine degli episcopi umanisti che riuscirono a pensare ad una sorta di gentile castello, di isolato eremo, adagiato sui Colli Euganei. Un'idea del Vescovo Jacopo Zeno, nello scadere del secolo XV, e con il successivo benestare del Vescovo Pietro Barozzi. Ma l'attuale aspetto è frutto del Cardinal Francesco Pisani che commissionò l'opera a Giovanni Maria Falconetto, nel 1527. Dal 1542 vi lavorò pure Lambert Sutris, pittor fiammingo, ma di maniera raffaellesca che decorò le stanze della Villa con un ampio ciclo di affreschi.

Con il cambiare dei tempi e dei Vescovi, la Castel Gandolfo veneta, per volere del Vescovo di Padova Monsignor Bortignon, nel 1962 fu ceduta a Giuliana e Vittorio Olcese. 

Dal 2005 è un bene del FAI.





immagini da Flickr

Etsi Deus non daretur


di don Matteo De Meo
Sicuramente la genesi di gran parte del crollo della Liturgia, a cui da decenni stiamo assistendo nella Chiesa, è da rintracciarsi in ciò che Sua Eminenza il Cardinal Raymond Leo Burke ha acutamente evidenziato all’inizio della sua Lectio magistralis: “...un’esasperata attenzione rivolta all’aspetto umano della liturgia...” ovvero la sua secolarizzazione.

Essa si dettaglia in tutti quegli infiniti e variegati tentativi di “adeguamento” tra la fede e il suo linguaggio da una parte e il mondo dall'altra, tra liturgia e mondo. Un mondo, però, che viene sempre più concepito etsi Deus non daretur. E proprio Benedetto XVI ha affermato che “la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal culto della liturgia che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur”.

Negli ultimi anni la secolarizzazione è stata analizzata, descritta e definita in molti modi, ma, per quanto ne sappia, nessuna di queste descrizioni ha sottolineato un punto che ritengo sia essenziale e che rivela in effetti meglio di ogni altra cosa la vera natura della secolarizzazione. La secolarizzazione, a mio avviso, è innanzitutto una negazione del culto. Sottolineo: non una negazione dell’esistenza di Dio, o di un qualche tipo di trascendenza e quindi di ogni sorta di religione. Se il secolarismo in termini teologici è un’eresia, si tratta innanzitutto di un’eresia sull’uomo. È la negazione dell’uomo in quanto essere che adora, in quanto homo adorans: colui per il quale l’adorazione è l’atto fondamentale, che allo stesso tempo “colloca” la sua umanità e la compie. È il rifiuto “decisivo” ontologicamente ed epistemologicamente, delle parole, che “sempre, dovunque e per tutti” sono state la vera “epifania” del rapporto dell’uomo con Dio, con il mondo e con sé stesso.

Questa definizione di secolarizzazione ha certamente bisogno di una precisazione. E ovviamente non può essere accettata da coloro che, assai numerosi, oggi, consapevolmente o inconsapevolmente, riducono il cristianesimo in categorie intellettuali (“credenza futura”) o in categorie etico-sociologiche (“servizio cristiano al mondo”), e che quindi pensano debba essere possibile trovare non solo un qualche tipo di adeguamento, ma anche un’armonia profonda tra la nostra “età secolare”, da un lato e il culto, dall’altro. Se i fautori di ciò che fondamentalmente non è altro che l’accettazione cristiana della secolarizzazione sono nel giusto, allora naturalmente tutto il nostro problema è solo quello di trovare o inventare un culto più accettabile, più “rilevante” per la moderna visione del mondo dell’uomo secolarizzato. E tale è, infatti, la direzione presa oggi dalla stragrande maggioranza dei riformatori liturgici. Quello che cercano è un culto le cui forme e contenuti “riflettano” i bisogni e le aspirazioni dell’uomo secolarizzato, o ancor meglio della secolarizzazione stessa. Un aspetto che ha la sua ricaduta in un vasto raggio dalla ritualità, all’arte e alla architettura sacra.

Basti pensare che la “stessa incapacità dell’uomo di oggi di rapportarsi con il mistero” diventa un criterio per realizzare nuovi spazi liturgici (vedi Chiesa di Piano s. Giovanni Rotondo); o si traduce nel tentativo di entrare in dialogo con una certa cultura definita oggi proteiforme: “...l’architettura contemporanea è fluida, cangiante, proteiforme; così come un liquido si adatta al suo contenitore, essa si conforma alla sensibilità dell’artefice. Tutte le modalità di espressione artistica sono strettamente connesse alla soggettività...”- in questi termini si esprime D. Bagliani, docente al politecnico di Torino (opinione riportata in un articolo “Nuove Chiese, progetti da premio” di L. Servadio, in merito ai tre progetti pilota di nuove chiese vincenti alla quinta edizione del concorso Cei, 2009).

Un edificio può mettere in evidenza il silenzio, un altro un certo connubio fra natura e architettura (bioarchitettura), un altro un certo collegamento tra passato e futuro; oppure può adottare semplicemente forme stravaganti: una gemma di roccia poggiata al suolo, con un ingresso che invita ad un senso di protezione, simbologie ricercate e analogie, ecc.
Allo stesso modo questa "incapacità di rapportarsi col mistero" può tradursi nell'adozione nell’ambito dell’arte sacra di un astrattismo proprio dell’arte contemporanea: l’arte nella sua astrattezza e fluidità tenderebbe pertanto ad esprimere “l’inesprimibilità” del sacro e del mistero: “...anche le parole più astratte del Signore quale, via verità e vita, potrebbero essere rivestite di forma e colore...” (vedi T. Verdon in un suo articolo comparso sull’Osservatore Romano del 12 gennaio 2008).

Sono solo alcuni esempi che ci rivelano un assoggettamento della liturgia, e quindi della stessa arte sacra e religiosa in genere, alla capacità di comprensione attuale. Il risultato è un vago spiritualismo, un simbolismo figurativo confuso e astratto, una liturgia intellettualizzata. A chiunque abbia avuto, sia pure una sola volta, la vera esperienza del culto, tutto questo si rivela subito come un semplice surrogato. Egli sa che il culto secolarista è semplicemente incompatibile con il vero culto. Ed è qui, in questo miserabile fallimento liturgico, i cui risultati terribili stiamo solo cominciando a vedere, che il secolarismo rivela il suo ultimo vuoto religioso e, non esiterò a dirlo, la sua essenza del tutto anti-cristiana.

La società è ormai pervasa da questa mentalità secolarizzata che sembra non risparmiare nemmeno la Chiesa, aggredendo particolarmente l’integrità della Liturgia. Quelli che dovrebbero essere chiaramente definiti e condannati come abusi liturgici diventano sempre più la norma. Si celebra in ogni luogo, in ogni modo, e in ogni forma. É difficile ormai trovare una celebrazione “cattolica”, nel vero senso della parola, “unica e universale”. Non entriamo poi in merito degli edifici e degli spazi liturgici, dove convivono tranquillamente, banalità sciatteria e bruttezza. É difficile definirli “casa” ancor meno “casa di Dio”. Luoghi che consacrati per il culto a Dio possono tranquillamente essere usati per qualsiasi “celebrazione”, o spettacolo, o teatro, o conferenza col risultato di far perdere definitivamente la loro identità di luogo sacro.

Ma non vorrei scadere nella mera polemica fine a se stessa!

Per cui, ripetiamo ancora una volta, la secolarizzazione non è affatto identica all’ateismo, e per quanto paradossale possa sembrare, può essere dimostrato che essa ha sempre avuto un desiderio particolare per l’espressione “liturgica”. Se, tuttavia, la mia definizione è corretta, allora tutta questa ricerca di “adeguamento” perviene ad uno scopo irrimediabilmente morto, se non addirittura senza senso. Quindi la formulazione stessa del nostro tema – “liturgie secolarizzate” – vuol mettere in evidenza, a mio avviso, innanzitutto una contraddizione interna, in termini; una contraddizione che esprime l’impossibilità stessa di una “liturgia secolarizzata”.

Rendere culto è, per definizione una azione, una realtà di dimensione cosmica, storica ed escatologica; è espressione, in tal modo, non solo di “pietà”, ma di una totalizzante “visione del mondo”. E quei pochi che si sono presi la pena di studiare il culto in generale e il culto cristiano, in particolare, (J. Ries, M. Eliade, per citare solo i più rappresentativi, che furono fra i primi nell’immediato post concilio a suonare il campanello d’allarme di una pericolosa ideologia di desacralizzazione all’interno della Chiesa stessa, e non vennero ascoltati) sarebbero certamente d’accordo che su un livello storico e fenomenologico questa nozione di culto è oggettivamente verificabile.
Il secolarismo, ho detto, è soprattutto una negazione del culto. E, in effetti, se quello che abbiamo detto circa il culto è vero, non è altrettanto vero che il secolarismo consiste nel rifiuto, esplicito o implicito, precisamente di quella concezione dell'uomo e del mondo che proprio il culto ha lo scopo di esprimere e comunicare?
da Fides et Forma, tit. orig. La secolarizzazione Liturgica come negazione del Culto
immagine da fsspvenezia


Verona, Chiesa di San Fermo, Crocifisso



Rosa quae moritur,
unda quae labitur,
mundi delicias
docent fugaces.
Vix fronte amabili
mulcent cum labili
pede praetervolant
larvae fallaces.




 Don Antonio Vivaldi, O qui coeli terraque serenitas RV 631, aria Rosa quae moritur.

immagine de Flickr

Scacco matto (pretesco) a Sua Santità?


Ci segnalano che a pagina 26 de Il Mattino di Padova dello scorso martedì, un certo Signor Giuseppe, indispettito, lamenta una certa "disattenzione" nella Parrocchia della Sacra Famiglia in Padova: il Parroco ha organizzato la Messa di prima Comunione proprio nella Domenica in cui il Papa Celebrerà fastosamente al Parco San Giuliano in Mestre, per i devoti di tutte le Diocesi del Triveneto. L'ennesimo caso, visto che non saranno pochi i fedeli che scocciati, si ritroveranno a dover rinunciare alla Messa presieduta dal Vicario di Cristo per recarsi in parrocchia per qualche Liturgia comunitaria, che "casualmente" il Curato ha fissato in concomitanza della papale Celebrazione. E' chiaro che la venuta del Santo Padre nel Triveneto per certi sacerdoti non scatenerà entusiasmi infrenabili, anche dopo le recenti prime pagine dei quotidiani locali, che come  sorta di scoop, riportavano i presunti costi della visita papale. Che in Veneto vi sia una corrente di preti anticlericali? A qualche serenissimo sacerdote il Benedetto XVI non va a genio e qualcuno trova anche il tempo di dichiararlo con gran sincerità... esemplare il caso natalizio (e tutto padovano) del Parroco di Ca' Onorai che sul bollettino parrocchiale scrisse di sentirsi in dovere di richiamare  "suo nonno", il Papa circa i fasti delle Celebrazioni natalizie. Riportiamo di seguito (l'inquietante) scritto, ancora disponibile sul sito parrocchiale:
Scrivo questo articolo, perché il giorno di Natale ho visto una scena in televisione che mi ha lasciato a bocca aperta. Il Papa dopo la S. Messa di mezzanotte si è inginocchiato davanti al bambino Gesù appena deposto nella mangiatoia.
Era collegato in mondovisione quindi tutti hanno visto com’era vestito il Santo Padre. Aveva un mantello con un’apertura alare di 7-8 metri, tutto in raso e damasco d’orato,
una mitria con gemme e diamanti di tutte le grandezze incastonate, il pallio con spilloni in oro, casula rifinita con bordi in oro che richiamavano i disegni del mantello, càmice ricamato, anello d’oro, scarpe luccicanti in tinta con i paramenti. . . senza esagerare credo che difficilmente Alessandro Magno, Cesare Ottaviano Augusto, lo Zar Pietro il Grande, Napoleone o la regina d’Inghilterra siano riusciti a raggiungere uno sfarzo del genere! Il giorno di Natale, la scena era veramente imbarazzante: un vecchio Papa vestito da Dio, di fronte a Dio, vestito da bambino piccolo, povero e nudo.
Io sono un prete e vi assicuro che amo la Chiesa come mia Madre, il Vescovo come mio padre e il Papa come se fosse mio nonno, ma se mio nonno fa qualcosa di strano ho il dovere di dirglielo.
Che cosa sta succedendo nella Chiesa? Cosa stanno facendo a Roma? Perché il Papa si veste con il guardaroba di cinquanta, cento, duecento anni fa e per le celebrazioni in S. Pietro si fa costruire un trono alto 5 metri? Perché, mentre in tutto il mondo si parla inglese, la grande novità liturgica della Chiesa è la Messa in latino? Come mai, qualche mese fa i vescovi italiani si sono trovati per trattare il tema della Parola di Dio e come conclusione del Sinodo, hanno concesso anche alle donne il ministero del “Lettorato”, cioè, finalmente, anche loro possono leggere ufficialmente in chiesa!! Senza accorgersi che le donne leggono in chiesa da duemila anni, da quando esiste la Chiesa! Confesso il mio disagio guardando la gerarchia ecclesiastica “ferma” e “pesante”, mentre la realtà sociale e pastorale delle nostre parrocchie corre e cambia in continuazione.
Sinceramente, quando vedo il Papa che va in Piazza S. Pietro con il “Camauro” rosso bordato di ermellino bianco, in testa, non so se ridere o piangere e mi chiedo come può, un Papa che sceglie di vestirsi così, darmi dei consigli o suggerirmi delle linee efficaci, per trattare i miei ragazzi, le mie famiglie, la mia comunità parrocchiale? Mah! Per fortuna Dio esiste, e la Chiesa è sua! Un Dio che si fa piccolo, povero e nudo, con un messaggio che supera tutto e tutti e ci dice che Lui è l’Emmanuele il Dio con noi. Ultimo con gli ultimi, sofferente con chi soffre, coraggioso di fronte alle difficoltà e alla morte. Non so che cosa abbia detto Gesù Bambino al Papa, quando l’ha visto arrivare vestito in quel modo, il giorno di Natale, sono sicuro che gli avrà suggerito parole illuminanti e utili per il suo ministero, quelle stesse parole che anch’io chiedo sempre a voi, al Papa e a Gesù Cristo.

don Matteo

 immagine da g.immage
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