Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

La tanto attesa: l'Istruzione Universae Ecclesiae


13 Maggio 2011
memoria dell'apparizione di N.S. di Fatima

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PONTIFICIA COMMISSIONE ECCLESIA DEI

ISTRUZIONE
sull’applicazione della Lettera Apostolica
Motu Proprio data Summorum Pontificum di
S.S. BENEDETTO PP. XVI

I.
Introduzione



1. La Lettera Apostolica, Summorum Pontificum Motu Proprio data, del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 7 luglio 2007, entrata in vigore il 14 settembre 2007, ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana.

2. Con tale Motu Proprio il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato una legge universale per la Chiesa con l’intento di dare una nuova normativa all’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962.

3. Il Santo Padre, dopo aver richiamato la sollecitudine dei Sommi Pontefici nella cura per la Sacra Liturgia e nella ricognizione dei libri liturgici, riafferma il principio tradizionale, riconosciuto da tempo immemorabile e necessario da mantenere per l’avvenire, secondo il quale "ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede" [1].

4. Il Sommo Pontefice ricorda inoltre i Pontefici Romani che, in modo particolare, si sono impegnati in questo compito, specificamente San Gregorio Magno e San Pio V. Il Papa sottolinea altresì che, tra i sacri libri liturgici, particolare risalto nella storia ha avuto il Missale Romanum, che ha ricevuto nuovi aggiornamenti lungo il corso dei tempi fino al Beato Papa Giovanni XXIII. Successivamente, in seguito alla riforma liturgica posteriore al Concilio Vaticano II, Papa Paolo VI nel 1970 approvò per la Chiesa di rito latino un nuovo Messale, poi tradotto in diverse lingue. Papa Giovanni Paolo II nell’anno 2000 ne promulgò una terza edizione.

5. Diversi fedeli, formati allo spirito delle forme liturgiche precedenti al Concilio Vaticano II, hanno espresso il vivo desiderio di conservare la tradizione antica. Per questo motivo, Papa Giovanni Paolo II con lo speciale Indulto Quattuor abhinc annos, emanato nel 1984 dalla Sacra Congregazione per il Culto Divino, concesse a determinate condizioni la facoltà di riprendere l’uso del Messale Romano promulgato dal Beato Papa Giovanni XXIII. Inoltre, Papa Giovanni Paolo II, con il Motu Proprio Ecclesia Dei del 1988, esortò i Vescovi perché fossero generosi nel concedere tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedevano. Nella medesima linea si pone Papa Benedetto XVI con il Motu Proprio Summorum Pontificum, nel quale vengono indicati alcuni criteri essenziali per l’Usus Antiquior del Rito Romano, che qui è opportuno ricordare.

6. I testi del Messale Romano di Papa Paolo VI e di quello risalente all’ultima edizione di Papa Giovanni XXIII, sono due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria: si tratta di due usi dell’unico Rito Romano, che si pongono l’uno accanto all’altro. L’una e l’altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore.

7. Il Motu Proprio Summorum Pontificum è accompagnato da una Lettera del Santo Padre ai Vescovi, con la stessa data del Motu Proprio (7 luglio 2007). Con essa vengono offerte ulteriori delucidazioni sull’opportunità e sulla necessità del Motu Proprio stesso; si trattava, cioè, di colmare una lacuna, dando una nuova normativa all’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962. Tale normativa si imponeva particolarmente per il fatto che, al momento dell’introduzione del nuovo Messale, non era sembrato necessario emanare disposizioni che regolassero l’uso della Liturgia vigente nel 1962. In ragione dell’aumento di quanti richiedono di poter usare la forma extraordinaria, si è reso necessario dare alcune norme in materia.

Tra l’altro Papa Benedetto XVI afferma: "Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso" [2].

8. Il Motu Proprio Summorum Pontificum costituisce una rilevante espressione del Magistero del Romano Pontefice e del munus a Lui proprio di regolare e ordinare la Sacra Liturgia della Chiesa [3] e manifesta la Sua sollecitudine di Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa Universale [4].

Esso si propone l’obiettivo di:

a) offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare;

b) garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari;

c) favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa.


II.
Compiti della Pontificia Commissione Ecclesia Dei



9. Il Sommo Pontefice ha conferito alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei potestà ordinaria vicaria per la materia di sua competenza, in modo particolare vigilando sull’osservanza e sull’applicazione delle disposizioni del Motu Proprio Summorum Pontificum (cf. art. 12).

10. § 1. La Pontificia Commissione esercita tale potestà, oltre che attraverso le facoltà precedentemente concesse dal Papa Giovanni Paolo II e confermate da Papa Benedetto XVI (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, artt. 11-12), anche attraverso il potere di decidere dei ricorsi ad essa legittimamente inoltrati, quale Superiore gerarchico, avverso un eventuale provvedimento amministrativo singolare dell’Ordinario che sembri contrario al Motu Proprio.

§ 2. I decreti con i quali la Pontificia Commissione decide i ricorsi, potranno essere impugnati ad normam iuris presso il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

11. Spetta alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, previa approvazione da parte della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il compito di curare l’eventuale edizione dei testi liturgici relativi alla forma extraordinaria del Rito Romano.

III.
Norme specifiche



12. Questa Pontificia Commissione, in forza dell’autorità che le è stata attribuita e delle facoltà di cui gode, a seguito dell’indagine compiuta presso i Vescovi di tutto il mondo, con l’animo di garantire la corretta interpretazione e la retta applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, emana la seguente Istruzione, a norma del can. 34 del Codice di Diritto Canonico.

La competenza dei Vescovi diocesani

13. I Vescovi diocesani, secondo il Codice di Diritto Canonico, devono vigilare in materia liturgica per garantire il bene comune e perché tutto si svolga degnamente, in pace e serenità nella loro Diocesi [5], sempre in accordo con la mens del Romano Pontefice chiaramente espressa dal Motu Proprio Summorum Pontificum [6]. In caso di controversia o di dubbio fondato circa la celebrazione nella forma extraordinaria, giudicherà la Pontificia Commissione Ecclesia Dei.

14. È compito del Vescovo diocesano adottare le misure necessarie per garantire il rispetto della forma extraordinaria del Rito Romano, a norma del Motu Proprio Summorum Pontificum.

Il coetus fidelium (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, art. 5 § 1)

15. Un coetus fidelium potrà dirsi stabiliter exsistens ai sensi dell’art. 5 § 1 del Motu Proprio Summorum Pontificum, quando è costituito da alcune persone di una determinata parrocchia che, anche dopo la pubblicazione del Motu Proprio, si siano unite in ragione della loro venerazione per la Liturgia nell’Usus Antiquior, le quali chiedono che questa sia celebrata nella chiesa parrocchiale o in un oratorio o cappella; tale coetus può essere anche costituito da persone che provengano da diverse parrocchie o Diocesi e che a tal fine si riuniscano in una determinata chiesa parrocchiale o in un oratorio o cappella.

16. Nel caso di un sacerdote che si presenti occasionalmente in una chiesa parrocchiale o in un oratorio con alcune persone ed intenda celebrare nella forma extraordinaria, come previsto dagli artt. 2 e 4 del Motu Proprio Summorum Pontificum, il parroco o il rettore di chiesa o il sacerdote responsabile di una chiesa, ammettano tale celebrazione, seppur nel rispetto delle esigenze di programmazione degli orari delle celebrazioni liturgiche della chiesa stessa.

17. § 1. Per decidere in singoli casi, il parroco o il rettore, o il sacerdote responsabile di una chiesa, si regolerà secondo la sua prudenza, lasciandosi guidare da zelo pastorale e da uno spirito di generosa accoglienza.

§ 2. Nei casi di gruppi numericamente meno consistenti, ci si rivolgerà all’Ordinario del luogo per individuare una chiesa in cui questi fedeli possano riunirsi per ivi assistere a tali celebrazioni, in modo tale da assicurare una più facile partecipazione e una più degna celebrazione della Santa Messa.

18. Anche nei santuari e luoghi di pellegrinaggio si offra la possibilità di celebrare nella forma extraordinaria ai gruppi di pellegrini che lo richiedano (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, art. 5 § 3), se c’è un sacerdote idoneo.

19. I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale.

Il sacerdos idoneus (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, art. 5 § 4)

20. In merito alla questione di quali siano i requisiti necessari, affinché un sacerdote sia ritenuto "idoneo" a celebrare nella forma extraordinaria, si enuncia quanto segue:

a) Ogni sacerdote che non sia impedito a norma del Diritto Canonico è da ritenersi idoneo alla celebrazione della Santa Messa nella forma extraordinaria [7].

b) Per quanto riguarda l’uso della lingua latina, è necessaria una sua conoscenza basilare, che permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato.

c) Per quanto riguarda la conoscenza dello svolgimento del Rito, si presumono idonei i sacerdoti che si presentano spontaneamente a celebrare nella forma extraordinaria, e l’hanno usato precedentemente.

21. Si chiede agli Ordinari di offrire al clero la possibilità di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma extraordinaria. Ciò vale anche per i Seminari, dove si dovrà provvedere alla formazione conveniente dei futuri sacerdoti con lo studio del latino [8] e, se le esigenze pastorali lo suggeriscono, offrire la possibilità di apprendere la forma extraordinaria del Rito.

22. Nelle Diocesi dove non ci siano sacerdoti idonei, i Vescovi diocesani possono chiedere la collaborazione dei sacerdoti degli Istituti eretti dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, sia in ordine alla celebrazione, sia in ordine all’eventuale apprendimento della stessa.

23. La facoltà di celebrare la Messa sine populo (o con la partecipazione del solo ministro) nella forma extraordinaria del Rito Romano è data dal Motu Proprio ad ogni sacerdote sia secolare sia religioso (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, art. 2). Pertanto in tali celebrazioni, i sacerdoti a norma del Motu Proprio Summorum Pontificum, non necessitano di alcun permesso speciale dei loro Ordinari o superiori.

La disciplina liturgica ed ecclesiastica

24. I libri liturgici della forma extraordinaria vanno usati come sono. Tutti quelli che desiderano celebrare secondo la forma extraordinaria del Rito Romano devono conoscere le apposite rubriche e sono tenuti ad eseguirle correttamente nelle celebrazioni.

25. Nel Messale del 1962 potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi9, secondo la normativa che verrà indicata in seguito.

26. Come prevede il Motu Proprio Summorum Pontificum all’art. 6, si precisa che le letture della Santa Messa del Messale del 1962 possono essere proclamate o esclusivamente in lingua latina, o in lingua latina seguita dalla traduzione in lingua vernacola, ovvero, nelle Messe lette, anche solo in lingua vernacola.

27. Per quanto riguarda le norme disciplinari connesse alla celebrazione, si applica la disciplina ecclesiastica, contenuta nel vigente Codice di Diritto Canonico.

28. Inoltre, in forza del suo carattere di legge speciale, nell’ambito suo proprio, il Motu Proprio Summorum Pontificum, deroga a quei provvedimenti legislativi, inerenti ai sacri Riti, emanati dal 1962 in poi ed incompatibili con le rubriche dei libri liturgici in vigore nel 1962.

Cresima e Ordine sacro

29. La concessione di usare la formula antica per il rito della Cresima è stata confermata dal Motu Proprio Summorum Pontificum (cf. art. 9 § 2). Pertanto non è necessario utilizzare per la forma extraordinaria la formula rinnovata del Rito della Confermazione promulgato da Papa Paolo VI.

30. Con riguardo alla tonsura, agli ordini minori e al suddiaconato, il Motu Proprio Summorum Pontificum non introduce nessun cambiamento nella disciplina del Codice di Diritto Canonico del 1983; di conseguenza, negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, il professo con voti perpetui oppure chi è stato incorporato definitivamente in una società clericale di vita apostolica, con l’ordinazione diaconale viene incardinato come chierico nell’istituto o nella società, a norma del canone 266 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

31. Soltanto negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei e in quelli dove si mantiene l’uso dei libri liturgici della forma extraordinaria, è permesso l’uso del Pontificale Romanum del 1962 per il conferimento degli ordini minori e maggiori.

Breviarium Romanum

32. Viene data ai chierici la facoltà di usare il Breviarium Romanum in vigore nel 1962, di cui all’art. 9 § 3 del Motu Proprio Summorum Pontificum. Esso va recitato integralmente e in lingua latina.

Il Triduo sacro

33. Il coetus fidelium, che aderisce alla precedente tradizione liturgica, se c’è un sacerdote idoneo, può anche celebrare il Triduo Sacro nella forma extraordinaria. Nei casi in cui non ci sia una chiesa o oratorio previsti esclusivamente per queste celebrazioni, il parroco o l’Ordinario, d’intesa con il sacerdote idoneo, dispongano le modalità più favorevoli per il bene delle anime, non esclusa la possibilità di ripetere le celebrazioni del Triduo Sacro nella stessa chiesa.

I Riti degli Ordini Religiosi

34. È permesso l’uso dei libri liturgici propri degli Ordini religiosi in vigore nel 1962.

Pontificale Romanum e Rituale Romanum

35. È permesso l’uso del Pontificale Romanum e del Rituale Romanum, così come del Caeremoniale Episcoporum in vigore nel 1962, a norma del n. 28 di questa Istruzione e fermo restando quanto disposto nel n. 31 della medesima.

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nell’ Udienza concessa il giorno 8 aprile 2011 al sottoscritto Cardinale Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ha approvato la presente Istruzione e ne ha ordinato la pubblicazione.

Dato a Roma, dalla Sede della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, il 30 aprile 2011, nella memoria di san Pio V.

William Cardinale Levada
Presidente

Mons. Guido Pozzo
Segretario

_______________

[1] BENEDETTO XVI, Lettera Apostolica Summorum Pontificum Motu Proprio data, AAS 99 (2007) 777; cf. Ordinamento generale del Messale Romano, terza ed. 2002, n. 397.
[2] BENEDETTO XVI, Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica "Motu Proprio data" Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970, AAS 99 (2007) 798.
[3] Cf. C.I.C. can. 838 §1 e §2.
[4] Cf. C.I.C. can. 331.
[5] Cf. C.I.C. cann. 223 § 2; 838 §1 e § 4.
[6] Cf. BENEDETTO XVI, Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica "Motu Proprio data" Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970, AAS 99 (2007) 799.
[7] Cf. C.I.C. can. 900 § 2.
[8] Cf. C.I.C. can. 249; cf. Conc. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 36; Dich. Optatam totius, n. 13.
[9] Cf. BENEDETTO XVI, Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica "Motu Proprio data" Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970, AAS 99 (2007) 797.

da vatican.va

Anche Sacris Solemniis è caduto vittima della serie di guasti che hanno colpito la piattaforma blogger. Attendiamo ancora alcune ore per dar tempo ai tecnici per ripristinare alcuni post che sembrano svaniti nel nulla. Intanto, buona continuazione!

La Redazione 

Il Papa a Venezia: i paramenti per Sua Santità



Siamo stati contattati dalla casa sartoriale che ha plasmato tutti i paramenti per la Messa a Parco San Giuliano. Perchè? Perchè si chiama come il nostro blog: i responsabili della ditta ci scrivono che, ispirati anche da questo spazio web, hanno deciso di "battezzare" Sacris Solemniis una nuova realtà veneta nell'ambito dell'arte sacra. Naturalmente, a scanso d'equivoci, ci hanno giustamente scritto per chiarire questa particolare situazione. Ci allegano pure qualche immagine del pregevole parato papale in fase di confezione: donna Clara e donna Novella, con precisione, si apprestano a concludere la casula di Sua Santità.



SACRIS SOLEMNIIS
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contatto telefonico: 366 7106106


Il Papa a Venezia: un capolavoro alla Messa in Parco San Giuliano


Un gioello dell'arte orafa rinascimentale e uno dei tanti vanti della Scuola Grande di San Rocco: è la magnifica Croce astile capolavoro dell'orefice Antonio Beviforte dal Banchetto, da annoverare tra i pezzi più belli e prestigiosi prestati in occasione della Messa presieduta da Sua Santità a Parco San Giuliano. La Croce, in argento e oro, fu acquistata dalla Scuola Grande nel 1529 assieme a due calici e una grande patena (il calice maggiore si utilizzò come urna nel conclave a San Giorgio Maggiore, che vide eletto Pio VII), tutte opere del medesimo artista.
La Croce astile, che all'occorrenza funge pure da Croce d'Altare, è caratterizzata da una semplice ma elegantissima sobrietà, pur mantenendo un impostazione di tradizione gotica. Al di sopra del nodo, dipartono due cornucopie laterali che reggono le raffigurazioni della Vergine e di San Giovanni Evangelista. Cristo è raffigurato secondo la duplice iconografia del Christus passus sul recto e del Christus patiens, sul verso. Nei lobi, sul recto compaiono quattro busti di profeti, sul verso, i simboli dei quattro Evangelisti.

 

Quel Veneto fiorito che accoglie il Papa


di Angelo Busetto


La campagna di primavera è bellissima. Gli alberi si inseguono a filari e il verde ben coltivato si distende sullo sfondo di casolari e campanili. Il Veneto fiorito accoglie il Papa. Aquileia è la prima  tappa, collocata all’origine di un’irradiazione che ha toccato le nazioni vicine, permeandole di Vangelo. Al nostro tempo, tutto deve ancora ricominciare, come un’umanità che si rinnovi per nuove nascite. Lo slogan della visita dice che il Papa viene a confermarci nella fede. Ci conferma rinnovandoci, a partire dal cuore che accoglie e dalla mente che riconosce.

La bellezza antica della basilica riserva a noi, pellegrini da Chioggia, la prima fila, mentre nell’attesa il movimento della vigilanza e dei preti in tenuta solenne si agita attorno al seggio pontificale predisposto per il papa. Il coro prova gli acuti delle voci e delle trombe. Tutta una florida bellezza sgorga dal passato, come sorgendo nuovamente dai mosaici del pavimento. Quello che noi siamo nel cristianesimo veneto è nato da queste radici; tutti noi navighiamo come pesci dentro un mare che ci precede e ci fa vivere.

Arrivano i vescovi, legame vivente tra passato e presente e arriva papa Benedetto a unire le popolazioni diverse e le diverse tradizioni e a lanciare la Chiesa verso un futuro buono di annuncio e di carità. Due sono i momenti fondamentali della visita del Papa in Veneto. Ad Aquileia Benedetto XVI  incontra le rappresentanze dei Consigli Pastorali diocesani, corresponsabili della vita delle nostre comunità insieme con i vescovi e i sacerdoti. Nella spianata immensa del parco San Giuliano incontra tutto il popolo di Dio che si riunisce a fiumane dalle parrocchie del Triveneto e dei suoi larghi dintorni. Come a dire che vibrano le corde della corresponsabilità dei fedeli e dell’unità dell’intero popolo di Dio.

Colpisce il richiamo così insistente alla risurrezione del Signore nelle letture che precedono e conformano la liturgia della domenica, mentre risuona il concerto delle campane di Pasqua posizionate sul verde prato. Siamo nati dalla risurrezione e siamo viventi per Cristo. Il raccordo tra la fecondità del passato e la promessa di un faticoso presente, è il filo che attraversa tutti i discorsi del Papa e lega insieme i sapienti saluti del vescovo Dino ad Aquileia e del patriarca Angelo nel parco di San Giuliano.

Passato e presente si intrecciano nella bellezza dei canti della liturgia celebrata nell’immensa spianata che si illumina di tutti i colori di una folla variopinta, con la maestosità del coro, gli accenti gregoriani, la melodia della lettura del Vangelo e del Canone romano nella preghiera eucaristica, proclamata in latino dalle voci del papa, dei vescovi, dei sacerdoti. La parola di Papa Benedetto arriva limpida e decisa a descrivere il cuore delle genti venete, il passato del benessere e delle tradizioni e il futuro della speranza, nella carità vissuta dell’accoglienza e nella iniziativa della testimonianza aperta a tutti.

Siamo chiamati ad allargare l’immagine che abbiamo di noi stessi, della nostra vocazione cristiana, della missione che compete alle nostre comunità, dell’unità che avvolge tutte le esperienze di fede, dal passato al presente, dalle parrocchie ai movimenti. La parola del Papa abolisce la paura e il sospetto verso chi viene da lontano chiedendo ospitalità nella nostra terra, e verso chi ci vive a fianco come fratello nella fede. Un lungo cammino per rivoli diversi riporta sulla via di casa l’immensa fila delle persone – preti e religiosi e laici - che hanno visto e ascoltato Benedetto XVI. Un piccolo bambino portato in spalla dal papà continua a gridare ‘Viva il Papa’.
 testo da "la bussola quotidiana", immagine da g.immage

Il Papa a Venezia: troppo latino e poco "ritmo" a San Giuliano


Il parco straboccante di gente emoziona i sacerdoti veneziani. Per tutti l’enorme partecipazione dei fedeli è andata oltre le migliori aspettative, mentre è corale il plauso per la macchina organizzativa che ha girato alla perfezione, senza sbavature. Più di qualcuno, però, non lesina critiche a una liturgia a tratti un po’ fredda, con i passaggi in latino, soprattutto, che hanno faticato a raggiungere le persone. In ogni caso, doveva essere una mattinata indimenticabile e così è stato. «Dal palco il colpo d’occhio era incredibile - dice monsignor Fausto Bonini, arciprete del Duomo e delegato patriarcale in Terraferma - La nota più positiva è stato il clima di preghiera che si è creato, ma avrei preferito qualche canto in più in italiano».
      La polemica sullo scarso impegno delle istituzioni per la visita, che gli è costata il richiamo del patriarca, è alle spalle: «Mi sono sentito in dovere di esplicitare questa rimostranza a due settimane dall’evento, ma è acqua passata perché ora hanno colto la valenza civile di quest’evento storico». Unanime il coro di soddisfazione tra i vertici della Curia. «Una splendida mattinata - afferma monsignor Valter Perini, vicario episcopale e tra i favoriti per il compito di vicario generale dopo la nomina di monsignor Beniamino Pizziol a vescovo di Vicenza - Il nostro popolo ha risposto alla grande, dimostrando d’essere profondamente radicato nella fede e desideroso di riscoprirla e di declinarla nella società odierna. Il cristianesimo non è un sistema di valori, ma esperienza di una persona viva in mezzo a noi».
      «Tutte queste persone dimostrano che la fede resta un luogo di ricerca e risposta: tutto è andato alla perfezione anche se la liturgia è stata un po’ troppo priva di ritmo», spiega monsignor Dino Pistolato, delegato patriarcale per la carità. «Questa partecipazione straordinaria evidenzia l’appartenenza alle sue radici di questa gente che guarda al futuro con grande speranza» sottolinea monsignor Fabio Longoni, delegato per il sociale e per il lavoro. Anche tra i parroci l’entusiasmo è enorme. «Si è sperimentata l’importanza dell’essere tutti assieme chiesa che vive il credo e la bellezza dell’evangelizzazione in una maniera comunitaria» sostiene don Danilo Barlese, arciprete di Carpenedo. «Le nostre comunità cristiane sono un’ottima base per lavorare in vista del futuro, occorre dare loro uno slancio rinnovato di forza e gioia - asserisce don Narciso Danieli pastore di Santa Maria Goretti - I giovani, in particolare, hanno saputo cogliere la bellezza di un respiro universale. Personalmente avrei preferito una liturgia meno ingessata per favorire il coinvolgimento e per permettere al calore presente di manifestarsi completamente all’esterno». «Un’esplosione meravigliosa di folla in cui mi hanno molto colpito i momenti di silenzio, che sono stati i più veri. Però sarebbe stato meglio evitare il latino visto che se non si celebra nella lingua parlata, il rito è incomprensibile e rischia di non esser un gesto evangelico», condivide don Gianni Fazzini, amministratore di Altino e direttore dell’ufficio pastorale per i nuovi Stili di vita che al parco ha distribuito 60 mila volantini contro la privatizzazione dell’acqua. Felicitazioni anche tra chi è rimasto a casa per motivi d’età. «Meglio di così davvero non poteva andare: la giornata è riuscita alla grande, è stata bella ed è una prova d’orgoglio per tutta la nostra terra», commenta don Armando Trevisiol. (a.spe.)
     

© riproduzione riservata

testo da Il Gazzettino di Venezia, immagine Daylife

Le moderne donne medievali di Papa Benedetto


di Lucetta Scaraffia

La scelta di Benedetto XVI di dedicare sedici catechesi del mercoledì a donne che hanno svolto un ruolo importante nella vita della Chiesa nel medioevo e età moderna ha un significato rivoluzionario all'interno della cultura cattolica: mai un Papa aveva dato tanto risalto alle figure femminili e ne aveva quindi ammesso l'importanza nella storia della Chiesa. Come esplicitamente dice il Papa, questa scelta si pone in diretta continuità con ciò che aveva scritto Giovanni Paolo II nella Mulieris Diginitatem, documento in cui aveva riconosciuto l'importanza del «genio femminile» nella tradizione cristiana. Dopo questa lettera apostolica, anche se le donne sono state citate più spesso nei documenti pontifici, nessun Papa aveva dedicato esplicitamente a protagoniste femminile le sue catechesi.
Anzi, negli ultimi decenni si era creata una situazione che aveva del paradossale: le ricerche storiche sulle religiose e sulle sante vissute nei secoli passati hanno conosciuto un importante incremento grazie alla storiografia laica. In particolare, le storiche femministe hanno studiato le sante spinte dall'abbondanza delle fonti esistenti -- in genere povere o assenti per la ricerca sulle donne -- ma anche dalla possibilità di riscoprire il ruolo autorevole che queste donne avevano svolto nella vita religiosa e nella cultura del tempo. Tanto che spesso -- per fare un nome, Ildegarda di Bingen -- le protagoniste della vita religiosa del passato erano più conosciute al di fuori del mondo cattolico che non all'interno. La presentazione di queste biografie femminili da parte del Papa ha sanato la situazione, ristabilendo al tempo stesso il valore della loro esperienza spirituale, certo trascurata dalla storiografia laica.
La fioritura di una tradizione religiosa femminile, nonché l'influenza che questa ha esercitato sulla costruzione della tradizione cristiana, sono il frutto evidente della specificità cristiana: fin dalle origini, infatti, il cristianesimo ha riconosciuto la parità spirituale fra donne e uomini, e ha permesso -- per la prima volta nella storia -- che delle donne scegliessero la verginità dedicandosi completamente alla vita religiosa. Accanto al monachesimo maschile, di conseguenza, è nato quello femminile, e alla santità maschile si è affiancata fin dalle origini quella femminile, che ha contribuito ad offrire modelli femminili autorevoli e forti che hanno senza dubbio contribuito, nel corso dei secoli, a preparare quel processo di emancipazione delle donne che contraddistingue la cultura occidentale.
La selezione delle protagoniste delle catechesi fatta da Benedetto XVI è, al tempo stesso, prevedibile e sorprendente: se era ovvia la scelta di donne come Ildegarda e Caterina da Siena, santa Chiara e santa Brigida, donne ben note e affermate nella tradizione cattolica, potrebbe stupire l'accostamento a loro di una beata che ha dovuto attendere secoli per vedere dissipati i dubbi che si erano addensati intorno alla sua straordinaria esperienza spirituale, come Angela da Foligno, e di due mistiche la cui santità non è stata riconosciuta: Margherita d'Oingt e Giuliana di Norwich. Una scelta inusuale che dimostra come Benedetto XVI sia stato mosso da un originale interesse per il mondo femminile del passato, che lo ha spinto alla ricerca di personaggi particolarmente significativi per la varietà e la profondità delle loro esperienze, scelti anche per l'origine geografica, che comprende molti Paesi d'Europa -- alcuni dei quali poi divenuti protestanti -- offrendo così un'ulteriore prova dell'esistenza di comuni radici cristiane. Le sante medievali prescelte, infatti, provengono da tutta Europa, e rivelano una ricchezza spirituale compatta e condivisa, costruita prima della spaccatura del cristianesimo avvenuta con la Riforma.
Un aspetto colpisce subito, alla prima lettura dei testi: quante di queste donne fossero colte, o per meglio dire coltissime. Molte infatti conoscevano il latino, e spesso erano addirittura in grado di scrivere in questa lingua, inoltre avevano una grande dimestichezza non solo con le Sacre Scritture, ma anche con la patristica. Da questo punto di vista spicca su tutte Ildegarda di Bingen, con il suo genio multiforme, grazie al quale ha dato importanti contributi alla medicina, alla musica, alla poesia ma anche alla teologia: doni dello Spirito Santo «destinati all'edificazione della Chiesa» che le aprono anche un'altra importante capacità, quella di «discernere i segni dei tempi». Ma se molte furono le dotte, è significativo il fatto che il titolo di Dottore della Chiesa, concesso da Paolo VI nel 1970, sia andato a Caterina da Siena, una giovane donna analfabeta, che dettava le sue lettere e le sue opere, traendo la sua saggezza dalla fede e dall'unione mistica con Dio.
Ad ognuna delle donne evocate la Chiesa deve qualcosa di specifico: a Chiara d'Assisi il modello di amicizia spirituale fra un uomo e una donna, a cui si ispirarono poi altri santi, come Francesco di Sales; a Matilde di Hackeborn l'attenzione alla liturgia e la composizione di preghiere; a Gertrude La Grande la capacità di vivere una intensa passione intellettuale riuscendo poi a indirizzarla esclusivamente a Dio; ad Angela da Foligno la narrazione di una delle più intense e al tempo stresso originali esperienze mistiche; a Elisabetta d'Ungheria il ruolo di guida spirituale nei confronti del marito e la capacità di coniugare amore e giustizia; a Brigida, esempio anch'essa di spiritualità coniugale, anche la capacità di governo della comunità da lei fondata; a Margherita d'Oingt, l'audace uso del linguaggio, con cui paragona la passione di Gesù ai dolori del parto; a Giuliana di Cornillon, la trasformazione di una intensa devozione eucaristica nella proposta di una festa, quella del Corpus Domini; a Caterina da Siena, l'intuizione Cristo come ponte fra cielo e terra, e la capacità di renderlo vivo e presente a tutti; a Giuliana di Norwich, il paragone dell'amore divino con l'amore materno; a Veronica Giuliani, la descrizione delle sue esperienze mistiche in 22.000 pagine manoscritte; a Caterina da Bologna, l'invito a compiere la volontà di Dio; a Caterina da Genova, che si dedica ai malati, la prova che «la mistica non crea distanza dall'altro». E, alla fine, una santa tanto celebre quanto poco conosciuta dal punto di vista religioso come Giovanna d'Arco, capace di coniugare l'esperienza mistica con la missione politica, la cui condanna da parte dell'Inquisizione il Papa definisce «pagina illuminante sul mistero della Chiesa», al tempo stesso santa e da purgare.
Si tratta di donne che hanno impresso con originalità un segno indelebile alla tradizione cristiana, sia proponendo nuovi modi di pregare o nuove solennità festive, che rivelando con le loro visioni sconosciuti e importanti aspetti del legame fra Dio e l'essere umano. Donne che hanno influito in molti modi nella cultura del tempo: Brigida, per esempio, con le sue visioni della nascita di Gesù e della crocefissione, alle quali aveva ottenuto di partecipare come testimone, suggerirà scenari e particolari che saranno poi ripresi da tutta l'arte sacra successiva, e quindi nutriranno l'immaginario religioso dei fedeli per secoli. Il Papa sottolinea soprattutto la grande capacità femminile di identificarsi nel Cristo sofferente, e di conseguenza di comprendere fino in fondo il tesoro costituito dall'amore che Dio nutre nei nostri confronti: un amore sconfinato, che molte sante osano paragonare con l'unico sentimento umano che gli si può avvicinare, quello materno.
Ma anche la comune caratteristica di testimoniare il «sigillo di un'esperienza autentica dello Spirito Santo», non vantandosi mai dei doni soprannaturali ricevuti e mostrando totale obbedienza all'autorità ecclesiale.
Benedetto XVI trae pure insegnamenti per l'oggi o riflessioni attuali dalle esperienze narrate. Parlare di Ildegarda gli dà occasione di confermare la necessità della presenza femminile nella ricerca teologica: «vediamo come anche la teologia possa ricevere un contributo peculiare dalle donne, perché esse sono capaci di parlare di Dio e dei misteri della fede con la loro peculiare intelligenza e sensibilità. Incoraggio perciò tutte coloro che svolgono questo servizio a compierlo con profondo spirito ecclesiale, alimentando la propria riflessione con la preghiera e guardando alla grande ricchezza, ancora in parte inesplorata, della tradizione mistica medievale».
Il linguaggio di Chiara d'Assisi, l'intensità delle espressioni nuziali di cui lei si serve per descrivere il suo rapporto con Cristo, gli servono per ricordare che «la Chiesa tutta, per mezzo della mistica vocazione nuziale delle vergini consacrate, appare ciò che sarà per sempre: la Sposa bella e pura di Cristo».
L'esempio di una santa sposata e madre di otto figli come Brigida di Svezia diventa occasione per riconoscere l'apporto positivo di «tutte le donne che illuminano la propria famiglia con la loro testimonianza di vita cristiana». Il ruolo autorevole svolto dalla stessa santa come badessa di un monastero doppio, metà maschile e metà femminile, che rispondeva solo a lei, gli permette di affrontare lo spinoso problema del sacerdozio femminile: «Di fatto, nella grande tradizione cristiana, alla donna è riconosciuta una dignità propria e un proprio posto nella Chiesa che, senza coincidere con il sacerdozio ordinato, è altrettanto importante per la crescita spirituale della Comunità». Una importanza del ruolo femminile ribadita ancora a proposito di Caterina da Siena: «Anche oggi la Chiesa riceve beneficio dalla maternità spirituale di tante donne, consacrate e laiche, che alimentano nelle anime il pensiero per Dio, rafforzano la fede della gente, e orientano la vita cristiana verso vette sempre più elevate».
Questa raccolta dedicata alle sante medievali costituisce quindi un inizio importante, la prova di una nuova attenzione al ruolo femminile da parte della massima autorità della Chiesa cattolica, che darà frutti copiosi sia nello stimolare nuove ricerche e nuove scoperte relative al mondo femminile cristiano, sia a suggerire alle fedeli, soprattutto alle giovani, di seguire il loro straordinario esempio.

(©L'Osservatore Romano 8 maggio 2011)

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