Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Storie di ordinaria contabilità: è crisi?

Il palazzo-monastaro a Dajila, bene conteso

Su Vatican Insider (La Stampa) Alessandro Speciale delinea con efficacia le vicende che vedono protagonisti Papa, Monaci Sublacensi dell'Abbazia di Praglia, Diocesi di Pola-Parenzo e Governo Croato. Già si parla di crisi diplomatica.

Nuova crisi diplomatica tra la Santa Sede e un Paese europeo dalla forte identità cattolica: dopo l'Irlanda, ai ferri corti con il Vaticano in seguito alla pubblicazione del rapporto sugli abusi su minori nella diocesi di Cloyne, è la volta della Croazia, Paese visitato appena due mesi fa da papa Benedetto XVI. A scatenare la crisi è stata la decisione del pontefice di risolvere una volta per tutte una disputa legale che andava avanti da oltre un decennio tra la diocesi croata di Pola e Parenzo e l'abbazia benedettina di Praglia (Pd), in Italia. Oggetto del contendere: la proprietà di un monastero – circondato da ampi terreni – a Dajla, in Istria, una penisola affacciata sul Mar Adriatico passata dal controllo dell'Italia a quello croato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il terreno del monastero era stato donato ai benedettini di Praglia, a metà del XIX secolo, dal conte Francesco Grisoni. Successivamente, le proprietà dei benedettini di Dajla erano state nazionalizzate dal Governo jugoslavo come gran parte dei beni ecclesiastici. Dopo il collasso della Jugoslavia e il ritorno della Croazia all'indipendenza – con il sostegno non secondario proprio della diplomazia vaticana – nel 1999 Zagabria, in base alla legge sulla de-nazionalizzazione e ai suoi accordi con la Chiesa croata, aveva assegnato la tenuta di Dajla alla diocesi croata di Pola e Parenzo. Una decisione però che non era mai stata accettata dai benedettini di Praglia, che avevano cercato di rientrare in possesso dell'abbazia e dei terreni circostanti. Per risolvere la questione, papa Ratzinger aveva creato nel novembre 2008 una apposita Commissione formata da tre cardinali: l'arcivescovo di Zagabria, cardinale Josip Bozanic, il presidente del Patrimonio vaticano, cardinale Attilio Nicora, e il giurista cardinale Urbano Navarrete.
Il caso si era ancora complicato quando il vescovo di Pola e Parenzo, monsignor Ivan Milovan, aveva deciso di vendere alcune dei terreni dell'abbazia ad una società che voleva realizzare un golf resort nell'area. 
La soluzione trovata dai cardinali era chiara: restituzione dei beni ancora in possesso della diocesi ai benedettini, compensazione per le imposte e le spese giudiziarie, e risarcimento per i beni venduti. Il totale sembrerebbe aggirarsi intorno ai 25 milioni di euro.
Come spiegato oggi dal Vaticano in una lunga nota, “le proprietà immobiliari interessate ancora in possesso della diocesi” dovevano essere “trasferite in capo all’ente croato (ma con conto corrente in Germania, ndr) Abbazia d.o.o. interamente partecipato dall’Abbazia di Praglia, ripristinando così, per quanto ad oggi possibile, la  condizione determinata dalla volontà testamentaria del donatore originario che, a causa di vicissitudini storiche, per molti anni non è stata rispettata”. “Inoltre – proseguiva la nota -, è stato richiesto alla Diocesi di risarcire l’Abbazia di Praglia, a titolo di indennizzo per i beni che la Diocesi ha previamente alienato o che comunque non sono restituibili. La misura di tale indennizzo è da ritenersi meramente forfettaria, in quanto il valore dei beni già alienati dalla Diocesi è di gran lunga superiore”. Monsignor Milovan però non ha accettato una soluzione che avrebbe messo, a suo dire, la sua diocesi sull'orlo della bancarotta e Benedetto XVI è allora ricorso ad una soluzione di forza: lo scorso 6 luglio, ha sospeso il presule per il tempo necessario a far firmare l'accordo ad un commissario appositamente nominato, il prelato spagnolo monsignor Santos Abril y Castelló, vice camerlengo ed ex nunzio nei Balcani.
Il vescovo di Pola e Parenzo, però, non si è rassegnato e ha incassato il supporto delle massima autorità croate – compreso il primo ministro Jadranka Kosor, che lo ha ricevuto ieri e ha scritto una lettera di protesta al papa. Per il Vaticano, la “questione è di natura propriamente ecclesiastica” e perciò “dispiace... che sia stata strumentalizzata a fini che cercano di presentarla in chiave politica e demagogica, come se intendesse danneggiare la Croazia”. “La decisione della Santa Sede – precisa la nota - mira esclusivamente a ristabilire la giustizia dentro la Chiesa, peraltro con un risarcimento solo parziale”.
In Croazia, però, la vicenda è tutta politica, e tocca un nervo scoperto per il Paese: la sua stessa legittimità internazionale. La chiave della questione sta nel fatto che i benedettini avevano già ricevuto 1,7 miliardi di lire come risarcimento per la perdita di Dajla in base agli Accordi di Osimo del 1975 tra Jugoslavia e Italia: un trattato che metteva la parola fine a decenni di dispute e contenziosi rimasti aperti dopo la Seconda Guerra Mondiale.Per l'ex presidente della Croazia, Stipe Mesic, il Vaticano vuole ''rivedere o addirittura abrogare gli Accordi di Osimo''. ”La richiesta di un secondo indennizzo – per Mesic -, non è altro che un tentativo nascosto male di revisione o di abrogazione degli Accordi di Osimo che sono la base dei rapporti tra la Croazia e l'Italia''. L'ex-presidente ha anche accusato il Vaticano di volersi mettere ''al di sopra della Corte suprema croata''.
Opinione condivisa anche dal presidente della regione Istriana, Ivan Jakovcic, per cui il risarcimento è “un tentativo di alcuni ambienti politici ed ecclesiastici italiani che, usando l'autorita' del Santo Padre, vogliono arrivare a una revisione degli Accordi di Osimo''. Per il politico istriano ''il Vaticano ha agito in modo unilaterale, violando di fatto i Concordati tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia''.
La preoccupazione di fondo è che la vicenda del monastero di Dajla crei un pericoloso precedente giuridico, dando il via a decine di migliaia di richieste di risarcimento per beni in Istria, Fiume e in Dalmazia.
Il premier Kosor, dopo il comunicato vaticano, ha annunciato che userà tutti i mezzi diplomatici per aiutare il vescovo di Pola e anche il presidente croato, Ivo Josipovic, ha avvertito che non si possono violare gli accordi internazionali, sottoponendo il caso anche alla magistratura. Il nunzio vaticano in Croazia è stato convocato dal governo, mentre l'ambasciatore croato presso la Santa Sede, Filip Vucjak, è stato richiamato d'urgenza dalle sue vacanze in Dalmazia ed è tornato a Roma, dove oggi è stato ricevuto in Segreteria di Stato. 
Anche la Chiesa croata ha reagito con durezza alla decisione vaticana, malgrado il silenzio del cardinale Bozanic, uno dei tre membri della Commissione incaricata da papa Ratzinger. ''Sono convinto che il Papa non e' informato bene e che qualcuno gli abbia suggerito questa soluzione'', ha affermato il vicario della arcidiocesi di Spalato ed esperto di diritto, don Ivan Cubelic, ''la questione non riguarda il dogma, e quando il Papa sarà meglio informato saprà prendere una decisione migliore''. La Santa Sede ha assicurato oggi che “le ragioni esposte dalla Diocesi di Parenzo e Pola sono state sempre tenute in debita considerazione e recepite, secondo criteri di equità e di giustizia, nella decisione pontificia. Duole pertanto che la decisione della Santa Sede venga contestata come se fosse di parte, o addirittura non avesse adeguato fondamento”. Ma in Croazia nessuno vuole mettere la parola fine a questa vicenda.

L'Abbazia di Praglia
 immagini La Stampa, Flickr

Storie di ordinaria contabilità: il veleno dei Presidenti

Il Santo Padre in visita nelle terre croate

Sede sul risarcimento per il monastero benedettino in Istria ''e' di fatti un tentativo di alcuni ambienti politici ed ecclesiastici italiani che, usando l'autorita' del Santo Padre, vogliono arrivare a una revisione degli Accordi di Osimo''.
Lo ha dichiarato il presidente della regione Istriana, Ivan Jakovcic, apertamente appoggiando il vescovo di Parenzo e Pola, Ivan Milovan, che due settimane fa si e' opposto alla decisione del Vaticano in base alla quale l'ex monastero di Dajla deve essere restituito ai benedettini di Praglia, vicino a Padova.
''Questo e' il vero merito di questa inaccettabile iniziativa'', ha aggiunto. I benedettini, secondo Jakovcic, sono stati gia' risarciti avendo ricevuto in base agli Accordi di Osimo 1,7 miliardi di vecchie lire e non hanno nessun titolo o diritto di essere risarciti una seconda volta.
Il politico istriano e' dell'opinione che ''il Vaticano abbia agito in modo unilaterale, violando di fatto i Concordati tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia''.
''Noi in Istria siamo molto preoccupati perche' se la questione dell'indennizzo si concludera' come vuole il Vaticano, si creara' un pericoloso precedente giuridico e allora non sara' solo la diocesi di Pola e Parenzo a dichiarare la bancarotta, ma c'e' d'aspettarsi decine di migliaia di simili domande di risarcimento per beni in Istria, Fiume e in Dalmazia'', ha concluso Jakovcic invitando le massime autorita' croate ad agire perche' cio' non accada.

© Copyright Ansa

L'ex presidente della Croazia, Stipe Mesic, commentando la controversia sulla restituzione dei beni immobili di un monastero in Istria ai benedettini di Praglia, in provincia di Padova, ha apertamente accusato il Vaticano di voler ''rivedere o addirittura abrogare gli Accordi di Osimo'', stipulati tra la Jugoslavia di Tito e l'Italia nel 1975.
''Va ricordato che il risarcimento per l'immobile in questione (l'ex monastero di Dajla, e i terreni circostanti, nell'Istria nordoccidentale, ndr) e' stato gia' riscosso dai benedettini di Praglia e pertanto la richiesta di un secondo indennizzo, non e' altro che un tentativo nascosto male di revisione o di abrogazione degli Accordi di Osimo che sono la base dei rapporti tra la Croazia e l'Italia'', ha dichiarato Mesic sostenendo che il Vaticano si vuole porre ''al di spora della Corte suprema croata''.
''In gioco sono i principi sui quali Zagabria ha fondato negli ultimi decenni la propria politica estera verso l'Italia, il concetto del rispetto degli accordi tra Stati, gli interessi vitali della Croazia'', ha ammonito l'ex presidente, in carica dal 2000 al 2010, che e' dell'opinione che il caso sia ''un tentativo di pretesa politica rivestito in veste religiosa''.
Mesic ha invitato tutte le autorita' politiche croate a dare una ''risposta chiara e decisa alle richieste del Vaticano, senza mezzi termini o tatticismi''.

© Copyright (ANSA). 

Scende in campo anche la premier croata Jadranka Kosor nella tormentata vicenda relativa alla richiesta dei frati benedettini di Praglia in provincia di Padova, di ritornare in possesso della loro tenuta di Daila presso Cittanova, dalle quale furono cacciati nel secondo dopoguerra. E nel paese è scoppiata la bufera, tra l’altro la Diocesi istriana rischia la bancarotta e di trovarsi in strada senza un tetto sulla testa. Per la perdita dei beni i benedettini sono già stati risarciti da Roma con l’importo di 1,7 miliardi di lire in applicazione degli Accordi di Roma.
È opinione diffusa in Croazia che non avrebbero alcun diritto ad un secondo risarcimento. Dopo l’incontro di ieri nel suo ufficio a Zagabria con il vescovo istriano Ivan Milovan, la premier ha annunciato che scriverà una lettera direttamente al Santo Padre per chiedere il suo aiuto nella soluzione del contenzioso. Il Papa invece come sappiamo, si è invece schierato apertamente dalla parte dei frati italiani. E già ieri la Kosor ha inviato una missiva anche al segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone per spiegare per filo e per segno i termini della questione. Dal canto suo il ministro degli Esteri croato Gordan Jandrokovic ha annunciato che chiamerà nel suo ufficio il nunzio apostolico a Zagabria Mario Roberto Cassari.
E l’ambasciatore croato in Vaticano Filip Vucak è stato richiamato dalle ferie. Dunque la diplomazia croata si è messa in moto alla grande. Anche la Kosor è dell’opinione che la vicenda di restituzione dei beni dovrebbe esser archiviata dagli Accordi di Osimo. Secondo il presidente della Regione istriana Ivan Jakovcic, certi circoli politici ed ecclesiastici vorrebbero proprio revisionare tali accordi per rimettere le mani su migliaia di ettari di terreno in Istria, Fiume e Dalmazia. Dal canto loro i benedettini non scherzano affatto. Presso un ufficio notarile di Pola hanno aperto la srl “Abbazia” alla quale dovrebbero venir trasferiti i beni contesi o il loro controvalore in denaro, si parla di 30 milioni di euro. La restituzione in natura però sarebbe impossibile visto che gran parte dei 200 ettari della tenuta di Daila è stata venduta. E il valore dell’immobile è molto alto poichè la destinazione d’uso nel frattempo è cambiata in area di sviluppo turistico. Gli acquirenti però non possono attuare i loro progetti in quanto si tratta di beni oggetto di contesa in tribunale.
Alla Diocesi viene apertamente rinfacciato di aver venduto immobili non definitivamente suoi. Interessante la valutazione dell’ex ambasciatore croato al Vaticano Ivica Mastruko. Lo Stato croato dice, ha fatto un grosso errore cedendo alla Diocesi istriana la tenuta di Daila per la quale la chiesa era già stata risarcita secondo gli Accordi di Osimo. Tale tenuta prosegue, doveva venir usata per altri scopi. E ora conclude Mastruko, in pratica arriva una terza richiesta di risarcimento per gli stessi beni. In Croazia viene definito perlomeno strano il silenzio del cardinale Josip Bozanic di cui nella vicenda c’è lo zampino. Ha fatto parte infatti della commissione cardinalizia nominata dal Papa che ha stilato l’accordo di restituzione dei beni ai benedettini. La richiesta dei benedettini poggia proprio su tale documento.
(p.r.) Il piccolo
 
Cristo Risorto a Dajla. Il Paese giace semiabbandonato

immagini da Flickr, Corbis

Storie di ordinaria contabilità: la Santa Sede risponde

Il chiostro superiore dell'Abbazia di Praglia

In riferimento alle notizie riportate recentemente da alcune fonti di informazione in Croazia e in Italia, relative alla controversia tra la Diocesi croata di Parenzo e Pola e il Monastero Benedettino di Praglia (PD), in Italia, si precisa quanto segue:
La suddetta questione è di natura propriamente ecclesiastica. Dispiace, pertanto, che sia stata strumentalizzata a fini che cercano di presentarla in chiave politica e demagogica, come se intendesse danneggiare la Croazia. Invece, la decisione della Santa Sede mira esclusivamente a ristabilire la giustizia dentro la Chiesa, peraltro con un risarcimento solo parziale.
Il provvedimento è stato adottato a conclusione di un confronto che la Santa Sede ha avviato fin dall’anno 2004 con la Diocesi di Parenzo e Pola e il Monastero Benedettino di Praglia. In data 21 novembre 2008, il Santo Padre ha costituito un’apposita Commissione Cardinalizia. Dopo la scrupolosa ricerca di un accordo tra le due Parti, e di fronte ad alcune azioni unilaterali dell’autorità ecclesiastica di Parenzo e Pola, le conclusioni unanimemente raggiunte dalla Commissione sono state portate, nel dicembre 2010, alla conoscenza del Papa, il Quale le ha specificamente approvate.
Con questa decisione si è disposto che le proprietà immobiliari interessate ancora in possesso della Diocesi siano trasferite in capo all’ente croato Abbazia d.o.o. interamente partecipato dall’Abbazia di Praglia, ripristinando così, per quanto ad oggi possibile, la condizione determinata dalla volontà testamentaria del donatore originario che, a causa di vicissitudini storiche, per molti anni non è stata rispettata. Inoltre, è stato richiesto alla Diocesi di risarcire l’Abbazia di Praglia, a titolo di indennizzo per i beni che la Diocesi ha previamente alienato o che comunque non sono restituibili. La misura di tale indennizzo è da ritenersi meramente forfettaria, in quanto il valore dei beni già alienati dalla Diocesi è di gran lunga superiore.
Il Vescovo di Parenzo e Pola, dopo aver inizialmente accettato di negoziare con i Benedettini al fine di giungere ad una soluzione intra-ecclesiale della controversia, purtroppo si è ritirato da tale posizione. Essendosi rifiutato di sottoscrivere la convenzione che avrebbe dovuto dare valore civile alle disposizioni di cui sopra, il Santo Padre è dovuto ricorrere alla nomina, in data 6 luglio 2011, di S.E.R. Mons. Santos Abril y Castelló come Commissario "ad actum", che per questa specifica questione sostituisse l’Autorità ecclesiastica locale, consentendo di raggiungere finalmente la soluzione della controversia anche attraverso un regolare atto notarile.
Le ragioni esposte dalla Diocesi di Parenzo e Pola sono state sempre tenute in debita considerazione e recepite, secondo criteri di equità e di giustizia, nella decisione pontificia. Duole pertanto che la decisione della Santa Sede venga contestata come se fosse di parte, o addirittura non avesse adeguato fondamento.

 

testo da Bollettino della sala stampa della Santa Sede
immagini da Flickr, Corbis

Baruffe e affreschi imbiancati

La Chiesa di Chirignago ai giorni nostri

Scoppia il caso affreschi a Chirignago. Quelli che ricoprivano una buona parte dell'interno della Chiesa di San Giorgio erano stati realizzati nell'Ottocento dal maestro Da Rios. Una decorazione che in molti ricordano, con le sue soluzioni cromatiche e il cielo stellato che caratterizzava la volta. Ora quegli affreschi sono invisibili e probabilmente non se ne parlerebbe più se, tra fine 2009 e inizio 2010, non fosse nato su Facebook un gruppo chiamato «Rivogliamo vedere gli affreschi della chiesa di Chirignago». Gruppo che a ieri contava 116 iscritti e non si limita a fare una richiesta ben precisa, ma fornisce anche prove visive della situazione prima che si decidesse di passare sul tutto «due mani di vernice» come scrive l'amministratore del gruppo. La prima immagine della galleria fotografica non lascia dubbi: gli affreschi c'erano e la differenza con il look attuale della chiesa c'è tutta. Fotomontaggio? Praticamente impossibile, considerato il fatto che esistono anche testimonianze dirette sull'esistenza di quel tipo di decorazione. Resta da capire quando l'operazione di tinteggiatura abbia oscurato gli affreschi. Al momento il parroco don Roberto Trevisiol non è reperibile. C'è chi assicura che se gli affreschi sono stati oscurati questo è successo almeno mezzo secolo fa: presa di posizione, però, che cozza nettamente con il tipo di immagini presenti sul web, databili almeno agli anni Settanta. «E' vero, gli affreschi c'erano», afferma Giuseppe Saccoman, consigliere del Pdl, presidente dell'associazione Fiera Franca e memoria storica di Chirignago, «e non sono l'unica cosa ad essere scomparsa in chiesa: mi chiedo ad esempio che fine hanno fatto le vetrate piombate e dipinte a mano che caratterizzavano la nostra chiesa». E sulle responsabilità scatta la seconda polemica: l'amministratore del sito (post del 23 dicembre 2009 dello ore 14.17) chiama in causa il predecessore di don Roberto e questo fa andare su tutte le furie Saccoman: «Parole inaccettabili».


Un matrimonio negli anni '70. La Chiesa di San Giorgio sfoggiava ancora gli affreschi ottocenteshi

da nuovavenezia.gelocal.it

Adieu Scola: il programma del congedo


La diocesi di Venezia si prepara al congedo dal Patriarca Angelo Scola, nominato arcivescovo di Milano. Saranno due i gesti ufficiali, con un primo momento civile, il 5 settembre, e un secondo momento religioso, il 7 settembre.
Lunedì 5 saranno le autorità civili del Comune di Venezia, della Provincia, della Regione e dei Comuni della diocesi (Mira, Quarto d'Altino, Jesolo, Cavallino-Treporti, Eraclea, Caorle) a salutare il Patriarca: il gesto ufficiale di congedo è previsto al Teatro La Fenice a Venezia a partire dalle 20,30. Un migliaio le persone che si prevede saranno presenti (l'ingresso sarà ad invito) in rappresentanza delle istituzioni e del mondo laico della diocesi. Il programma della serata prevede un concerto offerto dall'orchestra del Teatro La Fenice e, in conclusione, i saluti delle autorità.

Doppio appuntamento il 7 settembre. Il momento ecclesiale è previsto due giorni dopo, mercoledì 7 settembre, e si articola secondo due diversi appuntamenti. Il primo, a partire dalle 15,30, avverrà presso la Basilica della Salute, dove il card. Scola e il rettore del Seminario mons. Lucio Cilia hanno invitato tutti i presbiteri e i diaconi, come pure i laici che vorranno essere presenti, alla presentazione della sede del Seminario, rinnovata dall'intervento di restauro che si sta concludendo. «E' un momento nel quale saranno soprattutto i presbiteri a salutare il Patriarca, ritrovandosi nel luogo cardine della loro formazione», spiega don Natalino Bonazza che presiede il Comitato preposto ad organizzare il congedo del Patriarca.

Il momento alla Salute rappresenterà l'occasione per visitare i cantieri del restauro al Seminario, uno degli interventi fortemente voluti proprio dal card. Scola che ora lascia in dono alla Diocesi e alla città di Venezia: il polo pedagogico-accademico dello Studium Generale Marcianum, la biblioteca con oltre 50mila volumi censiti, la splendida pinacoteca con i capolavori del fondo artistico del Patriarcato, sono infatti aperte non solo agli studiosi e agli addetti ai lavori, ma a chiunque sia interessato alla cultura e all'arte. I restauri sono in corso di ultimazione: per questo la visita del 7 settembre non sarà una vera e propria inaugurazione, ma la presentazione del lavoro ormai quasi ultimato e che in un tempo ormai prossimo sarà totalmente restituito alla città.

Il cuore dell’atto di congedo. Terminato il momento alla Salute, il Patriarca si sposterà in Basilica di San Marco, dove alle 18,30 si terrà la solenne concelebrazione eucaristica per il saluto da parte della Chiesa veneziana (trasmessa in diretta da Telechiara). E' questo il cuore dell'atto di congedo.

Per comprenderne il senso vale la pena partire dalla frase scelta per il poster che pubblicizzerà l'evento: “Amata Chiesa che sei in Venezia, vai oltre”, una citazione esplicita delle parole pronunciate da Benedetto XVI nel corso della sua visita del 7-8 maggio scorsi (in particolare nel discorso pronunciato in San Marco domenica 8 maggio nel corso dell’Assemblea per la chiusura della Visita Pastorale) e che vuole essere un invito a proseguire lungo la strada tracciata in questi dieci anni dal Patriarca Scola: un congedo, dunque, che è soprattutto un impegno e un ringraziamento da parte della Chiesa di Venezia.

La messa per la Chiesa locale. «Per la liturgia – spiega mons. Orlando Barbaro, incaricato nell’ambito del Comitato a seguire l'aspetto liturgico – l'indicazione data dal Patriarca è stata quella di celebrare la messa per la Chiesa locale. E si è scelto di mantenere le letture del giorno. Questa a mio avviso – prosegue mons. Barbaro – è la scelta più corretta, che andrebbe seguita sempre, perché non dobbiamo essere noi a piegare la parola di Dio secondo i nostri scopi, quanto piuttosto essere noi a piegarci a quel che ci propone l'anno liturgico». Il fatto, poi, che si tratti di una messa per la Chiesa locale ha un preciso significato: «Non è la celebrazione della persona del Patriarca – precisa mons. Barbaro – ma è un momento di congedo nel quale viene espressa la “missio” della nostra Chiesa. Al centro della celebrazione, dunque, c'è la nostra Chiesa, c'è la diocesi che vuole dire al suo Pastore che quanto lui ha dato, ha insegnato a tutti noi, rappresenterà una linea chiara per noi, da proseguire. Abbiamo ricevuto delle indicazioni precise, con la conclusione della Visita pastorale, con le parole del Papa e con l'ultimo discorso del Redentore. A questo intendiamo riferirci nel futuro».

I momenti e i gesti della celebrazione. Sull'altare insieme al card. Scola vi sarà il Patriarca emerito Marco Cè, e con loro anche due sacerdoti, uno giovane e uno anziano, in rappresentanza dei presbiteri veneziani. E' previsto un momento introduttivo, nel quale sarà spiegato il senso di questo gesto, mentre un altro momento particolarmente significativo sarà la professione di fede secondo il rito battesimale, che sarà fatta da alcuni rappresentanti della diocesi, scelti tra i vicariati e tra i vari movimenti, a significare la ricchezza della Chiesa di Venezia, data dalla sua «pluriformità nell'unità», come ama sottolineare il Patriarca. «Anche questo gesto – sottolinea mons. Orlando Barbaro – vuole affermare l'impegno assunto dalla Chiesa di Venezia: le persone che davanti al Patriarca, con il cero in mano, pronunceranno le promesse battesimali, lo faranno a nome di tutta la diocesi».
Infine, terminato il canto meditativo che seguirà la Comunione, ecco il momento dei saluti. Vi sarà la consegna del dono al Patriarca, che consisterà in un gesto di carità poiché questo è il desiderio espresso dallo stesso card. Scola. Fin da ora si possono raccogliere offerte (vedi box con i dati) per la colletta indetta dalla Diocesi che a breve indicherà quale sarà il gesto di carità stabilito, da considerare come conclusione della Visita pastorale.

Nel corso della messa sono previsti degli interventi della Corale Marciana, nei canti dell'Offertorio e poi durante il ringraziamento per la Comunione. Il “Veni Creator”, invocazione allo Spirito Santo. Il canto conclusivo rappresenterà un altro momento particolarmente significativo, perché con il canto del “Veni Creator”, si invocherà lo Spirito Santo per la Chiesa di Venezia che si appresta ad accogliere il nuovo vescovo e per il Patriarca che assumerà il nuovo ministero. E' stato scelto il “Veni Creator” di Lorenzo Perosi, che alterna una strofa di coro polifonico a una di gregoriano. «E' inoltre un canto significativo per i presbiteri – ricorda mons. Orlando Barbaro – perché è il canto che, soprattutto un tempo, accompagnava il primo atto pubblico del nostro sacerdozio, ovvero il momento in cui si indossava la veste». Infine i saluti informali, che il Patriarca riserverà a tutti coloro che vorranno stringergli la mano e ringraziarlo per questi dieci anni insieme.

Serena Spinazzi Lucchesi
Tratto da GENTE VENETA, n.32/2011

Storie di ordinaria contabilità ovvero Papa, Vescovo e Sublacensi

I giardini all'italiana nell'Abbazia di Praglia

L’abbazia di Praglia fa litigare il Papa e un vescovo, come nel medioevo.
Chi l’avrebbe mai detto: Papa Benedetto XVI che diventa nemico della Chiesa croata dopo che la sua visita di due mesi fa nel Paese era considerata un evento storico per la nazione, con la premier Jadranka Kosor che lo aveva salutato con la testa coperta da un velo nero, mentre gli alti prelati erano inchinati all’inverosimile. E la televisione pubblica aveva modificato i suoi programmi proprio per seguire la visita del Pontefice, minuto per minuto. Dall’esasperata devozione si è passati a dichiarazioni di guerra giudiziaria in virtù di una presunta grossa ingiustizia subita ad opera dal Vaticano. Nel rispetto del diritto canonico, il Santo Padre ha sospeso per un minuto il vescovo della diocesi di Parenzo-Pola monsignor Ivan Milovan attribuendo i suoi poteri al vescovo vaticano monsignor Abrila y Castella che in 60 secondi ha firmato ciò che Ivan Milovan si era rifiutato di fare. Vale a dire l’accordo secondo cui la diocesi istriana e la parrocchia di Dajla restituiscono ai frati benedettini di Praglia in provincia preziosi immobili e li risarciscono di quasi sei milioni di euro a titolo d’imposte e spese giudiziarie. Al posto della restituzione naturale (di difficile attuazione, visto che nel frattempo la Chiesa croata ha venduto parte degli immobili contesi) si concede la possibilità di un risarcimento pari a 25 milioni di euro. La vicenda si rifà alla triste storia dei beni nazionalizzati dalle autorità jugoslave nell’immediato Secondo dopoguerra, quando i benedettini di Dajla vennero cacciati dalla loro tenuta trovando poi riparo a Praglia, in provincia di Padova. Nel 1999, nel rispetto della legge sulla denazionalizzazione, lo Stato croato ha assegnato la tenuta alla diocesi di Parenzo e Pola o meglio alla nuova parrocchia di Dajla, ritenuta erede legale dei Benedettini. Questi ultimi però si sono fatti avanti rivendicando l’immobile, che comprende 600 ettari di terra fertilissima e una struttura che in passato è stata convento, poi ospizio per anziani fino al 1989, mentre ultimamente è in stato di abbandono. Secondo alcuni esperti croati di diritto e il cancelliere della diocesi di Parenzo e Pola Ilija Jakovljevic, i benedettini di Praglia non possono esercitare più alcun diritto sulla tenuta di Dajla in quanto hanno già ricevuto il risarcimento di 1,7 miliardi di lire da Roma, nel rispetto degli accordi di Osimo del 1975. «Nel caso l’accordo fatto firmare dal Papa diventasse esecutivo - aggiunge il cancelliere - verrebbero confiscati i beni della diocesi per cui ci ritroveremmo in strada».
 Ci sono stati tentativi di arrivare a un accordo tra le due parti, tutti falliti. Va segnalato anche che nel frattempo i terreni contesi sono stati urbanizzati per cui il loro valore, considerata la posizione, è salito alle stelle e qualcuno parla già di italianizzazione della costa.




 testo da Il Mattino di Padova
immagini da Panoramio, Daylife
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...