Mons. Antonio Mistrorigo, Assistente al Sacro Soglio, Vescovo emerito di Treviso.
Arte e bellezza: la presenza della verità di Dio
| Padova, Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta, Cappella di San Gregorio Barbarigo, particolare |
Forse vi è capitato qualche volta davanti ad una scultura, ad un quadro, ad alcuni versi di una poesia, o ad un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente che di fronte a voi non c’era soltanto materia, un pezzo di marmo o di bronzo, una tela dipinta, un insieme di lettere o un cumulo di suoni, ma qualcosa di più grande, qualcosa che "parla", capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo. Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni.
L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. E un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.
Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo ed attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo, ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein.
Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: "Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio.
Ma quante volte quadri o affreschi, frutto della fede dell’artista, nelle loro forme, nei loro colori, nella loro luce, ci spingono a rivolgere il pensiero a Dio e fanno crescere in noi il desiderio di attingere alla sorgente di ogni bellezza. Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore.
Cari amici, vi invito a riscoprire l’importanza di questa via anche per la preghiera, per la nostra relazione viva con Dio. Le città e i paesi in tutto il mondo racchiudono tesori d’arte che esprimono la fede e ci richiamano al rapporto con Dio. La visita ai luoghi d’arte, allora, non sia solo occasione di arricchimento culturale - anche questo - ma soprattutto possa diventare un momento di grazia, di stimolo per rafforzare il nostro legame e il nostro dialogo con il Signore, per fermarsi a contemplare - nel passaggio dalla semplice realtà esteriore alla realtà più profonda che esprime - il raggio di bellezza che ci colpisce, che quasi ci "ferisce" nell’intimo e ci invita a salire verso Dio. Finisco con una preghiera di un Salmo, il Salmo 27: "Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario" (v. 4). Speriamo che il Signore ci aiuti a contemplare la sua bellezza, sia nella natura che nelle opere d'arte, così da essere toccati dalla luce del suo volto, perché anche noi possiamo essere luci per il nostro prossimo.
Papa Benedetto XVI, discorso all'udienza generale del mercoledì.
31 agosto 2011, Castel Gandolfo.
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La Santa Eucarestia, il fastigio del sacro
Uno scrittore francese ha detto una volta: "si potrebbero risolvere tutti i problemi del mondo se l'uomo facesse una cosa sola, e questa cosa è adorare Dio." Questo è lo scopo della creazione dell'Uomo e degli Angeli. Questo scopo si raggiunge in parte già sulla terra, ma nella sua pienezza nel cielo, l'Adorazione è l'onore manifestato ad un Altro in virtù della Sua eccellenza superiore, per mostrare la propria sottomissione a Lui.
L'Adorazione è sia interna, cioè mentale, sia esterna cioè corporale. L'Adorazione interna è più importante di quella esterna, ma tutte e due sono dovute a Dio dall'uomo perchè l'uomo è composto dalla mente e dal corpo, e deve adorare Iddio pienamente, ossia con mente e anima altrettanto. Di fatti l'atto esterno di adorazione è necessario per eccitare il nostro affetto per sottomettersi a Dio, e l'adorazione interna, se è autentica, ci preme a manifestarla in gesti esterni.
L'obbligo di adorare Dio è la conseguenza della Sua eccellenza superiore che esige la nostra pienissima sottomissione. Questo obbligo viene stesso dal primo Comandamento: "Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio avanti a me", perchè questo Comandamento ci ordina di adorare Lui solo come nostro supremo Signore, viene espresso ugualmente nel Deuteronomio con le parole citate dal nostro Signore Gesù Cristo a Satana: "adora il Signore Dio tuo, e a Lui solo rendi culto" (cfr. Tentazioni di Gesù nel deserto, riportate nei vangeli di: Matteo 4,1-11, Marco 1,12-13 e Luca 4,1-13).
L'Adorazione si rende a Dio in tutti gli atti del culto divino, e in un senso particolare nel culto del Santissimo Sacramento e che, per ricordare, non è ne segno, ne figura, ne virtù, non è pane che contiene Dio, come tutte le cose contengono Dio, non è pane benedetto, non è pane sacro, non è neanche la divinità sotto le apparenze di pane, ma Gesù Cristo sotto l'apparenza di pane nella Sua divinità e la sua umanità diventato Sangue ed Anima, per questo il Santissimo Sacramento esige il culto particolare dell'adorazione.
La Santa Eucarestia è, come scrive Romano Amerio: "il fastigio del sacro, il mezzo per cui tutte le anime vengono condotte indietro all'Uno Dio, che è la loro origine, non c'è niente che è più grande, più glorioso, ne più prezioso sulla terra, se abbiamo trascurato la Santissima Eucarestia, abbiamo trascurato tutto!"
L'atto principale dell'Adorazione è il Sacrificio nel quale la sottomissione dell'uomo a Dio viene espressa, nel senso stretto, nella distruzione di una cosa sensibile che rappresenta l'uomo stesso, così l'uomo riconosce la perfezione infinita e la maestà dell'Essere Divino, il Suo sovrano dominio sopra l'uomo, che è venuto all'esistenza che esiste e che è stato salvato per mezzo Suo.
Il Sacrificio perfetto, l'atto di Adorazione perfetto è quello del Calvario, perchè è il Sacrificio di Dio a Dio, il puro e il perfetto Sacrificio, il Sacrificio per eccellenza. Questo Sacrificio viene perpetuato nel santo Sacrificio della Messa che è lo stesso Sacrificio. A questo Sacrificio l'uomo partecipa: il celebrante in modo sacramentale e spirituale, il fedele in modo spirituale. La partecipazione spirituale a questo Sacrificio consiste nel sacrificare se stessi in unione col santo Sacrificio del Calvario. Quanto sublime è la nostra vocazione cattolica, non per nulla siamo obbligati ad assistere alla Santa Messa ogni settimana!
Adoriamo dunque Dio durante la Santa Messa, e ogni giorno col sacrificio di noi stessi e di tutta la nostra vita, tutta la nostra persona, le gioie e le pene, affinchè un giorno possiamo adorarLo pienamente in Cielo con gli Angeli, secondo lo scopo unico della nostra creazione.
tratto dall'omelia del 6 gennaio 2011, di don Konrad Zu Loewenstein (FSSP), via http://sansimonpiccolo.blogspot.com/
"Reverendo, mi benedica... la piramide"
Quando l'ecumenismo traballa tra templi (meditativi) abusivi e pseudo sette: a coronare le fiabesche vicissitudini della "piramide di luce" si aggiunge un don Tarsillo con l'aspersorio.
Oltre la scomoda ed errata etichetta di «setta», verso la direzione del sincretismo spirituale. Ricerca energetica e religione cristiana si sono unite, domenica scorsa [28 agosto], alla Piramide di Luce di Valnogaredo. La struttura, gestita dall’omonima associazione vicentina e destinata alla demolizione in quanto abuso, è stata al centro di una suggestiva celebrazione culminata con la benedizione cristiana di don Tarsillo Bernardi, sacerdote nativo di Zovon di Vo’. Parroco a Lamon, nella diocesi di Feltre, il religioso di 65 anni ha contattato i responsabili della piramide: «La piramide non è legata ad alcun credo religioso - sottolinea il presidente dell’associazione Mauro Lando - Accogliamo ogni genere di chiesa e di fede. Don Tarsillo ha voluto incontrarci e ha condiviso alcune delle nostre idee, soprattutto in seno alla ricerca spirituale ed energetica. Al termine di questo piacevole dialogo si è proposto di benedire la piramide». Don Tarsillo ha letto un brano di San Paolo dedicato all’ecumenismo: alla lettura sono poi seguite alcune preghiere spontanee dei presenti e la benedizione. A maggio nella piramide si era invece celebrato il wesak, festa che si lega molto alla tradizione buddista.
testo di Nicola Cesaro, dal Mattino di Padova.
Scola Arcivescovo di Milano: le dinamiche di una nomina
In attesa della nomina del nuovo Patriarca di Venezia, riviamo le tappe (pur sempre presunte) che hanno portato il Cardinal Scola sulla Cattedra di Ambrogio.
di Marco Tosatti (Vatican Insider)
Non c’è estate senza il suo tormentone, e quello del 2011, almeno per quanto riguarda il nostro mondo vaticano sembra incentrato su Benedetto XVI, la diocesi di Milano e la nomina del cardinale Angelo Scola, già patriarca di Venezia a succedere a Dionigi Tettamanzi. Benedetto XVI, dicono alcuni illustri colleghi, avrebbe deciso di scegliere Scola a causa di una sapiente campagna mediatica, e non in base a convinzioni personali. Ne hanno scritto Andrea Tornielli (per confutare la tesi) Aldo Maria Valli, Giancarlo Zizola e don Filippo di Giacomo, last but not least. Dal momento che non c’è niente di più affascinante che partecipare alla nascita di una leggenda mi permetto di portare anch’io il mio contributo, basato sugli appunti di una serie di conversazioni avute negli ultimi dieci mesi al di là del Portone di Bronzo.
La prima volta che mi è stato indicato che Benedetto XVI avrebbe gradito affidare l’eredità ambrosiana al patriarca di Venezia è stato agli inizi del dicembre 2010. Una fonte molto vicina all’Appartamento mi informava del fatto che “alla fine di febbraio verrà annunciato il successore del cardinale Dionigi Tettamanzi”. Tettamanzi avrebbe, sempre secondo questa fonte, inutilmente tentato di ottenere da Benedetto XVI un’ulteriore proroga al suo mandato a Milano. Tettamanzi era ufficialmente scaduto il 14 marzo 2009; era ancora arcivescovo di Milano, per cui si trovava oltre un anno e mezzo dalla sua scadenza ufficiale, e aveva suggerito a papa Ratzinger un altro periodo di prorogatio.
Benedetto XVI non aveva apprezzato; tanto che ha dato disposizione di informare in maniera un po’ fredda e formale, visti gli usi vaticani, l’arcivescovo. Ha suggerito che il Nunzio in Italia annunciasse con lettera all’arcivescovo il pensionamento nei primi mesi del 2011. Sin da quel momento mi è stato fatto il nome di Scola come candidato preferito e “in pectore” di Benedetto XVI; e mi è stato chiesto di non rivelare questa preferenza, proprio per non correre il rischio di bruciare un candidato che avrebbe certamente ricevuto un’accoglie mista, quanto a calore….
Intanto partiva la corsa per la successione. E in realtà l’ha aperta ufficialmente Tettamanzi, in realtà, chiedendo al neo cardinale presidente del pontificio Consiglio per la Cultura, Gianfranco Ravasi, di tenere un pontificale nel duomo di Milano. In pratica, l’ha “lanciato” come suo successore. L'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi gli ha rivolto questo saluto in duomo: "Molti tra i presenti, o forse tutti, sacerdoti, persone consacrate, fedeli laici e anche non credenti - ha detto - hanno trovato in te, direttamente o tramite i tuoi scritti, un autentico maestro della Parola. Tu ci hai insegnato a vedere la Parola di Dio come il Verbo che si fa carne nella cultura dell'uomo. Partendo dalle parole, dai concetti, dai simboli, dai sentimenti, persino dai sogni degli uomini - con tutte le infinite sfumature che l'esperienza umana assume nel corso del tempo e nello spazio - Dio si è rivelato con la potenza della sua Parola”.
Ravasi per un po’ ha accarezzato l’idea, e in quella che è stata la sua prima uscita pubblica da cardinale, Ravasi ha voluto ricordare il suo legame con la città e la diocesi ambrosiana. «Sono felice di essere oggi qui in Duomo dove ho mosso i miei primi passi da sacerdote», ha detto parlando a braccio dal pulpito e ringraziando Tettamanzi per le parole di affetto che gli ha rivolto all'inizio della celebrazione. “La mia diletta città potrebbe fare benissimo a meno di me, ma sono io che non posso fare a meno di essa perché mi pulsa nelle vene e nel sangue”.
Ma il 24 febbraio scrivevo ( e quindi le informazioni erano relative a qualche giorno prima) che l’ipotesi Ravasi era stata affossata in maniera definitiva da Benedetto XVI, nonostante la suadente sponsorizzazione del cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone (sempre secondole fonti). “Ubi est, maneat”: con questa frase latina Benedetto XVI avrebbe risposto al suo segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, che in una conversazione faceva emergere il nome dell’illustre biblista come successore del card. Tettamanzi alla diocesi ambrosiana.
E scrivevo: “Il Papa avrebbe infatti escluso anche un trasferimento a Venezia, nel caso che si rendesse libero il seggio patriarcale. Che potrebbe, eventualmente, rendersi disponibile se il Pontefice decidesse di chiedere al Patriarca, il card. Angelo Scola, di assumere il non facile compito di gestire la diocesi ambrosiana. L’esclusione di Ravasi, che sembrava un candidato “naturale” sotto la Madonnina, e che godeva appunto della simpatia del braccio destro di Benedetto XVI, rende più complicato il puzzle della sostituzione”.
In realtà la battaglia per Milano è cominciata allora. Ed è consistita soprattutto nel “come” far giungere il patriarca di Venezia sotto la Madonnina, senza che sembrasse un gesto d’imperio di un Papa ben deciso, ma prudente, e desideroso di far arrivare in porto un candidato che sapeva non ben voluto da tutti nella capitale economica. Anche perché nella questione di Milano entravano in parecchi, a cominciare dal nunzio in Italia e a finire a cordate diplomatiche in Curia. In questa luce è da leggere l’allargamento della Plenaria della Congregazione per i Vescovi a un bouquet di nuovi membri, cardinali e non, destinati a rinforzare la candidatura di Scola. Allargamento giunto proprio, e non per caso, alla vigilia della “Plenaria” da cui poi è uscita la candidatura immediatamente accolta – e come poteva essere diversamente? – da papa Ratzinger. Nei giorni trascorsi fra la Plenaria e l’annuncio ufficiale tutti coloro che non amavano un candidato “conservatore” a succedere a Martini e Tettamanzi si sono dati da fare con parole opere e voci. Compresa quella di un possibile “gran rifiuto” dell’ultimo minuto del futuro arcivescovo di Milano. E, a parte questo, l’ipotesi di Benedetto XVI che si fa condizionare dai giornali (che sappiamo quanto ama e stima….) nella scelta di un vescovo, e del presule della più grande diocesi del mondo, mi sembra un tantino irreale. Ma è solo un’opinione personale.
Storie di ordinaria contabilità: tra Croazia e Santa Sede "è un casino"
di Michele Poropat
«Per dirla con una parola, è un casino». Così ha commentato un esperto giuridico interrogato dal giornale Glas Istre sulla disputa tra i benedettini di Praglia da una parte e la diocesi di Parenzo-Pola e la parrocchia di Daila dall’altra. L’estemporanea decisione del Ministro della giustizia croato Bosnjakovic di decretare nulle le delibere della Regione istriana emesse dal 1999 al 2002 che avevano sancito la restituzione dei beni alla diocesi istriana, con la motivazione, tra l’altro, che l’indennizzo ricevuto dai benedettini in applicazione dei Trattati di Osimo e di Roma rende nulla la restituzione, non solo non ha portato chiarezza, ma ha reso la situazione, se mai possibile, ancora più intricata. In primo luogo, il decreto del ministro non è esecutivo, ma dovrà seguire il normale iter procedurale presso il Tribunale Municipale di Buie dopo che saranno esaurite le altre cause in corso sulla questione; inoltre su tale decreto le parti in causa, se insoddisfatte, potranno aprire un contenzioso amministrativo della durata imprevedibile. Naturalmente si dovrà tenere conto anche del parere dell’Unione Europea, la quale, è opinione diffusa, boccerà questo provvedimento e costringerà il governo croato a una nuova e imbarazzante marcia indietro.Questo provvedimento, emesso più che altro a fini propagandistici, ha momentaneamente placato l’ira popolare, ma rischia di essere pagato a caro prezzo. Uno Stato, infatti, che delibera la restituzione di beni, e dopo quasi quindici anni ne riassume il controllo giustificando la nuova misura con errori amministrativi compiuti nel corso del processo di restituzione, fa mancare a potenziali investitori nel mercato immobiliare il principio della certezza del diritto. Va ricordato infatti che la dichiarazione di nullità delle delibere di restituzione dei beni determina automaticamente l’invalidamento dei contratti di vendita e di locazione dei beni stipulati nel frattempo. Se poi lo Stato decidesse di adottare la soluzione proposta dall’istrionesco Presidente della Regione Istriana, Jakovcic, di salvaguardare cioè la validità dei contratti già stipulati nonostante la sopravvenuta nullità delle delibere di restituzione, si creerebbe un caos amministrativo senza precedenti, e la Croazia, proprio mentre si avvicina il momento del suo ingresso nell’Unione Europea, dimostrerebbe di essere una vera e propria Repubblica delle banane.
Jakovljevic destituito
L’altra importante notizia dell’ultima settimana è sicuramente la destituzione del reverendo Ilija Jakovljevic [nella foto] dalla carica di cancelliere della diocesi istriana.
Nato in un villaggio nei pressi di Jajce, in Bosnia, Jakovljevic era l’astro nascente del clero istriano e sembrava destinato a una luminosa carriera ecclesiastica. Ordinato sacerdote nel 2003, viene subito inviato a Roma, dove studia diritto canonico presso la Gregoriana. Dopo essersi laureato, torna in Istria e diventa subito il braccio destro del vescovo Milovan. Cancelliere della diocesi dal 2005 a soli ventisei anni, gli vengono affidati numerosi altri incarichi della Curia diocesana.
A fine luglio scoppia lo scandalo di Daila. Il giovanotto conosce bene le ferite del suo popolo e quali corde toccare per volgere a proprio favore l’intera opinione pubblica, ed è abile nel manipolare i mass-media, trasmettendo le parole d’ordine che la stampa e la televisione, ivi incluso l’ente radio-televisivo pubblico, la HRT, propineranno al popolo nelle settimane successive in un impeto propagandistico mai visto dai tempi del comunismo.
Le prime parole a effetto di Jakovljevic sono drammatiche: le condizioni dell’accordo con i benedettini imposto da Roma e non sottoscritto dal vescovo Milovan provocherà la bancarotta della diocesi, i beni di questa verranno pignorati e il vescovo sarà sloggiato dalla propria sede. «Non ci rimarrà che vendere la cattedrale eufrasiana di Parenzo» conclude il cancelliere. Egli afferma inoltre che il Papa ha preso questa decisione in qualità di Capo di Stato e non di suprema autorità religiosa della Chiesa cattolica, e facendo questo egli ha danneggiato gli interessi nazionali croati a vantaggio di un soggetto giuridico straniero. Egli associa i benedettini di Praglia a un’organizzazione criminale: Il fatto che la società commerciale di riferimento dei benedettini in Istria abbia la propria sede a Pola ma il conto corrente in Germania «puzza di riciclaggio di denaro sporco». Non meno pesanti sono gli apprezzamenti che il giovanotto riserva alla commissione cardinalizia, della quale era membro l’arcivescovo di Zagabria, cardinal Josip Bozanic, le conclusioni della quale hanno rappresentato la premessa per la decisione finale del Papa: «La commissione cardinalizia ha fatto in modo che i beni della Diocesi di Parenzo-Pola vengano divisi, cioè rapinati». Dopo una riunione del clero istriano a Pisino, Jakovljevic dichiara: «Il clero istriano ha deciso all’unanimità di restituire i beni allo Stato, perché esso ne ha diritto, e anche se non ne avesse diritto, li restituiremo lo stesso».
I mass-media all’attacco
I mass-media croati raccolgono le parole d’ordine provenienti da Parenzo e le diffondono con una martellante ripetitività accompagnata da un’incessante e sistematica denigrazione dei principali nemici, vale a dire Papa Benedetto XVI, il card. Bozanic e gli italiani. Così i giornali affermano che il Vaticano «provoca la bancarotta della Diocesi di Parenzo-Pola», che il Papa, autorità straniera, ribalta le sentenze dei tribunali croati e regala la terra croata agli italiani. Seguendo per filo e per segno gli slogan suggeriti di Jakovljevic, i benedettini italiani, e in seguito, gli "italiani" diventano "irredentisti", e la posta in gioco non sono più i terreni della parrocchia di Daila, ma l’Istria e la Dalmazia. La Santa Sede viene quindi accusata di essere influenzata dalla lobby irredentista italiana e di attentare alla sovranità e all’integrità territoriale della Repubblica di Croazia, e il Vaticano viene quasi messo sullo stesso piano della Serbia che vent’anni fa aveva invaso e messo a ferro e fuoco il territorio croato e provocato moltissimi lutti. La HRT giunge ad affermare che «il Vaticano ha preso controllo della Chiesa in Croazia», fatto che alle orecchie del cittadino croato medio influenzato dalla propaganda di questi giorni suona come la presa di possesso di una porzione di territorio croato da parte di una potenza straniera.
Viene insinuato che la fedeltà al Papa sia segno di scarso attaccamento alla Patria, e per questo motivo il cardinal Bozanic viene esposto al pubblico ludibrio quale traditore della Patria, persona spregevole che vende l’interesse nazionale per ingraziarsi la Curia romana e assicurarsi una carica di prestigio presso il Vaticano. Ricordando la sua nomina a sorpresa ad arcivescovo di Zagabria nel 1997 - in precedenza era stato vescovo della piccola Diocesi di Veglia, nel Quarnero - la stampa giunge perfino ad affermare che il Vaticano lo abbia inviato a Zagabria al solo scopo di favorire i nemici della Croazia.
Il punto più basso del giornalismo-spazzatura croato di queste settimane viene tuttavia raggiunto dal Vecernji List il quale riporta la raccomandazione di «amici molto stretti» - così si esprime il giornale - del vescovo Milovan a quest’ultimo di non andare in giro, soprattutto di non circolare in automobile «affinché non avvenga un "casuale" incidente stradale» poiché egli «si è trovato nella situazione poco invidiabile di essersi messo di traverso a interessi molto cospicui». In parole povere, si accusa la Santa Sede, il cardinale Bozanic e i benedettini italiani di progettare ll'omicidio di mons. Milovan. Ogni commento è del tutto superfluo.
Pure dei cattolici
In queste settimane tempestose anche molti ambienti cattolici hanno aderito appieno a questa improvvisa orgia nazionalistica, anti-italiana e anti-romana che ha preso possesso del popolo croato, da sempre animato da nobilissimi sentimenti di amore per la Patria e contemporaneamente da un legame a doppio e triplo filo alla Sede Apostolica e al Papa, e che in passato assai raramente era stato conquistato dal demone del nazionalismo.In un manifesto pubblicato da sedicenti "intellettuali cattolici" (tra i non molti firmatari vi sono anche ex calciatori, pensionati, militari in pensione, qualche ingegnere, sembra insomma che il concetto di "intellettuale" in Croazia abbia un significato estremamente elastico) si afferma tra l’altro che «il fatto che gli italiani abbiano dietro le quinte una grandissima influenza in Vaticano è segno che hanno deciso di venire a prendersi una parte del litorale e della Dalmazia, e il modello Daila rappresenta solamente il primo passo».In un'intervista al quotidiano Jutarnji List, il noto teologo e sacerdote Adalbert Rebic, dopo avere affermato che non fa parte del servizio petrino decidere su questioni di proprietà, accusa il cardinal Rodé, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata, di avere agito nella questione Daila contro gli interessi croati in quanto di nazionalità slovena. Sui benedettini un tempo residenti nel convento di Daila, sebbene perseguitati ingiustamente, Rebic osserva che nessuno li ha obbligati a lasciare l’Istria - il cardinal Stepinac aveva preferito rimanere prigioniero pur di non lasciare il proprio Paese. A questo proposito commenta Jurica Pavicic sul giornale Slobodna Dalmacija: “Adalbert Rebic non è capace di mostrare la benché minima compassione né verso persone della sua stessa fede, sacerdoti della sua stessa confessione, né verso persone che sono fuggite dinanzi a un'ideologia che egli stesso considera odiosa, e della quale esse sono state vittime. Tuttavia, vi è un motivo, senza possibilità di appello, per cui tutti questi motivi di empatia non valgono più e che fa in modo che i monaci di Praglia siano nemici: essi sono italiani, e in Istria, come in Dalmazia, si sa che gli italiani sono nemici».Ivan Markesic, laico, professore presso la Facoltà di filosofia della Società di Gesù a Zagabria, ha scritto sul portale cattolico-progressista Križ Života: «Dopo tutto quello che fa Papa Benedetto XVI ai croati, ai sacerdoti istriani e al loro vescovo, e di conseguenza allo Stato croato e ai suoi cittadini, in verità ogni croato cattolico, ma anche ogni altro cittadino croato di qualsiasi religione, dovrebbe dirgli: grazie, Santo Padre, davvero grazie per averci rapinato».
Sembra incredibile, ma anche per la maggioranza dei cattolici croati, la richiesta di un ordine religioso italiano affinché gli vengano restituiti terreni dei quali un tempo era proprietario, rappresenta una minaccia all’integrità territoriale della Croazia e diventa il primo passo verso una fantomatica invasione italiana del Paese. Essi sono talmente condizionati dalla propaganda, che servirebbe a poco spiegare loro che, seguendo questo linea di pensiero, la Croazia minaccerebbe l’integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina giacché la diocesi croata di Gospic-Segna ha quattro parrocchie – e quindi anche delle proprietà – in questo Paese, oppure quella della Slovenia, in quanto fino al 2004 l'Arcidiocesi di Zagabria ha chiesto senza successo allo Stato sloveno, e in seguito alla Corte di giustizia europea, la restituzione del castello di Mokrice, posto appena al di là del confine in territorio sloveno, e di sua proprietà fino al 1945 quando era stato confiscato dal regime comunista (fino al 1991 Slovenia e Croazia appartenevano allo stesso Stato).
Omissioni strategiche
L’alone di mistero, le falsità e le omissioni strategiche a proposito dei beni oggetto della contesa fanno pensare che a Parenzo abbiano qualcosa da nascondere, e che proprio per questo motivo abbiano scatenato un polverone con argomentazioni così inverosimili.
L’ex cancelliere Jakovljevic ha millantato l’assoluta unità del clero istriano a sostegno del suo vescovo, fatto che, secondo fonti solitamente bene informate, è da escludersi - tra l’altro, a Pola vi è il seminario e il centro di formazione per la Croazia dei Cammino Neocatecumenale, che è fedelissimo al Papa e fortemente contrariato dal modo di agire del vescovo Milovan.
Fino alla rivelazione della cronistoria degli eventi da parte di Glas Koncila, settimanale dell’Arcidiocesi di Zagabria diffuso in tutta la Croazia e Bosnia-Erzegovina, la diocesi ha taciuto di essere stata in contatto con l’Abbazia fin dall’anno 2000 per trovare un accordo su un’equa divisione dei beni, che dopo un lungo tira e molla fu sottoscritto nel 2006 a seguito della mediazione delle congregazioni vaticane per gli istituti di vita consacrata e dei vescovi, e che tuttavia era rimasto lettera morta.
La richiesta di restituzione dei beni dell’ex abbazia benedettina avanzata dalla Chiesa locale avanzata nel 1997 appare chiaramente illegittima anche perché accompagnata da una dichiarazione mendace della diocesi secondo la quale la parrocchia di Daila rappresentava l’erede e la continuatrice materiale e spirituale dell’ex abbazia benedettina – tale circostanza è tra l’altro una delle motivazioni addotte dal ministro Bosnjakovic per l’emissione del decreto di nullità delle delibere di restituzioni dei beni. Questi ultimi, infatti, già dal 1945 risultano avere nei libri fondiari un legittimo proprietario, appunto l’Abbazia di Praglia, e nel caso in cui poi fosse risultata la non restituibilità dei beni ai benedettini italiani sulla base dei trattati di Osimo e di Roma, questi non potevano essere restituiti neppure alla parrocchia di Daila.
Vale la pena quindi sottolineare il comportamento gravemente scorretto della diocesi, la quale ha fatto richiesta di restituzione di beni che non erano mai stati di sua proprietà e che non le spettavano, e che in seguito, quando per l’intervento della Santa sede si è trovata costretta a cedere una parte di questi beni al legittimo proprietario, ha segnalato la non restituibilità degli stessi ai benedettini di Praglia sulla base delle norme dei trattati internazionali, mostrando così di avere sempre saputo di avere ricevuto i beni in modo illegittimo – se non erano legittimati i benedettini, tanto meno lo erano la diocesi e la parrocchia – e di avere sempre taciuto su questo fatto.
Il "Bosco dei Frati"
Una storia che presenta vari aspetti singolari e fuori dal comune è quella della vendita dell’area chiamata "Bosco dei frati". Dopo avere acquisito questi beni, la diocesi ha venduto quest’area a una società da essa stessa fondata, chiamata Golf-Istra - quindi una “vendita a se stessi”, un trucco contabile che aveva tra l’altro il vantaggio di togliere da subito ai benedettini italiani la disponibilità di una delle porzioni più preziose dei beni oggetto della contesa. La sede di questa ditta era a Zagabria presso lo studio dell’avvocato Branko Skarica, il quale nel 2003 l’ha acquistata, ivi incluso naturalmente il "Bosco dei Frati", per 22 milioni di kune, pari a circa 3 milioni di euro. Quattro anni dopo il comune di Verteneglio, nel cui territorio si trova il "Bosco dei Frati", ha deciso la trasformazione dell’area da terreno a uso agricolo ad area destinata, guarda caso, a ospitare un campo da golf nonché strutture ricettive e alberghiere di lusso a esso collegate. Naturalmente dopo questa decisione il prezzo della Golf-Istra è lievitato a dismisura, e l’avvocato Skarica l’ha rivenduta alla società Makro 5 di Buie per 91,5 milioni di kune, pari a poco più di 12 milioni di euro, più di quattro volte il valore originario.
Il reverendo Jakovljevic nega che con la fondazione della ditta Golf-Istra si sia inteso destinare i terreni del "Bosco dei Frati" appunto a un campo da golf. Lasciamo quindi volentieri al Procuratore Generale della Repubblica di Croazia, Bajic, che ha già iniziato a interessarsi di questo caso, l’arduo compito di verificare se la trasformazione della destinazione d’uso dei terreni del "Bosco dei Frati" in un campo da golf che coincide con la ragione sociale della ditta fondata dalla diocesi istriana alcuni anni prima, con il conseguente quadruplicamento del valore della ditta medesima, siano frutto di rivelazioni mistiche, fortunate congiunzioni astrali o di accordi sottobanco, ivi incluso un processo di “oliatura” dei processi decisionali del Comune di Verteneglio. Allo stesso modo, attendiamo di sapere se la strana coincidenza tra la prima sede della Golf-Istra (lo studio dell’avvocato Skarica) e l’acquirente, in seguito rivenditore della ditta a un prezzo quattro volte superiore (ancora l’avvocato Skarica), sia dovuto al fatidico bacio della dea bendata in favore di questo avvocato o a un meccanismo con il quale le due parti hanno potuto ottenere, attraverso una (nuova) vendita fittizia, illeciti vantaggi di natura fiscale o di altro tipo.
In una lettera agli altri vescovi croati, Mons. Milovan scrive che con il decreto del Ministero della giustizia la questione oggetto del contenzioso sia conclusa, e si augura che “tutti accetteranno la decisione della Repubblica di Croazia e che in questo modo abbia termine questa disputa che ha provocato un grande danno all'intera Chiesa”. Non sappiamo se il vescovo di Parenzo vive in un universo parallelo, senza contatto con la realtà, o finga di non capire. Come abbiamo scritto, il decreto governativo è ben lungi dall’essere esecutivo, e probabilmente non lo diventerà mai. Per la diocesi istriana è meglio così. In caso contrario, la nullità di tutti i contratti stipulati porterebbe, tanto per citare solamente il caso della ditta Macro 5, a citazioni per danni per decine di milioni di euro, più l’obbligo di restituire i 12 milioni di euro che essa ha speso per l’acquisto della Golf Istra. In tal caso sussisterebbe il rischio concreto che la diocesi finisca in bancarotta, mentre l’applicazione della decisione della Santa Sede sarebbe stata quasi indolore in quanto non avrebbe minimamente mutato lo status quo dei terreni già venduti o dati in locazione - proprio per la porzione di beni non restituibili l'accordo prevedeva infatti il pagamento ai benedettini di circa cinque milioni di euro.
Il "simbolo dell’istituzione"
«Non cederemo mai l’abbazia, poiché essa è il simbolo dell'istituzione» ha affermato solennemente Jakovljevic. Parole profetiche, poiché essa è certamente il simbolo di un’istituzione, la Chiesa locale di Parenzo, divenuta modello dell’affarismo che sempre più spesso contagia l’ambiente ecclesiale.
La verifica delle particelle catastali che la diocesi deve restituire ai benedettini ha riservato più di una sorpresa. Anzitutto è apparso evidente che, al contrario di quanto affermato in un primo tempo da Parenzo, l’abbazia non solo non è destinata a essere restituita ai religiosi italiani, ma anche che il “simbolo dell’istituzione” è di proprietà della società a responsabilità limitata Benedikt d.o.o. Con un'informazione volutamente imprecisa e fuorviante, il vescovo Milovan afferma che soci della ditta sono la Diocesi austriaca di Linz nonché ovviamente la diocesi locale e la parrocchia di Daila. In realtà il socio austriaco non è la "diocesi" di Linz, bensì una sua fondazione, la Bischöfliche Stiftung St. Severin che dal 2010 è stata fusa con un’altra fondazione diocesana per dare vita alla Diözesane Immobilienstiftung, la fondazione immobiliare (!) della diocesi austriaca, nel cui Statuto, si afferma che tra l’altro che tra le sue attività vi è “la promozione e l’esecuzione di opere edilizie di ogni genere” (§2 paragrafo 4 comma b) in Austria e all’estero. Quale sia la quota di partecipazione della fondazione austriaca non è dato a sapersi – un mistero che serve forse a nascondere che la quota di maggioranza è in mano agli austriaci, anche loro stranieri? L’attività prevalente con la quale la Benedikt d.o.o. è stata registrata è quella alberghiera e turistica, tuttavia questo “simbolo dell’istituzione” si occupa anche di altri affari, che riteniamo non propriamente “pastorali”, quali la costruzione di appartamenti da dare in locazione, la frutticoltura, la produzione di bevande, attività sportive, ricreative e turistiche e servizi di cambio valute, l’edilizia, la locazione di navi e l’intermediazione per l’ottenimento di passaporti e visti. Non vorremmo che un’indagine più approfondita facesse venire alla luce, come nel caso della Diocesi di Maribor, intrecci finanziari e attività ancora meno ortodosse. Ci limitiamo a osservare che l’attività principale della società, quella alberghiera e turistica, può fare pensare che l’obiettivo finale sia stato quello di trasformare l’abbazia e i terreni circostanti in un albergo di lusso – progetti che, come è accaduto anche per il campo da golf nel "Bosco dei Frati", dopo la decisione della Santa Sede in favore dei benedettini italiani sono probabilmente andati in fumo.
Il silenzio dei vescovi croati
Stupisce profondamente e amareggia che nessun vescovo croato, ad eccezione del cardinal Bozanic, in queste settimane abbia speso una sola parola in difesa del Santo Padre, oggetto dei violentissimi attacchi dei media croati di cui abbiamo parlato in precedenza, e non rappresenta certo una giustificazione il fatto che i vescovi si siano auto-imposti il silenzio sulla vicenda di Daila, poiché la difesa della persona e della figura del Papa travalica le legittime differenze di opinioni che nell’episcopato possono sussistere sulla vicenda.
L’episcopato croato, un tempo tra i più fedeli al Papa e alla Santa Sede, ha in questo modo intrapreso a passi spediti il cammino che lo porterà presto o tardi a cadere nel precipizio nel quale già da molto tempo si trovano gli episcopati dei vicini Paesi mitteleuropei - Germania, Austria, Svizzera, Belgio, Olanda e altri ancora - per i quali, salvo qualche eccezione, l’unione con il Papa e la Santa Sede sono ormai solamente formali.
La propaganda dei mass-media, avviata e guidata da Parenzo, ha intaccato la fiducia e l’amore del clero e dei fedeli verso il Papa e la Santa Sede, che nel corso dei secoli ha rappresentato una parte integrante dell’amore del popolo croato verso la propria Patria. E’ tremenda la responsabilità del vescovo di Parenzo e del suo ex-cancelliere per il fatto di essere riusciti là dove avevano fallito, tra gli altri, Fozio all’epoca della separazione tra la Chiesa romana e quella bizantina, e più recentemente il maresciallo Tito, e ciò solamente per coprire interessi economici e giochi finanziari poco evangelici.
Presso il popolino questa vicenda ha inoltre risvegliato e accresciuto sentimenti di ostilità nei confronti degli italiani, e siamo sorpresi nel constatare l’assenza di reazioni dell’onorevole Furio Radin, deputato della minoranza italiana presso il parlamento di Zagabria, e della Comunità Nazionale Italiana alle accuse infamanti e inverosimili lanciate contro il popolo italiano da Javkovljevic e avallate dal vescovo Milovan, che anche di questo popolo, nella porzione residente in Istria, dovrebbero essere pastori e non lupi.
Questa vicenda, che al di fuori dei confini croati non è stata compresa in tutta la sua gravità, ha forse mostrato la necessità che la Santa Sede riveda i suoi modelli di comunicazione, non più adatti a questi tempi. Come hanno notato alcuni osservatori, Jakovljevic «ha interloquito con i mass-media con estrema abilità, in modo chiaro e conciso, … presentando i punti principali della posizione della diocesi su questo caso estremamente complesso. … Il suo modo di presentarsi e di parlare ha destato sorpresa, poiché la Chiesa di solito parla “tra le righe”». A questo abile comunicatore la Chiesa ufficiale ha risposto con due stringati comunicati del Vaticano, una dichiarazione del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale croata, che tra l’altro non corrisponde al pensiero della maggioranza dei vescovi stessi, due omelie del cardinal Bozanic e un articolo di Glas Koncila. Troppo poco per sperare di contrastare la propaganda mediatica scatenata dalla diocesi istriana.
Umanamente parlando, i frutti della visita del Papa in Croazia di due mesi e mezzo fa sembrano distrutti. Ma il Signore è sempre accanto al suo popolo, e ha assicurato: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv. 12, 24). Il chicco di speranza gettato da Benedetto XVI nei cuori delle famiglie e di tutto il popolo croato darà sicuramente molto frutto, ma perché ciò accada bisogna pregare. L’appello fatto dal card. Bozanic al santuario di Marija Bistrica ai fedeli croati il 15 agosto vale per tutti: «Desidero invitarvi … a pregare per la Chiesa, per la nostra unità e comunione, e preghiamo soprattutto per il Santo Padre che in questi giorni è stato fatto oggetto di attacchi proditori e di incredibili manifestazioni di odio, di cui si è macchiata una parte dell’opinione pubblica croata. Siamo chiamati a riparare alle offese fatte anzitutto a Dio, ma anche alla Chiesa e al Santo Padre …».
testo de "la Bussola Quotidinana", immagine Corbis
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