Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Le architetture curiali di Benedetto


Una curia decisamente "romana", ma gli italiani alla Congregazione per i Vescovi perdono il monopolio.

di *** (per http://chiesa.espresso.repubblica.it)
Con Benedetto XVI la curia romana starebbe tornando ad essere "troppo" italiana? Il grido d’allarme è stato lanciato dal settimanale inglese progressista "The Tablet" e ripreso qua e là.
Lo storico della Chiesa Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio anch'essa con fama progressista, ha difeso una simile evoluzione. Ha più volte spiegato che la Santa Sede non può uniformarsi ad una qualsiasi grande organizzazione internazionale: "La curia non può divenire una specie di ONU, perché fa parte della Chiesa romana e deve intrattenere con quest'ultima un legame ecclesiale, umano e culturale particolare".
Con papa Joseph Ratzinger c'è comunque una congregazione vaticana – e tra le più importanti e delicate – che oggi risulta totalmente de-italianizzata nella sua leadership, rispetto all'organigramma lasciato da Giovanni Paolo II.
È la congregazione per i vescovi, il dicastero che collabora più da vicino col papa per le nomine di gran parte dei vescovi della Chiesa cattolica: in pratica della quasi totalità dei vescovi dei paesi del mondo occidentale.
Nel 2005 questa congregazione era guidata da tre ecclesiastici italiani, unico caso tra i dicasteri curiali. Il cardinale Giovanni Battista Re ne era prefetto dal 2000. L’arcivescovo Francesco Monterisi ne era segretario dal 1998. Monsignor Giovanni Maria Rossi ne era sottosegretario dal 1993.
Ma con l'attuale papa, man mano, i tre hanno ceduto il passo a stranieri.
Nel luglio 2009, compiuti i 75 anni, Monterisi è stato nominato arciprete della basilica papale di San Paolo fuori le Mura e poi creato cardinale. Al suo posto è stato chiamato un portoghese, l’arcivescovo Monteiro de Castro, fino a quel momento nunzio apostolico in Spagna.
A fine giugno 2010 il cardinale Re, a 76 anni e mezzo, ha visto accettate dal papa le dimissioni da lui presentate al compimento dei 75. E al suo posto Benedetto XVI ha chiamato il canadese Marc Ouellet. Che a fine 2010 ha ottenuto la nomina a sottosegretario aggiunto (una novità per la congregazione) di un suo connazionale di fiducia, monsignor Serge Poitras.
La scorsa settimana, infine, ha lasciato l’incarico monsignor Rossi, al compimento dei 70 anni che è l’età di pensione per i sottosegretari (a meno di una proroga di due anni che può essere concessa solo con il "placet" del prefetto del dicastero).
Così ora, per trovare nella congregazione per i vescovi l’italiano più alto in grado, bisogna scendere al terzo dei tre capi ufficio, monsignor Fabio Fabene, che è anche sostituto della segreteria del collegio cardinalizio.
Insomma, la curia Romana con Benedetto XVI sarà forse più italiana di prima. Ma la “fabbrica dei vescovi” lo è certamente molto di meno.
Anche perché nei primi giorni di settembre un altro addetto italiano da nove anni in questa congregazione, monsignore Giulio Dellavite – ecclesiastico di fiducia dell'ex prefetto Re – a 39 anni è tornato nella diocesi di origine, Bergamo. Nominato segretario generale della curia di questa diocesi dal vescovo Francesco Beschi, nato nella vicina Brescia, diocesi natale dello stesso cardinale Re.

immagine Corbis

Autunno in Riviera


Mira, Oratorio di Ca' Priuli.


Il figlio del prete: la scure sul "Donpa" canterino

Il "Donpa" sul palco. In un anno si è chiusa la sfavillante e redditizia carriera del sacerdote-star
Dalle stelle alle stalle. Si chiude il sipario sul compositore del "liturgic-pop" e "sacro-rock" più intonato nelle chiese del Triveneto... amen.

di Mariangela Delisio (per Il Quotidiano italiano)
“È troppo pericoloso per lui far sapere in giro che questo figlio esiste, che è suo figlio”. Con queste parole scritte su un forum cattolico, una donna confessava di essere madre di un figlio del ‘peccato’, il peccato più grande dell’uomo con cui lo aveva concepito. Un ‘Uccelli di rovo’ della realtà. Iniziava ad uscire allo scoperto così la compagna di un ‘padre’ molto particolare, in quanto non è né un uomo sposato, né fidanzato, né separato, bensì un presbitero cattolico, Don Paolo Spoladore. Il 28 settembre scorso, infatti, il giudice Maria Teresa Rossi del Tribunale dei minori di Venezia ha stabilito, dopo l’inequivocabile risultato del test del DNA, che il bambino è proprio il figlio di Don Paolo e per il parroco, sospeso dalla sua attività già da un anno, ha disposto l’obbligo di mantenimento oltre al rimborso delle spese processuali. Il fanciullo assumerà il cognome ‘Spoladore’ in aggiunta a quello della madre, alla quale è totalmente affidato. La paternità di un sacerdote non era mai stata stabilita prima di questo caso.
Classe ’60, cantautore di brani devozionali ispirati alla Bibbia e al Vangelo che trascinano le folle, fondatore di una società dai bilanci sempre in attivo (900mila euro circa), curatore di seminari di comunicazione, ‘DonPà’ come lo chiamano i suoi devoti fedeli, il 25 giugno 2010 “a seguito dell’indagine previa avviata dalla Curia di Padova su alcuni fatti che lo riguardano” era stato sospeso dall’esercizio del ministero presbiterale (a divinis) dal vescovo di Padova, mons. Mattiazzo. I fatti che lo riguardano sono appunto un figlio di 9 anni avuto da una psicologa cinquantenne, che oggi la legge gli impone di mantenere.
Parroco dal rock nelle vene, amato dai suoi fedeli, Don Paolo, 9 anni fa, ha concepito un figlio con una donna. E’ anche andato a vederlo in ospedale dopo il parto, ha battezzato il piccolo e poi è sparito per sempre. La psicologa però non è mai riuscita a dimenticare l’accaduto, forse anche spinta dall’immagine di suo figlio così somigliante al padre, quando imbraccia la chitarra seduto sul letto della sua cameretta.
Il vescovo Mottiazzo aveva anche dichiarato che “i corsi di formazione condotti da don Paolo Spaladore e l’attività da lui svolta in ambito musicale ed editoriale (quindi concerti, cd, libri, ecc) erano iniziative di cui il sacerdote risponde personalmente e che non hanno alcuna approvazione da parte dell’autorità ecclesiastica”.
Insomma, una storia vagamente simile a quella di Don Sante Sguotti, 44 anni, da parroco a camionista, da sposato con il Signore, a compagno di una donna e padre di un figlio. Con una sola grande differenza, mentre Don Sguotti ha intrapreso la strada del sacerdozio per svolgere il mestiere di parroco in modo diverso da quello seguito dal parroco del suo paese (Bagnoli di Sopra), ed è poi inciampato volontariamente in una moglie e in un figlio, cambiando nuovamente vita, Don Paolo ha sempre negato la sua ‘scappatella’, non sottoponendosi mai al test del DNA. Don Spoladore infatti non si è mai presentato davanti al giudice per discutere di quella relazione segreta durata tre anni, dal 1999 al 2002.

Il Signore, che è tre volte santo


Santo, santo, santo... Tre volte santo è il Signore Dio nostro. E quante volte abbiamo ascoltato, prima della Consacrazione, queste parole! Queste solenne ripetizioni, forse, ci hanno fatto perdere di vista (almeno un po') il senso e l'importanza di questo cantico. Non pare quindi inutile soffermarvicisi sopra un poco.
Anzitutto ci chiediamo: da dove derivano queste parole? Chi le ha composte? E scopriamo che esse provengono direttamente dalla Sacra Scrittura. Infatti, se apriamo il libro del profeta Isaia (il quale visse nell'VIII secolo prima di Cristo), troviamo parole speculari al testo liturgico: “Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della Sua gloria.” (Is 6, 3) (nota 1). E la parte successiva, cioè il Benedictus, è anch'essa di origine biblica: “Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!” è infatti il grido di esultanza che la folla rivolge a Gesù quando entra a Gerusalemme (Mt 21, 9) (nota 2). Alla prima parte (Sanctus) è stato aggiunta l'invocazione “Osanna nel più alto dei cieli”, in maniera simmetrica rispetto alla seconda parte.
Come si sarà già potuto notare, il testo liturgico è molto simile a quello della Parola di Dio. In latino abbiamo “Sanctus, sanctus, sanctus Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt cæli et terra gloria Tua. Hosanna in excelsis. Benedictus qui venit in nomine Domini. Hosanna in excelsis.” La traduzione italiana utilizzata nella liturgia è “Santo, santo, santo il Signore Dio dell'universo. I cieli e la terra sono pieni della Tua gloria. Osanna nell'alto dei cieli. Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell'alto dei cieli.
Come abbiamo visto, il Sanctus deriva da un passo di Isaia. In esso leggiamo che, nell'anno della morte del re Ozia (ca. 740 a.C.), ebbe una visione, in cui vide Dio seduto sul trono. Attorno a Lui v'erano alcuni serafini, che proclamavano l'un l'altro le parole che abbiamo riportato sopra. Il testo liturgico, rispetto a quello biblico, aggiunge un “Deus” tra “Dominus” e “Sabaoth”. Inoltre, mentre nella Scrittura si parla della la gloria del Signore che riempie la sola terra, nella liturgia è stato aggiunto un riferimento anche ai “cieli”, anch'essi ripieni della stessa gloria.
Un'espressione simile la troviamo in Ap 4, 8 ove i “quattro viventi” (nota 3) che stanno “in mezzo e intorno al trono” di Dio proclamano un'invocazione simile “Santo, santo, santo il Signore Dio, l'Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!”.
E' quindi del tutto evidente che le parole del Sanctus vogliono riprendere direttamente la liturgia celeste (nota 4), che è intrinsecamente connessa a quella terrena (nota 5).
Vediamo il testo, dunque. Anzitutto, troviamo il triplice grido “Santo, santo, santo”. E' il Signore che è tre volte santo. Perché questa ripetizione?
Anzitutto i Padri vi hanno visto un riferimento all'augusto mistero della Trinità: santo è il Padre, santo è il Figlio, santo è il Paraclito (nota 6).
In secondo luogo, esso è un sottolineare la grandiosa santità di Dio: poiché infatti il numero tre è simbolo di pienezza (nota 7). E nella Sacra Scrittura uno dei temi più importanti è proprio l'evidenziazione della santità di Dio (nota 8).
In terzo luogo, possiamo considerare che la santità di Dio tocca anche noi, poveri peccatori: “siate santi, perché Io sono santo” (Lv 11, 44-45) afferma il Signore. Mentre dunque proclamiamo con la bocca la santità di Dio, dovremmo cercare di conformarci ad essa, per quanto ce lo permetta la misera condizione umana.
L'espressione successiva serve ad esplicitare a chi si rivolge questa triplice invocazione: al “Signore Dio degli eserciti” (nota 9), dove quest'ultimo termine si intendono le schiere di angeli. A tal riguardo, giova ricordare che, poco prima, al termine del Prefazio, il sacerdote aveva umilmente proposto che l'assemblea della Chiesa pellegrina nel mondo si unisse ai cori celesti nella proclamazione dell'inno di lode. Dunque, prima un'invocazione trinitaria, poi un'invocazione all'unico Dio. Afferma Innocenzo III: “Tre volte si dice Sanctus e una volta sola si dice Deus, affinché si riconosca il mistero della Trinità e dell'unità.” (cfr. Legis et Sacramentis Eucharistiae, in PL 217, 858). Ma nella stessa opera si propone anche un'interpretazione un po' diversa per l'espressione “Sabaoth”: essa non indicherebbe solamente le schiere angeliche, ma anche la milizia della Chiesa (“Tot enim exercitus habet Deus in terra, quot sunt ordines in Ecclesia: tot abet in cœlis, quot ordines sunt in angelis”; cfr. PL 217, 839).
Poi si afferma che “i cieli e la terra sono pieni della Tua gloria”. Vien naturale qui chiedersi: che cos'è questa “gloria”? Rispondiamo con le parole del beato Giovanni Paolo II: “La Gloria di Dio è prima di tutto in lui stesso: è la gloria “interiore”, che, per così dire, riempie la stessa profondità illimitata e l’infinita perfezione dell’unica Divinità nella Trinità delle Persone. Questa perfezione infinita, in quanto pienezza assoluta di Essere e di Santità, è pure pienezza di Verità e di Amore nel contemplarsi e nel donarsi reciproco (e quindi nella comunione) del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Mediante l’opera della creazione la gloria interiore di Dio, che sgorga dal mistero stesso della Divinità, viene in un certo senso trasferita “al di fuori”: nelle creature del mondo visibile e di quello invisibile, in proporzione al loro grado di perfezione.” (nota 10) Nel nostro caso, sembra senz'altro che la “gloria di Dio” si riferisca a questo secondo significato, che la Catholic Encyclopedia indica “testimonianza che l'universo creato rivolge alla natura del suo Creatore, come un effetto rivela l'indole della propria causa.” Infatti, Dio ha creato, liberamente e per amore, tutte le cose (CCC 279, 290). “Tutte le cose visibili e invisibili” esistono perché partecipano all'essere di Dio: se non avessero ricevuto da Dio l'essere, esse semplicemente non esisterebbero (nota 11). Da questo deriva che “Ogni cosa che il Suo fiat ha chiamato all'esistenza è una copia [finita e imperfetta, ndr][...] di alcuni aspetti della Sua infinita perfezione. Ogni cosa riflette entro limiti fissi qualcosa della Sua natura e dei Suoi attributi.” (Catholic Encyclopedia).
Segue il primo “Osanna nell'alto dei cieli”. “Osanna” è un termine ebraico (hōshī ῾āh-nnā: “salva”: cfr. Enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/osanna/) che indica gioia ed esultanza, che – con espressione immaginifica – prorompe con forza, supera i confini della terra e sale sino in cielo (che tradizionalmente indica la sede di Dio).
Si passa poi all'espressione “Benedetto Colui che viene nel nome del Signore”. E' ripresa, come detto, dal grido della folla a Gesù che entra a Gerusalemme (Mt 21, 9). E' evidente che anche nella liturgia ci si riferisce al Figlio di Dio: è significativo, infatti, che queste parole vengano dette poco prima della Consacrazione, cioè del momento in cui Nostro Signore si fa realmente presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. E come può un cattolico non elevare il suo animo e la sua voce all'esultanza e al ringraziamento verso Cristo, che si è incarnato, ha patito atroci sofferenze e si è immolato sull'altare della Croce per salvare gli uomini dall'abisso del peccato in cui essi stessi, per disobbedienza e superbia, si erano cacciati? Nella già citata opera, Innocenzo III riferisce il Benedictus al mistero dell'Incarnazione: “poichè è veramente necessario alla salvezza eterna che si confessi pure il mistero dell'incarnazione, rettamente si soggiunge [al Sanctus, ndr] Benedictus qui venit in nomine Domini.” (PL 217, 840).
Infine, una nuova, solenne ripetizione dell'intima felicità del cristiano: “Osanna nell'alto dei cieli”. Non aggiungiamo altro, qui, a quanto già detto in merito sopra.
A conclusione, possiamo esaminare brevemente la questione da un punto di vista della storia della liturgia.
La prima parte, il Sanctus cioè, è veramente un testo antichissimo, attestato forse già nel primo secolo dell'era cristiana (alcuni interpretano in questo modo un passo della lettera di san Clemente Romano ai Corinzi, cap. XXXIV) ed è attestato con sicurezza a partire dal IV secolo. Il Benedictus è più tardo (VI-VII secolo). Generalmente essi erano cantati dal popolo, almeno sino al VII secolo e in alcuni luoghi fino quantomeno al XII. Venivano cantati assieme sino al XVI secolo, quando furono separati: il Sanctus si cantava subito dopo il Prefazio, come oggi, mentre il Benedictus era spostato a dopo l'elevazione delle Sacre Specie. Una delle ragioni di questa pratica, probabilmente, è da ricercarsi nello sviluppo della musica medievale, che provvedeva ad utilizzare tropi e melodie piuttosto complesse, che prolungavano alquanto il canto: forse si preferì di conseguenza spostarne una parte più in là (nota 12).
A partire dal XIII secolo è documentato l'uso di accompagnare il canto col suono dei campanelli (nella forma straordinaria del rito romano è rimasto l'uso di suonare tre colpi, proprio di campanello, al Sanctus: evidente di fare un triplice segnale). Costume probabilmente più antico è quello del celebrante di inchinarsi (anche quest'uso si conserva nella forma straordinaria, anche se non si estende al Benedictus) e di farsi un segno di croce al Benedictus medesimo (quest'ultima pratica è documentata almeno a partire dall'XI secolo).


Bibliografia: J. A. Jungmann S.J., Missarum Sollemnia. Origini, liturgia, storia e teologia della Messa romana, Torino, Marietti, 1953 (II ed.).

Cornelio a Lapide (1567-1637), Comentaria in scripturam sacram, Parigi, Apum Ludovicum Vives, Bibliupolam Editorem, 1891.

The Catholic Encyclopedia, voll. 15, New York, Rober Appleton Company, 1907-12.


(nota 1) La traduzione riportata è quella Cei 2008, praticamente identica alla Cei 1974 (“Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della Sua gloria.”). Il testo della Vulgata (inizio V secolo) ha “Sanctus Sanctus Sanctus Dominus exercituum plena est omnis terra gloria eius” (la Nova Vulgata – anno 1979 – mantiene questa medesima traduzione). La traduzione dei LXX ha “Ἅγιος ἅγιος ἅγιος κύριος σαβαωθ, πλήρης πᾶσα ἡ γῆ τῆς δόξης αὐτοῦ.” Il testo della Bibbia Ebraica ha “קָדוֹשׁ קָדוֹשׁ קָדוֹשׁ יְהוָה צְבָאוֹת; מְלֹא כָל-הָאָרֶץ, כְּבוֹדוֹ”.

(nota 2) La traduzione riportata è quella Cei 2008 (la Cei 1974 è identica). La Vulgata ha “Benedictus qui venturus est in nomine Domini osanna in altissimis", mentre la Nova Vulgata “Benedictus, qui venit in nomine Domini! Hosanna in altissimis!” Il testo greco del Nuovo Testamento ha “εὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι κυρίου, ὡσαννὰ ἐν τοῖς ὑψίστοις”.

(nota 3) Si tratta di quattro angeli delle più alte schiere.

(nota 4) “Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste […] insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria” (Sacrosanctum Concilium, 8).

(nota 5) “Essa [la liturgia terrena, ndr] è l'entrare nella liturgia celeste già da sempre in atto. La liturgia terrena è liturgia solo per il fatto che si inserisce in ciò che già c'è, in ciò che è più grande.” (Joseph Ratzinger, Cantate al Signore un canto nuovo, Milano, Jaca Book, 1996, p. 157)

(nota 6) Cfr. ad es. san Giovanni Damasceno, De hymno Trisagio epistola (PG 95, 26): “santo, santo, santo, e tre Persone sono celebrate in una medesima gloria”; Ps. Agostino, De fide ad Petrum sive De regula veræ fidei, lib. I, cap. I (PL 40, 755): “Hanc Trinitatem personarum atque unitatem naturæ propheta Isaias revelatam sibi non tacuit, cum se dicit Seraphim vidisse clamantia: Sanctus, sanctus, sanctus Dominus Deus sabaoth (Isai. VI, 3). Ubi prorsus in eo quod dicitur tertio, Sanctus, personarum Trinitatem”.

(nota 7) Cfr. ad es. Gianfranco Ravasi, Cinquecento curiosità sulla fede, Milano, Mondadori, 2009, p. 290. Nozione presente anche nella filosofia greca: cfr. Aristotele, De cælo, lib. I, cap. I, § 2.

(nota 8) A titolo esemplificativo: Lv 11, 44-45; 19, 2; 20, 26; 21, 8; Gs 24, 19; 1 Sam 2, 2; 2 Mac 14, 36; Sal 70, 22; 77, 41; 98, 3; 144, 17; Sir 36, 3; Is 5, 16; 8, 13; 43, 15; Ez 20, 41; 39, 7; Os 11, 9; Ab 1, 12; Mc 1, 24; Lc 1, 35; 4, 34; Gv 6, 69; 17, 11; 20, 22; Ap 6, 10; 15, 4; 16, 5.

(nota 9) Il testo masoretico ha יְהוָה צְבָאוֹת, cioè “Signore delle schiere, delle armate”; il termine usato per indicare le schiere, pronunciato ṣĕbā’ōt (cfr. Enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/sabaoth/), passò per semplice traslitterazione al greco (i LXX hanno “ κύριος σαβαωθ” - pr. Kyrios Sabaoth) e poi alla liturgia.

(nota 10) Cfr. Udienza generale del 12 marzo 1986.

(nota 11) Cfr. Roberto Coggi O.P., Dio creatore, gli angeli e l'uomo, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 2002, p. 30-31.

(nota 12) Nell'usus antiquior la regola attuale per le Sante Messe in canto è questa: se il canto del Sanctus e del Benedictus è fatto con la melodia gregoriana, esso va svolto di seguito; se invece si utilizza una melodia diversa, il Sanctus si fa subito dopo il Prefazio, mentre il Benedictus si sposta a dopo la Consacrazione (cfr. Instructio De musica sacra, 27/d, 3 settembre 1958). Cfr. Cuneo-Di Sorco-Mameli, Introibo ad altare Dei. Il servizio all'altare nella Liturgia Romana tradizionale, Verona, Fede & Cultura, 2008, p. 178-9.
 

In Festo B.M. Virginis a Rosario



Venite, gentes, carpiteex his rosas mysteriis,
et pulchri amoris inclitæ
matri coronas nectite.
 
Iesu, sit tibi Gloria,
qui natus es de Virgine,
cum Patre et almo Spiritu,
in sempiterna saecula.


"Orsù dunque, Venerabili Fratelli, per quanto avete a cuore l’onore di Maria e il benessere della società, studiatevi di alimentare la devozione e di accrescere la fiducia dei popoli verso la Grande Vergine. Noi pensiamo che sia da attribuire a divino favore il fatto che, anche in momenti tanto burrascosi per la Chiesa come questi, si siano mantenute salde e fiorenti nella maggior parte del popolo cristiano l’antica venerazione e la pietà verso la Vergine augusta. Ma ora Noi speriamo che, incitati da queste Nostre esortazioni ed infiammati dalle Vostre parole, i fedeli si metteranno con sempre più ardente entusiasmo sotto la protezione e l’assistenza di Maria, e continueranno ad amare con crescente fervore la pratica del Rosario, che i nostri padri solevano considerare non solo come un potente aiuto nelle calamità, ma anche come un nobile distintivo della cristiana pietà. La celeste Patrona del genere umano accoglierà benigna le umili e concordi preghiere, e agevolmente otterrà che i buoni si rinvigoriscano nella pratica della virtù; che gli erranti ritornino in sé e si ravvedano; e che Dio, vindice delle colpe, piegato a misericordiosa clemenza, allontani i pericoli e restituisca al popolo cristiano e alla società la tanto desiderata tranquillità."
Supremi Apostolatus, lettera enciclica di Papa Leone XIII (1883)

Da Padova e Venezia, qualche scatto "straordinario"


Liturgia nella forma straordinaria in terra veneta: alcune suggestive immagini dalla Chiesa di San Gaetano a Padova, dove si è celebrata la memoria di Santa Maria in Sabato, e dalla Chiesa di San Simeon Piccolo in Venezia, in cui si è solennizzata la prima domenica di ottobre, per la festa del Rosario.






Nella chiesa di San Simeon proseguono i restauri: dopo il ripristino e la pulizia del presbiterio, il tempio è nuovamente accessibile dal portale principale.

La cera per l'altare: candele e liturgia


L'Institutio Generalis Missalis Romani afferma: “Super ipsum [altare, ndr] vero aut iuxta ipsum duo saltem in omni celebratione, vel etiam quattuor aut sex, praesertim si agitur de Missa dominicali vel festiva de praecepto, vel, si Episcopus dioecesanus celebrat, septem candelabra cum cereis accensis ponantur.” (IGMR, 117)(nota 5).
La prima cosa che notiamo è che l'utilizzo delle candele non è affatto facoltativo, bensì obbligatorio. La seconda, che questi candelabri vanno postio sopra (super) o nei pressi (iuxta) dell'altare. Crediamo di poter deplorare, qui, l'abitudine diffusasi in alcuni luoghi, di interpretare in senso che riteniamo troppo estensivo il termine iuxta. Quest'avverbio indica vicinanza e, del resto, è del tutto evidente l'intimo legame che le rubriche presuppongono intercorrere tra altare e candele: porle ad eccessiva distanza, quindi, rende molto difficoltosa – quando non impossibile – la comprensione di questa relazione. La terza cosa che si nota la specificazione del numero dei candelabri. Devono essere, sempre, almeno due; in occasioni particolari (Santa Messa domenicale o di precetto: in senso estensivo, si può pensare ad ogni celebrazione che presenti qualche elemento di solennità) quattro oppure sei; quando celebra il Vescovo diocesano, sette. Questa disciplina si scosta ben poco, in fondo, dalle rubriche della forma straordinaria (nota 6). Anche una successiva rubrica (IGMR, 307) parla dei candelabri: in essa, tra le altre cose, si stabilisce con chiarezza che altare e candelabri siano disposti “ut totum concinne componatur” (in modo da formare un tutto armonico) – confermando quindi quando sostenuto da noi poco sopra – e che “neque fideles impediantur ab iis [candelabris, ndr] facile conspiciendis, quae super altare aguntur vel deponuntur.” (e [i candelabri] non impediscano ai fedeli di vedere comodamente ciò che si compie o viene collocato sull’altare). Quest'ultima affermazione è stata forse da alcuni strumentalizzata, al fine di escludere antichi candelabri, piuttosto grandi e di notevole valore artistico, col pretesto che avrebbero impedito ai fedeli di vedere quanto si compie sull'altare. Ora, l'esempio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice dimostra che è possibile coniugare l'uso di venerabili candelabra con questa prescrizione, semplicemente avendo cura di disporli in maniera tale che essi non ostruiscano la vista dell'assemblea. Se l'altare fosse piccolo, è pur sempre possibile porli immediatamente nei pressi dell'altare (per esempio sul pavimento del presbiterio davanti all'ara/mensa medesima). Accade infatti, talvolta, di vedere candele dozzinali o di forme particolari o comunque ben poco armonizzate coll'arredo liturgico della chiesa nel suo insieme. Per esempio, candele poste in vasi di terracotta scarsamente ornati paiono scarsamente accordarsi con le linee rinascimental-barocche di gran parte dei nostri edifici sacri. Senza contare che, come dicevamo prima, il pauperismo liturgico non è affatto sinonimo – purtroppo taluni paiono averlo considerato tale, invece – di “nobile semplicità” e mal si accorda con l'espressione dell'intima solennità della Sacra Liturgia. Del resto, nella rubrica in esame, motivando l'utilizzo dei candelabri nella celebrazione, si adduce “venerationis et festivae celebrationis causa” (in segno di venerazione e di celebrazione festiva). É evidente che la venerazione verso il Santissimo Sacrificio della Messa viene espressa con molta maggior chiarezza da candele degne e preziose, che certo non sostituiscono la devozione e l'intima partecipazione interiore, ma dovrebbero in qualche modo rappresentare lo zelo per la Casa del Signore (cfr. Sal 68, 10).
Riguardo alla materia delle candele, nelle rubriche non se ne parla. Nel 1974 (cfr. Notitiæ 10 [1974]), la Congregazione per il Culto Divino affermò che l'argomento era di competenza delle Conferenze Episcopali; era comunque da scegliersi un materiale nobile e degno, che permettesse di ottenere una fiamma viva, che non producesse fumo o odori e che non macchiasse. Per significare pienamente il simbolismo della luce e la verità delle cose, poi, si sosteneva che dovessero essere evitate le lampade di luce elettrica (nota 7). Queste caratteristiche, considerando anche la tradizione delle popolazioni europee, sembrano facilmente riscontrabili proprio nella cera d'ape.



(nota 5) “sull’altare, o accanto ad esso, si pongano almeno due candelabri con i ceri accesi, o anche quattro o sei, specialmente se si tratta della Messa domenicale o festiva di precetto; se celebra il Vescovo della diocesi, si usino sette candelabri.” (trad. italiana ufficiale CEI)
(nota 6) In essa si utilizzano due candele per la Messa letta, quattro o sei per quella cantata, sei per quella solenne e sette per quella pontificale.
(nota 7) “[...] valet pro cereis durante Missa accendendis facultas qua gaudent Conferentiæ Episcopales seligendi materias aptas pro sacra supellectile, dummodo sint nobiles ac dignæ iuxta mentem cuiusvis populi et usui sacro apte respondeant. In cereis usui liturgico destinatis conficiendis materias adhigeantur quibus obtineri possit flamma viva, non fumosa nec fætida neque tobaleæ aut stratus maculentur. Insuper ut rei veritas et plenior significatio lucis habeatur, vitandæ sunt lampades vi electrica accensæ.”
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