Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

In Dominica Palmarum: ordinaria o straordinaria?



Ecco qualche immagine della Domenica delle Palme al Brompton Oratory a Londra, che prontamente pigliamo da New Liturgical Movement. Altare coram Deo e stile "d'altri tempi"... secondo voi, con quale delle due forme del Rito Romano si è celebrata la solennità? 








In Dominica Palmarum: da Padova a Venezia





Padova e Venezia, liturgia e pastorale nella Solennità della Palme dalle immagini de Il Mattino e de La Nuova. A Padova, in una colma piazza delle Erbe, il tradizionale incontro tra il Vescovo e i giovani dell'Azione Cattolica guidati dallo slogan dell'anno "1,2,3...vetta!", a Venezia la partecipatissima processione e la celebrazione eucaristica solenne presieduta dal neo-patriarca Francesco nella Basilica di San Marco.




Moraglia Patriarca: la meditazione all'incontro col clero





Parole di forte impatto quelle pronunciate quest'oggi in Basilica di San Marco da parte del Patriarca Moraglia in occasione dell'incontro col clero del patriarcato. Assolutamente da non perdere.


Il presbitero o ministro ordinato, al di là del particolare ufficio che svolge nella Chiesa, esprime il suo essere specifico - ossia, il suo essere immagina di Cristo-capo a servizio della Chiesa - attraverso la carità pastorale. Sì, la carità pastorale sulla quale con voi desidero riflettere in questo nostro incontro che, per la prima volta, ci vede insieme in un momento di preghiera. Che cos'è la carità pastorale? Qual è il significato della carità pastorale? In che cosa si caratterizza rispetto al vincolo della comune carità che, ovviamente, il presbitero condivide con gli altri membri del popolo di Dio? La carità pastorale è una forma specifica d’amore, se preferite un modo particolare d’amare proprio del sacerdote ordinato. Si tratta di un dono di sé che inerisce, vale a dire si radica, nella realtà sacramentale in cui il presbitero viene costituito nel momento dell’ordinazione; la carità pastorale deve intendersi in tale modo; e il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, proprio circa la carità pastorale, si serve di queste parole: «costituisce il principio interiore e dinamico capace di unificare le molteplici e diverse attività pastorali del presbitero e, dato il contesto socio-culturale e religioso nel quale vive, è strumento indispensabile per portare gli uomini alla vita della Grazia» (n. 43). 
Quindi ogni gesto, ogni parola del presbitero devono essere segnati da questa carità pastorale, in modo tale che egli giunga al dono totale di sé , andando oltre la dedizione di quanti anche con grande generosità s’impegnano nella loro attività lavorativa o professione. La carità pastorale non è qualcosa che s’improvvisa nella vita del presbitero o una conquista che si raggiunge una volta per sempre; piuttosto è qualcosa che inerendo allo stato sacerdotale non è destinata a venir meno anche quando, per motivi di salute o età, si viene sgravati - per il bene proprio e della comunità a cui fino ad allora si è servito - da determinati, concreti incarichi pastorali (cfr. n. 43); muterà, piuttosto, il modo d’esercitarla. 
Il pensiero riguardante la carità pastorale si chiarisce se si legge quanto il Direttorio afferma a proposito del funzionalismo che corrisponde e bene esprime una logica propria della nostra società, del nostro tempo, della nostra cultura. Quindi il presbitero, che ovviamente è uomo immerso nella società, nella cultura del suo tempo, è facilmente esposto a pensare il proprio sacerdozio e vivere il ministero e la vita in maniera funzionale. Una vita intesa secondo i parametri dell’efficientismo del mondo, un’esistenza sotto il segno del “mordi e fuggi”, perché intanto quello che vale oggi domani sarà già superato; ciò che conta, infatti, è l’apparire e l’essere visti. Così, mentre si esercita una professione, ossia si fa il medico, il magistrato, l’operaio o l’impiegato, diversamente preti lo si è e lo si è per sempre; quindi non è corretto domandarsi: che cosa fa il prete? Ma, piuttosto: chi è il prete? Quindi non che cosa fa? Ma: chi è il prete? La prospettiva cambia in modo radicale. Anche una domanda può esser posta in modo più o meno pertinente e da essa dipende una risposta; certo è lecito domandarsi anche: che cosa fa il prete? Ma sempre alla luce dell’altra domanda fondante, che deve rimanere sullo sfondo: chi è il prete? 
Proprio secondo questa elementare ma chiarificatrice domanda - non cosa fa il prete? Ma chi è il prete? - leggiamo il n. 44 del Direttorio a proposito del funzionalismo: «La carità pastorale corre, oggi soprattutto, il pericolo d’essere svuotata del suo significato dal cosiddetto funzionalismo. Non è raro, infatti, percepire, anche in alcuni sacerdoti, l’influsso di una mentalità che tende erroneamente a ridurre il sacerdozio ministeriale ai soli aspetti funzionali. ‘Fare’ il prete, svolgere singoli servizi e garantire alcune prestazioni d’opera sarebbe il tutto dell’esistenza sacerdotale. Tale concezione riduttiva dell’identità e del ministero sacerdotale, rischia di spingere la vita di questi verso un vuoto, che viene spesso riempito da forme di vita non consone al proprio ministero. Il sacerdote che sa d’essere ministro di Cristo e della sua Sposa troverà nella preghiera, nello studio e nella lettura spirituale la forza necessaria per vincere anche questo pericolo» (n. 44). 
Così la carità pastorale è intesa come “amore”, ossia dono di sé, ma sempre a partire dal sacramento dell’ordine e, conseguentemente, dalla realtà concreta del ministero che, appunto, attraverso l’ordinazione presbiterale, si connette intrinsecamente e indelebilmente alla realtà sacramentale. Insomma il modo d’amare, di servire, di pazientare, di perdonare, non potrà mai prescindere dall’essere presbiteri, ossia chiamati a servire i fratelli, rendendo loro presente attraverso parole e gesti di Cristo e della Chiesa, il Signore Gesù. Un padre, una madre amano il figlio in forza della loro paternità e maternità, in quanto appunto sono padre e madre e perché quel bambino è loro figlio; essi lo amano non perché egli si merita il loro amore e se anche il figlio si meritasse il loro amore, il padre e la madre lo amerebbero prima e a prescindere da questo suo merito e dalle sue doti. Io lo amo - sarebbe la risposta di quel papà e di quella mamma -, perché sono suo padre, perché sono sua madre; lo amo perché è mio figlio; anzi più un figlio è fragile e in difficoltà più i genitori, proprio per questa fragilità o per le sue difficoltà, lo 
amano di più. 
Risaliamo all'inizio del ministero ordinato, ossia a quando Gesù trasmette il suo servizio/potere di Risorto alla Chiesa; il Vangelo di Giovanni narra la conferma del conferimento del primato - la pienezza del servizio/potere sacerdotale - a Pietro sulle rive del lago di Tiberiade (Gv 21, 15-23). Conosciamo il testo giovanneo; per ben tre volte Gesù si rivolge a Pietro e condiziona il conferimento del servizio/potere di pascere le pecore alla risposta di Pietro che per tre volte risponde alla domanda di Gesù: sì, Signore ti amo; solo la terza volta Gesù lo costituisce suo vicario nel compito di pascere il gregge che è la Chiesa. Così, alla fine, è proprio l’amore che dice la genuina appartenenza del sacerdote ordinato al ministero del Signore, il buon pastore, cioè alla persona di Gesù capo, al quale serviamo “rendendolo presente” - questo è lo specifico sacerdotale -; così, alla fine, è ancora l’amore a dire la nostra evangelica appartenenza alle persone alle quali siamo stati mandati. 
Il vangelo di Giovanni (cfr. Gv 10, 1-18) delinea le caratteristiche del buon pastore e quelle del mercenario. Le pecore ascoltano la voce del buon Pastore che le guida una a una e le conduce; il buon pastore, poi, offre la vita per le sue pecore. Invece il mercenario, cui le pecore non appartengono, vede venire il lupo e scappa. La carità pastorale è quindi un amore che si lega strettamente e si esprime a partire dal sacerdozio ordinato e si vive nel proprio ministero quotidiano e conduce non dove vogliamo noi ma dove siamo mandati. 
Un amore che mette in campo una volontà di dono totale, una dedizione e una capacità di sacrificio che, di volta in volta, si esprimono a partire dal nostro essere sacerdotale. Il presbitero, al momento dell’ordinazione sacerdotale, s’impegna liberamente a questo tipo di amore, non a qualcosa di meno, non a qualcosa di diverso. Ricordiamo: il nostro modo d’amare, da quando siamo diventati preti non può prescindere, non può non modellarsi o misurarsi sulla carità pastorale.
Verifichiamo tale caratteristica fondante del nostro sacerdozio; facciamolo sotto la guida di un confratello che sia guida saggia, uomo veramente spirituale; infatti anche i preti e i vescovi hanno bisogno della direzione spirituale. Quello che è un impegno assunto liberamente dinanzi a noi stessi, a Dio, alla Chiesa è, innanzitutto, conseguenza strettamente connessa al sacramento dell’ordine. Cerco di spiegarmi, e lo faccio citando la Pastores dabo vobis, laddove Giovanni Paolo II annota: «In quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote si pone non soltanto nella chiesa ma anche di fronte alla chiesa. Il sacerdozio, unitamente alla parola di Dio e ai segni sacramentali di cui è al servizio, appartiene agli elementi costitutivi della chiesa. Il ministero del presbitero è totalmente a favore della Chiesa; è per la promozione dell’esercizio del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio; è ordinato non solo alla chiesa particolare, ma anche alla chiesa universale (Presbyterorum Ordinis, 10), in comunione con il vescovo, con Pietro e sotto Pietro. Mediante il sacerdozio del Vescovo, il sacerdozio di secondo ordine è incorporato nella struttura apostolica della chiesa. Così il presbitero come gli apostoli funge da ambasciatore per Cristo (cfr. 2Cor 5, 20). In questo si fonda l’indole missionaria di ogni sacerdote» (n. 16). 
Per vivere le promesse dell’ordinazione si richiede, allora, una precisa disposizione del cuore insieme a una testimonianza chiaramente percepibile e ben visibile; infatti, il prete, come ogni uomo, è fatto d’interiorità e di esteriorità. L’amore pastorale chiede di occuparci dell’altro, degli altri, della comunità a prescindere dai motivi umani e a farcene carico con amore. Ciò avviene anche attraverso azioni esteriori che, talvolta, però, potrebbero finire per esercitarsi non più per quell’affetto intimo del cuore che chiamiamo il desiderio delle salvezza della anime, ma per altri motivi che possono essere - di volta in volta - per alcuni abitudine, per altri esteriorità giuridica, timore d’essere criticati o rimproverati, desiderio di essere considerati dagli altri, voglia di primeggiare, o per interesse personale o perché, per determinate questioni, si può avere una propensione personale (ci piace farle). 
Dobbiamo chiederci, allora, quale è il motivo ultimo, il motivo vero del nostro operare pastorale. Talvolta si deve constatare che non soltanto viene meno il motivo interiore, ma anche l’esercizio esteriore del nostro operare. Ad esempio quando noi - ordinati sacerdoti per il servizio pastorale, a servizio della Chiesa - a un certo punto “pretendiamo” per un incarico particolare o ci dichiariamo inabili, incapaci, stanchi o non adatti ad un determinato servizio. Ci dichiariamo inabili, incapaci, stanchi, non adatti perché quel servizio impone un impegno faticoso e una logorante dedizione nella predicazione, nell'ascoltare le confessioni, nella pastorale giovanile; in più infine ci viene richiesto attenzione e responsabilità. Così, poco alla volta, se non vigiliamo su di noi, finiamo per autocostruire - prima nel pensiero e poi con atti apparentemente innocenti - il programma della nostra vita sacerdotale, dove se non ci si lascia portare, c’è molto di nostro, del nostro gusto personale e sempre meno di quello spirito di servizio, di dedizione, d’amore, di offerta di noi stessi da cui il nostro sacerdozio era partito e di cui forse si è svuotato. Questo, concretamente, è il modo in cui ci distogliamo dapprima e poi ci sottraiamo alla carità pastorale abbandonando il nostro posto. Ciò può avvenire anche rimanendo formalmente all’interno del servizio che ci è stato richiesto, del compito che ci è stato assegnato. In genere lo si interpreta - si dice - in modo più originale, poi si finisce per adattarlo al proprio tranquillo compiacimento e non siamo più disposti ad adattarci alle esigenze dell’ufficio ma è l’ufficio che deve adattarsi a noi; e si finisce per autoconvincerci che è bene così! 
Mi servo di un esempio che appartiene alla terminologia evangelica con cui Gesù 
parla del ministero ordinato ai primi chiamati: amiamo più le nostre reti e le nostre barche 
che non il pescare, la fatica e l’impegno della pesca (cfr Lc 5, 9). Fuori di metafora, si rischia 
d’amare più le opere, i titoli accademici, le nostre pubblicazioni, le strutture che abbiamo 
costituito e ci circondano e servono alla nostra attività pastorale che non il fine per cui 
quelle cose sono state costituite, ossia le anime. Il rischio è essere organizzatori, impresari, 
docenti, intellettuali, psicologi, assistenti sociali e non pastori. Altri atteggiamenti che 
configgono con la carità pastorale sono quelli che fanno in modo che il pastore si serva del 
pulpito per dire qualcosa che non ha o ha poco a che fare col Vangelo: per esempio parlare 
di sé, “togliersi dei sassolini dalle scarpe”; con il desiderio di correggere l’errore, si finisce 
invece per offendere l’errante. Insomma ogni pastore, proprio in nome della carità 
pastorale, deve interrogarsi se il suo silenzio è di comodo o addirittura colpevole e se il 
suo parlare è mancanza d’amore, di pazienza o di fortezza o, ancora, espressione di 
malumore interiore. 
Questo esame di coscienza franco, sereno, con un po’ di misericordia nei nostri confronti, ci aiuta a comprendere se siamo uomini e preti liberi; tale revisione potrebbe iniziarsi - come detto - chiedendo aiuto a un confratello del quale abbiamo stima e che sappiamo persona capace di dire la verità con amore e che sa amare con verità; le due cose sono essenziali al presbitero; un presbitero dovrebbe essere capace di parlare di tutto con tutti senza offendere nessuno, pur proferendo parole di verità. Sono certo, e spero di poterne fare presto esperienza, che nel nostro presbiterio esiste una diffusa e radicata carità pastorale, sia nei giovani sacerdoti, sia negli anziani; forse, però, non ne abbiamo sempre la dovuta consapevolezza. Quando c’è vera carità pastorale non c’è situazione che possa diventare ostacolo insuperabile, anche l’età avanzata, la salute declinante, una prova imprevista, la richiesta di un’obbedienza impegnativa non ostacolano la carità pastorale ma, al contrario, la evidenziano. E la carità pastorale, per ogni presbitero, rappresenta una vera benedizione e una grande ricchezza per lui e per la sua comunità. 
Interrogarsi se tra le pieghe della nostra anima qualcosa limiti o blocchi la nostra personale carità pastorale è ciò su cui ognuno di noi - anche a proposito di ciò che non è stato detto - deve riflettere di fronte al Signore. Proprio, il curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, ci viene incontro con la sua gigantesca carità pastorale; Lui che non aveva troppi doni e doti personali e che visse anni, quelli della prima metà dell’ottocento, dopo la rivoluzione francese e gli anni di Napoleone, problematici e dolorosi per la Chiesa in Francia.

 + Francesco Moraglia
Patriarca di Venezia 


Moraglia Patriarca: ancora qualche immagine



Altri scatti dell'ingresso in Venezia del Patriarca Francesco Moraglia, tutti dall'album Flickr del patriarcato.




















Lefevriani: "le forze della tradizione nella Chiesa"



di Andrea Tornielli (per Sacri Palazzi) 

Padre Franz Schmidberger, il primo successore dell’arcivescovo Marcel Lefebvre alla guida della Fraternità San Pio X, oggi superiore del Distretto tedesco, ha fatto leggere in tutte le messe celebrate ieri in Germania dai lefebvriani un comunicato.

Schmidberger ricorda che lo scorso 16 marzo a Roma il cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha consegnato al superiore generale della Fraternità, il vescovo Bernard Fellay, «una lettera con spiegazioni in cui ci viene richiesto in modo ultimativo di esprimerci in modo più positivo sul preambolo dottrinale del 14 settembre 2011 di quanto non sia accaduto fino a ora». La scadenza ultima per la risposta è fissata per il 15 aprile 2012.
«Sebbene la lettera si esprima anche in un tono sgradevole – commenta Schmidberger riguardo alla risposta di Roma – vi sono fondate speranze per una soluzione soddisfacente».
«Qualora essa giungesse a compimento – conclude la nota – tutte le forze della tradizione nella Chiesa verrebbero notevolmente rafforzate; in caso contrario esse verrebbero indebolite e scoraggiate. Ne va quindi in primo luogo non della nostra Fraternità, ma del bene della Chiesa».

Moraglia Patriarca: la monumentale omelia



La Chiesa veneta colpita nel segno ed un programma di ministero: l'omelia della messa d'insediamento del Patriarca Moraglia.


Eminentissimo Patriarca Marco,
Eccellentissimo Rappresentante Pontificio,
caro Monsignor Beniamino, Amministratore Apostolico,
Venerati Confratelli, Autorità,
carissimi presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, fedeli laici,
carissimi Veneziani,
 

è sotto lo sguardo materno della Nicopeia, nel giorno dell’Annunciazione del Signore, 25 marzo, natale della città, che la Chiesa di Dio che è in Venezia, attraverso la presa di possesso del nuovo Patriarca, viene ricostituita nella sua pienezza teologica, giuridica e pastorale; rivolgiamo il nostro umile grazie a Dio. In questo giorno la Chiesa che è in Venezia è chiamata in modo particolare ad innalzare la sua lode; tutto, infatti, esprime lo stupore e la gioia del popolo di Dio che, reso tale nel sangue di Cristo, celebra la prima Eucaristia presieduta dal nuovo Patriarca, il quarantottesimo successore di San Lorenzo Giustiniani. Così gli uomini passano, ma la Chiesa rimane. È proprio il vescovo - attraverso la successione apostolica - che, col suo ministero, “configura compiutamente” la Chiesa particolare e, tramite la comunione diacronica, si lega al ministero dei Dodici e, con loro, allo stesso Gesù e alla sua Pasqua.
Significativa è, a metà del terzo secolo, la testimonianza di Cipriano, vescovo di Cartagine, sul ministero episcopale. Infatti, secondo Cipriano, la Chiesa particolare - per divino volere - è strutturalmente incentrata sul vescovo che tiene in essa il posto di Cristo sommo sacerdote; il vescovo è il sacerdote che, nel nome Cristo, guida la comunità ecclesiale. L’insegnamento del vescovo di Cartagine circa la comunione fra i vescovi è oltremodo chiara; infatti per Cipriano il vescovo di una chiesa particolare deve vivere in stretta comunione con gli altri vescovi ma, alla fine, è la comunione col vescovo di Roma a garantire la stessa collegialità episcopale (cfr. Cipriano, Lettera ad Antoniano, PL 3,787-788). È la realtà della collegialità che in seguito troverà compiuta e piena formulazione nell’ecclesiologia del Concilio Ecumenico Vaticano II. E in quest’anno, cinquantesimo anniversario della sua solenne inaugurazione, siamo invitati a cogliere sempre meglio il magistero di questa assise ecumenica secondo quell’ermeneutica del rinnovamento nella continuità che autorevolmente propone Benedetto XVI. Il Vaticano II è il grande evento ecclesiale che ha segnato profondamente la vita della Chiesa e al quale dobbiamo guardare con fiducia.

È proprio in forza della collegialità episcopale che il vescovo di una chiesa particolare, in comunione col vescovo di Roma, ha un legame inscindibile con gli altri vescovi. Siamo nella logica del mistero, per cui non solamente il vescovo è coinvolto, ma ogni chiesa particolare è tale in forza del rapporto intrinseco con la chiesa di Roma. Ed è in questa chiave che i confratelli vescovi del Triveneto guardano, con speranza e realismo, all’imminente convegno di Aquileia 2, rinnovando anzitutto il vincolo collegiale tra loro e le loro Chiese, e tra loro e il vescovo di Roma, il vescovo dei vescovi.
L’impegno comune è renderci disponibili, con le nostre Chiese, ad ascoltare ciò che lo Spirito vorrà suggerirci per una nuova evangelizzazione di queste terre, in vista del bene comune e nel dialogo con la cultura contemporanea. Si tratta, così, di ricentrare la vita delle nostre Chiese a partire dalla responsabilità personale dei pastori e, per la loro parte, dei fedeli, avendo di mira l’annuncio di Cristo. Per questo, anzitutto, ci si chiede come l’«educare alla vita buona del vangelo» possa avvenire in modo più efficace nelle chiese del Nordest; in una terra che, da sempre, svolge la funzione di ponte tra l’Est e l’Ovest, tra il Nord il Sud del mondo e, oggi, più che mai, è chiamata a svolgere tale missione.





E in ragione di questo, la Chiesa che è in Venezia è chiamata a far proprio ciò che scrive l’autore della lettera agli Ebrei quando, esortando i discepoli a una reale vita di fede, così si esprime: «corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12, 2). La nuova evangelizzazione, per essere realmente tale, suppone che la comunità evangelizzante sia, prima di tutto, rigenerata nel proprio rapporto vitale con Cristo; ogni cammino d’evangelizzazione ha inizio non con l’elaborazione di piani pastorali o progetti accademici delle facoltà teologiche, e neppure attraverso un’auspicabile copertura del territorio da parte dei media. Certo questi strumenti, per quanto di loro competenza, concorrono all’opera evangelizzatrice in modo eccellente, ma non costituiscono ancora il fondamento dell’evangelizzazione.

Sono infatti i discepoli, intesi personalmente e comunitariamente, che vengono prima degli uffici pastorali, prima delle facoltà teologiche, prima della rete mediatica; solo in un secondo momento tali strumenti diventano preziosi e, sul piano umano, oggi insostituibili per sostenere una reale missione evangelizzatrice; si tratta di strumenti a servizio di una comunità testimoniale di cui devono veicolare la tensione missionaria, esprimendola con i loro linguaggi e i loro approcci specifici. Prima di tutto, però, viene la comunità testimoniante che in nessun modo può essere surrogata o data per presupposta.
In merito il libro degli Atti degli Apostoli è esplicito e già nella sua struttura offre una preziosa indicazione che va esattamente in tale direzione; questo libro, che contiene la prima narrazione della storia della Chiesa e insieme fa parte dei libri normativi della fede, non lo si può comprendere in senso pieno senza il presupposto teologico e spirituale da cui consegue l’impegno missionario della Chiesa.
Tale presupposto, come sappiamo, è costituito dal dono dello Spirito Santo, ossia l’evento della Pentecoste; senza questo dono - compimento della promessa del Signore - noi non avremmo la Chiesa comunità evangelizzata ed evangelizzatrice.

È proprio il dono dello Spirito Santo che costituisce la Chiesa, trasformando un gruppo di discepoli impauriti nella comunità del Signore risorto. Prima degli annunci cherigmatici e delle catechesi degli apostoli, prima dei viaggi missionari e della fondazione delle Chiese particolari, il libro degli Atti narra l’evento di Pentecoste, evento dal quale si può comprendere il significato di ciò che in seguito verrà scandito pagina dopo pagina. La Pentecoste è in tal modo l’inizio della Chiesa: non soltanto in senso cronologico, ma essenziale-valoriale; tutto ciò che era accaduto prima del vento impetuoso che si abbatte gagliardo e delle lingue di fuoco che si posano sui presenti - come narra il libro sacro (cfr. At 2, 2-3) - è semplice preparazione, sono soltanto fatti che precedono; la Pentecoste è il vero evento che costituisce ed inaugura la Chiesa alla quale, in Gesù, sono chiamati tutti gli uomini di buona volontà.

Richiamo, a questo punto, la pagina lucana dei due discepoli di Emmaus perché in essa troviamo qualcosa che caratterizza la Chiesa di ogni tempo, quindi anche la nostra; è un’immagine estremamente significativa e, proprio per questo, va considerata fino in fondo, in tutte le sue implicanze teologiche, spirituali, pastorali e giuridiche. I due pellegrini - Cleopa e il compagno di strada - stanno camminando con Gesù risorto e sono tristi perché per loro è ancora morto; a un determinato momento pretendono addirittura di spiegare proprio a Lui che cosa era successo nei giorni precedenti in Gerusalemme a quel Gesù, profeta potente in parole e opere, di fronte a Dio e al popolo.

Pare di intravedere, in questo goffo tentativo, l’immagine di certa teologia, più volenterosa che illuminata, tutta dedita all’ardua e improbabile impresa di salvare, attraverso le proprie categorie, Gesù Cristo e la sua Parola. Ma in questa immagine siamo rappresentati anche noi ogni qual volta, con i nostri piani pastorali, con i nostri progetti, convegni e dibattitti, avulsi da una vera fede, pretendiamo di spiegare a Gesù Cristo chi Egli è. Cleopa, il suo compagno di cammino e dopo di loro i discepoli di ogni tempo alla fine esprimono tutta la loro desolazione e la loro sfiducia nei confronti di Gesù e del suo operato; le parole dei due e l’uso del tempo imperfetto risultano inequivocabili: «noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni» (Lc 24, 21).
Quando la fede viene meno, o non è più in grado di sostenere e fecondare la vita dei discepoli, allora ogni discorso teologico, ogni piano pastorale o copertura mediatica appaiono insufficienti. E noi ci troviamo nella stessa condizione dei due discepoli di Emmaus, incapaci d’andar oltre le loro logiche, i loro stati d’animo, scoprendosi prigionieri delle loro paure. Teniamo conto di tutto ciò alla vigilia di Aquileia 2 e dell’incipiente anno della fede. Ma l’evangelista Luca ci insegna ancora che spezzare il pane con Gesù - l’Eucaristia - è il gesto irrinunciabile e specifico del realismo cristiano, attraverso cui i discepoli andranno oltre le loro soggezioni, suggestioni e paure.

In altre parole l’Eucaristia ci consegna - nel mistero - Gesù vivo e vero; quindi l’Eucaristia dev’essere, anche per noi, evento privilegiato del realismo cristiano. Luogo e momento in cui siamo chiamati ad andare oltre le nostre risorgenti incredulità e ad aprirci un varco alla “realtà intera” che non prescinde dalle vicende storiche ma va oltre di esse e, superando la parzialità della dimensione storica, ci consegna ad una prospettiva nuova, per cui si giunge ad un amore capace di verità e ad una verità sorretta dall’amore. Qui s’inserisce e acquista il suo senso vero il commiato liturgico che, fra poco, per la prima volta - attraverso la voce del diacono - ci scambieremo reciprocamente, vale a dire: «La messa è finita, andate in pace».

Nella celebrazione liturgica assunta nella nostra vita si dà il senso e la realtà ultima dell’Eucaristia, ovverossia l’umanità nuova che nasce dal Corpo dato e dal Sangue effuso, senza con ciò prescindere dalla realtà storica del momento presente: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (Lc 24, 30-31).
Impegnamoci come Chiesa che è in Venezia a ricordarci reciprocamente la ricchezza e la fecondità di tale realismo cristiano; il vescovo lo faccia in quanto vescovo, i presbiteri in quanto presbiteri, i diaconi in quanto diaconi, i consacrati come consacrati, gli sposi come sposi e spose. Realismo cristiano che, in quanto tale, è sempre e contestualmente rispettoso della molteplicità e delle distinzioni, ossia della sacralità come della laicità, e ciò, a scanso d’equivoci, sia detto e ripetuto. Il vero realismo cristiano promuove sempre l’umano come tale, ovunque lo incontra. Realismo che partendo da Gesù Cristo - unigenito del Padre e primogenito di una moltitudine di fratelli - ritorna a Cristo dopo aver incontrato e attraversato, in tutto il suo spessore e diversi gradi, la creaturalità dell’uomo.
Nell’Eucaristia, che è la carità di Cristo donata qui e ora, si dà la possibilità di rinnovare l’umanità stessa a partire dal rispetto dovuto ad ogni uomo e a tutto l’uomo; non si dà, quindi, carità vera se si prescinde dal rispetto della giustizia effettiva - distributiva e contributiva -, oltre ogni facile aggiustamento. Vogliamo infine includerci e includere quanto accennato nello scenario dell’anno della fede indetto da Benedetto XVI e che presto prenderà avvio e vedrà impegnata con forza la Chiesa che è in Venezia attraverso la corresponsabilità di tutti i suoi membri e secondo il loro specifico ecclesiale. Ci limitiamo ad una sottolineatura riguardante l’evangelizzazione della Chiesa stessa che deve crescere nella consapevolezza della fede per educarsi e porsi, senza arroganza ma anche senza timori o complessi d’inferiorità, in una testimonianza dialogica con le culture dominanti.
Ritorniamo, infine, al testo di Luca e vediamo come i due di Emmaus, senza frapporre indugio, fanno ritorno a Gerusalemme; e proprio loro che poco prima avevano liquidato come semplici fantasie di donne l’evento glorioso della Risurrezione, ora vogliono annunciare alla Chiesa nascente - Maria, gli Undici e gli altri con loro - che avevano niente di meno che incontrato il Signore Gesù lungo la strada e l’avevano riconosciuto nell’atto di spezzare il pane; ma loro malgrado sono preceduti da chi dice loro: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24, 34).




E il realismo cristiano si riflette su quanto appartiene all’uomo, innanzitutto include il rispetto della vita sempre, senza condizioni; poi l’accoglienza, l’integrazione, la promozione della famiglia, cellula fondamentale della società umana, l’educazione che mira alla pienezza della libertà, il lavoro come diritto e dovere che tocca la dignità stessa dei lavoratori e delle loro famiglie soprattutto oggi, il bene comune con il contributo specifico della dottrina sociale della Chiesa, anche questi valori umani entrano negli scenari della vita risorta, sono i valori che stanno a cuore a una ragione amica della fede, valori che vicendevolmente s’illuminano e sostengono.
Pastore e fedeli, in un momento significativo per la vita della Chiesa di Venezia, si ritrovano oggi fiduciosi sotto il materno sguardo della Nicopeia, Colei che guida alla vittoria, e sono chiamati a dire il loro sì come Maria al momento dell’Annunciazione. Un sì pronunciato col cuore e la ragione, un sì personale e comunitario, un sì detto a Dio e agli uomini, nello spirito di Maria che si lascia condurre verso un Oltre che, fin d’ora, è tutta la nostra gioia.

Amen, così sia.

+ Francesco Moraglia
Patriarca di Venezia 

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