Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Giuseppe Toniolo è Beato



"Attuò gli insegnamenti dell’Enciclica Rerum novarum del Papa Leone XIII; promosse l’Azione Cattolica, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, le Settimane Sociali dei cattolici italiani e un Istituto di diritto internazionale della pace. Il suo messaggio è di grande attualità, specialmente in questo tempo: il Beato Toniolo indica la via del primato della persona umana e della solidarietà. Egli scriveva: «Al di sopra degli stessi legittimi beni ed interessi delle singole nazioni e degli Stati, vi è una nota inscindibile che tutti li coordina ad unità, vale a dire il dovere della solidarietà umana" 

BENEDICTUS PP. XVI  
Regina Caeli, domenica 29 aprile 2012

Moraglia Patriarca: la Solennità di San Marco





Il primo Pontificale del Patriarca Moraglia nella festa del patrono di Venezia, San Marco: qualche immagine e l'omelia.

Celebrare la festa di san Marco evangelista significa riprendere in mano la nostra storia; San Marco, infatti, è stato, per circa mille anni patrono della Serenissima. Egli, così, richiama l’identità veneziana che si caratterizza, da sempre, come volontà d’incontro, di scambi culturali e commerciali, di viaggi; una ricchezza che non è solo economica ma umana, culturale, artistica, spirituale. In tal modo, san Marco, ci ricollega all’Oriente - la Terra santa -, all’Egitto - la città di Alessandria -, di cui l’evangelista secondo un’antica tradizione fu vescovo. Ssoprattutto, però, Marco ci riporta, attraverso il suo vangelo, al Signore Gesù che da lui viene presentato, fin dall’inizio, come il Figlio di Dio. In Marco, che ci unisce all’Oriente ma soprattutto alle origini del cristianesimo, c’è la profezia di quello che, nei secoli, sarebbe diventata la nostra città, la Regina dell’Adriatico, la Dominante, la Serenissima. 

Per questo oggi, in un’epoca di difficoltosa transizione con la quale il nostro territorio e la nostra città devono fare i conti, i veneziani non possono guardare a San Marco chiedendogli solo una generica protezione ma devono più che mai domandargli il coraggio e l’intraprendenza per guardare al presente e al futuro con più forza e ottimismo. I momenti di crisi, infatti, sono tempi in cui, a tutti, viene chiesto di dare di più, non di meno, d’essere più coraggiosi e meno timorosi. In particolare bisogna non cedere alla tentazione dell’individualismo, anzi impegnarsi a “far rete” e a guardare insieme alle scelte che riguardano l’interesse generale e che non parlano la lingua di una sola parte o, addirittura, di una parte contro l’altra ma, piuttosto, il linguaggio complesso e variegato del bene comune, con particolare attenzione al mondo del lavoro, della famiglia, dei giovani; soggetti che, in modi diversi, oggi sono messi a dura prova.  
Come membri della comunità religiosa e civile siamo convinti che sia necessario fare appello a tutte le risorse morali e spirituali per guardare, con più serenità e determinazione, al presente e al futuro. Non si può cedere allo sconforto, non possiamo vivere il tempo che ci è stato dato, come una condanna. Al contrario, il tempo che ci è stato dato da vivere è qualcosa in cui dobbiamo abitare dando il meglio di noi stessi, per lasciare, a chi verrà dopo, i frutti della nostra fatica, del nostro coraggio, della nostra fantasia. Il nostro protettore Marco, non fece parte della cerchia apostolica - ossia dei Dodici - ma, attraverso il legame con essi e in modo particolare con l’apostolo Pietro - fondamento degli Apostoli e di tutta la Chiesa - ci trasmette quello che viene considerato il secondo vangelo; in esso abbiamo la testimonianza ecclesiale di tutte le cose dette e fatte da Gesù per noi. Nell’odierna, solenne, ricorrenza dell’evangelista che, come da calendario, cade in tempo pasquale, vogliamo soffermarci su un aspetto importante riguardante le apparizioni con cui il Signore risorto si manifesta ai suoi. In Marco, come d’altronde negli altri evangelisti, gli incontri col Signore risorto costituiscono e legittimano la Chiesa che appare come la comunità che nasce dalla sua morte/risurrezione e dal dono dello Spirito Santo. Il Vangelo di Marco termina con una duplice conclusione; la seconda costituisce - come è noto - un’aggiunta successiva, pur essendo, a tutti gli effetti, ispirata e canonica. In tal modo il vangelo che abbiamo appena ascoltato, proclamato dal diacono, vuol garantire che, una volta asceso al cielo, il Signore Gesù non è più visibilmente accessibile ai suoi. Allora, a Lui, subentreranno gli Undici, ossia, la Chiesa, che proprio da Lui, e tramite gli Undici, riceve il mandato missionario: “Apparendo agli Undici , Gesù disse loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. Ma, dopo aver detto che, al posto di Gesù, vi è la santa Chiesa - ossia gli Undici mandati in missione dal Risorto -, il vangelo di Marco ne vuole proclamare l’indefettibilità, ossia il suo “non venir meno” a causa del male con cui, in ogni epoca, essa dovrà fare i conti, misurandosi con presenze che le si opporranno non solo dall’esterno ma, purtroppo, anche dall’interno. 
Il prosieguo del brano evangelico odierno ci aiuta a comprendere tutto questo: “Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, e se berranno qualche veleno, non recherò loro danno; imporrano le mani ai malati e questi guariranno ” (Mc16,17-18). Queste affermazioni non vanno intese pensando che gli apostoli e i loro successori saranno dei super-uomini o persone dotate di poteri magici, una specie di prestigiatori da spettacolo. Non saranno niente di tutto questo. Al contrario, il vangelo di Marco descrive, in estrema sintesi, quello che attraverso generi letterari fra loro differenti, occupa due interi libri del Nuovo Testamento: gli Atti degli Apostoli e, soprattutto, l’Apocalisse. Infatti, i due versetti che chiudono il Vangelo di Marco ci dicono, servendosi di immagini: “Scacceranno i demoni… prenderanno in mano i serpenti… se berranno qualche veleno non recherà loro alcun danno…”. Ciò significa che, alla fine, la salvezza ottenuta da Cristo sulla croce, e affidata alla sua Chiesa avrà - nonostante le tante sofferenze e persecuzioni - la meglio. Le porte degli inferi non prevarranno! Non a caso il libro degli Atti degli Apostoli s’interrompe proprio quando la salvezza raggiunge Roma che, all’epoca, era il centro e insieme il simbolo della totalità del mondo, mentre il libro dell’Apocalisse, dopo la narrazione di tante persecuzioni e sofferenze da parte delle Chiese e dei discepoli, termina con l’invocazione della Sposa - ossia la Chiesa - e dello Spirito che insieme dicono: vieni Signore Gesù! Per noi, che ci rallegriamo della protezione dell’evangelista Marco, la lettura meditata del suo Vangelo, in questo tempo pasquale, diventi il modo in cui vogliamo entrare personalmente e comunitariamente, di più e meglio, nella sua protezione. Ricordiamo, ancora, che cento anni fa, come oggi, s’inaugurava il ricostruito campanile di san Marco; infatti, proprio il 25 aprile 1912, alla città e ai veneziani, veniva restituito el paron de casa che, con le sue cinque campane ne ritmava e animava la vita; così, dopo dieci anni dal crollo del 14 luglio 1902, il grande campanile, piantato al lato della Basilica, tornava a presidiare una delle più belle piazze del mondo, per noi veneziani, la più bella piazza del mondo. Infine, oggi, è mio vivo desiderio anche a nome di tutta Chiesa veneziana, porgere gli auguri al carissimo patriarca Marco, la Vergine Nicopeia lo sostenga sempre con la sua tenerezza di Madre.


+ Francesco Moraglia

Patriarca di Venezia





In Festo Sancti Marci Evangelistæ




Quasi leo fortissimus
nullum pavens occursum, 
idola subvertit 
et gloriam Domini 
gentibus annuntiavit.

Alleluia!




Evviva il Papa!



19 aprile 2005 - 19 aprile 2012
Settimo anniversario dell'Elezione al Soglio Pontificio di Benedetto XVI


Oremus pro Pontifice nostro Benedicto 
Dominus conservet eum et vivificet eum et 
beatum faciat eum in terra et non tradat eum in animam inimicorum eius.


Lefevriani: Fellay risponde, ora tocca a Roma




di Andrea Gagliarducci (per korazym.org)
Verrà analizzata nelle prossime ore, la risposta che Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, che ha lasciato alla Congregazione della Dottrina della Fede ieri, dopo l’incontro avvenuto lunedì. La risposta arriva alla scadenza del periodo di un mese che era stato dato dalla Santa Sede alla Fraternità per terminare una trattativa che sembrava infinita. Ed è un testo -ha commentato padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana - "sostanzialmente diverso dalle altre risposte date in precedenza dalla Fraternità", anche se ci sono "richieste di chiarimenti e precisazioni". E questo "è un dato molto incoraggiante". Ora, si attende la riunione della quarta feria della Congregazione della Dottrina della Fede, che non dovrebbe essere lontana (sono riunioni che avvengono di mercoledì, quindi potrebbe essere già questo pomeriggio). L'ultima parola spetterà comunque al Papa. Poi, si pubblicherà un testo congiunto, una intesa tra la Fraternità e la Santa Sede. Ma - ha spiegato Lombardi - non sarà reso noto il testo originario del preambolo. Un preambolo proposto a settembre dalla Congregazione della Dottrina della Fede come prima condizione perché la Fraternità rientrasse in comunione con la Chiesa, gli incontri si sono susseguiti a più riprese.

Il testo del preambolo è rimato riservato, per evitare condizionamenti, e mai si saprà. Ma in ambiente vaticano si è informalmente sottolineato che nel testo c’è il minimo richiesto. Nel minimo, rientra anche l’accettazione del Concilio Vaticano II. Dal Concilio non si può tornare indietro. Ed è una condizione riguardo la quale la parte più agguerrita della Fraternità di San Pio X sembra non voler sottostare. E' un comunicato breve e chiaro quello divulgato oggi dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei: "In data 17 aprile 2012 è pervenuto, come richiesto nell'incontro del 16 marzo 2012, svoltosi presso la sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il testo della risposta di Sua Excellenza Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Il suddetto testo sarà esaminato dal Dicastero e successivamente sottoposto al giudizio del Santo Padre".

L’ultimo incontro è avvenuto lo scorso 16 marzo. Da un lato del tavolo, il prefetto della Congregazione perla Dottrina della Fede William Levada. Dall’altra parte, Bernard Fellay. Due ore di incontro, per discutere la risposta che a Fellay aveva inviato alla Commissione a seguito del consegna del Preambolo dottrinale. Una risposta considerata – recitava il comunicato ufficiale della Santa Sede - “non sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità.” Il passo era previsto dagli addetti ai lavori, anche perché quello che trapelava dal dibattito interno alla Fraternità rendeva evidente il problema. Dopo un mese, Fellay si è ripresentato in Congregazione per la Dottrina della Fede con una seconda risposta. La stampa ha anticipato che si trattava di emendamenti “non sostanziali” al preambolo, lasciando così intendere una possibilità di trattativa per il Superiore dei Lefevbriani. Parole che in qualche modo sembrano sminuire lo sforzo di Benedetto XVI, il quale, nonostante le polemiche create da questi gesti anche in seno alla Chiesa di Roma, per il negazionismo di uno dei vescovi della F.S.S.P.X, Wiliamson, per la preghiere del Venerdì Santo per gli Ebrei, Benedetto XVI ha fatto davvero di tutto per evitare uno scisma, ribadendo però con determinazione che il Concilio Vaticano II non si tocca come non può essere in discussione la obbedienza al Papa e alla Chiesa.

Ora si discute come questa risposta positiva debba essere valutata. Benedetto XVI ha fatto del suo pontificato un pontificato dell’unità, cercando di ricomporre le fratture in seno alla stessa Chiesa. E, già quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cercò in tutti i modi di evitare lo scisma lefevrbiano, di cui segue la parabola fin dagli anni Ottanta. Nel 1988 sembrava che la soluzione fosse vicina e possibile. Dopo un visita ad Ecône del cardinale Gagnon l’8 aprile Giovanni Paolo II, in una lettera al Cardinal Ratzinger, disegnava una proposta che permettesse alla F.S.S.P.X di ottenere una collocazione regolare nella Chiesa: un'intesa - firmata a maggio - riguardo l'utilizzo dei Libri liturgici approvati nel 1962 e la costituzione della F.S.S.P.X in “Società di vita apostolica”. In cambio Lefebvre prometteva di obbedire al Papa e accettare il Vaticano II, riconoscendo anche la validità dei nuovi riti della Messa.

Ma la rottura si creò lo stesso quando Lefebvre, vedendosi rifiutata l’autorizzazione a ordinare un Vescovo che gli succedesse nella Fraternità, ritrattò e decise di ordinare comunque il 29 giugno del 1988 quattro vescovi senza il consenso di Roma.
 Per scongiurare l'ordinazione illecita, il 24 maggio 1988 Papa Giovanni Paolo II concesse finalmente l'autorizzazione. Non bastò. Lefebvre il 15 agosto rispose per iscritto che necessitava di non uno ma tre Vescovi. La rottura era inevitabile. Iniziò un lungo dibattito, fino alla revoca della scomunica ai vescovi ordinati senza consenso di Roma voluta da Benedetto XVI nel 2009. Era da giugno 2008 che i lefebvriani chiedevano la revoca della scomunica, con l'impegno a rispondere alle proposte presentate per conto di Benedetto XVI dal Cardinal Castrillón Hoyos presidente di Ecclesia Dei, e ritenuto molto vicino alla F.S.P.X. Nel 2007 il Papa aveva anche offerto la possibilità di celebrare la Messa secondo il messale del 1962, e chiarito alcuni punti dottrinale nel testo firmato dal cardinale Levada “Quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la Dottrina sulla Chiesa”.

Aquileia 2: l'omelia del Cardinal Bagnasco






L'omelia pronunciata dal Cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, alla Celebrazione Liturgica nella Basilica di Santa Maria Assunta ad Aquileia a conclusione del Convegno Ecclesiale Triveneto



Cari Confratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio 
Autorità 
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore 
 
1.        Sono lieto di essere con voi per celebrare la conclusione di un significativo cammino pastorale delle Diocesi  del Triveneto. Le comunità cristiane che, con i loro Pastori, si interrogano su come annunciare il Vangelo all’uomo contemporaneo, sono motivo di gioia e di fiducia, poiché manifestano la passione di annunciare Gesù, consapevoli che “è l’amore di Cristo che colma i nostri cuori e ci spinge ad evangelizzare”, come ricorda il Santo Padre Benedetto XVI (Porta fidei, 7). Fin dall’inizio del suo ministero petrino, egli ha richiamato l’attenzione sulla fede che si presenta oggi come il problema più urgente: la fede non di chi non crede, ma di chi crede. Una fede a volte tiepida e stanca, poco consapevole, non è in grado di riscaldare il mondo moderno che, dopo tante illusioni, spera di ritrovare il cielo e di scoprire che non è disabitato. Sono molti i deserti che assediano il cuore degli uomini, forse anche il nostro: ma – così mi sembra – il deserto più grande e temuto è la paura di essere soli, orfani, gettati nel caso di un universo vuoto e freddo; spinti a ritirarsi dentro ad una cinta che rassicuri ma che non ripara dalle intemperie. Dove sto andando? - l’uomo si chiede -, che cosa mi attende dopo il muro del tempo? Che senso hanno le gioie che stringo come l’acqua tra le mani, le fatiche che affronto, il dolore mio e di tanti, specialmente di chi è innocente? Perché tanto grande e diffuso è l’istinto del dominio? Dove ho fondato l’edificio dei miei giorni? Illusioni o realtà, sabbia o solida roccia? Cari Amici, parliamo dell’uomo moderno, ci interroghiamo su come è fatto per comunicare con lui, per offrire la lieta notizia di Gesù; cerchiamo le vie di accesso al suo cuore. Ed giusto! Ma, non dimentichiamo: Sant’Agostino ci insegna che l’uomo, nel fondo di se stesso, è sempre uguale nel suo anelito alla felicità e alla vita. Le situazioni mutano, e con esse subentrano sollecitazioni nuove che dobbiamo conoscere, e che poco o tanto conosciamo perché viviamo nel tempo, ma il cuore umano resta ferito, segnato da un’inguaribile nostalgia di cielo, di bene, di verità, di gioia. E’ vero che la polvere è un grande nemico: su tutto si deposita e si accumula, rende opaco lo sguardo e attenua le voci dell’anima, ma l’uomo resta uguale a se stesso, come una freccia posta verso il cielo. Ed è in questo costitutivo e provvidenziale paradosso che Dio aspetta le sue creature. Le attende come un padre i suoi figli riottosi e dimentichi, forse ingrati e ribelli. Ma li attende, e la sua attesa non è inoperosa, ma ci precede sempre; arriva prima dei suoi stessi messaggeri, tanto da farci commuovere quando scopriamo che Lui, il Signore, aveva già posto i suoi semi di inquietudine e di ricerca.
 
2. Ma come possiamo corrispondere meglio alle attese del mondo? Attese di trascendenza, di qualcosa che rompa il cerchio soffocante del materialismo e liberi lo spirito, perché possa librarsi verso l’alto e così meglio vivere il tempo? Sicuramente le vostre riflessioni vi hanno portato a delle indicazioni pertinenti, vi hanno confermato in cammini pastorali antichi, e incoraggiato verso strade nuove. La fantasia dello Spirito, che il Risorto ha inviato alla sua Chiesa, ispira la passione per le anime. Il Vangelo appena ascoltato, però, arricchisce il vostro convenire ecclesiale e sospinge verso alcuni lidi mai esauriti o scontati.
I discepoli sono riuniti, il Risorto entra a porte chiuse augurando la pace, ed essi gioiscono al vedere il Signore. Le porte chiuse evocano un certo timore dei discepoli che ancora non sanno di Gesù; ciò che sembra unirli è la paura del mondo esterno e la comune esperienza della delusione e della tristezza. Ma Gesù risorto irrompe, e apre non solo il luogo del raduno, ma i loro cuori, e con l’augurio della pace placa il turbinio dei sentimenti e dei discorsi: l’augurio pacifica i loro animi perché  non è solo un auspicio ma un dono. E così nasce la gioia, non quella traditrice che consegue al successo, ma quella che è generata dal vedere Gesù, che nasce dalla sua presenza, dall’accorgersi che Lui è lì con loro e che li abbraccia con il suo sguardo. Ecco la prima risposta che ci viene dal Vangelo: il mondo ha bisogno di vedere attraverso la comunità cristiana unita e gioiosa il volto del Risorto, il cielo. Ma le nostre comunità sanno vedere il Signore, sanno aiutarsi a vederlo nei solchi dei cuori, nella vita della gente, nella storia? Oppure sono dei luoghi chiusi per timidezza, per rispetto umano, per poca convinzione? La gioia cristiana è tanto più vera quanto più si trova in mezzo alle difficoltà, più vera perché riposa solo nella presenza del Signore e non sulla nostra efficienza. Allora cresce “un più convinto impegno ecclesiale – come scrive il Papa – a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede” (ib). Quell’aggettivo “nuova”, non  può riferirsi innanzitutto ad una rinnovata comunità cristiana, capace di vedere il Risorto e quindi di vivere e di comunicare la gioia?
Ma il Vangelo mette in rilievo un altro elemento che va ad approfondire quell’aggettivo che da anni  circola sulle nostre labbra. Tommaso, assente durante la prima apparizione, non si fida della parola dei suoi compagni. Gesù, paziente, ritorna e dolcemente lo rimprovera: un monito che sale dai secoli fino a noi. La comunità dei discepoli deve essere una comunità di fiducia e di affidamento: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. E’ dunque una comunità solida quella che il Signore vuole, una comunità centrata su di Lui, ma dove i rapporti reciproci sono fluidi e affidabili, le diffidenze e i primaziati sono dissolti anche se rinascono ogni giorno in un dinamismo umano che viene vinto dalla grazia rovente dello Spirito. Una comunità dove la fede degli uni sostiene l’incredulità di altri, e così la preghiera e l’amore.
Infine, non possiamo tacere del dono dello Spirito per il perdono dei peccati: è l’amore misericordioso di Dio che si fa perdono e grazia. In questa seconda domenica di Pasqua, dedicata alla divina misericordia, ci viene ricordato che abbiamo bisogno del perdono come della luce. Ma anche che il mondo vuole incontrare uno sguardo di misericordia e di perdono per sentirsi riabilitato ai suoi stessi occhi, per poter riconoscere la sua presunzione di voler fare a meno di Dio. L’uomo, ogni uomo ha bisogno di sentirsi rigenerato per guardare al domani con fiducia, per  ricominciare la vita. Tanta violenza nasce dal non sapersi perdonati, fissati nei propri errori, e quindi senza futuro, come se il tempo dovesse essere un continuo ritorno del male e della vergogna. Ma così non è, e il mondo deve sapere che dove c’è Dio c’è futuro. Deve sapere che la gioia è possibile, e devono leggerla sul volto dei cristiani, sul nostro volto. “Solo credendo (…) la fede cresce e si rafforza”, dice Benedetto XVI (ib) rifacendosi a Sant’Agostino: “ i credenti <si fortificano credendo> ” (ib).
 
3. Cari Confratelli, cari fratelli e sorelle! Nella sera che avanza, in questo splendido cenacolo, anche noi facciamo l’esperienza dei primi discepoli: anche qui il Risorto è entrato con la sua parola che pacifica i  cuori e ci chiama a conversione; anche noi, guardando a Lui, ci affidiamo gli uni agli altri perché la nostra fede cresca, la comunione si rafforzi, la gioia cristiana sia rinnovata e contagi le nostre terre, i borghi, le città e i mari. E cammini veloce sulle ali libere della verità di Dio che è amore. In questa preghiera, mentre celebriamo Cristo, luce che non tramonta, vogliamo abbracciare il Santo Padre Benedetto XVI con i suoi 85 anni di vita. A lui guardiamo con gratitudine e affetto grandi, con docilità di mente e di vita. Vogliamo seguirlo – lui il Vicario di Gesù – mentre con serenità e forza ci conduce in un cammino di interiore riforma, prima forma di ogni evangelizzazione. Lo raggiungiamo sulle ali della preghiera perché il Signore, che lo ha scelto, lo sostenga con la forza dolce e gentile del suo Spirito.





Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...