Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Moraglia Patriarca: il Pontificale a San Giorgio Maggiore




Meglio tardi che mai. Infatti, con un po’ di ritardo pubblichiamo alcune fotografie (tratte da Facebook) del Pontificale celebrato nella festa di San Giorgio (23 aprile), dal Patriarca Francesco Moraglia presso l’Abbazia di San Giorgio Maggiore in Venezia. 
Ha concelebrato anche Dom Norberto Villa O.S.B, Abate dell'Abbazia di Praglia di cui San Giorgio Maggiore è dipendente dal 2007. Il Pontificale è stato servito dai monaci benedettini dell’Abbazia e dai seminaristi del Patriarcato. 
Intanto Venezia si aggiudica un'altra liturgia Coram Deo nel panorama liturgico "ordinario" della città...















Le immagini sono state tratte dalla pagina Facebook "Abbazia di San Giorgio".

Lefevriani: il passo decisivo




di Andrea Tornielli (per Vatican Insider)
Come anticipato questa mattina da Vatican Insider il dialogo tra la Santa Sede e i lefebvriani è giunto a un passo decisivo. Dopo aver studiato con attenzione il testo del preambolo dottrinale con le modifiche chieste dal superiore della Fraternità San Pio X, Benedetto XVI ha preso la sua decisione e l’ha comunicata al cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e al segretario dello stesso dicastero, l’arcivescovo Luis Ladaria Ferrer, durante l’udienza concessa a entrambi sabato scorso. Il testo della dichiarazione dottrinale è stato consegnato dal cardinale Levada nelle mani di monsignor Fellay questo pomeriggio, a Roma, nel palazzo del Sant’Uffizio. Il superiore lefebvriano era arrivato già ieri nella casa della Fraternità San Pio ad Albano laziale. Il preambolo è ancora top secret, ma sarà pubblicato – così era stato assicurato fin dall’inizio – nel caso in cui l’accordo tra la Santa Sede e la Fraternità fondata da monsignor Lefebvre venisse formalizzato. La decisione finale è dunque ora nelle mani del vescovo Fellay: se deciderà di aderire nei prossimi giorni sarà dato l’annuncio ufficiale dell’accordo e la Fraternità San Pio X diventerà una prelatura personale direttamente dipendente dalla Santa Sede. La storia dei burrascosi rapporti tra la Santa Sede e la Fraternità invita a essere cauti: nel 1988 Lefebvre aveva già sottoscritto un accordo dottrinale ma all’ultimo momento decise di rompere le trattative dicendo di non fidarsi delle autorità vaticane e consacrò illecitamente, senza mandato papale, quattro nuovi vescovi, tra i quali Fellay. Da allora molte cose sono cambiate. Oggi il superiore della San Pio X, che ha ribadito il suo pensiero lo scorso 7 giugno con un’intervista sul bollettino ufficiale della Fraternità, sa bene che Benedetto XVI desidera arrivare a una riconciliazione che rimargini la ferita di ventiquattro anni fa. Se Fellay, dopo aver ricevuto la risposta vaticana, firmerà la dichiarazione dottrinale, l’accordo sarà annunciato ufficialmente. Rimarrà invece in ogni caso aperta la questione riguardante gli altri tre vescovi lefebvriani, Tissier de Mallerays, de Gallareta e Williamson, i quali avevano contestato con una dura lettera finita poi sul web il cammino di Fellay verso l’accordo con Roma. Anche nel caso il superiore della San Pio X firmi la dichiarazione dottrinale, le posizioni dei tre vescovi saranno esaminate singolarmente dalla Congregazione per la dottrina della fede.

In Festo Sancti Antonii Patavini





O dei miracoli inclito Santo, 
dell'alma Padova tutela e vanto, 
benigno guardami prono ai tuoi pie: 
O sant'Antonio, prega per me! 

Col vecchio il giovane a Te s'en viene, 
in atto supplice chiede ed ottiene. 
Di grazie arbitro Iddio ti fé: 
O sant'Antonio, prega per me! 

Per te l'oceano si rasserena, 
riprende il naufrago novella lena; 
morte e pericoli fuggon per Te: 
O sant'Antonio, prega per me! 

Per te racquistansi beni ed onore; 
i morbi cessano, cessa il dolore. 
Ove tu vigili pianto non è: 
O sant'Antonio, prega per me!



Feltre, Cattedrale di San Pietro Apostolo, altare di Sant'Antonio da Padova, particolare.

La sacralità più vera



"Ora vorrei passare brevemente al secondo aspetto: la sacralità dell’Eucaristia. Anche qui abbiamo risentito nel passato recente di un certo fraintendimento del messaggio autentico della Sacra Scrittura. La novità cristiana riguardo al culto è stata influenzata da una certa mentalità secolaristica degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. E’ vero, e rimane sempre valido, che il centro del culto ormai non sta più nei riti e nei sacrifici antichi, ma in Cristo stesso, nella sua persona, nella sua vita, nel suo mistero pasquale. E tuttavia da questa novità fondamentale non si deve concludere che il sacro non esista più, ma che esso ha trovato il suo compimento in Gesù Cristo, Amore divino incarnato. La Lettera agli Ebrei, che abbiamo ascoltato questa sera nella seconda Lettura, ci parla proprio della novità del sacerdozio di Cristo, «sommo sacerdote dei beni futuri» (Eb 9,11), ma non dice che il sacerdozio sia finito. Cristo «è mediatore di un’alleanza nuova» (Eb 9,15), stabilita nel suo sangue, che purifica «la nostra coscienza dalle opere di morte» (Eb 9,14). Egli non ha abolito il sacro, ma lo ha portato a compimento, inaugurando un nuovo culto, che è sì pienamente spirituale, ma che tuttavia, finché siamo in cammino nel tempo, si serve ancora di segni e di riti, che verranno meno solo alla fine, nella Gerusalemme celeste, dove non ci sarà più alcun tempio (cfr Ap 21,22). Grazie a Cristo, la sacralità è più vera, più intensa, e, come avviene per i comandamenti, anche più esigente! Non basta l’osservanza rituale, ma si richiede la purificazione del cuore e il coinvolgimento della vita. Mi piace anche sottolineare che il sacro ha una funzione educativa, e la sua scomparsa inevitabilmente impoverisce la cultura, in particolare la formazione delle nuove generazioni. Se, per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe «appiattito», e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita. Oppure pensiamo a una mamma e a un papà che, in nome di una fede desacralizzata, privassero i loro figli di ogni ritualità religiosa: in realtà finirebbero per lasciare campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei consumi, ad altri riti e altri segni, che più facilmente potrebbero diventare idoli. Dio, nostro Padre, non ha fatto così con l’umanità: ha mandato il suo Figlio nel mondo non per abolire, ma per dare il compimento anche al sacro. Al culmine di questa missione, nell’Ultima Cena, Gesù istituì il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, il Memoriale del suo Sacrificio pasquale. Così facendo Egli pose se stesso al posto dei sacrifici antichi, ma lo fece all’interno di un rito, che comandò agli Apostoli di perpetuare, quale segno supremo del vero Sacro, che è Lui stesso. Con questa fede, cari fratelli e sorelle, noi celebriamo oggi e ogni giorno il Mistero eucaristico e lo adoriamo quale centro della nostra vita e cuore del mondo" 

BENEDICTUS PP. XVI 
Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, 
7 giugno 2012, omelia

Il microcosmo coronato

L'altare del Santissimo Sacramento nella Cattedrale di Padova



Il baldacchino ligneo che, in alcune chiese (specialmente dell'età della Riforma Cattolica), sovrasta l'altar maggiore o l'altri altari, come quello del Santissimo, nasce verso la fine del XV secolo quale sostituto del ciborio. Si potrebbe pensare che la loro diffusione sia dovuta unicamente ad un mero costume diffuso. In realtà, la costruzione di questi baldacchini rispondeva ad una precisa normativa liturgica (qui e in seguito ci riferiamo, ovviamente, all'ambito della cosiddetta “forma extra-ordinaria del rito romano”, che fu in vigore in gran parte dell'orbe cattolico sino al 1969). Per quanto riguarda questo baldacchino, il Cæremoniale Episcoporum ne prescrive la presenza (1) per l'altar maggiore (2). Qualcuno potrebbe obiettare che la norma vale solo per i vescovi; in realtà, il Cæremoniale Episcoporum si chiama così perché contiene in gran parte prescrizioni che riguardano i successori degli Apostoli, ma le disposizioni ivi contenute obbligano anche i semplici sacerdoti (3). Inoltre, la Sacra Congregatio Rituum provvide a chiarire espressamente che la norma riguardava tutti gli altari (4) di qualunque chiesa. Tuttavia, col tempo queste prescrizioni caddero in desuetudine (5), anche se si ribadì che il baldacchino continuava a rimanere obbligatorio qualora sopra la chiesa vi fossero dei dormitori (si pensi soprattutto alle chiese di ordini e congregazioni religiose) (6). Ma qual'è la ragion d'essere del baldacchino? Perché si decideva di utilizzarlo? Il motivo è soprattutto simbolico: “Un baldacchino forma provvisoriamente o stabilmente un tetto sopra un altare, una statua o il Santissimo Sacramento, per questo rappresenta la protezione simbolica dovuta a ciò che va venerato o adorato. Un ciborium (tabernacolo) o un baldacchino che sormontano un altare hanno la stessa funzione, quella di indicare uno spazio sacro, di delimitare un microcosmo d'eccezione coronato da un cielo simbolico.” (7)   
 
NOTE:  

(1) Tale regola compare già nella prima edizione del Cæremoniale (che fu promulgato da Clemente VIII nel'anno 1600): cfr. ad esempio Cæremoniale episcoporum iussu Clementis VIII pont. max novissime reformatum, Roma, Typographia Medicea, 1600, pp. 56-57. (2) Ecco il testo della norma: “[…] desuper vero in alto appendatur umbraculum, quod baldachinum vocant, formæ quadratæ, cooperiens altare, et ipsius altaris scabellum, coloris cæterorum paramentorum. Quod baldachinum etiam supra statuendum erit, si altare sit a pariete sejunctum ; nec supra habeat aliquod ciborium ex lapide, aut ex marmore confectum. Si autem adsit tale ciborium, non est opus umbraculo, sed ipsum ciborium floribus, frondibusque exornari poterit. ” (cfr. liber I, c. XII, n. 13-14; da Cæremoniale Episcoporum anno MDCCLII cum variationibus anno MDCCCLXXXVI, www.ceremoniaire.net, 2006, pp. 24-25) Traduzione nostra: “Tuttavia sopra l'altare, in alto, venga appeso l'umbraculum (che viene chiamato baldacchino) di forma quadrata, che copra l'altare e la predella dello stesso altare; sia del colore degli altri paramenti. Il quale baldacchino sarà da collocarsi sopra [l'altare e la predella] anche se l'altare fosse staccato dalla parete; ma non se sopra vi fosse un ciborio fatto di pietra o di marmo. Qualora poi vi fosse un tale ciborio, non deve esserci l'umbraculum, ma si può ornare lo stesso ciborio con fiore e fronde.” (3) Cfr. Ludovico Trimeloni, Compendio di liturgia pratica, Milano, Marietti 1820, 2007 (ed. or. 1958), p. 31, ove sono dati anche i riferimenti legislativi in merito. (4) Cfr. Decreto 1966 del 27 aprile 1697, che riproduciamo qui di seguito: “Ianuario Pelusio Archipresbytero Ecclesiæ Cathedralis Civitatis Cotronen. supplicante declarari infrascriptum dubium, videlicet: An in omnibus Altaribus sive Cathedralis, sive aliarum Ecclesiarum, debeat erigi baldachinum, vel in maiori tantum, in quo asservatur Augustissimum Sacramentum. Et S.R.C. respondit: “In omnibus”. Die 27 Aprilis 1697.” (cfr. Decreta authentica Congregationis Sacrorum Rituum, vol. I, Roma, Typographia Polyglotta S.C. de Propaganda Fide, 1898, p. 429) Traduzione nostra: “Gennaro Pelusio, arciprete della chiesa cattedrale della città di Crotone, supplica venga spiegato il seguente dubbio, cioè: Se in tutti gli altari, sia della cattedrale che delle altre chiese, debba essere eretto il baldacchino, oppure solamente per l'altare maggiore nel quale viene custodito l'Augustissimo Sacramento. E la Sacra Congregazione dei Riti risponde: “In tutti”. 27 aprile 1697.” Tale decisione venne ribadita a metà del XIX secolo: cfr. Decreto 2912 del 23 maggio 1846 (cfr. Decreta authentica Congregationis Sacrorum Rituum, vol. II, Roma, Typographia Polyglotta S.C. de Propaganda Fide, 1898, p. 335). Qui non lo riproduciamo in quanto il testo si limita sostanzialmente a rimandare al decreto del 1697. (5) “Hæc autem duo Decreta [1966 e 2912] ubique, etiam Romæ, in desuetudinem abierunt” (cfr. Index Generalis rerum occurentium in decretis Sacr. Rituum Congregationis, vol. V, Roma, Typographia Polyglotta S.C. de Propaganda Fide, 1901, p. 35). Traduzione nostra: “Tuttavia questi due decreti andarono ovunque in desuetudine, anche a Roma.” (6) Cfr. il Decreto 3525, comma 2, del 23 novembre 1880. Si chiedeva il permesso di conservare la Santissima Eucarestia in una chiesa sottostante un dormitorio delle Canossiane; al che la SRC diede parere favorevole, con la condizione che “Altari imponatur ampla Umbella, vulgo Baldacchino” (si imponga all'altare un'ampia “umbrella”, volgarmente chiamata “baldacchino”). (7) Cfr. Michel Feuillet, Lessico dei Simboli Cristiani, Roma, Edizioni Arkeios, 2007, p. 17. Bibliografia generale: Mario Righetti, Storia liturgica, vol. I, Milano, Ancora, 2005 (ed. or. 1964), p. 528; Ludovico Trimeloni, Compendio di liturgia pratica, Milano, Marietti 1820, 2007 (ed. or. 1958), p. 259.

Mirano straordinaria



Una Messa "vecchia" in una chiesa "nuova": qualche scatto "straordinario" dalla Parrocchiale di San Leopoldo Mandic in Mirano. La Missa Cantata è celebrata ogni secondo sabato del mese da mons. Vardànega, canonico del Capitolo Cattedrale di Treviso.






Adieu Telechiara




Redazione de Il Mattino di Padova 
«E’ con dispiacere, e solo dopo un lungo esercizio di analisi e discernimento durato alcuni anni, che i vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto hanno constatato l’impossibilità di proseguire il sostegno alla ventennale esperienza di Telechiara», sono le prime righe di un lungo comunicato che confermano le voci che circolavano da qualche giorno. Chiude la storica emittente della Chiesa veneta. La crisi e le difficoltà economiche dovute alla mancanza di investitori pubblicitari spengono Telechiara. «Si sarebbe ora reso necessario un notevole investimento quinquennale - dell’ordine di oltre un milione di euro all'anno - totalmente a carico delle singole Diocesi del Triveneto che, con quote diverse, costituiscono la proprietà di Telechiara», spiega il comunicato dei vescovi. Una spesa che non può più essere sostenuta e che spingono la comunicazione ecclesiale a cercare nuove strade, con l’arrivo della televisione digitale e del web. «I Vescovi e le Diocesi del Triveneto ringraziano quanti, nei vari anni, hanno contribuito a quest’esperienza televisiva e confidano che si trovi presto un’adeguata soluzione professionale per il personale attualmente impegnato in Telechiara», conclude il comunicato. A rischio infatti ci sarebbero i posti di lavoro di giornalisti e tecnici che lavorano nell'emittente.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...