Seminaristi nel refettorio del seminario maggiore di Padova, primi anni del '900.
Sacra supellex: pianeta, dalmatica e tunicella "brocatelli de arsento"
Dalla parrocchia di San Martino in Scorzè: splendido parato in terzo del secolo XVII. Pianeta, dalmatica, tunicella, stole, manipoli, velo e borsa, tutto confezionato con prezioso tessuto broccato d'argento.
Moraglia Patriarca: l'imposizione del pallio
Il Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia riceve il pallio dalle mano del Santo Padre alla Cappella Papale dei Santi Pietro e Paolo, nella Basilica Vaticana: le immagini dall'album Flickr del Patriarcato.
La missione di Pietro, tra inferi e chiavi
"Nel Vangelo di oggi [29 giugno ndr] emerge con forza la chiara promessa di Gesù: «le porte degli inferi», cioè le forze del male, non potranno avere il sopravvento, «non praevalebunt». Viene alla mente il racconto della vocazione del profeta Geremia, al quale il Signore, affidando la missione, disse: «Ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno - non praevalebunt - perché io sono con te per salvarti» (Ger 1,18-19). In realtà, la promessa che Gesù fa a Pietro è ancora più grande di quelle fatte agli antichi profeti: questi, infatti, erano minacciati solo dai nemici umani, mentre Pietro dovrà essere difeso dalle «porte degli inferi», dal potere distruttivo del male. Geremia riceve una promessa che riguarda lui come persona e il suo ministero profetico; Pietro viene rassicurato riguardo al futuro della Chiesa, della nuova comunità fondata da Gesù Cristo e che si estende a tutti i tempi, al di là dell’esistenza personale di Pietro stesso. Passiamo ora al simbolo delle chiavi, che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Esso rimanda all’oracolo del profeta Isaia sul funzionario Eliakìm, del quale è detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (Is 22,22). La chiave rappresenta l’autorità sulla casa di Davide. E nel Vangelo c’è un’altra parola di Gesù rivolta agli scribi e ai farisei, ai quali il Signore rimprovera di chiudere il regno dei cieli davanti agli uomini (cfr Mt 23,13). Anche questo detto ci aiuta a comprendere la promessa fatta a Pietro: a lui, in quanto fedele amministratore del messaggio di Cristo, spetta di aprire la porta del Regno dei Cieli, e di giudicare se accogliere o respingere (cfr Ap 3,7). Le due immagini – quella delle chiavi e quella del legare e sciogliere – esprimono pertanto significati simili e si rafforzano a vicenda. L’espressione «legare e sciogliere» fa parte del linguaggio rabbinico e allude da un lato alle decisioni dottrinali, dall’altro al potere disciplinare, cioè alla facoltà di infliggere e di togliere la scomunica. Il parallelismo «sulla terra … nei cieli» garantisce che le decisioni di Pietro nell’esercizio di questa sua funzione ecclesiale hanno valore anche davanti a Dio. Nel capitolo 18 del Vangelo secondo Matteo, dedicato alla vita della comunità ecclesiale, troviamo un altro detto di Gesù rivolto ai discepoli: «In verità vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (Mt 18,18). E san Giovanni, nel racconto dell’apparizione di Cristo risorto in mezzo agli Apostoli alla sera di Pasqua, riporta questa parola del Signore: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23). Alla luce di questi parallelismi, appare chiaramente che l’autorità di sciogliere e di legare consiste nel potere di rimettere i peccati. E questa grazia, che toglie energia alle forze del caos e del male, è nel cuore del mistero e del ministero della Chiesa. La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di peccatori che si debbono riconoscere bisognosi dell’amore di Dio, bisognosi di essere purificati attraverso la Croce di Gesù Cristo. I detti di Gesù sull’autorità di Pietro e degli Apostoli lasciano trasparire proprio che il potere di Dio è l’amore, l’amore che irradia la sua luce dal Calvario. Così possiamo anche comprendere perché, nel racconto evangelico, alla confessione di fede di Pietro fa seguito immediatamente il primo annuncio della passione: in effetti, Gesù con la sua morte ha vinto le potenze degli inferi, nel suo sangue ha riversato sul mondo un fiume immenso di misericordia, che irriga con le sue acque risanatrici l’umanità intera."
BENEDICTUS PP. XVI
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo,
29 giugno 2012, omelia
Scandalo a Villaregia, rimozioni e commissariamento
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| I fondatori della Comunità Missionaria di Villaregia |
Dopo lo scandalo che ha coinvolto i fondatori della celebre comunità missionaria chioggiotta (don Luigi Prandin e Maria Luigia Corona), arrivano i provvedimenti da Roma...
In data 22 maggio 2012, il Pontificio Consiglio per i Laici, dopo approfondita indagine, ha decretato la rimozione dalla carica di presidenti dei fondatori della Comunità Missionaria di Villaregia, padre Luigi Prandin e Maria Luigia Corona, e ha disposto la loro dimissione da membri dell’Associazione con l’ingiunzione di non risiedere in futuro in nessuna casa della medesima. Il provvedimento è avvenuto a seguito di numerose denunce firmate, pervenute al Pontificio consiglio per i laici, riguardanti gravi comportamenti immorali perpetrati nel passato da padre Luigi Prandin nei confronti di alcune missionarie maggiorenni. Tale azione disciplinare colpisce anche la fondatrice, Maria Luigia Corona, perché, pur essendo a conoscenza dei fatti, ha coperto e mentito. Il Dicastero, con il suo intervento, ha inteso assolvere a un dovere di giustizia e dare una risposta fedele alle ripetute esortazioni del Santo Padre Benedetto XVI, che chiede di stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prestando al contempo una particolare attenzione alle vittime e prendendo tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro (Cf. Discorso ai Vescovi dell’Irlanda, 28 ottobre 2006). All'allontanamento definitivo dei fondatori ha fatto seguito la nomina di un Commissario Pontificio nella persona di padre Amedeo Cencini, religioso canossiano, che guiderà la CMV nella fase di ristrutturazione e risanamento sollecitata dalla Santa Sede. Il Commissario, che ha assunto in spirito di obbedienza alla Chiesa l’oneroso incarico, sarà coadiuvato da quattro consiglieri di sua nomina, scelti tra gli stessi membri della Comunità. Il provvedimento della Chiesa è grave, ma oltre a porsi nella linea della verità, con il coraggio e la sofferenza che ciò comporta, è e vuole essere anche un atto di grande fiducia e stima nei confronti della comunità di Villaregia e delle persone, missionarie, missionari, coppie di sposati e tutti quei volontari, che in gran numero e in modi diversi, hanno collaborato in questi anni per l’ideale missionario. La comunità missionaria chiede perdono per tutto ciò e per il turbamento che questo potrebbe provocare in tante persone; essa stessa è profondamente addolorata. Al tempo stesso chiede il rispetto per questa sua sofferenza, mentre riafferma la sua volontà, pur nella consapevolezza della propria fragilità, di continuare a servire il Signore e ad annunciare il Regno di Dio. Il Pontificio Consiglio per i Laici, in questo momento, mentre riconosce in pieno la validità del carisma della Comunità Missionaria di Villaregia, incoraggia dunque i suoi membri a vivere in spirito di fede e di filiale obbedienza alla Chiesa questo doloroso momento e a proseguire con dedizione la loro azione missionaria ed evangelizzatrice. Tale invito si estende anche ai membri aggregati, che a vari livelli collaborano con l’Associazione, secondo i suoi fini.
Commissario pontificio Padre Amedeo Cencini e Consiglio di Presidenza
L'imposizione dei palli: semplificazioni in vista
di Gianluca Biccini (per l'Osservatore Romano)
Per le celebrazioni papali ancora un piccolo passo in direzione del rinnovamento nella fedeltà alla tradizione: venerdì prossimo, 29 giugno, in occasione della messa per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, che Benedetto XVI celebrerà alle ore 9 nella basilica Vaticana, sarà anticipato lo svolgimento del rito di benedizione e imposizione dei palli agli arcivescovi metropoliti, che tradizionalmente avviene in questa circostanza. La cerimonia di consegna della piccola fascia di lana bianca — che manifesta visibilmente l’autorità dei pastori delle maggiori arcidiocesi del mondo nell’unione con il vescovo di Roma — non ha infatti natura sacramentale. Monsignor Guido Marini, maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, in questa intervista al nostro giornale spiega i motivi della decisione approvata dal Papa. Com’era accaduto nel Concistoro dello scorso 18 febbraio, ancora una volta un rito viene anticipato rispetto alla collocazione precedente nel contesto della celebrazione. Come mai? Anzitutto vorrei precisare che il rito della benedizione e imposizione dei Palli rimane sostanzialmente invariato. Tuttavia, da quest’anno, nella logica di uno sviluppo nella continuità, si è pensato semplicemente a una diversa collocazione del rito stesso, che avrà luogo prima dell’inizio della Celebrazione eucaristica. La modifica è stata approvata dal Santo Padre ed è dovuta a tre diversi motivi, strettamente collegati l’uno con l’altro. Quali sono? Anzitutto si intende abbreviare la lunghezza del rito. Infatti, si darà lettura dell’elenco dei nuovi arcivescovi metropoliti appena prima dell’ingresso della processione iniziale e del canto del Tu es Petrus, al di fuori della celebrazione vera e propria. Poi, quando Benedetto XVI sarà giunto all’altare avrà subito luogo il rito dei Palli. Una scelta che consentirà anche di evitare tempi eccessivi? In pratica — ed è questo il secondo motivo — si preferisce evitare che la Celebrazione eucaristica sia interrotta da un rito piuttosto lungo, il che potrebbe rendere più difficile la partecipazione attenta e raccolta alla Santa Messa. Basti considerare che il numero dei metropoliti si aggira ormai ogni anno intorno ai 45. E quest’anno? Quest’anno son ben 46, anche se due di essi — un ghanese e un canadese — non potranno essere presenti personalmente. Tra loro ci sono due cardinali — Rainer Maria Woelki, di Berlino, e Francisco Robles Ortega, di Guadalajara — e il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia. Il Paese maggiormente rappresentato è il Brasile con 7 presuli, seguito da Stati Uniti d’America, Canada e Filippine con 4, Italia e Polonia con 3, Messico, India e Australia con 2. Lei ha parlato di sviluppo nella continuità. Cosa significa? È un richiamo al terzo motivo: attenersi maggiormente allo svolgimento del rito di imposizione del pallio, così come previsto nel Cæremoniale Episcoporum, ed evitare che, a motivo della collocazione dopo l’omelia, si possa pensare a un rito sacramentale. Infatti i riti che vengono inseriti nella celebrazione eucaristica dopo l’omelia sono normalmente riti sacramentali. L’imposizione del pallio non ha invece in alcun modo natura sacramentale.
Lefevriani: spaccature e un futuro incerto
di Andrea Tornielli (per Vatican Insider)
Nel comunicato della Sala Stampa vaticana seguito all’incontro del 13 giugno tra il cardinale William Levada e il superiore lefebvriano, il vescovo Bernard Fellay, si leggeva che quest’ultimo «ha rappresentato la situazione della Fraternità San Pio X». Anche in questo caso, le fonti vaticane invitano a soppesare bene quelle parole. Il cuore del problema, in questi giorni cruciali per il futuro del gruppo tradizionalista fondato da monsignor Lefebvre, non è rappresentato soltanto dal contenuto della dichiarazione dottrinale che il Papa chiede a Fellay di sottoscrivere. È rappresentato anche dalla complicata situazione interna alla Fraternità. Alcuni dei sacerdoti più legati agli altri tre vescovi, Tissier de Mallerays, de Gallareta e Williamson, vanno ripetendo infatti in questi giorni che nel caso di accordo, a seguire monsignor Fellay nella piena comunione con Roma sarebbero soltanto pochi preti della Fraternità. Dunque quelle righe del comunicato vaticano sulla «situazione» interna ai lefebvriani sono particolarmente significative. Fino a questo momento si era sempre pensato che le suddivisioni interne fossero rappresentabili all’incirca così: un 25 per cento di favorevoli all’accordo, un cinquanta per cento di indecisi, un 25 per cento di contrari (tra questi gli altri tre vescovi, come è emerso chiaramente dalla lettera che hanno inviato nei mesi scorsi a Fellay prendendo le distanze da ogni possibile accordo con «Roma»). Nessuno è però in grado di affermare che le proporzioni siano rimaste tali. Dalle dichiarazioni di esponenti lefebvriani, e degli stessi vescovi contrari all’accordo, è evidente che c’è una parte della Fraternità disposta a rientrare in comunione con Roma soltanto se il Papa decide di rinnegare di fatto il Concilio Vaticano II, attribuendo allo stesso Concilio e alla riforma liturgica post-conciliare ogni colpa per la crisi della fede che ha segnato gli ultimi decenni. È da notare poi che la nostalgia per la sofferenza per la situazione di separazione attuale, viene avvertita soprattutto da coloro che avevano conosciuto Lefebvre, che avevano vissuto da vicino le sue battaglie, e che avevano vissuto nella comunione con il Papa prima della rottura del 1988.
Mentre questa sensibilità sembra albergare in misura inferiore nelle nuove generazioni di sacerdoti. La dichiarazione dottrinale che il cardinale Levada ha messo nelle mani di Fellay il 13 giugno non lascia spazio a nuovi margini di manovra. E appare piuttosto difficile anche ipotizzare una nuova fase di discussioni, dopo che per due anni la Fraternità ha potuto discutere con i teologi della Santa Sede proprio dell’interpretazione autentica del Concilio. Benedetto XVI ha voluto esaminare attentamente il testo finale, e ha tenuto conto delle considerazioni dei cardinali e vescovi della Feria Quarta della Congregazione per la dottrina della fede: durante quella riunione, avvenuta lo scorso 15 maggio, i cardinali hanno sollevato dubbi su diverse modifiche proposte da Fellay al preambolo dottrinale e hanno ritenuto di correggere l’interpretazione di citazioni (in particolare del Concilio Vaticano I), che consideravano inaccettabili. Il Papa ha accolto e condiviso diverse preoccupazioni dei suoi collaboratori. Il testo sul quale è ora chiesto l’assenso in «tempi ragionevoli» al superiore della Fraternità San Pio X rappresenta dunque una proposta sulla quale non sono più possibili emendamenti di sostanza. Che fosse invece possibile una nuova fase di discussione emergeva invece dal comunicato della Fraternità pubblicato dopo l’incontro del 13 giugno, indizio del fatto che il preambolo dottrinale sottoposto a Fellay dalle autorità vaticane presentava ancora delle difficoltà per il superiore lefebvriano il quale, in un’intervista rilasciata al bollettino ufficiale della Fraternità lo scorso 7 giugno aveva affermato: «Roma non fa più di una piena accettazione del Concilio Vaticano II una condizione per la soluzione canonica».
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