Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Sacra supellex: ricami quattrocenteschi a Martellago




Dall'arcipretale di Santo Stefano in Martellago: preziosa pianeta confezionata con damasco cremisi databile alla seconda metà del secolo XVI su cui è stato riportata una decorazione da parato, elaborata a ricamo con filati metallici e policromi, riconducibile alla metà del secolo XV. A transizione tra i modi gotici e quelli della rinascenza, il lavoro è costruito su un tessuto ceruleo decorato a stelle, suddiviso in false quinte architettoniche ospitanti vari santi (riconoscibili chiaramente i soli Santi Stefano, Giovanni Battista, Ignazio d'Antiochia) e una delicata Annunciazione. Il ricamo, incorniciato da un sottile gallone (forse cinquecentesco), risulta alterato in più parti con l'aggiunta di decorazioni a racemi ed evidenti rammendi.








Lefevriani: c'è ancora speranza




Dopo l'espulsione di Williamson, la Fraternità fondata dal vescovo Lefebvre chiede "più tempo per dare una risposta all’offerta di riconciliazione del Vaticano". Si riaccende quella speranza che dalle parole di Monsignor Müller, Prefetto della Dottrina della Fede, sembrava destinata a svanire. 

di Alessandro Speciale per Vatican Insider 
I lefebvriani hanno bisogno di più tempo per dare una risposta all’offerta di riconciliazione del Vaticano, e la Santa Sede sembra essere disposta a concederlo. Un comunicato diffuso oggi dalla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” – incaricata dei rapporti con le comunità tradizionaliste all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede e presieduta dal prefetto di quest’ultima, monsignor Gerhard Ludwig Müller – informa che lo scorso 6 settembre la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha chiesto “ulteriore tempo di riflessione e di studio” per rispondere alla proposta di riconciliazione della Santa Sede.

Ecclesia Dei riconosce che “dopo trent’anni di separazione, è comprensibile” che per i tradizionalisti “vi sia bisogno di tempo per assorbire il significato” dei recenti sviluppi nei rapporti tra Roma e Econe, e ricorda che per la riconciliazione c’è bisogno di “pazienza, serenità, perseveranza e fiducia”.
La proposta vaticana risale allo scorso 13 giugno, quando la Commissione ha sottoposto al superiore lefebvriano, monsignor Bernard Fellay, una “dichiarazione dottrinale unitamente ad una proposta per la normalizzazione canonica del proprio stato all’interno della Chiesa cattolica”, nella forma di una Prelatura Apostolica come quella attualmente riservata all’Opus Dei.
Da allora, i lefebvriani hanno tenuto il capitolo generale che ha formulato tre condizioni indispensabili per la riconciliazione – l’uso esclusivo della messa tridentina, il diritto di criticare gli “errori” del Concilio Vaticano II e la garanzia di avere almeno un proprio vescovo. In più occasioni, i leader della Fraternità hanno però segnalato di non poter accettare la dichiarazione dottrinale presentata dal Vaticano, senza però inviare una risposta ufficiale.
Poi, la scorsa settimana, la leadership lefebvriana ha annunciato l’espulsione di monsignor Richard Williamson, uno dei quattro vescovi della Fraternità, da tempo in rotta con i vertici per il suo rifiuto di ogni possibile compromesso con Roma e per aver chiesto a Fellay di dimettersi. Williamson era stato all’origine di una grave crisi nei rapporti ebraico-cattolici nel 2009, quando aveva reiterato le sue posizioni negazioniste sull’Olocausto poco prima che papa Benedetto XVI revocasse la scomunica dei quattro presuli lefebvriani. Il comunicato di Ecclesia Dei non fa alcun riferimento all’espulsione di Williamson, che pure è stata accolta con favore nei Sacri Palazzi.
Invece, la Commissione fa il punto del percorso di riavvicinamento tra i tradizionalisti e il Vaticano, fortemente voluto da papa Ratzinger, dopo “tre anni di dialoghi dottrinali e teologici” su “alcuni punti controversi nell’interpretazione di certi documenti del Concilio Vaticano II”. Il “punto fondamentale” in questo “cammino difficile”, dopo la liberalizzazione della messa tridentina nel 2007 e l’abolizione delle scomuniche nel 2009, è stata proprio la presentazione della versione definitiva del “Preambolo dottrinale” lo scorso 13 giugno. 

Liturgie papali: riecco il fanone con un po' di Veneto




Paolo VI lo mandò in naftalina verso il 1965 come ultima reliquia di una liturgia papale radicalmente sconvolta. Invece quel fanone tornò dopo vent'anni d'armadio sulle spalle di Giovanni Paolo II, accompagnato da - quasi una rievocazione - una ricca pianeta barocca. Domenica scorsa il gran ritorno in occasione delle canonizzazioni di sette Beati in Piazza San Pietro, sopra una casula dalla foggia medievaleggiante made in Veneto: è stato riutilizzato infatti il parato confezionato per la Celebrazione Liturgica a Parco San Giuliano, il grande appuntamento dei 300 mila fedeli durante la visita veneziana del Santo Padre. Oltre alla casula con la stola, il Papa ha indossato anche la mitra relativa e i cardinali diaconi le medesime dalmatiche mestrine. Mediare è saggio e l'organza di seta appositamente tessuta da Rubelli nonché l'affinità cromatica con il fanone non lasciano spazio ad eclatanti accuse di tridentinismo che irragionevolmente hanno accompagnato alcune scelte di questo Pontificato. Non rievocazione, ma continuità, come vuole Benedetto. 





del Cardinale Enrico Dante per Enciclopedia Cattolica (V, Città del Vaticano, 1950, coll. 1024-1025) 

FANONE. - Nella sua forma attuale è un ornamento proprio del solo Sommo Pontefice, che lo assume quando celebra solennemente, dopo l'ora canonica di terza. Consiste in una doppia mozzetta di seta finissima e oro, tessuta in strisce perpendicolari, una bianca, l'altra d'oro, congiunte fra loro da una terza più piccola di colore amaranto: un palloncino d'oro ne borda l'estremo sia superiore che inferiore: la mozzetta esterna ha inoltre ricamata una croce d'oro con raggi. Queste due mozzette sono cucite nella parte che circonda il collo, allacciandosi con un bottone le aperture corrispondenti alle spalle; ora non più, perché Pio X per comodità le fece separare. Nelle Messe pontificali, quando il papa ha preso il succintorio e la croce pettorale, il cardinale diacono ministrante gli impone la prima mozzetta del f., poi la stola, le dalmatiche, la pianeta, e sopra di essa la seconda mozzetta: in ultimo il pallio. 

È molto difficile rimontare alle origini di questo ornamento. Confuso forse in principio con il manipolo, o con l'amitto (anabolagio), o con gli oralia, specie di fazzoletti o tovaglioli, che servivano ad asciugare il sudore del capo e perciò portati intorno al collo, passò nella forma attuale verso il sec. XIII. Precedentemente serviva a coprire il capo a guisa di cappuccio e vi si metteva sopra la mitra. Usava non solo nelle funzioni liturgiche, ma anche in circostanze profane, come in occasione di pranzi solenni, nella distribuzione del presbiterio. In un antico messale, di cui si ignora la data, della chiesa di S. Damiano in Assisi è detto che il papa mette sul capo il fanone senza la mitra per la lavanda dei piedi il Giovedì Santo; e che il Venerdì Santo non usa il fanone. Pietro Aurelio, sacrista di Urbano V nel 1362, nel suo Cerimoniale romano dice che il papa mangiava in pubblico con il manto rosso e con il fanone o orale sul capo sotto la mitra. Di Bonifacio VIII sappiamo che portava il fanone sotto la mitra, e che fu sepolto con esso; lo stesso dicasi di Clemente IV morto nel 1268. Innocenzo III (nel De mysteriis Missae, l. I, cap. 13) parla esplicitamente di questo ornamento che chiama orale: si è dunque al principio del sec. XIII. Qualche autore vorrebbe vedere il fanone nella figura scolpita nella porta di bronzo nella cappella di S. Giovanni Evangelista al Laterano rappresentante Celestino III. 

Vari autori vogliono che l'uso dei vescovi greci di coprirsi la testa con un velo, quando hanno assunto gli ornamenti principali, abbia dato origine al fanone del papa; ma è cosa incerta. Altri, invece, e con essi lo stesso Innocenzo III, intendono far derivare il fanone dall'ephod del sommo sacerdote ebreo, anch'esso tessuto di strisce d'oro e colorate, ma di diversa forma.


Papa Giovanni Paolo II  indossa il fanone papale nel 1985


Alla Basilica Antoniana il Delegato fa crack

Il chiostro del Generale al Santo, dove si affacciano gli appartamenti della delegazione papale



di Nicola Munaro e Davide D'Attino per il Corriere del Veneto 

C’è un’inchiesta in procura sul presunto abuso edilizio realizzato in via Orto Botanico, a Padova, all’interno dell’ex casa del custode che fa parte della Basilica di Sant’Antonio. Ad aprire il fascicolo è stato lunedì il procuratore aggiunto Matteo Stuccilli che, sebbene non figurino indagati né sia indicato un reato specifico da perseguire, ha comunque deciso di dare seguito all’esposto presentato dal Comune il 9 ottobre scorso. Anche se, in proposito, da Palazzo Moroni continua a trapelare nulla o quasi: «Si tratta di una vicenda molto, molto delicata», è il ritornello di questi giorni, intonato non solo in municipio ma pure al comando dei vigili urbani in via Gozzi. La questione, che adesso la procura intende approfondire in ogni dettaglio, riguarda un edificio che fino a qualche anno fa veniva adoperato come biblioteca e magazzino dai frati del Santo e che ora è stato trasformato in un piccolo residence con 5 mini-appartamenti di 35 metri quadrati ciascuno, da affittarsi al miglior offerente. Una scelta, quest’ultima, operata dal delegato pontificio monsignor Francesco Gioia, cioè colui che rappresenta la proprietà della Basilica: il Vaticano. Nell’esposto, il Comune di Padova si sarebbe appellato al proprio regolamento edilizio, che all'articolo 106, comma 2 recita: «La superficie abitabile delle singole unità abitative non può essere inferiore a mq 45». Quindi, i mini-alloggi di via Orto Botanico sarebbero fuori norma. Senza contare che l’immobile è pure vincolato dalla Soprintendenza per i beni architettonici del Veneto e dunque, per essere ristrutturato, necessiterebbe di precise autorizzazioni che monsignor Gioia non avrebbe richiesto né ottenuto. Su Internet, però, l’annuncio rimane: «Si affittano con trattativa riservata e con regolare contratto - si legge su www.corriereimmobiliare.com - 5 mini-appartamenti con ingresso da via Orto Botanico, a pochi metri da piazza del Santo, massimo 3 posti letto, completamente arredati, compreso angolo cottura. Particolarmente adatti per professionisti e studenti, no famiglie. Per informazioni rivolgersi alla delegazione pontificia per la Basilica di Sant’Antonio in Padova, piazza Pio XII Roma». Intanto, il presidente della Veneranda Arca del Santo, l’ente laico che dal 1396 si occupa della manutenzione del patrimonio immobiliare antoniano, stoppa sul nascere le voci (non nuove) che parlano di dissapori tra la stessa Arca ed il delegato pontificio: «E’ chiaro ed evidente - scandisce Gianni Berno, che è pure capogruppo del Pd in Comune - che se la proprietà effettua interventi in proprio e in completa autonomia nel complesso basilicale, essa debba attenersi al rispetto delle normative vigenti, esattamente come opera la stessa Veneranda Arca. Da questa incresciosa vicenda deriva certamente un auspicio che credo ben interpreti le attese di tutta la città: oggi serve lavorare tutti con lo stesso stile e nella medesima direzione».


Motu Proprio: gli appuntamenti del pellegrinaggio a Roma




Le novità sul pellegrinaggio "Una cum Papa nostro", le celebrazioni a Santa Trinità dei Pellegrini, il Pontificale in San Pietro celebrato dal Cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino. 



-MERCOLEDI'  31 ott. - ore 19:15 (chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini) primi vespri solennei di Ognisanti 
-GIOVEDI' 1° novembre TUTTI I SANTI - ore 10:30 (chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini) SANTA MESSA PONTIFICALE celebrata da S. Em.za Rev.ma il Sig. Cardinale Walter BRANDMüLLER; ore 17:30 secondi vespri solenni per Ognissanti e di seguito primi Vespri solenni per i defunti. 
-VENERDI' 2 nov. COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI - ore 18:30 (chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini) S. MESSA PONTIFICALE da Requiem celebrara da S. Ec.za Rev.ma Mons. SCIACCA, Segretario del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano 
-SABATO 3 nov.

*chiesa di San Salvatore in Lauro, dalle ore 10:30 ADORAZIONE EUCARISTICA e ACCOGLIENZA dei pellegrini; ore 13:30 inizio della PROCESSIONE verso San Pietro: 
*BASILICA DI SAN PIETRO IN VATICANO, ore 15:00 S. MESSA PONTIFICALE celebrata da S. Em.za Rev.ma il Sig. Cardinale Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per il Culto Divino.

Ai fedeli che assisteranno la S. Messa in San Pietro, sarà applicata, secondo le solite condizioni, l'INDULGENZA PLENARIA concessa dal Papa per l'ANNO DELLA FEDE .

(a coloro che non partecipano alla processione, si consiglia di arrivare almeno un ora prima dell'inizio della Messa per poter fare la coda per i controlli di sicurezza necessari per accedere alla Basilica). 
*Centro Russia Ecumenica - Borgo Pio, 14. ore 17:30 Convegno organizzato dal Centro Culturale Lepanto "Hanno vissuto nell'attesa del "Summorum Pontificum": Card. Alfons Stickler (1910-2007) - Dott. Michael Davies (1936-2004)"
Relatori: Leo Darroch (Presidente Foederatio Internationalis Una Voce), Mons. Ignacio Barreiro Carambula (Direttore ufficio di Roma Human Life International), Thomas Murphy (Segretario Foederatio Internationalis Una Voce). Introduce: Fabio Bernabei (Presidente Centro Culturale Lepanto).










Invitiamo i partecipanti del Triveneto a segnalare la propria presenza sulla pagina Fecebook di Sacris Solemniis o attraverso la mail del blog, così da rendere più agevole il conteggio delle presenze o organizzare un punto di ritrovo che potrebbe ipoteticamente essere la Basilica di San Marco al Campidoglio, storico riferimento dei pellegrini delle terre venete a Roma.

http://www.fsitaliane.it 
http://www.italotreno.it 
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Il fastoso ingresso del parroco all'avanguardia

Il trionfo del sacerdozio.



La dignità del sacerdote supera quella dei re, quanto l’oro il piombo. L’oro non è tanto più prezioso del piombo, quanto invece è più alta la dignità del Sacerdozio sulla dignità regale 
Sant'Ambrogio


de Il Mattino di Padova
Non ha tradito le aspettative l’arrivo di don Luca Boaretto, il giovane sacerdote motociclista. Ai tanti fedeli che si aspettavano di vederlo raggiungere il sagrato della chiesa di Prejon in sella alla sua sontuosa Harley Davidson don Luca ha strappato una lunga risata e un fragoroso applauso presentandosi alla guida di una mini - moto Guzzi, che sotto la sua stazza sembrava ancora più piccola.

Un ingresso all’insegna dell’originalità e della simpatia, sulle due (piccole) ruote, per il nuovo co- parroco dell’unità pastorale di Agna - Borgoforte - Frapiero e Prejon, la cui fama di appassionato di moto di grossa cilindrata lo ha preceduto. La sua “vera” moto l’ha usata per coprire i quasi 40 chilometri che separano Montegrotto, dove è stato vice parroco, alla sua nuova destinazione, l’unità pastorale che abbraccia quattro frazioni di tre comuni.
A “scortare” don Luca, 31 anni, fisico ben piazzato, chioma fluente, battuta pronta e un gran feeling con i giovani, una sessantina di bikers che a tutto clacson hanno annunciato il suo arrivo. Il tutto tra una folla da grande evento per la piccola frazione di Prejon, “succursale” della chiesa di Agna chiusa da mesi per lesioni da terremoto.
Davanti alla porta della chiesa i tre sindaci, il “parroco moderatore” dell’unità pastorale don Daniele Marangon e anche una nutrita rappresentanza di parrocchiani di Montegrotto arrivati in pullman. Un incarico che ha il sapore della sfida per il giovane sacerdote al suo primo incarico da parroco: ora con la sua moto dovrà coprire anche più volte al giorno i chilometri che separano le quattro comunità parrocchiali sparse nella campagna.
«Ci vedremo in giro» così ha concluso l’omelia, riservando parole di affetto per i genitori: «Li ringrazio per tutto quello che mi hanno dato, per l’amore e il sostegno. Ho trascorso un mese a casa e mi hanno sopportato perché con me era come avere i fuochi d’artificio. Ogni tanto si preoccupano ma li tranquillizzo sempre».
Don Luca usa con disinvoltura internet e facebook, non disdegna i videogiochi e organizza affollati moto - pellegrinaggi, compresa la cerimonia di “benedizione del casco”, tenendo il Vangelo come punto di riferimento e guida quotidiana. «Ho fatto mio l’invito di Gesù “vieni e seguimi” per raggiungere la libertà del cuore. Nelle prossime settimane impareremo a conoscerci» ha detto ai nuovi parrocchiani «percorreremo insieme un tratto di strada».

La verità e la bellezza della fede nell’oggi




"Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immergere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il Servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’Assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI.

Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il Beato Giovanni XXIII. Nel Discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792).
Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione, occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne anche l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento.
Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il Beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse deldepositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità.
Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti. Anche l’iniziativa di creare un Pontificio Consiglio destinato alla promozione della nuova evangelizzazione, che ringrazio dello speciale impegno per l’Anno della fede, rientra in questa prospettiva. In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, ai tempi del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada. La prima Lettura ci ha parlato della sapienza del viaggiatore (cfr Sir 34,9-13): il viaggio è metafora della vita, e il sapiente viaggiatore è colui che ha appreso l’arte di vivere e la può condividere con i fratelli – come avviene ai pellegrini lungo il Cammino di Santiago, o sulle altre Vie che non a caso sono tornate in auge in questi anni. Come mai tante persone oggi sentono il bisogno di fare questi cammini? Non è forse perché qui trovano, o almeno intuiscono il senso del nostro essere al mondo? Ecco allora come possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche – come dice il Signore agli Apostoli inviandoli in missione (cfr Lc 9,3), ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 anni or sono."

 BENEDICTUS PP. XVI  
Celebrazione per l'apertura dell'Anno della Fede 
11 ottobre 2012, omelia

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