Riceviamo e pubblichiamo. Ai lettori l'ardua sentenza.
Monilibus suis: l'Immacolata nei tesori per la Liturgia papale
Solo ai vescovi francesi?
"Voi siete responsabili di regioni in cui la fede cristiana si è radicata molto presto e ha recato frutti ammirevoli. Regioni legate a nomi illustri che si sono adoperati tanto per il radicamento e la crescita del Regno di Dio in questo mondo [...].Queste origini e questo passato glorioso, sempre presenti nel nostro pensiero e tanto cari al nostro spirito, ci permettono di nutrire una grande speranza, insieme salda e audace, al momento di raccogliere le sfide del terzo millennio e di ascoltare le aspettative degli uomini della nostra epoca, alle quali Dio solo può dare una risposta soddisfacente. La Buona Novella che abbiamo il compito di annunciare agli uomini di tutti i tempi, di tutte le lingue e di tutte le culture, si può riassumere in poche parole: Dio, creatore dell'uomo, in suo figlio Gesù ci fa conoscere il suo amore per l'umanità: «Dio è amore» (cfr. i Gv), Egli vuole la felicità delle sue creature, di tutti i suoi figli. La costituzione pastorale Gaudium et spes (cfr. n. 10) ha affrontato le questioni chiave dell'esistenza umana, sul senso della vita e della morte, del male, della malattia e della sofferenza, così presenti nel nostro mondo. Ha ricordato che, nella sua bontà paterna, Dio ha voluto dare delle risposte a tutti questi interrogativi e che Cristo ha fondato la sua Chiesa affinché tutti gli uomini potessero conoscerle. Perciò uno dei problemi più seri della nostra epoca è quello dell'ignoranza pratica religiosa in cui vivono molti uomini e donne, compresi alcuni fedeli cattolici (cfr. esortazione apostolica Christifideles laici, capitolo v).Per questo motivo la nuova evangelizzazione, nella quale la Chiesa si è risolutamente impegnata dal concilio Vaticano II e della quale il motu proprio Ubicumque et semper ha delineato le principali modalità, si presenta con un'urgenza particolare, come hanno sottolineato i padri del Sinodo che si è da poco concluso. Essa chiede a tutti i cristiani di rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3, 15), consapevole che uno degli ostacoli più temibili della nostra missione pastorale è l'ignoranza del contenuto della fede. Si tratta in realtà di una duplice ignoranza: un disconoscimento della persona di Gesù Cristo e un'ignoranza della sublimità dei suoi insegnamenti, del loro valore universale e permanente nella ricerca del senso della vita e della felicità. Questa ignoranza provoca inoltre nelle nuove generazioni l'incapacità di comprendere la storia e di sentirsi eredi di questa tradizione che ha modellato la vita, la società, l'arte e la cultura europee.Nell'attuale Anno della fede, la Congregazione per la Dottrina della Fede, nella nota del 6 gennaio 2012, ha dato le indicazioni pastorali auspicabili per mobilitare tutte le energie della Chiesa, l'azione dei suoi pastori e dei suoi fedeli, al fine di animare in profondità la società. È lo Spirito Santo che, «con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova» (Lumen gentium, 4).Questa nota ricorda che «ogni iniziativa per l'Anno della fede vuole favorire la gioiosa riscoperta e la rinnovata testimonianza della fede. Le indicazioni qui offerte hanno lo scopo di invitare tutti i membri della Chiesa ad impegnarsi perché quest'Anno sia occasione privilegiata per condividere quello che il cristiano ha di più caro: Cristo Gesù, Redentore dell'uomo, Re dell'Universo, “autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 2)». Il Sinodo dei vescovi ha proposto di recente a tutti e a ognuno i mezzi per condurre a buon fine questa missione. L'esempio del nostro divino Maestro è sempre il fondamento di tutta la nostra riflessione e della nostra azione. Preghiera e azione, questi sono i mezzi che il nostro Salvatore ci chiede ancora e sempre di utilizzare.La nuova evangelizzazione sarà efficace se coinvolgerà a fondo le comunità e le parrocchie. I segni di vitalità e l'impegno dei fedeli laici nella società francese sono già una realtà incoraggiante."
"I laici, con i loro vescovi e i sacerdoti, sono protagonisti nella vita della Chiesa e nella sua missione di evangelizzazione. In diversi suoi documenti (Lumen gentium, Apostolicam actuositatem, tra gli altri), il concilio Vaticano II ha sottolineato la specificità della loro missione: permeare le realtà umane dello spirito del Vangelo. I laici sono il volto del mondo nella Chiesa e allo stesso tempo il volto della Chiesa nel mondo. Conosco il valore e la qualità del multiforme apostolato dei laici, uomini e donne. Unisco la mia voce alla vostra per esprimere loro i miei sentimenti di stima.La Chiesa in Europa [...] non può restare indifferente dinanzi alla diminuzione delle vocazioni e delle ordinazioni sacerdotali, e neppure degli altri tipi di chiamate che Dio suscita nella Chiesa. È urgente mobilitare tutte le energie disponibili, affinché i giovani possano ascoltare la voce del Signore. Dio chiama chi vuole e quando vuole. Tuttavia, le famiglie cristiane e le comunità ferventi restano terreni particolarmente favorevoli. Queste famiglie, queste comunità e questi giovani sono dunque al centro di ogni iniziativa di evangelizzazione, malgrado un contesto culturale e sociale segnato dal relativismo e dall'edonismo.Essendo i giovani la speranza e il futuro della Chiesa e del mondo, non voglio tralasciare di menzionare l'importanza dell'educazione cattolica. Questa svolge un compito ammirevole, spesso difficile, reso possibile dall'instancabile dedizione dei formatori: sacerdoti, persone consacrate o laici. Al di là del sapere trasmesso, la testimonianza di vita dei formatori deve permettere ai giovani di assimilare i valori umani e cristiani al fine di tendere alla ricerca e all'amore del vero e del bello (cfr. Gaudium et spes, 15). Continuate a incoraggiarli e ad aprire loro nuove prospettive affinché beneficino anche dell'evangelizzazione. Gli istituti cattolici sono chiaramente al primo posto nel grande dialogo tra la fede e la cultura. L'amore per la verità che irradiano è di per sé evangelizzatore. Sono ambiti d'insegnamento e di dialogo, e anche centri di ricerca, che devono essere sempre più sviluppati, più ambiziosi."
Dal discorso del Santo Padre Benedetto XVI
ai vescovi francesi in visita ad limina apostolorum
Dalla Costa diventa "Giusto tra le nazioni"
Giorgio Bernardelli per Vatican Insider
Lo Yad Vashem - l’istituto storico che a Gerusalemme tiene viva la memoria della Shoah - ha assegnato ufficialmente ieri alla memoria del cardinale arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa (1872-1961) il titolo di Giusto tra le nazioni, l’onorificenza con cui il mondo ebraico esprime la sua gratitudine a chi mise a repentaglio la propria vita per salvare quella di alcuni ebrei durante la persecuzione nazista.La decisione dello Yad Vashem - che scriverà il nome del cardinale Dalla Costa sul muro dell’onore insieme a quelli di tutti gli oltre 24 mila Giusti tra le nazioni - sancisce un impegno già ampiamente riconosciuto dalla storiografia italiana. Sono numerose infatti le testimonianze che raccontano di come fosse il porporato in persona a guidare la rete dei sacerdoti e dei religiosi che in Toscana offrirono rifugio a tanti ebrei in quegli anni difficili. Non solo: il ruolo di Dalla Costa fu particolarmente importante anche perché proprio Firenze vide nel novembre 1943 l’arresto del rabbino capo Nathan Cassuto (che morirà ad Auschwitz) insieme a tutta la rete di sostegno clandestina organizzata dalla comunità ebraica. Da quel momento in poi, dunque, il cardinale a Firenze restò l’unico vero punto di riferimento per chi cercava rifugio.Tra le testimonianze raccolte dallo Yad Vashem c’è quella della signora Lya Quitt che ha ricordato come - fuggita dalla Francia a Firenze all’inizio del settembre 1943 - venne portata proprio in arcivescovado dove trascorse la notte insieme ad altri ebrei lì ospitati, prima di essere indirizzata il giorno dopo a uno dei tanti conventi che in città, su indicazione dell’arcivescovo, avevano aperto le porte agli ebrei. L’istituto di Gerusalemme cita anche le parole di Giorgio La Pira secondo cui «l’anima di questa attività d’amore di Dalla Costa era salvare il maggior numero possibile di fratelli».Il cardinale Elia Dalla Costa è il primo cardinale italiano a ricevere il titolo di Giusto tra le nazioni. Va aggiunto, però, che c’è almeno un altro porporato cui la comunità ebraica italiana è unanime nel riconoscere un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei in quegli anni: si tratta del cardinale arcivescovo di Genova Pietro Boetto. In quel caso però, almeno per ora, lo Yad Vashem lo ha riconosciuto solo indirettamente, assegnando già nel 1976 il titolo di Giusto tra le nazioni al suo segretario, don Francesco Repetto.L’arcidiocesi di Firenze ha espresso attraverso una nota la sua gratitudine per la decisione presa a Gerusalemme. «Il riconoscimento - ha commentato il cardinale Giuseppe Betori, attuale arcivescovo - raggiunge un pastore ancora nel cuore dei fiorentini con un gesto che rafforza anche l'amicizia e il dialogo fra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico. Il cardinale Dalla Costa è stata una figura non solo di grande soccorso per gli ebrei ma ha anche espresso con forza l'avversione a quel regime totalitario razzista all'origine di quella terribile persecuzione. Il riconoscimento del Museo dell'Olocausto è un prezioso contributo a riscoprirlo e pregarlo mentre è in corso la sua causa di beatificazione».
Alla ricerca del Callido di San Giacometto
de Il Gazzettino di Venezia
Un organo sparito nella chiesa più antica del centro storico: nella migliore delle ipotesi i suoi pezzi giacciono in qualche magazzino pubblico; nella peggiore, si aggiunge un altro pezzo pregiato di Venezia e della sua memoria artistica ed artigianale magari nella villa di qualche ricco americano, arabo, russo, come troppe volte già accaduto persino con i semplici masegni. L'organo in questione è di Gaetano Callido, noto costruttore d'organi settecentesco sia all'interno della Signoria di Venezia, che nell'Emilia Romagna, nelle Marche e perfino a Costantinopoli. Ha restaurato i tre organi nella basilica di San Marco e ne ha costruito uno nella chiesa che fu di Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I, a Canale D'Agordo. Uno dei suoi capolavori, a 10 registri, con prospetto piramidale, due ali ascendenti ai lati e la fila di tromboncini alla base, faceva bella figura nella cantoria sulla parete dell'ingresso principale e diffondeva le sue note nella chiesa di San Giacometto di Rialto, sino al 1933. A seguito del restauro dell'ingresso principale della chiesa, inteso al rifacimento dell'antico lunotto, l'organo venne rimosso e, da allora, risulta disperso. A nulla, fino ad oggi, sono valse le ricerche di Giuseppe Mazzariol, presidente dell'arciconfraternita di San Cristoforo e della Misericordia, che gestisce la chiesa dal 1934. «Il restauro - ha spiegato Mazzariol - ha di fatto impedito all'organo di tornare nel luogo originario, cancellandone la cantoria, ma si sarebbe potuto trattenerlo al piano, carrellandolo, rendendolo spostabile all'interno del sacro edificio. Questo è stato reso possibile anche nella chiesa di Santo Stefano. Abbiamo effettuato delle ricerche: malgrado qualche indizio e molti suggerimenti, esse si sono concluse con un nulla di fatto. L'organo sembra svanito. Qualche indicazione di merito ci era pervenuta da don Gino Bortolan, direttore del museo d'arte sacra diocesana e dei soprastanti laboratori di restauro, ma con la sua recente scomparsa, tutto è piombato nuovamente nel buio. Nessuno ci sa dire dove sia finito l'antico organo: la sua storia sembra terminare nel momento dell'asporto, all'epoca autorizzato dalla Soprintendenza ai Monumenti di Venezia. Ci auguriamo che i pezzi dell'organo giacciano magari nel fondo di qualche magazzino della Soprintendenza o della curia patriarcale; sarebbe davvero un delitto perdere quest'opera callidiana. Ci appelliamo alla città perché San Giacometto, dopo quasi un secolo, possa riavere il suo organo».
Sul palco dei Salesiani qualcosa non va...
di Enrico Ferro per Il Mattino di Padova
Uno spettacolo teatrale affidato ad una compagnia di Drag Queen, organizzato per sostenere un’associazione per la procreazione medicalmente assistita: il tutto in uno spazio di proprietà dei Salesiani di Padova. È un messaggio di vita, tolleranza e uguaglianza quello che sarà lanciato domani sera dal palco del piccolo Teatro Don Bosco di via Asolo alla Paltana. La compagnia “I Ricci” manderà in scena la rappresentazione “Una mina vagante”, ispirato al film “Mine vaganti” di Ferzan Özpetek: la piece teatrale racconta la storia di Nicola, ragazzo meridionale che da tempo risiede a Roma dove ha avuto modo di vivere alla luce del sole la propria omosessualità. L’iniziativa è stata voluta e organizzata da Cristina Bernardi, fondatrice e presidente dell’associazione Sos Pma (procreazione medicalmente assistita), con la collaborazione dell’Arcigay e il patrocinio del Comune di Padova.Si comincia alle 21 e il biglietto d’ingresso costa 20 euro: l’incasso sarà interamente devoluto a Sos Pma. L’intento è quello di diffondere una cultura contro le discriminazioni e per la modifica della legge 40 sulla fecondazione assistita. Da qualche giorno le locandine campeggiano all’ingresso del teatro e questo ha causato qualche imbarazzo nella vicina parrocchia di San Giovanni Bosco e al suo parroco don Antonio Marostegan.Dal punto di vista operativo la gestione dello spazio è affidata a un’associazione laica che porta il nome “Piccolo Teatro”. Ovviamente la proprietà viene costantemente informata della programmazione, che deve essere in linea con le direttive imposte da una apposita commissione formata dalla Cei. L’associazione ha preferito non commentare in alcun modo l’organizzazione dell’evento: «Siamo nelle sabbie mobili», si limitano a dire incrociando le dita per la buona riuscita della serata.
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