"Il Signore vi parla e vi ascolta in molti modi. Ma di sicuro non vi chiama al cellulare"
Spegni il telefonino in chiesa!
Cartoni animati giapponesi che dibattono sulla musica sacra... come nelle nostre parrocchie (si spera). Beh, che dire? Bella provocazione!
Il I secolo è l'epoca della formazione della Chiesa, tra diatribe locali, nascita di importanti comunità cristiane e figure di spicco, come quei Padri diretti continuatori di quegli Apostoli investiti dallo Spirito Santo, nel giorno della Pentecoste; nei loro scritti e nelle loro figure traspare il tentativo di trasmettere la giusta dottrina, difesa dalle dispute e dalle nascenti forme d'eresia, dalla lotta con le comunità giudaiche.
La celebre lettera scritta dal vescovo di Roma Clemente Romano alla comunità di Corinto tra il 96 e il 98 oltre ad essere indicato tra più antichi documenti cristiani è una fondamentale testimonianza del primato della Chiesa di Roma: il papa Clemente intervenne per via epistolare nella comunità corinzia per sedare una spaccatura tra anziani (sacerdoti) e giovani ribelli. Nell'epistola Clemente invita alla penitenza e a ripristinare la pace della comunità e dei suoi membri, alla luce della Sacra Scrittura, portatrice di concordia.
"Ora invece date ascolto a gente da nulla a persone che vi pervertono e gettano il discredito su quella vostra coesione fraterna, che vi ha resi celebri. Un disonore che dobbiamo eliminare al più presto. Buttiamoci ai piedi del Signore e supplichiamolo con lacrime perché, fattosi propizio, ci restituisca la sua amicizia e ci ristabilisca e ci ristabilisca in una magnifica e casta fraternità d'amore"
Epistola ai Corinzi, Clemente Romano.
A papa Clemente era attribuita anche la più antica omelia cristiana pervenutaci, oggi datata al 150 d. C. scritta da un autore ignoto di provenienza forse siriaca.La maggior parte delle informazioni sulla liturgia celebrata dalle prime comunità cristiane sono tratte dalla Didaché (insegnamento). L'opera, scoperta un centinaio d'anni fa in un codice costantinopolitano, è di anonimo autore ed è stata data agli anni Cinquanta del I secolo il che la porterebbe ad essere il documento cristiano più antico in assoluto. Alcuni l'anno definita proto-manuale di diritto canonico, infatti, oltre a contenere istruzioni dottrinali (la catechesi della vita e della morte) e letture esagetiche, vi sono istruzioni liturgiche e commenti al rito del battesimo e alla liturgia eucaristica.
"Nel giorno del Signore, riunitevi, spezzate il pane e rendete grazi, dopo aver confessato i vostri peccati, perché il vostro sacrificio sia puro. Chiunque invece ha qualche discordia con il suo compagno, non si raduni con voi prima che si siano riconciliati, perché non sia profanato il vostro sacrificio. Il Signore infatti ha detto: in ogni luogo e in ogni tempo mi si offra un sacrificio perfetto, perché un grande Re sono io, dice il Signore, e mirabile è il mio nome fra le genti"
Liturgia delle Ore, Didaché.
Nella scia dell'aspro scontro dei primi secoli tra Giudei e Cristiani si inserisce la cosiddetta Epistola di Barnaba, scritta da un anonimo tra I e II secolo. La lettera è un lungo sermone sull'uso cristiano dell'Antico Testamento che non risparmia stoccate alle comunità Giudaiche, accusate di accostarsi carnalmente ai testi sacri e non spiritualmente, con corretta lettura esagetica.
"Qualunque cosa ti accada, la prenderai in bene, sapendo che nulla avviene che Dio non voglia. Non sarai volubile nel pensare né userai duplicità nel parlare; la lingua doppia infatti è un laccio di morte."
Epistola di Barnaba
Il documento chiamato Pastore di Erma si inserisce nel grande discutere teologico che si compiva a Roma tra I e II secolo, quando si dibatteva sul problema della ricaduta nel peccato grave anche in seguito al Battesimo. La proposta di Erma, che si basa sulle rivelazioni di un angelo che gli apparve in forma di pastore, fu quella di concedere al peccatore già battezzato la possibilità di rimediare attraverso una penitenza, da compiersi prima della morte corporale.
La figura di Ignazio di Antiochia apre invece il grande periodo delle persecuzioni. Le epistole del santo vescovo, inviate ad amici ed estimatori durante il viaggio che lo condusse verso le belve che a Roma lo avrebbero divorato, profilano l'imponente figura spirituale e l'enorme carisma dell'episcopo, che, anche se destinato alla morte imminente, non rinuncia ad amministrare le anime, a scontrarsi con l'eresia docetista e a compiere un'esagesi del martirio, implorando i cristiani di non dissuaderlo nell'affrontare le belve del circo, nell'anno 107.
"Scrivo a tutte le chiese, a tutti annunzio che morrò volentieri per Dio, se voi non me lo impedirete. Vi scongiuro, non dimostratemi una benevolenza inopportuna. Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi sia dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio, e sarò macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo"
Epistola ai Romani, Ignazio di Antiochia
"giungiamo alla domanda: come dev'essere un uomo a cui si impongono le mani per l’Ordinazione episcopale nella Chiesa di Gesù Cristo? Possiamo dire: egli deve soprattutto essere un uomo il cui interesse è rivolto verso Dio, perché solo allora egli si interessa veramente anche degli uomini. Potremmo dirlo anche inversamente: un Vescovo dev'essere un uomo a cui gli uomini stanno a cuore, che è toccato dalle vicende degli uomini. Dev'essere un uomo per gli altri. Ma può esserlo veramente soltanto se è un uomo conquistato da Dio. Se per lui l’inquietudine verso Dio è diventata un’inquietudine per la sua creatura, l’uomo. Come i Magi d’Oriente, anche un Vescovo non dev'essere uno che esercita solamente il suo mestiere e non vuole altro. No, egli dev'essere preso dall'inquietudine di Dio per gli uomini. Deve, per così dire, pensare e sentire insieme con Dio. Non è solo l’uomo ad avere in sé l’inquietudine costitutiva verso Dio, ma questa inquietudine è una partecipazione all'inquietudine di Dio per noi. Poiché Dio è inquieto nei nostri confronti, Egli ci segue fin nella mangiatoia, fino alla Croce. “Cercandomi ti sedesti stanco, mi hai redento con il supplizio della Croce: che tanto sforzo non sia vano!”, prega la Chiesa nel Dies irae. L’inquietudine dell’uomo verso Dio e, a partire da essa, l’inquietudine di Dio verso l’uomo devono non dar pace al Vescovo. È questo che intendiamo quando diciamo che il Vescovo dev'essere soprattutto un uomo di fede. Perché la fede non è altro che l’essere interiormente toccati da Dio, una condizione che ci conduce sulla via della vita. La fede ci tira dentro uno stato in cui siamo presi dall'inquietudine di Dio e fa di noi dei pellegrini che interiormente sono in cammino verso il vero Re del mondo e verso la sua promessa di giustizia, di verità e di amore. In questo pellegrinaggio, il Vescovo deve precedere, dev'essere colui che indica agli uomini la strada verso la fede, la speranza e l’amore. Il pellegrinaggio interiore della fede verso Dio si svolge soprattutto nella preghiera. Sant'Agostino ha detto una volta che la preghiera, in ultima analisi, non sarebbe altro che l’attualizzazione e la radicalizzazione del nostro desiderio di Dio. Al posto della parola “desiderio” potremmo mettere anche la parola “inquietudine” e dire che la preghiera vuole strapparci alla nostra falsa comodità, al nostro essere chiusi nelle realtà materiali, visibili e trasmetterci l’inquietudine verso Dio, rendendoci proprio così anche aperti e inquieti gli uni per gli altri. Il Vescovo, come pellegrino di Dio, dev'essere soprattutto un uomo che prega. Deve essere in un permanente contatto interiore con Dio; la sua anima dev'essere largamente aperta verso Dio. Le sue difficoltà e quelle degli altri, come anche le sue gioie e quelle degli altri le deve portare a Dio, e così, a modo suo, stabilire il contatto tra Dio e il mondo nella comunione con Cristo, affinché la luce di Cristo splenda nel mondo. Torniamo ai Magi d’Oriente. Questi erano anche e soprattutto uomini che avevano coraggio, il coraggio e l’umiltà della fede. Ci voleva del coraggio per accogliere il segno della stella come un ordine di partire, per uscire – verso l’ignoto, l’incerto, su vie sulle quali c’erano molteplici pericoli in agguato. Possiamo immaginare che la decisione di questi uomini abbia suscitato derisione: la beffa dei realisti che potevano soltanto deridere le fantasticherie di questi uomini. Chi partiva su promesse così incerte, rischiando tutto, poteva apparire soltanto ridicolo. Ma per questi uomini toccati interiormente da Dio, la via secondo le indicazioni divine era più importante dell’opinione della gente. La ricerca della verità era per loro più importante della derisione del mondo, apparentemente intelligente. Come non pensare, in una tale situazione, al compito di un Vescovo nel nostro tempo? L’umiltà della fede, del credere insieme con la fede della Chiesa di tutti i tempi, si troverà ripetutamente in conflitto con l’intelligenza dominante di coloro che si attengono a ciò che apparentemente è sicuro. Chi vive e annuncia la fede della Chiesa, in molti punti non è conforme alle opinioni dominanti proprio anche nel nostro tempo. L’agnosticismo oggi largamente imperante ha i suoi dogmi ed è estremamente intollerante nei confronti di tutto ciò che lo mette in questione e mette in questione i suoi criteri. Perciò, il coraggio di contraddire gli orientamenti dominanti è oggi particolarmente pressante per un Vescovo. Egli dev'essere valoroso. E tale valore o fortezza non consiste nel colpire con violenza, nell'aggressività, ma nel lasciarsi colpire e nel tenere testa ai criteri delle opinioni dominanti. Il coraggio di restare fermamente con la verità è inevitabilmente richiesto a coloro che il Signore manda come agnelli in mezzo ai lupi. “Chi teme il Signore non ha paura di nulla”, dice il Siracide (34,16). Il timore di Dio libera dal timore degli uomini. Rende liberi! In questo contesto mi viene in mente un episodio degli inizi del cristianesimo che san Luca narra negli Atti degli Apostoli. Dopo il discorso di Gamaliele, che sconsigliava la violenza verso la comunità nascente dei credenti in Gesù, il sinedrio chiamò gli Apostoli e li fece flagellare. Poi proibì loro di predicare nel nome di Gesù e li rimise in libertà. San Luca continua: “Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. E ogni giorno … non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo” (At 5,40ss). Anche i successori degli Apostoli devono attendersi di essere ripetutamente percossi, in maniera moderna, se non cessano di annunciare in modo udibile e comprensibile il Vangelo di Gesù Cristo. E allora possono essere lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per Lui. Naturalmente vogliamo, come gli Apostoli, convincere la gente e, in questo senso, ottenerne l’approvazione. Naturalmente non provochiamo, ma tutt'al contrario invitiamo tutti ad entrare nella gioia della verità che indica la strada. L’approvazione delle opinioni dominanti, però, non è il criterio a cui ci sottomettiamo. Il criterio è Lui stesso: il Signore. Se difendiamo la sua causa, conquisteremo, grazie a Dio, sempre di nuovo persone per la via del Vangelo. Ma inevitabilmente saremo anche percossi da coloro che, con la loro vita, sono in contrasto col Vangelo, e allora possiamo essere grati di essere giudicati degni di partecipare alla Passione di Cristo."
BENEDICTUS PP. XVI
Solennità dell'Epifania del Signore, 6 gennaio 2013, omelia.
Biglietti, ma soprattutto spettacoli e concerti nelle chiese veneziane: il Patriarca Moraglia ci da un taglio. Più sacro e meno danaro.
di Daniela Ghio per Il Gazzettino
Il Patriarca mette un freno alle chiese museo e soprattutto allo sfruttamento in termini economici dei beni ecclesiastici: una posizione chiara contro le chiese a pagamento. Nella prefazione del calendario liturgico diocesano, distribuito alle parrocchie, monsignor Francesco Moraglia sollecita i parroci e i fedeli a riscoprire la vera sacralità dell’azione liturgica, valorizzando la specificità liturgica e non museale delle chiese di Venezia.Il Patriarca si richiama alla Costituzione Sacrosanctum Concilium e spiega come ci si trovi talvolta agli antipodi dell’uso degli spazi sacri per fini diversi da quelli per cui sono stati progettati e costruiti: «Talune proposte – afferma il presule - che inizialmente si presentano in termini catechistici e culturali, alla fine sembrano rispondere ad altre logiche».Lo spazio sacro di una chiesa, nata per il culto, sottolinea il Patriarca, deve quindi rimanere riferimento all’azione liturgica o a momenti che direttamente o indirettamente preparano o seguono tale azione. «È essenziale – continua – che ogni uso differente da quello liturgico sia regolamentato e comunque si svolga sotto la guida dei competenti organi e uffici diocesani. Anche senza esplicita volontà, è facile usufruire in maniera non consona di spazi liturgici destinandoli ad un uso improprio per cui non sono stati pensati, progettati e costruiti. Il rischio, non sempre presente a tutti, è che una mentalità funzionalistica si affermi in seno alla stessa comunità dei credenti e alle sue guide; l’uso improprio degli spazi sacri, soprattutto quando istituzionalizzato, facilità l’instaurarsi di tale mentalità. In tal modo, smarrita, per esempio, la capacità di percepire il linguaggio del simbolo, ci si interroga sull’uso di un edificio sacro: “ma… cosa ne posso fare?”, “che cosa ne posso ricavare?”, e “cosa ci guadagno?”. Non di rado succede che la mentalità funzionalistica si trasformi in mentalità imprenditoriale; fronteggiare tale tendenza e soprattutto recuperare il senso del sacro, del mistero e dell’adorazione è essenziale».Viene messa in discussione pertanto l’attività “istituzionalizzata” di Chorus, associazione per le chiese del patriarcato di Venezia, che prevede la visita turistica delle chiese a pagamento, assicurandone l’apertura e la guardiania. Così come viene messa in discussione l’attività concertistica e di mostre di alcuni templi sottratti al culto. Scaduti i contratti in corso, gli uffici diocesani potrebbero bloccare questo tipo di attività, almeno per le chiese di diretta dipendenza dal patriarcato e non di uso pubblico. Moraglia in particolare desidera che chiunque possa entrare nelle chiese senza pagare il biglietto. E già sì è avuta una prima risposta: dal 1° gennaio la chiesa della Madonna dell’Orto si è tolta dal circuito di Chorus.
"Rinnovare la fede creduta significa, certamente, come proposto dalle indicazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede per l Anno della Fede, anche trovare occasioni di pubblica professione, senza dimenticare quell' approfondimento, anche culturale, che è sempre necessario e che, progressivamente, educa il pensiero, il quale, svincolatosi dalle maglie del mondo, inizia progressivamente, a ragionare con una mentalità di fede, traducendo, in esperienza concreta, le provvide indicazioni dell 'Enciclica Fides et ratio del Beato Giovanni Paolo II.
La fede celebrata, come indica la seconda parte del Catechismo, è un chiaro invito ad una forte riscoperta del senso del sacro, in tutte le nostre comunità, che celebrano i Sacramenti. La superficialità, e talvolta persino la banalizzazione di talune celebrazioni, hanno determinato una disaffezione al rito, che, avendo perso la propria dimensione misterica, ha perso, nel contempo, anche la propria valenza significante. È un clamoroso equivoco quello di chi crede che, riducendo la dimensione sacra e di adorazione, i riti diventino maggiormente comprensibili. Esiste un dialogo misterioso, posto in essere dallo Spirito Santo, e non certo dalle nostre celebrazioni animate , tra la forza dei Sacramenti celebrati, la grazia che essi donano e l anima di ciascun fedele. Nella misura in cui le Chiese particolari e le singole comunità riscopriranno la profonda coscienza adorante della fede celebrata, la nuova evangelizzazione riceverà vigoroso impulso, poiché la fede celebrata, secondo le norme liturgiche della Chiesa, e nella continuità con la sua ininterrotta Tradizione, è quanto di più attraente ci possa essere ed è, essa stessa, evangelizzazione.
Sappiamo bene come la verità annunciata domandi di essere accompagnata dalla forza della testimonianza. Fin dalle origini, il Cristianesimo è consistito di questa profonda unità tra la verità annunciata e l 'amore vissuto. La terza parte del Catechismo, se ben compresa, è un grande sostegno ad una proposta difede vissuta, che ha, in se stessa, una grande forza evangelizzante, poiché, anche senza parlare, esercita un invincibile magistero. Non dimentichiamo che, in non pochi casi nella storia, per fare tacere la verità è stato necessario sopprimere non solo chi la proclamava, ma anche chi la viveva. Quanti martiri, nel recente passato ed anche nel presente, hanno testimoniato e testimoniano la fede! L unità inscindibile tra fede creduta, fede celebrata e fede vissuta, sarà, allora, il principale fattore dinamico della nuova evangelizzazione. È credendo, celebrando e vivendo in maniera più autentica e fedele, che la Chiesa potrà rinnovare la propria forza evangelizzante."
Cardinal Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero
"Lectio Magistralis" Roma, 19 maggio 2012
"Il materno invito della Chiesa a sollevare lo sguardo verso i cieli, per aspettare di là il Dio Salvatore, e, con Lui, l'affrancamento dai vincoli delle disarmonie che irretiscono gli animi, Noi desideriamo di ripetervi, diletti figli e figlie dell'Orbe cattolico, come paterno augurio in questo Natale, che trova gli uomini, bensì con gli sguardi rivolti in alto, ma coi cuori gravati da angosciosi incubi per la incerta sorte dell'umana famiglia e della sua stessa terrestre dimora.Non così i Pastori di Betlemme, nè i Magi di Oriente scrutarono i cieli, quando ai primi apparvero gli Angeli e agli altri si mostrò la mistica stella, annunzianti la nascita del Figlio di Dio sulla terra. Un profondo stupore pervase i loro animi nell'apprendere e nell'assistere ai « Magnalia Dei » (Act. Ap. 2, 11; Petr. 2, 9), alle grandi e meravigliose gesta di Dio, che raggiungevano il culmine e la sintesi di ogni possibile grandezza in quel tenero Bambino, nato nella città di Davide, avvolto in poveri panni e adagiato in umile presepio (cfr. Luc. 2, 12). Il loro stupore però non aveva nulla in comune con lo sbigottimento e lo schianto che sogliono suscitare le terribili grandezze, bensì si tramutò in onda di soave conforto, in respiro d'ineffabile pace e di placante armonia, quali soltanto Dio sa infondere negli umani spiriti, che Lui cercano, accolgono e adorano."
PIUS PP. XII
Auguri! Un gioioso Natale a tutti voi!
Venezia, Santa Maria del Carmine, Adorazione dei Pastori, Cima da Conegliano, particolare.