Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Avviso sacro: Missa Cantata a Caorle




CELEBRAZIONE LITURGICA
NELLA FORMA EXTRAORDINARIA
DEL RITO ROMANO


in occasione dei festeggiamenti per il 975mo anniversario di dedicazione


MISSA CANTATA



Venerdì 16 Agosto


ORE 10:00


DUOMO DI SANTO STEFANO PROTOMARTIRE

Caorle (VE)


Prima della celebrazione alcuni sacerdoti saranno disponibili per le Confessioni.

Era un monsignore: il riordino dei titoli in Patriarcato




di Alvise Sperandio per Il Gazzettino 
Niente più monsignori senza titolo nella diocesi di Venezia. È all'insegna del ligio rispetto del diritto canonico, uno dei primi provvedimenti del nuovo vicario generale della diocesi ed esperto in materia, don Angelo Pagan, firmato nei giorni scorsi dal patriarca Francesco Moraglia prima della partenza per le ferie.
Dispone che quei sacerdoti che finora, e da tempo, si sono chiamati monsignori perché canonici residenziali oppure onorari di San Marco, vengono ora retrocessi a semplici "don", dal momento che solo la nomina pontificia dà diritto a fregiarsi del grado superiore. 
«Una decisione - spiega un docente del Marcianum - che intende fare chiarezza, mettendo i puntini sulle "i" e dando a ciascuno al suo». Il titolo, d'altronde, è solamente onorifico e non ha alcun peso sul piano dei poteri. La valutazione va fatta caso per caso ma ad essere coinvolti dalla novità ci sono sacerdoti molto in vista, come i vicari episcopali don Danilo Barlese e don Dino Pistolato, il delegato per la catechesi e la scuola don Valter Perini, quello per il sociale e il lavoro don Fabiano Longoni, l'ex economo e neo parroco di Santa Barbara don Guido Scattolin, ma anche arcipreti importanti e molto popolari come don Fausto Bonini a Mestre, don Luigi Casarin a Gambarare, don Angelo Munaretto a Eraclea e don Giuseppe Manzato a Caorle. 
Una piccola rivoluzione che va a scontrarsi con una consuetudine consolidata da decenni e che rischia di essere mal digerita dai fedeli, in molti casi abituati a identificare con il solo appellativo di monsignore il proprio prete di riferimento. A molti non è sfuggito che già nei documenti ufficiali il patriarca Moraglia è attento sull'utilizzo del "don" e non del "mons.", così come nel comunicato stampa successivo alla comunicazione delle recenti nomine. Gli interessati sono dubbiosi. «Ne ho sentito parlare, ma non ho ricevuto alcuna comunicazione in proposito», dice don Bonini mentre don Perini spiega «di aspettare indicazioni: forse la nuova edizione del prontuario sarà utile a fare chiarezza».
Alla base della decisione c'è il desiderio di rispettare fino in fondo le regole, ma forse anche la volontà di trasmettere un messaggio di semplicità e sobrietà in linea con gli insegnamenti di papa Francesco e quanto detto dallo stesso Moraglia nel definire il nuovo assetto di governo della diocesi: «La Curia - ha affermato nell'occasione - non è un luogo di privilegio ma un luogo di servizio, in cui ognuno è chiamato a servire la comunità diocesana sul territorio. La Curia non è fine a se stessa, è un mezzo, perché il fine è sempre il bene delle anime».

La liturgia che è tanto bella




"le Chiese ortodosse hanno conservato la liturgia che è tanto bella. Noi abbiamo perso un po' il senso dell'adorazione. Loro adorano Dio e lo cantano, non contano il tempo. Una volta parlando dell'Europa occidentale e della sua Chiesa mi hanno detto che "ex Oriente lux", "ex Occidente luxus", cioè dall'Oriente la luce, dall'Occidente il consumismo e il benessere che hanno fatto tanto male. Invece gli ortodossi conservano questa bellezza di Dio al centro. Quando si legge Dostoevsky si percepisce qual è l'anima russa e orientale. Abbiamo tanto bisogno di questa aria fresca dell'Oriente, di questa luce"
  
FRANCISCUS PP





Avviso sacro: ritiro vocazionale a San Simeon Piccolo



RITIRO VOCAZIONALE
a cura del rev. Konrad zu Löwenstein
sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pietro



SABATO 27 LUGLIO 2013 - ORE 15:30

CHIESA DI SAN SIMEON PICCOLO

Venezia

Programma
Ore 15:30: Colloqui individuali e confessioni 
Ore 16:30: Conferenze sulla vocazione sacerdotale e sulla Santa Messa, inframmezzate dall'ascolto di brani di musica sacra. 
Ore 17:30: Adorazione e Benedizione Eucaristica

Per chi volesse pernottare a Venezia per la Santa Messa cantata domenicale (alle ore 11) e l’Ora Santa (alle ore 13) è possibile consultare degli alberghi nelle vicinanze. 


Per informazioni rivolgersi all'indirizzo email: padrek@libero.it
Sito web: http://venezia.fssp.it

Redentore e laicità: l'omelia del Patriarca




"Oggi, dopo quasi cinque secoli, la festa del Redentore è ancora viva tra il popolo che vi  partecipa numeroso. Vi è, però, il rischio che il significato religioso della festa venga oscurato e la componente folcloristica prenda il sopravvento giungendo ad azzerare quella religiosa.  D’altra parte è evidente che una celebrazione religiosa entrata nel comune sentire della polis, in un contesto fortemente secolarizzato come l’attuale, rischi di veder compromesso l’originario senso religioso. Così è anche per la festa veneziana del Redentore. Questa considerazione ci porta a riflettere su un tema più ampio - seppure a questo connesso - quello della laicità; e proprio su di esso desidero soffermarmi in questa festa del Redentore. 
Una sana laicità - vedremo in che senso - è fondamentale sia per il cittadino sia per il cristiano; essa, infatti, è legata alla struttura stessa della persona di cui l’umano e il creaturale sono dimensioni imprescindibili. In altri termini, la persona - nella sua realtà antropologico-creaturale - viene temporalmente e ontologicamente prima dello Stato (quindi del cittadino) e dell’adesione a qualsiasi religione (quindi del credente). 
In tal modo la festa del Redentore - nella sua acuita problematicità, ovvero il religioso che entra nel tessuto socio-culturale sempre più secolarizzato della civis - domanda di considerare, in modo più ampio, il rapporto fra sfera sacra o religiosa e profana o secolare. 
Riflettiamo, quindi, sulla laicità che sta sullo sfondo di quanto detto finora a proposito del rapporto sacro/profano, religioso/secolare. 
La laicità - per il cittadino e il credente - è realtà fondamentale. Ricordiamo, per esempio, che per la Chiesa la fede - ossia, il “sì” detto a Gesù Cristo - deve essere scelta libera e responsabile.  
Non dimentichiamo poi che la sfera sacrale/religiosa o profana/secolare - prima di riguardare ambiti distinti della convivenza sociale e civile e, quindi, prima d’essere esteriore all’uomo - riguarda ambiti distinti “all’interno” dell’uomo, che appartengono all’uomo e lo costituiscono tale.  
La risposta di Gesù, a coloro che domandavano se era lecito o no pagare il tributo a Cesare, indica un percorso sempre valido al di là di situazioni contingenti o singole epoche. Gesù pone una distinzione che è - ad un tempo - fondante e fondamentale; infatti, Dio e Cesare, nei loro ambiti specifici, sono interlocutori imprescindibili per l’uomo di ogni epoca. 
Si tratta - lo abbiamo detto - di una distinzione fondamentale e fondante perché, fino ad  allora, né lo Stato ebraico, con la sua teocrazia, né l’impero romano, con il culto a Cesare, erano pervenuti alla vera laicità, quella che Gesù indica.  
La distinzione è fondamentale e fondante, poiché in essa c’è la vera novità da cui deriva la forma moderna dello Stato, ossia la possibilità d’essere sia leali sudditi del “re”, pur essendo uomini di fede, sia veri credenti ed insieme autentici cittadini impegnati a lavorare per il bene della civis.  
Cito qui la figura luminosa e oggi attualissima - per l’obiezione di coscienza - di Tommaso Moro, primo ministro del Re che muore per difendere la sua libertà di credente. Tommaso Moro è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1935 e dal 1980 il suo nome è inserito anche nel martirologio anglicano. È universalmente riconosciuto come simbolo di integrità ed eroico testimone del primato della coscienza al di là dei confini nazionali e delle confessioni religiose. Le sue ultime parole furono: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio». Un grande ideale per tutti coloro che dedicano la propria vita al servizio del bene comune (cfr. Atti del Giubileo dei Governanti e dei Parlamentari / anno 2000). 
Ritorniamo alle parole di Gesù: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). 
Si tratta di riflettere, in modo compiuto, sulla laicità considerata snodo essenziale sia nella vita del credente sia del cittadino. 
Credente e cittadino devono guardarsi dai differenti “confessionalismi”: religioso, scientista, laicista. Molte, infatti, sono le forme di confessionalismo: quello religioso, quello tecno-scientifico, infine, quello ideologico politico-partitico o culturale. 
Oltre la forma di confessionalismo religioso si danno anche quelli tecnico-scientifico e ideologico politico-culturale che, a loro volta, sono opprimenti e pervasivi per la libertà di coscienza dei credenti e dei cittadini. La storia, in proposito, fornisce un amplissimo campionario che si dispiega lungo le differenti epoche.  
Il tema della laicità - e non da oggi - è occasione di incomprensioni sia a livello culturale sia politico. E i molteplici significati che, di volta in volta, vengono attribuiti al termine “laico” e “laicità” dicono quanto sia necessario far chiarezza anche a livello di significato poiché il termine, attualmente, risulta in sé equivoco e ognuno finisce per intenderlo in modi diversi; il discorso meriterebbe d’esser approfondito secondo tale ampia logica ma stiamo, invece, su una prospettiva più ristretta, quella che riguarda il nostro ordinamento giuridico.  
Nel nostro ordinamento giuridico - è bene ricordarlo - il termine “laicità” non compare nella legislazione ordinaria, né risulta utilizzato dalla Costituzione per qualificare l’atteggiamento dello Stato in materia religiosa; piuttosto, il principio di laicità è legato alla giurisprudenza della Corte Costituzionale.  
E’ la Corte Costituzionale che, in una famosa sentenza della fine degli anni Ottanta (la n. 203 del 1989), qualifica il principio di laicità come “principio supremo dell’ordinamento costituzionale” e come “uno dei profili della forma di Stato delineato dalla Costituzione”.  
E’, questo, un principio di laicità inteso in senso “aperto” e “positivo”, che non indica o suggerisce l’indifferenza o, addirittura, l’ostilità dello Stato dinanzi alla religione (o alle religioni) ma piuttosto il compito di garanzia che spetta allo Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in un contesto ormai accentuato di pluralismo confessionale e culturale. Lo Stato, insomma, non può essere indifferente o neutrale di fronte alla religione e qui non è in ballo solo la religione cattolica; lo Stato deve garantire la tutela della libertà religiosa come diritto fondamentale e inalienabile della persona, un diritto valido per tutti. 
Una sana laicità, allora, è in grado di riconoscere, di rispettare e di valorizzare tanto la sfera sacrale/religiosa quanto quella profana/secolare nell’interesse del cittadino, di ogni cittadino e di tutti i cittadini. Una vera laicità comporta, quindi, il riconoscimento delle molteplici dimensioni dell’uomo che - come ricorda la Lettera ai Tessalonicesi - è spirito, anima e corpo (cfr. 1Ts 5,23). E, quindi, l’uomo è immanenza e trascendenza, relazionalità verticale (o teologica) e orizzontale (o antropologica) e, ancora, interiorità e esteriorità. 
L’uomo è l’insieme di tutte queste dimensioni; tra esse, vi è anche quella religiosa che va vissuta in modo “pienamente umano”, come ogni altra dimensione della persona. Appare, così, tutta l’incongruenza di chi, invece, vorrebbe rinchiudere la fede (la religione) nel recinto interiore della coscienza personale. Viene, allora, spontaneo domandarsi: perché per una realtà così importante e universalmente diffusa come quella religiosa deve essere preclusa la dimensione pubblica, esterna e visibile. Alla fine: ciò a chi giova? Riprendiamo le parole del Vangelo che, ad un tempo, chiariscono e indicano la strada valida per ogni persona di buona volontà: “Rendete… a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21).  
Il Concilio Ecumenico Vaticano II - al n. 36 della costituzione pastorale Gaudium et spes - ha parlato dell’autonomia delle realtà terrene affermando che, insieme alle leggi che regolano la vita delle società civili, godono di legittima autonomia ma che tale autonomia non è mai qualcosa d’assoluto. Il diritto, infatti, non ha come sua unica sorgente e fondamento lo Stato; tutte le volte che ciò si è verificato, nella storia, abbiamo dovuto dolorosamente constatare come l’uomo sia stato sacrificato sul piano della ragione di Stato, qualunque essa fosse: confessionale-religiosa, ideologico-politica, tecno-scientista.  
Si vuol dire, qui, che l’autonomia delle realtà terrene non è un assoluto ma sottostà ad una valutazione morale che non è di qualcuno ma è il riconoscimento di qualcosa che viene prima della sfera religiosa ma, non di meno, prima della sfera politica e della tecno-scienza; così, di fronte a questioni altissime come quelle della vita, non c’è legge degli uomini che tenga. E, in ultima istanza, per opporsi a un’ingiustizia altrimenti irreparabile, si dà la legittimità dell’obiezione di coscienza.  
La festa religiosa e civile del Redentore diventi occasione - per i credenti e i non credenti - per riscoprire il senso di una laicità che porti a vivere nel rispetto delle prerogative antropologiche fondamentali e non miri a ridurre e costringere nel chiuso della coscienza individuale i propri convincimenti iniziando da quelli religiosi. Ricordiamo ancora le ultime parole di Tommaso Moro: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio».  
La laicità sia un ponte - e il ponte di barche che unisce le Zattere al sagrato del Redentore ne è il simbolo - verso quanti non hanno il nostro modo di “sentire” ma hanno a cuore l’uomo, tutto l’uomo - e non solo una sua parte - e ancora, tutti gli uomini e, alla fine, il bene comune.  
Il Redentore vigili su una fede che non può rimanere solo in sacrestia ma che deve essere sempre testimonianza a favore dell’uomo, sui valori umani."

Venezia, 21 luglio 2013
Festa del Santissimo Redentore
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia



Al Santo un nuovo Delegato




Il Santo Padre Francesco ha nominato Delegato Pontificio per la Basilica di Sant’Antonio in Padova S.E. Mons. Vittorio Lanzani, Vescovo titolare di Labico, Delegato della Fabbrica di San Pietro.  
[01112-01.01] 

Campane a festa al Santo. Una nomina lampo e la fine (come sulla ghigliottina) dell'era Gioia. Monsignor Vittorio Lanzani, Delegato alla Fabbrica di San Pietro è stato nominato da Sua Santità Delegato per la Pontificia Basilica di Sant'Antonio di Padova. Nato nel Pavese nel 1951 e ordinato sacerdote nel 1976, Lanzani è particolarmente legato alla realtà romana: prima officiale della Congregazione per il Culto e segretario della Fabbrica di San Pietro e della Commissione permanente per la tutela dei monumenti storici ed artistici della Santa Sede poi elevato alla sede vescovile titolare di Labico e consacrato vescovo dalle mani del Beato Giovanni Paolo II (gennaio 2002) raggiunge la Delegazione della Fabbrica di San Pietro. Da oggi ricopre anche l'ufficio di Delegato per la Basilica del Santo.
Dopo gli intrighi, gli scandali - e i matrimoni - entra in scena il mitrato lombardo. 


Monsignor Lanzani accanto a Sua Santià Francesco nelle Grotte Vaticane.

Che fine ha fatto Sacris Solemniis?




è vivo! e con l'occasione dell'ascesa al Soglio di Sua Santità Francesco è in fase di aggiornamento e riflessione.


Presto lo spazio veneto per la liturgia, l'arte e la musica sacra tornerà a regime. 
Più benedettiano che mai.


Avviso sacro: Missa Cantata al Tresto




CELEBRAZIONE LITURGICA
NELLA FORMA EXTRAORDINARIA
DEL RITO ROMANO


MISSA CANTATA


a cura de 

Coetus fidelium Maria Regina Familiae

Schola cantorum Scriptoria



DOMENICA 30 GIUGNO
ORE 11:30

SANTUARIO DELLA MADONNA DEL TRESTO

Ospedaletto Euganeo (PD)



Avviso sacro: Missa Cantata a San Gaetano




IN OCCASIONE DEL MAGGIO MARIANO
CELEBRAZIONE LITURGICA
NELLA FORMA STRAORDINARIA DEL RITO ROMANO


MISSA CANTATA

officium de
Sancta Maria in sabbato


col canto gregoriano, secondo il Rito “Tridentino”

“Salve, sancta parens, eníxa puérpera Regem”


SABATO 25 MAGGIO
ORE 16:30

CHIESA DEI SANTI SIMEONE E GIUDA
“SAN GAETANO”
Via Altinate, Padova


con approvazione


Liturgie papali: Eucarestia ed ipocrisia spirituale




di Sandro Magister 
C'è una particolarità, nelle messe celebrate da papa Francesco, che suscita degli interrogativi rimasti finora senza risposta.
Al momento della comunione, papa Jorge Mario Bergoglio non la amministra di persona ma lascia che siano altri a dare l'ostia consacrata ai fedeli. Si siede e aspetta che la distribuzione del sacramento sia completata.
Le eccezioni sono pochissime. Nelle messe solenni il papa, prima di sedersi, dà la comunione a chi lo assiste all'altare. E nella messa dello scorso Giovedì Santo, nel carcere minorile di Casal del Marmo, ha voluto dare lui la comunione ai giovani detenuti che si sono accostati a riceverla.
Una spiegazione esplicita di questo suo comportamento Bergoglio non l'ha data, da quando è papa.
Ma c'è una pagina di un suo libro del 2010 che fa intuire i motivi all'origine del gesto.
Il libro è quello che raccoglie i suoi colloqui con il rabbino di Buenos Aires Abraham Skorka.
Al termine del capitolo dedicato alla preghiera, Bergoglio dice: "Davide era stato adultero e mandante di un omicidio, e tuttavia lo veneriamo come un santo perché ebbe il coraggio di dire: 'Ho peccato'. Si umiliò davanti a Dio. Si possono commettere errori enormi, ma si può anche riconoscerlo, cambiare vita e riparare a quello che si è fatto. È vero che tra i parrocchiani ci sono persone che hanno ucciso non solo intellettualmente o fisicamente ma indirettamente, con una cattiva gestione dei capitali, pagando stipendi ingiusti. Sono membri di organizzazioni di beneficenza, ma non pagano ai loro dipendenti quel che gli spetta, o fanno lavorare in nero. […] Di alcuni conosciamo l'intero curriculum, sappiamo che si spacciano per cattolici ma hanno comportamenti indecenti di cui non si pentono. Per questa ragione in alcune occasioni non do la comunione, rimango dietro e lascio che siano gli assistenti a farlo, perché non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto. Si potrebbe anche negare la comunione a un noto peccatore che non si è pentito, ma è molto difficile provare queste cose. Ricevere la comunione significa ricevere il corpo del Signore, con la coscienza di formare una comunità. Ma se un uomo, più che unire il popolo di Dio, ha falciato la vita di moltissime persone, non può fare la comunione, sarebbe una totale contraddizione. Simili casi di ipocrisia spirituale si presentano in molti che trovano riparo nella Chiesa e non vivono secondo la giustizia che predica Dio. E non mostrano pentimento. È ciò che comunemente chiamiamo condurre una doppia vita".
Come si può notare, Bergoglio spiegava nel 2010 il suo astenersi dal dare personalmente la comunione con un ragionamento molto pratico: "Non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto".
Da pastore sperimentato e da buon gesuita, egli sapeva che tra chi si accostava a ricevere la comunione potevano esserci dei pubblici peccatori non pentiti, che peraltro si professavano cattolici. Sapeva che a quel punto sarebbe stato difficile negare loro il sacramento. E sapeva degli effetti pubblici che quella comunione avrebbe potuto avere, se ricevuta dalle mani dell'arcivescovo della capitale argentina.
Si può arguire che Bergoglio avverta lo stesso pericolo anche da papa, anzi ancor più. E per questo adotti lo stesso comportamento prudenziale: "Non do la comunione, rimango dietro e lascio che siano gli assistenti a farlo".
I pubblici peccati che Bergoglio ha portato ad esempio, nel suo colloquio con il rabbino, sono l'oppressione del povero e la negazione del giusto salario all'operaio. Due peccati tradizionalmente elencati tra i quattro che "gridano vendetta al cospetto di Dio". Ma il ragionamento è lo stesso che in questi ultimi anni è stato applicato da altri vescovi a un altro peccato: il pubblico sostegno alle leggi pro aborto da parte di politici che si professano cattolici.
Quest'ultima controversia ha il suo epicentro negli Stati Uniti.
Nel 2004 l'allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, trasmise alla conferenza episcopale statunitense una nota con i "principi generali" sulla questione.
La conferenza episcopale decise di "applicare" volta per volta i principi richiamati da Ratzinger affidando "a ciascun vescovo di esprimere prudenti giudizi pastorali nelle circostanze a lui proprie". 
Da Roma il cardinale Ratzinger accettò questa soluzione e la definì "in armonia" con i principi generali della sua nota. In realtà i vescovi degli Stati Uniti non sono unanimi. Alcuni, anche tra i conservatori, come i cardinali Francis George e Patrick O'Malley, sono riluttanti a "fare dell'eucaristia un campo di battaglia politica". Altri sono più intransigenti.  Quando il cattolico Joe Biden fu scelto come vicepresidente da Barack Obama, l'allora vescovo di Denver Charles J. Chaput, oggi a Filadelfia, disse che l'appoggio dato da Biden al cosiddetto "diritto" all'aborto è una grave colpa pubblica e "quindi per coerenza egli si dovrebbe astenere dal presentarsi a ricevere la comunione".
Sta di fatto che lo scorso 19 marzo, nella messa d'inaugurazione del pontificato di Francesco, il vicepresidente Biden e la presidente del partito democratico Nancy Pelosi, anch'essa cattolica pro aborto, facevano parte della rappresentanza ufficiale degli Stati Uniti. E tutti e due hanno ricevuto la comunione. Ma non dalle mani di papa Bergoglio, che se ne stava seduto dietro l'altare.


Avviso Sacro: Missa Cantata a Sandrigo




CELEBRAZIONE LITURGICA

NELLA FORMA EXTRAORDINARIA
DEL RITO ROMANO
secondo le disposizioni del Motu Proprio Summorum Pontificum
di S.S. Benedetto XVI.
 

MISSA CANTATA

in occasione del XXX anniversario di ordinazione sacerdotale
 di don Pierangelo Rigon


VENERDI' 12 APRILE
ORE 20:30

DUOMO DEI SANTI MARIA, FILIPPO E GIACOMO

Sandrigo (VI)
 

 
all'ordinario
 
"Missa choralis" di O. Ravanello (1871-1938)
 
 

Ottocento veneziano




Stefano Novo, La prima comunione 
(Interno della Basilica di San Marco), 
Venezia, 1889 
 
 
 

Un conclave a Venezia: l'incoronazione e la partenza




La condizione di eccezionalità che la Chiesa cattolica veneziana aveva vissuto fino al momento dell’elezione di Pio VII si prolungò ancora per poche settimane durante le quali Chiaramonti compì i primi passi del suo pontificato. Priva del patriarca, la diocesi veneziana visse in qualche modo raccolta attorno al nuovo papa. L’incoronazione di Chiaramonti ebbe luogo il giorno dedicato dal calendario cattolico alla memoria di San Benedetto nella chiesa di San Giorgio Maggiore, sull’omonima isola, dato che la richiesta di potere utilizzare la basilica marciana per la celebrazione non fu accolta dal governo, verosimilmente a causa dell’irritazione creata dall’esito del conclave, non favorevole a Vienna, e forse anche per non prestare il fianco a istanze patriottiche, stante il ruolo simbolico di chiesa della Repubblica di Venezia che San Marco aveva rivestito per secoli. La partecipazione popolare fu amplissima, a San Giorgio e sulle rive del bacino di San Marco antistanti l’isola. 






Nei giorni seguenti Pio VII cominciò a recarsi in chiese e soprattutto in monasteri maschili e femminili di Venezia, con un occhio di riguardo a quelli benedettini. Le visite, a partire dal 26 marzo (Pio VII si recò dai benedettini camaldolesi di San Michele di Murano) e fino al 5 giugno 1800 (visita al monastero di Ognissanti), si susseguirono con un ritmo incalzante e costituirono quasi una singolare visita pastorale di Pio VII, in particolare ai regolari della città verso cui si indirizzarono la maggioranza delle uscite di Chiaramonti da San Giorgio. Inoltre a queste visite vanno aggiunti i ripetuti incontri avuti nel corso di quelle settimane con la comunità monastica benedettina dell’isola di San Giorgio, dove Pio VII continuò a risiedere nei mesi passati a Venezia dopo l’elezione. Il 15 maggio Pio VII emanò da San Giorgio Maggiore la sua prima enciclica, la Diu satis videmur. Il 30 maggio il vicario capitolare Bortolatti impartì disposizioni a tutti i rettori di chiese 
e di luoghi pii del Patriarcato in vista della partenza di Pio VII da Venezia e per 
accompagnarne il viaggio con la preghiera:
 
Nel giorno della partenza per Roma di Nostro Signore Pio Papa VII. si compiacerà V. S. M. Reverend. di ordinare intorno alla sua Chiesa una Processione col divoto Canto delle Litanie della Beata Vergine, chiudendolo poi mutatis mutandis coll’Itinerario, che si ha in fondo del Breviario. In seguito poi far recitare ogni giorno la Colletta pro Papa in tutte le Messe, sinattantoché ci giunga la sicura notizia del di Lui felice arrivo. 
Il 6 giugno 1800 Pio VII lasciò Venezia e si trasferì sulla fregata Bellona, ancorata alla bocca di Porto di Malamocco, donde, attesi i venti favorevoli, partì alla volta di Pesaro la notte tra il 9 e il 10 giugno.


«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308



La pianeta che indossò Pio VII nel giorno dalla sua coronazione.
Il parato, completo di accessori e dalmatiche, fu donato da Clemente XIII alla cattedrale patavina e prestato ed inviato a San Giorgio Maggiore per la solenne evenienza.






Extra omnes




Sacrum Ritum Conclavis.



Un conclave a Venezia: il Sacro Collegio a San Giorgio Maggiore




L’indizione del conclave a Venezia nell'autunno 1799 fu letta dal clero lagunare come un segno della benevolenza divina che riscattava la città dallo stato di lutto in cui era precipitata due anni prima, secondo un modello «provvidenziale» di interpretazione della storia che attribuiva agli eventi lieti il significato di ricompensa divina per la fedeltà degli uomini ai principi cattolici e a quelli tristi l’espressione della collera del giudice supremo contro i peccati. Era stato il patriarca Giovanelli a introdurre ufficialmente questa lettura nella circolare con la quale il 20 novembre 1799 aveva annunciato l’imminente svolgimento del conclave. La morte di Pio VI, argomentava Giovanelli, si volgeva in un’esaltazione di Venezia:
Che perciò dilettissimi non cessate di ricordare al Popolo alla vostra cura affidato, che se Noi ci troviamo in un ben giusto timore, che questa Città, non sia presentemente del tutto cara, ed accetta al Signore, non cessiamo però di nutrire le più vive speranze, ed una certa fiducia, che tale sarà per essere, dopo una grazia si segnalata. 
E ancora nel 1801, in occasione del primo anniversario dell’elezione di Pio VII, il provinciale dei cappuccini Marino da Canale teneva un discorso nella chiesa del Redentore nel quale, in relazione allo svolgimento del conclave in città, esclamava con enfasi: «Ah Venezia, Venezia! In tanta squallidezza e mestizia, che ti ricopre, e comprime, pensi tu di non essere ancora a Dio cara, e diletta?» E osservava che se in altro tempo la città era stata chiamata la «nuova Alessandria» perché in essa erano custodite le spoglie dell’evangelista Marco ora la si sarebbe potuta appellare «Roma novella». Da quando si diffuse la notizia che il conclave per eleggere il successore di Pio VI si sarebbe tenuto a Venezia fino al momento in cui il nuovo papa lasciò la città lagunare, la vita della Chiesa cattolica veneziana fu dominata da fatti straordinari: quelli che accompagnarono la preparazione del conclave e, dopo la sua conclusione, i primi passi del pontificato Chiaramonti. 
Tra i primi si inseriscono a pieno titolo, oltre ai preparativi pratici del conclave, l’afflusso graduale dei cardinali in città e lo svolgimento dei novendiali per Pio VI. A partire da settembre 1799 i vertici della Chiesa cattolica (futuri conclavisti e prelati di Curia) si trasferirono gradualmente nelle isole lagunari. I cardinali che, con i loro seguiti, giunsero prima dell’inizio del conclave presero alloggio distribuendosi in diversi luoghi della città, in conventi di regolari, in locali del Patriarcato, in locande o in appartamenti privati e qualcuno scelse anche la vicina isola di Murano. Il 16 settembre 1799 risultavano già presenti quattordici cardinali. Tre erano alloggiati nella canonica di San Salvador (i due fratelli Doria Pamphilj, arrivati quel giorno, e Pignatelli); Albani risiedeva nel palazzo patriarcale a San Pietro di Castello ospite di Giovanelli; quattro in case private (Vincenti Mareri e Braschi Onesti avevano una loro abitazione rispettivamente ai Santi Apostoli e a Santa Maria Formosa, Flangini prese alloggio nel palazzo di famiglia a San Geremia, Caprara in casa Pagan a San Fantin, Valenti Gonzaga in casa Corner a San Cassiano). Nei conventi si recarono Maury (ai Frari), Livizzani (dai carmelitani), Archetti (dai somaschi alla Salute), Caraffa (dai girolamini a San Sebastiano). Invece Antonelli prese dimora nell’isola di Murano. 
Nelle settimane successive gli altri cardinali sopraggiunti in città si fermarono nella Locande de’ tre Re a San Beneto (Borgia), nell’ex collegio dei gesuiti (della Somaglia), nel convento dei serviti (Rinuccini e Roverella), presso l’abitazione del gran priore dell’ordine di Malta (Mattei), nel convento dei domenicani ai Santi Giovanni e Paolo (Bellisomi, Chiaramonti, Calcagnini), nella Locanda dello Scudo di Francia (de Lorenzana e della Martiniana), in quella della Regina d’Inghilterra (Zelada), dai camaldolesi a Murano (Giovannetti), ai Carmini (Carandini), da teatini (Gerdil), a San Salvador (di York), dai somaschi (Dugnani), a palazzo Camerata (Bussi de Pretis e Onorati), dai minori a San Francesco della Vigna (Busca), a palazzo Flangini (Ruffo). 
Intanto mercoledì 23 ottobre 1799 avevano avuto inizio i novendiali per Pio VI, celebrati in tutte le chiese veneziane e con maggiore solennità nella basilica patriarcale di San Pietro di Castello. Le autorità pubbliche presero disposizioni specifiche per manifestare la partecipazione al lutto che aveva colpito la Chiesa cattolica: fu ordinata la chiusura per otto sere di tutti i teatri d’opera e di commedia, riaperti solamente la sera del 31 ottobre, dopo che in giornata furono concluse le funzioni esequiali. Inoltre durante quei nove giorni furono fatte suonare a morto le campane delle chiese cittadine.
Nonostante il maltempo che imperversò durante i primi dei nove giorni, la partecipazione dei veneziani alle celebrazioni fu considerevole e crebbe notevolmente negli ultimi giorni, dopo il miglioramento delle condizioni atmosferiche: le cronache riferiscono, non senza un pizzico di esagerazione, di un popolo «folto ed immenso». Anche il patriarca Giovanelli emanò alcune disposizioni per coinvolgere spiritualmente i veneziani che dipendevano dalla sua giurisdizione nel conclave ormai imminente. Dopo la messa cardinalizia «dello Spirito Santo» fece celebrare in ogni chiesa una messa pro eligendo summo pontifice; esortò di fare pregare per l’elezione del nuovo papa in ogni messa finché fosse durato il conclave; indisse per lo stesso periodo la processione quotidiana di una parrocchia, una comunità religiosa e una confraternita dalla basilica di San Marco alla patriarcale di San Pietro di Castello, fissandone le litanie, i canti e le preghiere da svolgere, raccomandando inoltre il decoro religioso, la semplicità del canto e la rinuncia a ogni sfarzo e invitando i secolari a prendervi parte. Ma precisava: «Alle Donne resta assolutamente proibito d’associarsi a queste Processioni: sono però esortate di recitare ogni giorno una terza parte del S. Rosario, secondo la Nostra intenzione, e di fare tutto quello di più, a che a verranno consigliate dal loro Confessore.» Infine ricordava di implorare da Cristo, con la purezza di vita, la frequenza ai sacramenti, le opere di carità e l’orazione perseverante e fervorosa, un papa che in quei «tempi calamitosissimi», come giudicava, «Et plebem suam virtutibus instruat, et fidelium mentes spiritualium aromatum odore perfundat»; e di pregare per l’imperatore, la sua famiglia e se medesimo.
L’8 dicembre 1799, a conclave già iniziato, ultimo tra i cardinali che avrebbero partecipato all'elezione di Pio VII, giunse a Venezia l’arcivescovo di Vienna Hertzan, che prese alloggio al n. 1 della Procuratia. Il favore che gli era riservato dalle autorità imperiali, per rinforzarne il ruolo di grande ispiratore dei conclavisti nella scelta del nuovo papa, fu reso evidente anche dalla scenografia che ne accompagnò l’ingresso in conclave a San Giorgio il 12 dicembre: infatti compì il breve tragitto seguito da un numeroso corteo di gondole. Tre giorni più tardi, domenica 15 dicembre il primicerio di San Marco, che continuava a svolgere la funzione di chiesa di riferimento del potere politico anche sotto l’Austria, celebrò alla presenza di autorità civili e militari, di prelati, nobili e popolazione, una solenne messa di ringraziamento, con il canto dell’inno ambrosiano, per festeggiare la resa della fortezza di Cuneo alle armi austriache. Non ho potuto riscontrare alcuna reazione da parte della Chiesa cattolica veneziana al diffondersi della voce, nella giornata del 19 dicembre 1799, che ormai era stato raggiunto un accordo che avrebbe portato all’elezione del nuovo papa il giorno seguente. Quasi certamente la prudenza indusse i responsabili della diocesi e del primiceriato di San Marco ad attendere che i fatti confermassero la notizia, cosa che come è noto non si verificò per le difficoltà che la candidatura del vescovo di Cesena card. Bellisomi incontrò in quei frangenti.



Il patriarca Federico Maria Giovanelli



Il 10 gennaio 1800, a conclave ancora in corso, morì l’anziano patriarca Giovanelli, che reggeva la diocesi lagunare dal 1776. Per rendere omaggio alla figura dello scomparso il conclave decise di farne celebrare le esequie a proprie spese, il 16 gennaio, a San Francesco della Vigna, dove pontificò Antonio Despuig, patriarca d’Antiochia. La diocesi ne celebrò i funerali solenni solamente il 13 marzo, nella cattedrale di San Pietro di Castello, al termine di una processione che aveva preso le mosse da San Marco. La Chiesa veneziana sarebbe rimasta senza patriarca per quasi due anni, fino a quando il 23 dicembre 1801 la corte di Vienna, rivendicando per l’imperatore l’eredità dei diritti di giurisdizione sulle sedi episcopali che erano state sottoposte all’autorità della Repubblica di Venezia, avrebbe nominato direttamente come successore di Giovanelli il cardinale di sentimenti filoimperiali Ludovico Flangini, suscitando le proteste di Pio VII. Nel frattempo la guida della diocesi fu tenuta da mons. Nicolò Bortolatti, eletto vicario capitolare il 13 gennaio 1800. Fu lui ad assumere le principali disposizioni a livello locale in occasione dell’elezione di Pio VII e nei mesi in cui il papa si trattenne a Venezia. La sua lettera al clero con la quale il 22 febbraio 1800 comunicava l’indulto quaresimale diventò un’occasione per denunciare le nuove correnti di pensiero e i comportamenti moderni in materia di religione che si erano diffusi nella popolazione durante quegli anni: 
«non possiamo dissimulare la nostra interna amarezza nel riconoscere così diverse da quelle de’ lor Maggiori le Idee della maggior parte de’ moderni Fedeli rispetto alla osservanza della Quaresima, la quale dove a’ tempi di S. Leone era accolta come un oggetto di santo giubilo, e di vero conforto anche dalle anime più deboli e men fervorose, ora viene riguardata comunemente come un argumento di tristezza, e un peso troppo difficile a sostenersi.» E Bortolatti individuava la causa di questo atteggiamento negativo nel fatto che si era «indolenti e irriflessivi sopra i grandi oggetti di questa Apostolica istituzione». 
Il 14 marzo 1800, all’annuncio ufficiale dell’elezione di Chiaramonti – in realtà la notizia del raggiunto accordo sul suo nome era trapelata già la sera precedente ed era stata divulgata dalla «Gazzetta Veneta Privilegiata» del 14, che però ovviamente non era stata in grado di indicare il nome prescelto dal nuovo papa mons. Bortolatti ordinava si cantasse il Te Deum in tutte le chiese del Patriarcato.
L’elezione di Pio VII fu occasione di un nuovo screzio tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa veneziane. Le tensioni tra le due Chiese si erano manifestate a più riprese nel corso del Settecento e da ultimo l’esperienza della municipalità democratica, con la concessione della libertà di culto anche agli acattolici, aveva registrato un nuovo momento di tensione tra le due Chiese a proposito della questione dei funerali dei greci. Ha scritto Bartolomeo Cecchetti: «Nell’occasione dell’elezione di Pio VII […] i greci di S. Giorgio non presero parte ai di lui pontificali, e fecero così publica prova di quella divisione dalla Santa Sede che intimamente non riconobbero mai.»
Tuttavia le autorità imperiali imposero ai greci di suonare le campane della loro chiesa in segno di festa il 21 marzo 1800, giorno dell’incoronazione papale:  

Si dice, che non si avesse voluto suonare le campane della Chiesa di S. Giorgio de’ Greci, supposti cattolici, ma che sia loro venuto un’ordine che debbano pure essi Greci far suonare le campane della loro Chiesa, per comparire almeno in ciò uniformi ai cattolici Romani; e tanto eseguirono prontamente. 
Inoltre Pio VII reagì all'atteggiamento dei greci decidendo di assegnare ai monaci mechitaristi armeni il canto in greco dell’epistola e del vangelo durante la messa del 21.
L’elezione di Chiaramonti portò anche a una modifica straordinaria del calendario liturgico patriarcale. Infatti il vicario capitolare dispose che il giorno in cui sarebbe stata svolta l’incoronazione del nuovo papa, fosse considerato festa di precetto, «essendovi in tal circostanza da gran tempo il pio costume di solennizzar tal giornata nella Città, dove vien fatta detta sacra Funzione».

«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308



La "Sala del Conclave" a San Giorgio Maggiore dove fu eletto papa Pio VII.

Veneti episcopi: Gregorio XII




Gregorio XII, duecentocinquesimo papa della Chiesa Cattolica, 
poi Angelo Cardinal Correr, Vescovo di Frascati e Legato ad Ancona. 

Prima dell'ascesa al Soglio, Vescovo di Castello e Patriarca di Costantinopoli.



Piccoli vaticanisti crescono ...




... sperando lavorino meglio di quei colleghi impegnati a fare gossip e "campagna elettorale" in questi giorni di cimento. 



Buon lavoro!


Un conclave a Venezia: il Patriarcato nella bufera




Non sono molte le fonti documentarie che permettono di cogliere l’atteggiamento della Chiesa veneziana durante il conclave tenuto a San Giorgio Maggiore nell’autunno-inverno 1799-1800 e forse questo spiega perché anche  la storiografia non vi ha insistito particolarmente, dedicando invece la propria attenzione allo studio dell’elezione di Pio VII.

Sull’ambiente veneziano, anche quello ecclesiale, pesavano drammaticamente i fatti di fine Settecento: la città viveva allora sotto lo choc dell’inaspettata fine della Repubblica aristocratica il 12 maggio 1797, seguita dalla  breve e tumultuosa parentesi democratica sotto il controllo delle truppe francesi e infine dal rovesciamento di clima politico-culturale e di fronte militare con la cessione del Veneto all’Austria. Si sa che fu proprio quest’ultimo passaggio, oltre che la situazione in cui si trovava Roma, a porre le precondizioni perché alla morte di Pio VI si individuasse nella città lagunare il luogo più adatto per indire il conclave.
Nella difficile situazione di quegli anni l’arrivo degli imperiali a Venezia nel gennaio 1798 aveva almeno tranquillizzato il patriarca Giovanelli, il primicerio di San Marco Foscari e gran parte del clero sul futuro che sarebbe stato riservato al cattolicesimo e alle istituzioni ecclesiastiche dai  nuovi governanti, anche se in realtà negli anni successivi Vienna avrebbe fatto sentire anche nel Veneto tutto il peso della propria politica ecclesiastica ispirata ai principi del giurisdizionalismo. Come è noto, alla fine del Settecento l’amministrazione ecclesiastica dell’area veneziana era suddivisa tra più soggetti. Gran parte di Venezia, con la Giudecca e altre isole lagunari, dipendevano dal Patriarcato, la cui cattedrale, la basilica di San Pietro di Castello, si trovava all’estremo lembo orientale della città. Anche l’isola di San Giorgio Maggiore, teatro del futuro conclave, cadeva sotto la giurisdizione del patriarca, poiché faceva parte della parrocchia della Giudecca.
Invece il centro di Venezia, con la basilica marciana e poche chiese a essa collegate costituivano la piccola, ma prestigiosa Chiesa ducale, una specie di diocesi nullius fondata sul giuspatronato del doge (secondo un diritto riconosciuto in modo incerto a partire dal IX secolo e definitivamente dal Trecento) e retta dal primicerio di San Marco, che aveva prerogative cresciute nel tempo fino a renderne l’ufficio quasi equiparabile a quello di un vescovo: tra l’altro il primicerio poteva celebrare i pontificali, conferire la prima tonsura e gli ordini minori e per un breve periodo della sua storia gli era stata attribuita anche la facoltà di ordinare i presbiteri. Perciò la Chiesa ducale era dotata di un suo clero e di un seminario (il seminario «gregoriano») deputato alla sua formazione.
Invece la laguna a nord di Venezia, con Murano, Burano e altre isole minori, formava la diocesi di Torcello, allora retta dal vescovo Nicolò Sagredo. Per limitare il campo d’indagine alla città,  va osservato che la Chiesa primiceriale e quella patriarcale si erano trovate entrambe in serie difficoltà durante i mesi della municipalità democratica provvisoria per la politica ecclesiastica che essa aveva adottato. Allora Giovanelli e Foscari avevano cercato di individuare un  modus vivendi che permettesse di tutelare nel migliore dei modi possibili le istituzioni ecclesiastiche poste sotto il loro rispettivo controllo. Alla Chiesa patriarcale l’operazione era riuscita, anche per l’interesse dei municipalisti a coltivare buoni rapporti con la Chiesa cattolica per ottenere, con il concorso del clero, un rafforzamento del consenso popolare verso le nuove autorità politiche.
Invece la manovra era risultata più ardua per il Primiceriato marciano non solo perché la fine della Repubblica aristocratica aveva comportato l’abolizione ipso facto della figura del giuspatrono, il doge, ma anche perché i nuovi governanti nel settembre 1797 progettarono la soppressione dell’ex Chiesa ducale e il suo accorpamento al Patriarcato: un’iniziativa di politica ecclesiastica che rientrava nei più ampi progetti di riordino della presenza delle istituzioni cattoliche sul territorio che solo la rapida fine della stagione giacobina veneziana impedì di realizzare in quei mesi, ma che fu poi ripresa e condotta a termine dal governo del napoleonico Regno d’Italia nel 1807. Tuttavia all’iniziale stato di smarrimento durante i mesi della municipalità democratica nelle autorità del Primiceriato di San Marco subentrò, dopo l’arrivo degli austriaci, un atteggiamento di resistenza volto a garantire la continuità dell’antica istituzione. Sul versante della stabilità giuridica il primicerio e la sua Curia si attrezzarono a trovare un’alternativa che, oltre a garantire formalmente sotto il profilo canonico la sopravvivenza della piccola enclave all’interno dal Patriarcato, le assicurasse l’appoggio dei nuovi governanti. Fu così che, non senza oscillazioni, l’ex Chiesa ducale fu ribattezzata «Chiesa imperiale» e si favorì il subentro dell’imperatore nei diritti di patronato che erano appartenuti in precedenza al doge.

«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308 


L'abdicazione del Doge Ludovico Manin: il crollo del sistema politico veneto, ma anche dell'assetto ecclesiastico veneziano.
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