Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Un miracolo dell'eremita Benedetto?




di Marco Tosatti per Vatican Insider
Un giovane americano – adesso ha diciannove anni, e sta frequentando il secondo anno di università - sarebbe stato guarito da un tumore al torace grazie a Benedetto XVI, che durante un'udienza a Roma, l'anno scorso, l'ha  incontrato, ascoltato la sua storia e gli ha imposto la mano proprio sul torace, dove si annidava il linfoma. Questa è la convinzione di Peter Srisch e della sua famiglia, che l'hanno dichiarato alla televisione statunitense KUSA, di Denver.
Peter aveva 17 anni quando i medici gli diagnosticarono, dopo un esame ai raggi X, un tumore al torace. “Ha subito un esame radiografico, e l'esame ha rivelato un tumore della grandezza di una palla da softball nel torace”, afferma la madre del giovane, Laura Srsich. “La diagnosi è stata che era uno stadio quattro del linfoma non-Hodgkins”.
Peter era in cura presso il Colorado Children's Hospital; e mentre i medici cercavano di affrontare al meglio la malattia, di lui si prendeva cura un'istituzione molto nota, la “Make-a-Wish” Foundation, che opera in circa cinquanta Paesi del mondo, e cerca di aiutare, anche psicologicamente, bambini e ragazzi che si trovano in difficoltà e stanno affrontando momenti difficili. Anche permettendo loro di realizzare un desiderio particolarmente sentito. La Make-a-Wish Foundation è nata ed opera dal 1993, con una grande diffusione nei Paesi anglossasoni ma non solo.
Racconta Laura Srsich che quando ne ha parlato a Peter non ci sono state esitazioni: “La prima cosa che Peter ha detto è stata: 'Mi piacerebbe andare a incontrare il Papa a Roma'”. E' un desiderio relativamente facile, e così un anno fa, a maggio, Peter e sua madre si trovavano in piazza San Pietro per l'udienza generale presieduta da Benedetto XVI. E hanno potuto incontrare e parlare con papa Ratzinger.  Peter ha avuto un'impressione fortissima dal colloquio. “Quando mi sono alzato, per parlargli, sono stato colpito dalla sua umanità – racconta. - E' stata un'esperienza di umiltà per me vedere quanto era umile”. Il Pontefice ha ascoltato, mentre Peter gli raccontava le circostanze del suo viaggio, e della sua malattia. Il ragazzo ha poi offerto a papa Ratzinger un bracciale da polso, verde, su cui erano stampate le parole: “Pregando per Peter”. E il Papa lo ha benedetto.
Ma non si è trattato di una semplice benedizione, secondo Peter e la sua famiglia; o perlomeno, i suoi effetti sono stati particolarmente efficaci. Ecco ciò che è accaduto nelle parole del protagonista: “Poi mi ha benedetto. Ha messo la sua mano destra proprio sul torace, dove avrebbe dovuto trovarsi il tumore. Non poteva sapere dove era collocato il tumore, ma ha messo la sua mano proprio là”. 
Un anno è passato; Peter è completamente guarito dal cancro, è al secondo anno di università e spera un giorno di essere ordinato sacerdote. Nel frattempo Benedetto XVI ha lasciato l'incarico di vescovo di Roma, e quindi di Papa; e anche questa decisione, secondo Peter, rafforza l'impressione che ha avuto dall'incontro. Peter pensa che così facendo Benedetto ha posto la Chiesa cattolica avanti a se stesso, e alle sue esigenze personali. Un gesto di grande umiltà. “Mi ricorderò sempre di lui come di uno degli uomini più umili del mondo, e in particolare per l'atto che ha appena compiuto”, dice Peter.
Un episodio analogo, di guarigione da un tumore, si ricorda anche di Giovanni Paolo II. In quel caso la persona interessata era un anziano ebreo americano, che sarebbe guarito da un tumore al cervello dopo aver presenziato a una messa “privata”, quella della mattina presto, di Giovanni Paolo II e aver partecipato all'eucarestia.

La profonda coscienza adorante della fede celebrata




"Rinnovare la fede creduta significa, certamente, come proposto dalle indicazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede per l Anno della Fede, anche trovare occasioni di pubblica professione, senza dimenticare quell' approfondimento, anche culturale, che è sempre necessario e che, progressivamente, educa il pensiero, il quale, svincolatosi dalle maglie del mondo, inizia progressivamente, a  ragionare con una mentalità di fede, traducendo, in esperienza concreta, le provvide indicazioni dell 'Enciclica Fides et ratio del Beato Giovanni Paolo II. 

La fede celebrata, come indica la seconda parte del Catechismo, è un chiaro invito ad una forte riscoperta del senso del sacro, in tutte le nostre comunità, che celebrano i Sacramenti. La superficialità, e talvolta persino la banalizzazione di talune celebrazioni, hanno determinato una disaffezione al rito, che, avendo perso la propria dimensione misterica, ha perso, nel contempo, anche la propria valenza significante. È un clamoroso equivoco quello di chi crede che, riducendo la dimensione sacra e di adorazione, i riti diventino maggiormente comprensibili. Esiste un dialogo misterioso, posto in essere dallo Spirito Santo, e non certo dalle nostre celebrazioni animate , tra la forza dei Sacramenti celebrati, la grazia che essi donano e l anima di ciascun fedele. Nella misura in cui le Chiese particolari e le singole comunità riscopriranno la profonda coscienza adorante della fede celebrata, la nuova evangelizzazione riceverà vigoroso impulso, poiché la fede celebrata, secondo le norme liturgiche della Chiesa, e nella continuità con la sua ininterrotta Tradizione, è quanto di più attraente ci possa essere ed è, essa stessa, evangelizzazione. 

Sappiamo bene come la verità annunciata domandi di essere accompagnata dalla forza della testimonianza. Fin dalle origini, il Cristianesimo è consistito di questa profonda unità tra la verità annunciata e l 'amore vissuto. La terza parte del Catechismo, se ben compresa, è un grande sostegno ad una proposta difede vissuta, che ha, in se stessa, una grande forza evangelizzante, poiché, anche senza parlare, esercita un invincibile magistero. Non dimentichiamo che, in non pochi casi nella storia, per fare tacere la verità è stato necessario sopprimere non solo chi la proclamava, ma anche chi la viveva. Quanti martiri, nel recente passato ed anche nel presente, hanno testimoniato e testimoniano la fede! L unità inscindibile tra fede creduta, fede celebrata e fede vissuta, sarà, allora, il principale fattore dinamico della nuova evangelizzazione. È credendo, celebrando e vivendo in maniera più autentica e fedele, che la Chiesa potrà rinnovare la propria forza evangelizzante."

Cardinal Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero 
"Lectio Magistralis" Roma, 19 maggio 2012




Liturgie papali: le novità per le celebrazioni natalizie




di Gianluca Biccini per L'Osservatore Romano
La trama che nella storia cristiana unisce la Terra Santa al sepolcro dell’apostolo Pietro si arricchisce in questo Anno della fede di ulteriori legami: proviene infatti da Betlemme una delle statue del bambinello che saranno esposte nella basilica Vaticana, durante le celebrazioni presiedute da Benedetto XVI. E non solo: anche le intenzioni della preghiera universale o dei fedeli, proclamate durante le messe della vigilia di Natale e del 1° gennaio, sono state preparate dai frati francescani della Custodia di Terra Santa. Lo anticipa al nostro giornale il maestro delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, monsignor Guido Marini, che in questa intervista parla dei riti natalizi presieduti dal Papa. 


Può illustrare brevemente il calendario delle celebrazioni?

Le celebrazioni del tempo di Natale iniziano con la santa messa della Notte, il 24 dicembre nella basilica Vaticana, e si concludono con la festa del Battesimo di Gesù, domenica 13 gennaio, con l’amministrazione del sacramento del battesimo a 22 neonati, nella cappella Sistina. In totale Benedetto XVI presiederà quattro messe e una celebrazione dei vespri, oltre a impartire la benedizione «Urbi et Orbi» la mattina di Natale. Quest’anno, inoltre, il 29 dicembre, il Santo Padre presiederà la preghiera di Taizé, in occasione del 35° Incontro europeo dei giovani. 

Quanto è importante la liturgia nella vita della Chiesa? 

La Liturgia ci conduce al cuore della vita della Chiesa: ne è la fonte e il culmine. La liturgia è lo “spazio” nel quale si rende presente, “oggi”, il mistero della salvezza. In questa prospettiva le celebrazioni del Natale non sono semplicemente un ricordo o una cerimonia che si risolve nel compimento di gesti esteriori. Si tratta piuttosto, come ci ricorda la Sacrosanctum concilium, di un’attualizzazione — per il nostro tempo e per la nostra vita — dell’opera della redenzione. I segni esterni sono importanti se veicolano un tale contenuto di grazia e favoriscono un’autentica partecipazione all’agire di Cristo nella sua Chiesa. Pertanto, prima di attardarsi nei dettagli, che sicuramente hanno la loro importanza e suscitano interesse, bisogna partire da qui: la Liturgia è la vita della Chiesa, dalla Liturgia scaturisce la perenne vitalità e novità dell’esperienza della fede. 

A proposito dei gesti e dei dettagli, può indicarne qualcuno presente nella celebrazione della Notte? 

La messa sarà preceduta da un tempo di preparazione e di veglia che, come già l’anno scorso, consisterà nella celebrazione dell’Ufficio delle letture. Al termine dell’Ufficio sarà intonato il solenne canto della Kalenda: un testo molto bello, che ci fa capire quanto la fede cristiana sia intimamente collegata con la storia, con la nostra storia: il Figlio di Dio si fa uomo, entra nelle vicende degli uomini, per salvarli e introdurli nell’intimità della vita dei figli di Dio. Alla processione iniziale della santa messa prenderanno parte alcuni bambini, che collocheranno i mazzi di fiori vicino all’immagine di Gesù Bambino, svelata dal diacono al termine della Kalenda. Quegli stessi bambini, al termine della celebrazione, si recheranno al presepio, allestito presso la cappella della Presentazione, all’altare di San Pio X, per deporre i mazzi di fiori vicino alla culla di Gesù Bambino. I bambini saranno dieci, in rappresentanza dei vari continenti: particolarmente significativa, tra loro, è la presenza di due brasiliani: il loro Paese ospiterà la prossima Giornata mondiale della gioventù. E dal momento che il bambinello usato durante la messa della Notte verrà deposto nella mangiatoia del presepe, dalla celebrazione successiva, ai piedi dell’altare della Confessione, sarà collocata un’altra immagine del Santo Bambino, realizzata da artigiani cristiani di Betlemme, copia dell’effige che viene collocata ogni anno sul luogo della nascita del Salvatore, nella Basilica della Natività. 

Quando sarà possibile, dunque, vedere il nuovo bambinello nella basilica Vaticana?  

Il nuovo bambinello sarà introdotto in occasione della messa del 1° gennaio. Ma essa sarà preceduta dall’ultima celebrazione del 2012, quella del 31 dicembre, quando il Papa celebra i primi vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio, che avranno come momento conclusivo l’esposizione del Santissimo Sacramento, il tradizionale canto del Te Deum, per il ringraziamento della conclusione dell’anno civile, e la benedizione eucaristica. In questa circostanza, la Chiesa si raccoglie in preghiera davanti al suo Signore per rivivere l’anno che sta per concludersi, considerandolo come un tempo guidato dalla Provvidenza e per il quale rendere grazie. Nello stesso tempo, per il tramite Maria Santissima affidiamo alla bontà del Signore il nuovo anno che sta per iniziare. 

Questa celebrazione si prolunga, in qualche modo, nel giorno successivo con la messa del primo dell’anno?  

In effetti è così: con i primi vespri si è già nella solennità di Maria Santissima Madre di Dio, in occasione della quale si celebra anche Giornata mondiale della pace, com’è ormai consuetudine da quarantasei anni. La solennità mariana e la preghiera per la pace risultano provvidenzialmente collegate. Il Signore Gesù, il Salvatore, è il Principe della pace. In questo senso la Santa Vergine è Colei che intercede presso il suo Figlio per ottenere il dono della pace, a nostro favore e per il mondo intero. 

Veniamo alla celebrazione dell’Epifania, che quest’anno è particolarmente significativa. Il Papa, infatti, conferirà l’ordinazione episcopale ad alcuni suoi stretti collaboratori.  

Con la solennità dell’Epifania la Chiesa celebra la manifestazione del Signore alle genti. Risplende, in tal modo, l’universalità della salvezza donata da Dio nel suo Figlio fatto carne. L’intera umanità è convocata presso il luogo della nascita del Redentore. La presenza dei Magi, uomini saggi dell’Oriente antico, sottolinea la cattolicità dell’evento salvifico della notte di Natale. Con le ordinazioni di alcuni nuovi vescovi questa universalità viene in qualche modo ulteriormente sottolineata. L’episcopato, infatti, è donato dal Signore per la Chiesa intera e per il mondo intero. 

Il Papa, infine, celebrerà la festa del Battesimo di Gesù nella splendida cornice della cappella Sistina... 

Dal punto di vista liturgico si celebra il Battesimo di Gesù, ovvero il mistero del riproporsi della condivisione da parte del Signore della nostra condizione umana. Allo stesso tempo, si rinnova la manifestazione del Signore all’umanità, mediante la parola solenne che il Padre rivolge a tutti i presenti. In questa giornata, tradizionalmente, il Santo Padre amministra il Battesimo ad alcuni bambini, ai quali è fatto l’inestimabile dono della fede, che li accompagnerà per tutta la vita e che dovrà essere, anche grazie alle famiglie, custodito, coltivato, portato a maturità. Dal punto di vista del rito, accanto al fonte battesimale, già usato lo scorso anno, sarà collocato un nuovo candelabro. 

Un’ultima parola sulle vesti liturgiche. In occasione delle canonizzazioni del 21 ottobre scorso, Benedetto XVI ha indossato il fanone, una mantellina molto semplice e leggera che, a partire dal x-XII secolo, è stata utilizzata come veste liturgica tipicamente papale. Lo farà di nuovo? 

Accadrà nelle due grandi solennità della notte di Natale e dell’Epifania. Il termine fanone deriva dal latino e significa “panno”. È stato abitualmente indossato dai Pontefici fino a Giovanni Paolo II. Benedetto XVI ha inteso conservare l’uso di questa semplice e significativa veste liturgica. Nel corso del tempo si è sviluppata una simbologia in relazione a questo indumento. Si dice che rappresenterebbe lo scudo della fede che protegge la Chiesa. In questa lettura simbolica, le fasce verticali di colore oro e argento esprimerebbero l’unità e l’indissolubilità della Chiesa latina e orientale, che poggiano sulle spalle del Successore di Pietro. Mi pare una simbologia molto bella. Ed è davvero significativo ricordarla durante l’Anno della fede.

La verità e la bellezza della fede nell’oggi




"Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immergere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il Servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’Assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI.

Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il Beato Giovanni XXIII. Nel Discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792).
Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione, occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne anche l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento.
Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il Beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse deldepositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità.
Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti. Anche l’iniziativa di creare un Pontificio Consiglio destinato alla promozione della nuova evangelizzazione, che ringrazio dello speciale impegno per l’Anno della fede, rientra in questa prospettiva. In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, ai tempi del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada. La prima Lettura ci ha parlato della sapienza del viaggiatore (cfr Sir 34,9-13): il viaggio è metafora della vita, e il sapiente viaggiatore è colui che ha appreso l’arte di vivere e la può condividere con i fratelli – come avviene ai pellegrini lungo il Cammino di Santiago, o sulle altre Vie che non a caso sono tornate in auge in questi anni. Come mai tante persone oggi sentono il bisogno di fare questi cammini? Non è forse perché qui trovano, o almeno intuiscono il senso del nostro essere al mondo? Ecco allora come possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche – come dice il Signore agli Apostoli inviandoli in missione (cfr Lc 9,3), ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 anni or sono."

 BENEDICTUS PP. XVI  
Celebrazione per l'apertura dell'Anno della Fede 
11 ottobre 2012, omelia

La Chiesa, potere morale



de Vatican Insider

«La Chiesa non è un potere politico, non è un partito, ma è una realtà morale, un potere morale». Lo ha affermato Benedetto XVI, in volo verso il Messico, rispondendo ad una domanda dei giornalisti sui problemi sociali in America latina.

«Anche la politica però - ha aggiunto il Papa - deve essere una realtà morale ed in questo la Chiesa ha una dimensione politica. Il primo compito - ha spiegato - è educare le coscienze creando così la responsabilità necessaria a educare le coscienze sia nell’etica individuale, sia nell’etica pubblica», anche contro la «schizzofrenia» che si presenta tra i due comportamenti, individuale e pubblico.
Rispondendo ad una domanda sulla lotta al narcotraffico in Messico, Benedetto XVI ha detto «Dobbiamo fare il possibile contro questo male distruttivo per la società e per la nostra gioventù».

«Compito della Chiesa - ha aggiunto Benedetto XVI - è quello di educare le coscienze, alla responsabilità morale, di smascherare l’idolatria del denaro che schiavizza gli uomini, di smascherare il male e le false promesse, la menzogna e la truffa che sono dietro la droga».
Alla domanda dei giornalisti sull’ attualità delle parole dette da Giovanni Paolo II nel 1998:«Cuba di apra al mondo, il mondo si apra a Cuba», papa Ratzinger ha risposto: «È ovvio che la chiesa sta sempre dalla parte della libertà, libertà di coscienza, libertà di religione».

«Mi sento in assoluta continuità - ha aggiunto Benedetto XVI - con le parole e gli insegnamenti di Giovanni Paolo II che sono ancora attualissime. Hanno inaugurato una strada di collaborazione costruttiva, una strada che è lunga, esige pazienza, ma va avanti».
«Oggi è un tempo in cui l’ideologia marxista, come concepita, non risponde più alla realtà e se non si può costruire un tipo di società occorre trovare nuove modelli, con pazienza, in modo costruttivo», ha aggiunto.
«E in questo processo, che esige pazienza ma anche decisione, vogliamo aiutare in uno spirito di dialogo, per evitare traumi e per contribuire ad andare verso una società giusta come la desideriamo per tutto il mondo», ha concluso il Papa.

Bellezza e concelebrazione, il discorso di Cañizares



L'interessante discorso del Cardinal Cañizares -prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti- alla presentazione del libro di Mons. Derville La concélébration eucharistique. Du symbole à la réalité. 

(da Zenit.org) 
“Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: -Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!” (Mc 9, 2-5).
[...] Parole che, mi pare, possono servire da cornice a questa presentazione del libro di Mons. Guillaume Derville, pubblicato in francese ed in inglese da Wilson & Lafleur, La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà [Tit. orig. La concélébration eucharistique. Du symbole à la réalité. Spagnolo: La concelebración eucarística. Del símbolo a la realidad], nella sua collana Gratianus, e in spagnolo da Palabra.
Nell’evocare il racconto della trasfigurazione, vengono spontanee alla nostra mente parole come: gloria, fulgore, bellezza. Sono espressioni che si possono applicare direttamente alla liturgia. Come ricorda Benedetto XVI, la liturgia è vincolata intrinsecamente alla bellezza. Infatti, “La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale”.
L’espressione “Mistero pasquale” sintetizza il nucleo essenziale del processo della Redenzione, ed è il vertice dell’opera di Gesù. A sua volta, la liturgia ha come contenuto proprio questa “opera” di Gesù, perché in essa si attualizza l’opera della nostra Redenzione. Ne segue che la liturgia, come parte del Mistero pasquale, è “espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.
Vorrei soffermarmi precisamente sulle ultime parole del testo appena citato, perché, a mio avviso, introducono un tema delicato che è, allo stesso tempo, il punto centrale dello studio di Mons. Derville. Leggiamole di nuovo: “La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.
In altre parole, la liturgia, e al suo interno la concelebrazione, sarà bella quando è vera e autentica, quando in essa risplende la sua vera natura. In questa linea si situa il punto interrogativo posto dal Romano Pontefice davanti alle grandi concelebrazioni: “Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta. Anche un’altra domanda ho fatto fare, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c’è ancora la struttura voluta dal Signore”.
Il punto cruciale è proprio mantenere la “struttura voluta dal Signore”, perché la liturgia è un dono di Dio. Non è un qualcosa di fabbricato da noi uomini. Non è a nostra disposizione. In realtà, “con il comando «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; 1 Cor 11,25), Egli ci chiede di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente. Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così dire, l'attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito Santo la forma liturgica del Sacramento”.
Per questo motivo, “dobbiamo anche imparare a capire la struttura della Liturgia e perché è articolata così. La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa”.
Lo studio puntuale di Mons. Derville si inserisce in questa direzione. Egli ci aiuta ad ascoltare i testi del Concilio Vaticano II, i quali, con parole del Beato Giovanni Paolo II, “non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati, come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa”.
Il Concilio, effettivamente, decise di estendere la facoltà di concelebrare seguendo due principi: questa forma di celebrazione della Santa Messa manifesta correttamente l’unità del sacerdozio e, al tempo stesso, è stata praticata fino ad oggi nella Chiesa in Oriente e in Occidente. Perciò, la concelebrazione, come ha rilevato anche la Sacrosanctum Concilium, va inclusa tra i riti che dovrebbero essere ripristinati “secondo la tradizione dei Padri”.
In questo senso, diventa importante affrontare, anche se brevemente, la storia della concelebrazione. La panoramica storica che ci offre Mons. Derville, anche se, come egli ‘modestamente’ dice, è un breve riassunto, ci risulta sufficiente per rilevare alcune zone d’ombra, che mostrano l’assenza di dati definitivi sulla celebrazione eucaristica nei primi tempi della Chiesa. Allo stesso tempo, senza però cadere in un ingenuo “archeologismo”, fornisce prove sufficienti per poter affermare che la concelebrazione, secondo la genuina tradizione della Chiesa, sia orientale che occidentale, è un rito straordinario, solenne e pubblico, di solito presieduto dal vescovo o da un suo delegato, circondato dal suo presbyterium e da tutta la comunità dei fedeli. D’altra parte, la concelebrazione quotidiana in uso tra gli orientali, in cui concelebrano solo sacerdoti, e la concelebrazione per così dire “privata”, in sostituzione delle Messe celebrate singolarmente o “more privato”, non sono presenti nella tradizione liturgica latina.
Inoltre, a mio parere, l’autore riesce a dare una spiegazione soddisfacente sulle ragioni di fondo, che il Concilio menziona per l’ampliamento della concelebrazione. Una estensione della facoltà di concelebrare, che doveva essere moderata, come si evince dalla lettura dei testi conciliari. È logico che dovesse essere così, perché la concelebrazione non ha come obiettivo risolvere i problemi logistici o organizzativi, ma piuttosto presentare il mistero pasquale, manifestando così l’unità del sacerdozio che nasce dall’Eucaristia. La bellezza della concelebrazione, come abbiamo detto in un primo momento, implica la sua celebrazione nella verità. In questo modo, la sua forza significativa dipende dal vivere e dal soddisfare le esigenze che la stessa concelebrazione comporta.
Quando il numero dei concelebranti è troppo elevato un aspetto essenziale della concelebrazione resta velato. La quasi impossibilità di sincronizzare le parole e i gesti che non sono riservati al celebrante principale, l’altare e le offerte allontanati, la mancanza di paramenti per alcuni dei concelebranti, l’assenza di armonia di colori e forme, tutto ciò può oscurare la manifestazione dell’unità del sacerdozio. E, non possiamo dimenticarlo, è proprio tale manifestazione che ha giustificato l’estensione della facoltà di concelebrare.
Nel lontano 1965, il cardinale Lercaro, presidente del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia, inviò una lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, avvertendoli di un pericolo: considerare la concelebrazione come un modo per superare le difficoltà pratiche. E ricordava che poteva essere appropriato promuoverla, qualora avesse favorito la pietà dei fedeli e dei sacerdoti.
È quest’ultimo aspetto che vorrei trattare ora molto brevemente. Come Benedetto XVI ha detto: “raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli. Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione”.
Per ogni sacerdote, la celebrazione della Santa Messa è la ragione della sua esistenza. È, deve essere, un incontro molto personale con Dio e con la sua opera redentrice. Allo stesso tempo, ogni sacerdote, nella celebrazione Eucaristica, è lo stesso Cristo presente nella Chiesa come Capo del suo corpo e agisce anche a nome di tutta la Chiesa “allorché presenta a Dio la preghiera della Chiesa e soprattutto quando offre il sacrificio eucaristico”. Dinnanzi alla meraviglia del dono eucaristico, che trasforma e configura a Cristo, ci può essere solo un atteggiamento di stupore, gratitudine e obbedienza.
L'autore ci aiuta a cogliere con maggiore profondità e chiarezza questa ammirevole realtà. E contemporaneamente, con questo libro ci ricorda e ci invita a considerare che oltre alla concelebrazione, vi è la possibilità della celebrazione individuale o la partecipazione all'Eucaristia come sacerdote, anche senza concelebrare. Si tratta, in ogni caso, di entrare nella liturgia, di cercare l’opzione che consente più facilmente il dialogo con il Signore, rispettando la struttura stessa della liturgia. Si trovano qui le limiti di un “diritto o no di concelebrare”, nel rispetto dei fedeli a partecipare in una liturgia dove l’ars celebrandi rende possibile la loro attuosa participatio. Tocchiamo dunque punti che hanno che vedere con quello che è giusto o meno; l’autore, infatti, non manca di riferirsi anche al Codice di Diritto Canonico.
Non mi resta altro che ringraziare Mons. Derville e anche le case editrice Palabra e Wilson & Lafleur per il libro che oggi ho il piacere di presentare. Credo che la sua lettura dia un esempio della giusta ermeneutica del Concilio Vaticano II. “Si tratta, dice il Papa, in concreto di leggere i cambiamenti voluti dal Concilio all'interno dell'unità che caratterizza lo sviluppo storico del rito stesso, senza introdurre artificiose rotture”. Ed è un aiuto e uno stimolo per il compito che il Santo Padre ha ricordato recentemente alla Congregazione che presiedo: “si dedichi principalmente a dare nuovo impulso alla promozione della Sacra Liturgia nella Chiesa, secondo il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II a partire dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium”. Sono pure sicuro che questo libro contribuirà a far sì che l’Anno della Fede sia “un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia”.

Benedetto e il demonio



Gabriele Amorth e Paolo Rodari (per Vatican Insider) 
È una mattina di maggio dell’anno 2009. Joseph Ratzinger è Papa già da quattro anni. Nel corso del suo pontifi cato ha parlato più volte di Satana. Capisco che per lui il demonio è uno spirito esistente, che lotta e agisce contro la Chiesa. E contro di lui. Altrimenti non si spiegherebbero frasi del genere: «Per quanti continuano a peccare senza mostrare nessuna forma di pentimento, la prospettiva è la dannazione eterna, l’inferno, perché l’attaccamento al peccato può condurci al fallimento della nostra esistenza. È il tragico destino che spetta a chi vive nel peccato senza invocare Dio. Solo il perdono divino ci dà la forza di resistere al male e non peccare più. Gesù è venuto per dirci che ci vuole tutti in paradiso e che l’inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore».

E ancora: «Oggi constatiamo con dolore nuovamente che a Satana è stato concesso di vagliare i discepoli visibilmente davanti a tutto il mondo. E sappiamo che Gesù prega per la fede di Pietro e dei suoi successori. Sappiamo che Pietro, attraverso le acque agitate della storia, va incontro al Signore ed è in pericolo di affondare, ma viene sempre di nuovo sorretto dalla mano del Signore e guidato sulle acque».
Fa caldo in piazza San Pietro. La primavera è oramai inoltrata. Il sole picchia sulla piazza dove una folla di fedeli aspetta il Papa. È mercoledì, il giorno dell’udienza generale. I fedeli sono arrivati da tutto il mondo. Dal fondo della piazza entra un gruppetto di quattro persone. Due donne e due giovani uomini. Le donne sono due mie assistenti. Mi aiutano durante gli esorcismi, pregano per me e per i posseduti e assistono per quanto è loro possibile i posseduti nel loro lungo e difficile percorso di liberazione. I due giovani uomini sono due posseduti. Nessuno lo sa. Lo sanno soltanto loro e le due donne che li “scortano”.
Quel mercoledì le donne decidono di portare i due all’udienza del Papa perché pensano che potrebbero trarne giovamento. Non è un mistero che molti gesti e parole del Papa facciano imbestialire Satana. Non è un mistero che anche la sola presenza del Papa inquieti e in qualche modo aiuti i posseduti nella loro battaglia contro colui che li possiede. I quattro si avvicinano verso le transenne in prossimità del “palco” da dove Benedetto XVI di lì a poco è chiamato a parlare. Le guardie svizzere li fermano. Non hanno i biglietti per proseguire oltre. Le due donne insistono. È importante per loro riuscire a portare i due posseduti il più possibile vicino al Papa. Le guardie svizzere non ammettono deroghe e intimano loro di allontanarsi. Così una delle due donne fa finta di sentirsi male. La sceneggiata ottiene un risultato.
I quattro vengono fatti accomodare oltre le transenne, nei posti riservati ai disabili.
«Avete visto, Giovanni e Marco?» chiedono le due donne ai due posseduti. «Ce l’abbiamo fatta. Tra poco arriverà il Papa e noi siamo qui vicini a lui.» I due non parlano. Sono stranamente silenziosi. È come se coloro che li possiedono (si tratta di due demoni diversi) stiano cominciando a capire chi di lì a poco arriverà in piazza.
Suonano le dieci. Dall’arco delle campane, il portone a fianco della basilica vaticana, esce una jeep bianca. Sopra tre uomini. Un guidatore, il Papa in piedi e, seduto al suo fianco, il suo segretario particolare monsignor Georg Gänswein.
Le due donne si girano verso Giovanni e Marco. Istintivamente li sorreggono con le braccia. I due, infatti, iniziano ad avere comportamenti strani. Giovanni trema e batte i denti. Le due donne capiscono che qualcuno sta cominciando ad agire nel corpo di Giovanni e di Marco. Qualcuno che col passare dei minuti si mostra sempre più agitato. «Giovanni, mantieni il controllo di te stesso» dice una delle due donne.
«Mantieni il controllo, Giovanni. Non farti sopraffare. Reagisci. Mantieni il controllo.» L’altra donna dice le stesse parole a Marco. Giovanni non sembra ascoltare le parole della donna. Salvo, d’improvviso, girarsi e dirle con voce lenta e che sembra venire da non si sa quale mondo: «Io non sono Giovanni».
La donna non dice più nulla. Sa che con il diavolo solo un esorcista può parlare. Se lei lo facesse sarebbe molto rischioso. Così rimane in silenzio e si limita a sostenere il corpo di Giovanni ora completamente in mano al demonio. La jeep gira per tutta la piazza. I due posseduti si piegano per terra. Battono la testa per terra. Le guardie svizzere li osservano ma non intervengono. Sono forse abituate a scene del genere? Forse sì. Forse altre volte hanno assistito alle reazioni dei posseduti innanzi al Papa.
La jeep compie un lungo percorso. Poi arriva in cima alla piazza, a pochi metri dal portone della basilica vaticana. Il Papa scende dall’auto e saluta le persone poste nelle prime file.
Giovanni e Marco, insieme, iniziano a ululare. Sdraiati per terra ululano. Ululano fortissimo. «Santità, santità, siamo qui!» urla al Papa una delle due donne cercando di attirare la sua attenzione. Benedetto XVI si gira ma non si avvicina. Vede le due donne e vede i due giovani uomini per terra che urlano, sbavano, tremano, danno in escandescenze. Vede lo sguardo d’odio dei due uomini. Uno sguardo diretto contro di lui. Il Papa non si scompone. Guarda da lontano. Alza un braccio e benedice i quattro. Per i due posseduti è una scossa furente. Una frustata assestata su tutto il corpo. Tanto che cadono tre metri indietro, sbattuti per terra. Adesso non urlano più. Ma piangono, piangono, piangono. Gemono per tutta l’udienza. Quando poi il Papa se ne va, rientrano in se stessi. Tornano se stessi. E non ricordano nulla.
Benedetto XVI è temutissimo da Satana. Le sue messe, le sue benedizioni, le sue parole sono come dei potenti esorcismi. Non credo che Benedetto XVI compia esorcismi. O almeno la cosa non mi risulta. Credo tuttavia che tutto il suo pontificato sia un grande esorcismo contro Satana. Efficace. Potente. Un grande esorcismo che molto dovrebbe insegnare ai vescovi e ai cardinali che non credono: costoro  comunque dovranno rispondere della loro incredulità. Non credere e soprattutto non nominare esorcisti laddove ce ne è esplicito bisogno è, a mio avviso, un peccato grave, un peccato mortale. 

Il modo con cui Benedetto XVI vive la liturgia. Il suo rispetto delle regole. Il suo rigore. La sua postura sono efficacissimi contro Satana. La liturgia celebrata dal Pontefice è potente. Satana è ferito ogni volta che il Papa celebra l’eucaristia.
Satana molto ha temuto l’elezione di Ratzinger al soglio di Pietro. Perché vedeva in lui la continuazione della grande battaglia che contro di lui ha fatto per ventisei anni e mezzo il suo predecessore, Giovanni Paolo II.

La pedana-gestatoria: un po' di chiarezza



"L'ho indossato una sola volta. Avevo semplicemente molto freddo e la testa è per me un punto molto sensibile. E mi sono detto: 'Visto che c'è mettiamo questo camauro'. Ma è stato veramente solo il tentativo di difendermi dal freddo. Da allora non l'ho più indossato. Perchè non nascessero altre, superflue interpretazioni."
Benedetto XVI in Luce del mondo

di Andrea Tornielli (per Vatican Insider)
Benedetto XVI soffre di una leggera artrosi, un problema che colpisce il  cinquanta per cento delle persone che hanno superato i 60 anni. Nei lunghi tragitti avverte un fastidio all’anca destra, ed è stato lui stesso a chiedere di riesumare la pedana mobile che fu del predecessore Karol Wojtyla e che viene sospinta lungo la navata centrale della basilica di San Pietro. Ma quando i collaboratori più stretti gli hanno proposto rimettere in auge la vecchia sedia gestatoria, cioè l’antico trono mobile portato a spalle, Ratzinger ha risposto senza tentennamenti: «No, grazie».
Lo scorso sabato 15 ottobre, a sorpresa, il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, comunicava, in una sala stampa quasi deserta che il giorno dopo il Papa «nel corso della processione d’ingresso dalla sagrestia» avrebbe fatto uso «della pedana mobile», già utilizzata dal predecessore. Lombardi aggiungeva che «lo scopo è esclusivamente di alleviare l’impegno del Santo Padre, analogamente a quanto già avviene con l’uso del papamobile» negli ambienti esterni e in piazza San Pietro.
Rispondendo a una domanda, Lombardi aveva aggiunto che non vi erano prescrizioni mediche, e che la pedana mobile avrebbe anche permesso ai fedeli di vedere meglio il Pontefice.
Qualche giorno dopo, il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone enfatizzava proprio questo aspetto, come riportato da L’Osservatore Romano: «Lo avete visto usare la pedana mobile, ma si tratta semplicemente di un modo per renderlo più visibile. Si tratta dunque di un aiuto per lui ma anche per i fedeli».
Non c’è dubbio però che il riapparire della pedana abbia preoccupato: tutti infatti l’associano all’immagine di Papa Wojtyla vecchio e malato, che iniziò a servirsene nel 2000, quando già aveva seri problemi di deambulazione, a motivo del Parkinson e di un intervento all’anca non riuscito. Fino a qualche giorno fa nulla era trapelato riguardo a problemi motori di Ratzinger, anche se nelle immagini trasmesse dalla Tv spagnola durante la Giornata mondiale della Gioventù dello scorso agosto una volta il Pontefice aveva fatto capolino all’ingresso della nunziatura di Madrid appoggiandosi a un bastone bianco. Bastone che in più di un’occasione usa anche all’interno dell’appartamento pontificio.
«Benedetto XVI come si può ben vedere – confida a Vatican Insider uno stretto collaboratore del Pontefice – è in grado di camminare, di salire e scendere le scale». Ma, continua, «talvolta nei tragitti lunghi avverte un fastido all'anca destra per un disturbo legato a una leggera artrosi. La decisione di usare la pedana mobile è stata soltanto sua: così si sente più sicuro e può calibrare meglio le sue forze».
Non appena Ratzinger ha chiesto la pedana, una sorta di carrello spinto a braccio dai «sediari pontifici», i collaboratori gli hanno fatto una controproposta: «Santità, c’è la sedia gestatoria, che permette al Papa di essere visto a grande distanza… Si potrebbe riutilizzare quella!». Ma l’interessato ha subito declinato l’offerta con un gentile «No, grazie», preferendo rimanere con i piedi per terra. La sedia gestatoria era stata usata l’ultima volta da Papa Luciani nel settembre 1978. Paolo VI, che aveva continuato a utilizzarla anche dopo aver abolito l’annesso corteo di guardie nobili e il contorno dei flabelli, spiegò all’amico Jean Guitton il perché di questa decisione: «Ho constatato che l’incomoda sedia, che dà l’impressione del mare e dei flutti, mi permette proprio di essere più vicino a tutti. Si è elevati di sopra a tutti, per essere meglio visti da ognuno, senza disuguaglianze o precedenze».
Ratzinger, invece, non se l’è sentita di riesumarla, quasi presentendo le polemiche. Che comunque non sono mancate, anche soltanto per il riapparire della pedana: il vaticanista del Tg1, Aldo Maria Valli, in un commento sul sito vinonuovo.it, ha definito la decisione come «un gesto che stona e che ha una valenza profondamente anti-conciliare. Ha il gusto di un ritorno al papa re che domina sulla folla e che si distacca dal resto dell’umanità», facendolo assomigliare a «una divinità pagana».
Ma Benedetto XVI non appare affatto preoccupato della sua immagine mediatica: «Mi accorgo che le forze vanno diminuendo – aveva confidato un anno fa a Peter Seewald nel libro-intervista Luce del mondoSono quel che sono. Non cerco di essere un altro. Quel che posso dare do, e quel che non posso non cerco nemmeno di dare… Faccio quello che posso».

Papa Benedetto e Curia romana: a chi tocca il Sant'Uffizio?



di Marco Tosatti (per Vatican Insider)


Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale statunitense William Levada, parla apertamente di lasciare il suo posto subito dopo la conclusione delle feste natalizie, nel gennaio del 2012 (come scritto da Vatican Insider). Levada è nato il 15 giugno del 1936; ha compiuto 75 anni nel giugno di quest’anno, e quindi si avvia al primo anno di “prorogatio” nel ruolo che fu di Joseph Ratzinger fino all’elezione dell’aprile 2005. Potrebbe restare certamente, ma sembra che all’origine della sua decisione vi siano problemi di salute fisica, legati sia allo stato dei polmoni che alla schiena. Non si sa che cosa farà dopo aver lasciato, se resterà a Roma o deciderà di tornare negli Stati Uniti.

Se la decisione di lasciare verrà confermata, Benedetto XVI si troverà di fronte a un’altra scelta non semplice. La Congregazione per la Dottrina della Fede, “la Suprema”, come veniva chiamata una volta, è certamente il dicastero di maggior rilievo, prestigio e importanza nel panorama della Curia romana. Anche se il fatto che il Pontefice sia un teologo di professione, e l’abbia guidata per venticinque anni certamente riduce, in una certa misura, il ruolo e la figura del Prefetto. Ma resta comunque un incarico di grande delicatezza; tanto più adesso, che lo scandalo degli abusi sessuali ha fatto sì che la Congregazione debba occuparsene quasi in prima battuta in maniera molto più approfondita che in passato.

Il nome del candidato più probabile (come già anticipato da Vatican Insider) è quello di  Gerhard Ludwig Müller, della diocesi di Ratisbona. E’ ben conosciuto dal Pontefice, e secondo quanto si dice in Vaticano non sarebbe contrario a sopportare l’onore e l’onere di Prefetto della Fede, e non perde occasione per manifestare questa sua volenterosa disponibilità a Benedetto XVI. Che, come è noto, a causa della sua mitezza di carattere può essere benissimo che non riesca a dire di no. Sembra che di recente Müller abbia preso un breve periodo sabbatico per dedicarsi allo studio della lingua italiana; e non solo, forse, per amore dell’idioma di Dante. Un nome che sarebbe ben valutato è quello del cardinale ungherese Peter Erdo. Ed è un nome che è già emerso, nel recente passato, quando qualcuno l’ha proposto al Papa come candidato di posti importanti a Roma. Sembra che dall’Appartamento sia giunta una risposta del genere: “E’ un buon suggerimento, ma se lo portiamo a Roma, nell’Europa dell’est chi resta?”. Il che, se fosse vero, darebbe un’idea non consolante dello stato di leadership della Chiesa a oriente di Vienna.

E infine c’è chi pensa a un vescovo latino-americano: Héctor Rubén Aguer, vescovo di La Plata, in Argentina. E’ vescovo di La Plata dal 2000, ha 68 anni – un’età che potrebbe essere considerata adeguata – ed è un protagonista della battaglia “pro-life” in corso nel Paese. Il problema dell’età è importante. E’ certo che alcuni cardinali, come Carlo Caffarra, o Rouco Varela, sono molto stimati da Benedetto XVI; ma si avvicinano alla soglia dei 75 anni. E d’altronde un pontefice di 84 anni non può nominare Segretario di Stato, o Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede qualcuno di troppo giovane, per non correre il rischio di lasciare sulle braccia di un eventuale successore (ad multos annos, naturalmente) il problema di come e dove ricollocare qualcuno che è già praticamente al vertice della gerarchia della Chiesa, e che però è troppo giovane per andare in pensione.

Un problema analogo si presenterà a breve per il Prefetto della Casa pontificia, lo statunitense James Michel Harvey, nato a Milwaukee nel 1949, e quindi  di 66 anni. Non sembra che apprezzi la possibilità di tornare in una diocesi americana, dopo 23 anni di onorato servizio alla Casa Pontificia (Giovanni Paolo II lo ha nominato nel 1998), e probabilmente preferirebbe restare a Roma, con un incarico cardinalizio. Forse a Santa Maria Maggiore, come arciprete, un posto che un altro americano, il cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo emerito di Boston, sta per lasciare. Ma per la “madre di tutte le chiese” ci sono altri nomi che girano; fra cui quello del card. Giovanni Lajolo, che ha appena lasciato all’ex nunzio in Italia, Giuseppe Bertello, la carica di presidente della Pontificia Commissione per la Città del Vaticano, l’ente che guida e amministra la piccola città-Stato, musei vaticani compresi.

immagine da Daylife

Defensor Papae


Assisi si avvicina. Giovedì 27 ottobre - data attesa, da taluni con speranza, da altri con timore - è oramai ad un passo. E non sono mancate, non mancano le polemiche. L'accusa è nota: quest'incontro interreligioso è "pericoloso", "scandaloso", "attacca la fede cattolica", "aizza il sincretismo" e così via. Vien dato tanto per scontato che l'evento sia dannoso, che chi osa difendere il Sommo Pontefice nella sua decisione di prendervi parte viene etichettato come "integrista", "papolatra" et similia: in ultima analisi, come un pitocco da compatire, probabilmente.
In realtà, almeno una parte dei difensori di Benedetto XVI vuole semplicemente vivere pienamente la propria fede cattolica, comportandosi da buon fedele. In questo senso, un defensor Papae analizza l'evento e riconosce che esso ha una certa valenza: non è mera espressione di un gusto personale d: el Santo Padre o un suo atto privato, ma è un gesto compiuto consapevolmente come successore dell'apostolo Pietro. Insomma, non è Ratzinger ad andare ad Assisi: è Benedetto XVI. Ne consegue che un defensor prende quest'avvenimento nella giusta considerazione: è atto pontificio, quindi richiede che il fedele abbia per esso il rispetto dovuto. E il rispetto, per il defensor, non comporta solamente una vaga dichiarazione verbale di riguardo nei confronti della Sede Apostolica, ma esige pure di tentare - con le proprie povere capacità - di interpretare positivamente questo gesto. Questo, secondo la morale cattolica, è dovuto - in fondo - ad ogni atto umano: si tratta di evitare il giudizio temerario. In questo senso, conoscendo la figura di Joseph Ratzinger prima del suo avvento al soglio pontificio e pure le sue azioni da Pontefice, si può essere ragionevolmente sicuri che non abbia alcuna intenzione di far cadere l'incontro d'Assisi nei pericoli paventati. Ma, oltre ad evitare il giudizio temerario, nei confronti del Sommo Pontefice è dovuta ancora maggior attenzione e ossequio. Il defensor, quindi, cerca con tutte le sue energie di appoggiare il successore di Pietro e di interpretare positivamente le sue azioni. E' questo un modo d'agire che il defensor sente come profondamente ed intimamente cattolico: cerca di amare il Vicario di Cristo, di rispettarlo, di aiutarlo. Quando parla, lo ascolta: non presume - come taluni, purtroppo, sembrano fare - che il Papa sbagli fino a prova contraria. E lo ascolta perché ha un'alta opinione del Magistero e dei suoi atti: non crede che un Pontefice insegni una volta per secolo e, nel resto del tempo, si limiti ad esporre opinioni personali, chiacchiericci o corbellerie.
Recentemente è stato diffuso il passaggio di una lettera privata del Papa ad un teologo evangelico, in cui il Santo Padre esprime in maniera piuttosto netta il proprio pensiero (nota 1). Alcuni l'hanno interpretato in senso copernicano, come se svelasse chissà quali trame nascoste. In verità, sembra solamente che essa confermi ciò che ragionevolmente si poteva supporre già in precedenza: cioè che il Papa non sia del tutto entusiasta dell'incontro e che, comunque, è pienamente consapevole dei rischi di interpretazioni relativistico-sincretiche dell'evento. Non rinnega ciò che aveva espresso nella Dominus Iesus e ritiene che la sua presenza personale possa essere un modo per tentare di evitare distorsioni. Insomma, erravano coloro che dipingevano Benedetto XVI come una sorta di neomodernista che, dopo essersi nascosto per decenni sotto le vesti di custode dell'ortodossia cattolica, fosse risbucato fuori una volta eletto al soglio petrino; e non era neppure corretta l'interpretazione di coloro che tratteggiavano il fosco quadro d'un Papa prigioniero di correnti opposte, oramai anziano ed incapace di imporsi, sballottato quà e là dalla Curia. Emerge invece un Benedetto XVI che non vuole affatto venir meno al ministero cui il Signore lo ha chiamato: "confirma fratres tuos" (Lc 22,32) e che, anzi, vede Assisi quasi come un'occasione per adempiere a questo compito. Perché questi incontri si sono già svolti in passato e si svolgono tuttora, che il Papa sia presente o meno: e, poiché sono stati mal interpretati in passato, Benedetto ritiene che la sua presenza, catalizzando l'attenzione, possa permettergli di veicolare il corretto messaggio riguardo ad Assisi. Non va nella città del Poverello per partecipare alla creazione di una nuova religione mondiale, blasfemo culto ad un idolo partorito dalla mente umana, ma "allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore" (nota 2) e per "rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace." (nota 3)
In conclusione, ribadisco che l'atteggiamento del defensor, oltre a quanto detto sopra, è sostanzialmente quello di richiamare taluni critici ad una questione di principio: date un'opportunità a Benedetto XVI, abbiate fiducia in lui.


(nota 1) Ecco l'originale tedesco: "Ihre Sorge angesichts meiner Teilnahme an dem Assisi-Jubiläum verstehe ich sehr gut. Aber dieses Gedenken mußte auf jeden Fall gefeiert werden, und nach allem Überlegen erschien es mir als das Beste, wenn ich selbst dort hingehe und damit versuchen kann, die Richtung des Ganzen zu bestimmen. Jedenfalls werde ich alles tun, damit eine synkretistische oder relativistische Auslegung des Vorgangs unmöglich wird und klar bleibt, daß ich weiterhin das glaube und bekenne, was ich als Schreiben Dominus Jesus der Kirche in Erinnerung gerufen hatte." (fonte: http://www.katholisches.info/2011/10/04/benedikt-xvi-uber-assisi-3-%E2%80%9Ewerde-alles-tun-damit-eine-synkretistische-oder-relativistische-auslegung-unmoglich-wird%E2%80%9C-%E2%80%9Ehab-vertrauen%E2%80%9C/)

(nota 2) Cfr. Angelus del 1° gennaio 2011 (http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2011/documents/hf_ben-xvi_ang_20110101_world-day-peace_it.html)

(nota 3) Ibidem.

Riecheggiando il mandato di Gesù risorto



«La missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno nell’impegno per la missione universale» (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris missio, 2).

Questo obiettivo viene continuamente ravvivato dalla celebrazione della liturgia, specialmente dell’Eucaristia, che si conclude sempre riecheggiando il mandato di Gesù risorto agli Apostoli: “Andate…” (Mt 28,19). La liturgia è sempre una chiamata ‘dal mondo’ e un nuovo invio ‘nel mondo’ per testimoniare ciò che si è sperimentato: la potenza salvifica della Parola di Dio, la potenza salvifica del Mistero Pasquale di Cristo. Tutti coloro che hanno incontrato il Signore risorto hanno sentito il bisogno di darne l’annuncio ad altri, come fecero i due discepoli di Emmaus. Essi, dopo aver riconosciuto il Signore nello spezzare il pane, «partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme dove trovarono riuniti gli Undici» e riferirono ciò che era accaduto loro lungo la strada (Lc 24,33-34). Il Papa Giovanni Paolo II esortava ad essere “vigili e pronti a riconoscere il suo volto e correre dai nostri fratelli a portare il grande annunzio: “Abbiamo visto il Signore!”» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 59).

BENEDICTUS PP. XVI

Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

Sedie, pedane, statue... e Vaticano II



La risposta di Tornielli all'articolo di Aldo Maria Valli.
di Andrea Tornielli
Sul sito VinoNuovo da una settimana potete leggere una riflessione del vaticanista del Tg1, Aldo Maria Valli, dedicata all’uso della pedana mobile da parte di Benedetto XVI. Come sapete, domenica scorsa per la prima volta Papa Ratzinger ha fatto il suo ingresso in San Pietro usando la pedana mobile utilizzata negli ultimi anni da Giovanni Paolo II. Nell’annunciare questa novità, padre Federico Lombardi ha parlato di un aiuto per non far affaticare il Papa. Lombardi ha aggiunto che così il Papa è anche più protetto. Mentre nelle ultime ore il cardinale Tarcisio Bertone è tornato sull’argomento affermando che il Papa sta benissimo e che la pedana serve a farlo vedere meglio.
Trovo azzeccatissime e condivisibili le prime righe di Valli. E trovo errato dal punto di vista della comunicazione affermare che il Papa adotta la pedana mobile perché così è più visibile dai fedeli e più protetto: ci si potrebbe chiedere infatti perché i suoi collaboratori ci abbiano messo sei anni ad arrivarci… Sarebbe stato più corretto dire semplicemente che Benedetto XVI ha qualche problema di deambulazione nei tragitti lunghi e dunque in piazza San Pietro arriva nei pressi dell’altare in papamobile, mentre in basilica è stata riesumata la pedana di Wojtyla.
Quella che ho trovato del tutto sopra le righe e immotivata è la seconda parte dell’articolo di Valli. Leggiamo: “Il papa trasportato sulla pedana mobile e spinto dai sediari pontifici sembra una statua portata in giro per essere mostrata alla folla. C’è qualcosa di idolatrico, di papolatrico, in quell’uomo issato sul carrelletto“.
Aldo Maria Valli inoltre scrive: “Se davvero, come dice il Vaticano, il papa sta bene, farlo trasportare da qualcuno è un gesto che stona e che ha una valenza profondamente anti-conciliare. Ha il gusto di un ritorno al papa re, al sovrano che domina sulla folla e che si distacca dal resto dell’umanità“.
E conclude: “Giovanni Paolo II, alla fine della sua vita, quando si lasciava trasportare era l’icona della sofferenza e al tempo stesso del coraggio. Benedetto XVI, sorridente e apparentemente integro, con tanto di pastorale in mano, assomiglia invece a una divinità pagana, alla quale occorre rendere omaggio“.
Ora, va bene tirare in ballo sempre e comunque il Concilio, ma questa volta, a mio avviso, l’amico Aldo Maria ha esagerato. Capisco che qualcuno possa storgere il naso (e magari richiamarsi al Concilio) nel vedere come la decisione di liberalizzare la messa antica sia stata accompagnata da esagerazioni che nulla hanno a che vedere con la liturgia – ad esempio cardinali che si compiacciono nel farsi fotografare in abitazioni private mentre indossano improbabili cappamagne nuove di zecca, fatte confezionare con tanto di coda lunga 12 metri, in barba al taglio sancito da Pio XII – ma nel caso della pedana mobile, il Vaticano II che c’azzecca?
Vale la pena di ricordare che il Papa che volle e inaugurò il Concilio (Giovanni XXIII) usò sempre la sedia gestatoria con tanto di flabelli. Il Papa che lo concluse (Paolo VI) usò la sedia gestatoria per tutto il suo pontificato, anche dopo aver mandato in soffitta la corte pontificia, i flabelli, la guardia nobile. E nessuno ebbe mai nulla da ridire. La sedia gestatoria fu usata anche dall’umile Giovanni Paolo I. Era un modo per essere visibile a tutti, anche a chi non aveva la fortuna di essere nelle prime file…
Ora, la pedana mobile non è la sedia gestatoria. Non si capisce perché il Papa, evidentemente costretto a usarla, diventi una “statua pagana” (cosa che nessuno si è mai sognato di dire a Giovanni Paolo II). Così come non si capisce, sinceramente, che cosa c’entri il Concilio. Se lo si fa entrare anche nel caso della pedana mobile, che cosa vieta di invocarlo anche per una miriade di altre circostanze? L’inginocchiatoio è contro il Concilio? E il lumino elettrico è conciliare oppure no? Il candelabro a sette braccia è sincretistico? Le icone orientali in una chiesa latina sono in accordo con il decreto Unitatis redintegratio? Il fatto che a Milano certi vicari episcopali, pur non essendo vescovi, siano attaccatissimi all’uso della mitria e della ferula (che termina con un uovo sormontato da una piccola croce, che mia figlia ribattezzò il pastorale con l’ovetto Kinder), è conciliare o anticonciliare? E come dovrebbe rispondere un convinto tradizionalista al vigile urbano che mettendogli la multa gli chiede: “Concilia?”…
Insomma, bene ha fatto Valli a sottolineare la mancanza di trasparenza nell’affermare che la pedana mobile veniva riesumata per motivi diversi da quelli reali e sotto gli occhi di tutti. Ma per favore, non tiriamo in ballo anche qui il Vaticano II! E quanto all’esibizione di statue pagane da venerare, basta conoscere anche soltanto un po’ Joseph Ratzinger, per sapere quanto sia umile e cosciente dei suoi limiti (illuminante a questi riguardo è il bellissimo libro intervista con Peter Seewald).

Il Papa che non cammina



Ovvero "vogliamo ma non possiamo"...

di Aldo Maria Valli (per vinonuovo.it)
Due parole sull'uso della pedana mobile (il "carrelletto", come lo chiama una mia amica romana) da parte di Benedetto XVI domenica scorsa.
Perché questa scelta? Il papa, ha detto il portavoce padre Lombardi, sta bene e non ha problemi nel camminare, vogliamo soltanto evitargli alcune fatiche.
Ma, domando, se davvero sta bene, come può essere per lui un compito improbo coprire pochi metri all'inizio e alla fine di una celebrazione? Se si è deciso di usare la pedana mobile vuol dire che il papa non sta proprio bene. Ma allora perché non dire semplicemente che il papa fa fatica a camminare? Perché trincerarsi sempre dietro questa ideologia del segreto che non fa altro che alimentare voci, creare sconcerto e diffondere interpretazioni distorte? Perché non ricorrere alla trasparenza?
In secondo luogo c'è un problema di contenuto. Il papa trasportato sulla pedana mobile e spinto dai sediari pontifici sembra una statua portata in giro per essere mostrata alla folla. C'è qualcosa di idolatrico, di papolatrico, in quell'uomo issato sul "carrelletto". Se quella di papa è davvero una funzione di servizio, perché smentirla così platealmente e proprio in occasione delle celebrazioni più solenni? Il pastore è uno che cammina alla testa e accanto al suo gregge. Il pastore non si fa trasportare su una lettiga, come un principe o un faraone. L'abolizione della sedia gestatoria ha un significato.
Se davvero, come dice il Vaticano, il papa sta bene, farlo trasportare da qualcuno è un gesto che stona e che ha una valenza profondamente anti-conciliare. Ha il gusto di un ritorno al papa re, al sovrano che domina sulla folla e che si distacca dal resto dell'umanità.
Si dirà: ma già Giovanni Paolo II usò la pedana mobile e nessuno disse niente. È vero, ma papa Wojtyla stava male, non riusciva più a camminare, e quel trasportarlo apparve a tutti un aiuto necessario per un pastore che, alla fine del suo mandato, non voleva comunque rinunciare a stare tra la gente. L'immagine di Wojtyla sulla pedana non aveva niente di papolatrico perché le condizioni fisiche di Giovanni Paolo II legittimavano l'uso di quello strumento.
Infine un dettaglio. A bordo della pedana Benedetto XVI ha comunque impugnato il pastorale. Mentre Giovanni Paolo II doveva farne a meno, perché era costretto a reggersi al corrimano, papa Ratzinger si è lasciato trasportare reggendosi con una mano e impiegando l'altra per impugnare il pastorale. Il che ha qualcosa di contraddittorio. Il pastorale è un bastone che si chiama così perché serve al pastore per aiutarsi a camminare. Ma se il pastore si fa trasportare, a che gli serve il pastorale?
Benedetto XVI sulla pedana mobile, spinto dai sediari, sembrava una statua, e le statue non camminano accanto alla gente. Le statue si fanno ammirare. Una statua che sta su un piedistallo può essere bellissima, ma è inevitabilmente lontana dalla gente.
Giovanni Paolo II, alla fine della sua vita, quando si lasciava trasportare era l'icona della sofferenza e al tempo stesso del coraggio. Benedetto XVI, sorridente e apparentemente integro, con tanto di pastorale in mano, assomiglia invece a una divinità pagana, alla quale occorre rendere omaggio.
Tanto varrebbe, a questo punto, ripristinare la sedia gestatoria, magari con il contorno di flabelli e guardie palatine in alta uniforme. Che ne pensate?




immagini da g.immage, daylife
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