Salus infirmorum,
ora pro nobis.
de Vatican Insider
«Le chiese di Venezia sono vittime del tempo e di interventi che spesso non sono possibili per mancanza di risorse economiche: per questo si potrà studiare un diverso uso, uscendo dalle restrizioni della liturgia, destinarle ad altri utilizzi. È il concetto espresso, oggi al convegno «Chiese tra culto e cultura», dal Patriarca di Venezia monsignor Francesco Moraglia.«È importante ricordare che, a Venezia - ha detto il patriarca Moraglia -, vi sono problemi conservativi urgenti che riguardano molte chiese e che il loro numero, un centinaio in città e oltre 200 nell'intera Diocesi, richiede una riflessione su una razionalizzazione del loro ruolo liturgico e pastorale, spesso anche a fronte di una innegabile flessione demografica, specie del centro storico».«Sarà necessario individuare gli edifici che, effettivamente, non rispondono più ai bisogni pastorali - ha aggiunto mons. Moraglia - ed è compito della Chiesa locale individuare soluzioni e proposte per rendere `utili´ anche alla stessa collettività quei luoghi, ma senza far perdere la loro dimensione simbolica in nome di un funzionalismo e di una polivalenza che non solo li impoverisce ma addirittura li snatura».
Un interessante articolo del 17 giugno 2001 delinea ancora efficacemente i risultati delle ricerche effettuate sulle reliquie di San Luca nella Basilica di Santa Giustina a Padova. La ricognizione attuata in occasione del Giubileo del 2000 si aggiunge alle incredibili vicende delle spoglie dell'Evangelista, che si vogliono portate a Padova, con altre importanti reliquie, dal prete Urio custode della Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli.
Riproponiamo l'artico con qualche immagine dell'apertura dell'arca e della ricognizione, avvenuta il 17 settembre 1998.
di Massimo Stampani per il Corriere della Sera
È realmente lo scheletro di san Luca evangelista quello sepolto della grande basilica di S. Giustina a Padova, la nona al mondo per dimensioni. La commissione per la ricognizione dei resti del santo, istituita dal vescovo della città, ha concluso i suoi lavori [giugno 2001 nrd] e pochi giorni fa la bara di piombo è stata ricollocata nell'arca marmorea dell' altare a lui dedicato. Tra le tante reliquie assai dubbie, per non dire clamorosamente false, ecco finalmente uno studio che dà per elevatissima la probabilità di essere nel vero, frutto di un meticoloso lavoro d'équipe, coordinato da Vito Terribile Viel, titolare della cattedra di anatomia patologica dell' Università di Padova. Sebbene non si tratti di un santo «qualunque», bensì di uno dei quattro evangelisti, è poco noto che san Luca sia sepolto nella città veneta, dove «il Santo» per antonomasia, sant'Antonio, accentra l' attenzione dei fedeli. Le fonti storiche riferiscono che san Luca evangelista morì anziano (tra i 74 e gli 84 anni) in Bitinia (antica regione situata tra la costa meridionale del Mar Nero e il Mar di Marmara) ed è possibile collocarlo nella terza generazione, dopo quella di Cristo e degli Apostoli, con una data di morte intorno al 130 d.C. «Lo studio ha appurato che si tratta dello scheletro di un uomo ottantenne - spiega Terribile - di corporatura media, alto 1,65 m. Le datazioni con il metodo del radiocarbonio, eseguite sia a Oxford sia a Tucson in Arizona, concordano nell'attribuire le ossa al periodo in cui morì il santo».
Il Dna (lo studio è stato condotto da Barbujani, genetista dell' Università di Ferrara) è 2,5 volte più probabile che sia quello di un siriano (etnia di san Luca) piuttosto che di un greco. I resti dell' evangelista sono ancor oggi conservati in una bara di piombo di 300 kg che venne trafugata dalla basilica degli Apostoli di Costantinopoli e portata a Padova per salvarla dalle persecuzioni dell' imperatore Giuliano l' Apostata (che voleva la distruzione delle reliquie per restaurare il paganesimo) nel IV secolo. E questa data viene confermata dal ritrovamento di centinaia di piccole costole all'interno del sarcofago. In un primo tempo si pensava fossero di topi ma un' analisi più approfondita ha documentato che appartengono a una trentina di bisce. Entrarono nella bara a Padova e morirono soffocate in seguito a un' alluvione che interessò il cimitero romano paleocristiano di S. Giustina. Si tratta di serpenti «nostrani», non presenti in Oriente, che il radiocarbonio ha datato al 400-450 d.C. retrodatando di circa quattro secoli l' arrivo di Luca a Padova, che una precedente ipotesi aveva invece collocato nell'800 d.C. Un' ulteriore conferma della ben più antica origine della reliquia è un simbolo giudaico cristiano in uso dal primo secolo, sulla bara, nel quale compaiono tra l' altro otto braccia incrociate, come risulta da uno studio condotto all'Università La Sapienza di Roma.
Patrizio Giulini, botanico dell' Università di Padova, ha determinato anche numerosi reperti di piante e di legno presenti nel sarcofago. Ma c'è un' ulteriore importante tessera che accredita l' attribuzione di quelle ossa. Dallo scheletro manca il cranio che l' imperatore Carlo IV offrì in dono alla cattedrale di Praga dove è conservato fin dalla metà del XIV secolo. In occasione di questa ricognizione il decano dei canonici di Praga lo ha portato a Padova. Ebbene, l' attacco del cranio con la prima vertebra coincide perfettamente dando un' ulteriore conferma che si può trattare realmente dell' evangelista. Altre 20 prove con crani diversi hanno dato esito negativo. E in questo modo è stato anche autenticata la reliquia della capitale ceca. Per di più dall'usura dei pochi denti ritrovati si capisce che san Luca digrignava i denti, confermando quanto riferiscono le fonti storiche.
Dal 14 settembre sette antichi crocifissi lignei provenienti da chiese della Diocesi di Padova comporranno una suggestiva mostra negli spazi del Museo Diocesano di Padova, per celebrare due momenti significativi della fede cristiana: l’Anno della fede, che si concluderà il 24 novembre 2013 e l’anniversario dell’Editto di Milano (313-2013) con cui il cristianesimo diviene culto pubblico e l’immagine della croce entra a pieno titolo tra i soggetti dell’arte cristiana.
Il dramma di Gesù crocifisso ha interrogato l’uomo di ogni tempo, toccando il cuore del vissuto delle persone.Da duemila anni è uno “scandalo” sia per chi crede, sia per chi si ferma al solo dato storico della crocifissione, continuando a porre interrogativi sull’uomo e sul senso della sua esistenza.Ha alimentato il pensiero teologico e filosofico, l’immaginazione e la spiritualità, e ha ispirato scrittori e artisti che hanno dato vita a immagini di grande intensità.La mostra, aperta dal 14 settembre al 24 novembre 2013, racconta questa storia attraverso sette crocifissi in legno intagliato e dipinto provenienti da alcune chiese della Diocesi di Padova. Le sculture, dal Trecento al Settecento, sono presentate in un percorso che ne esalta il potere evocativo, e la capacità di esprimere la sensibilità e il pensiero teologico propri di ciascuna epoca.È un viaggio nel tempo alla scoperta delle raffigurazioni del crocifisso e del loro significato: dal Cristo morto in croce del tardo Medioevo, con gli occhi chiusi e la testa reclinata, dove si insiste sulla passione e sulle sofferenze patite per la salvezza dell’uomo; alla svolta dell’umanesimo cristiano nel Rinascimento, che riscopre l’umanità di Cristo nobilitandola attraverso il linguaggio sereno e composto della classicità; per arrivare al “superamento” della morte attraverso il vitalismo del Cristo vivo, che già suggerisce l’idea della resurrezione, nell’età della Controriforma e Barocca.Il percorso consente di osservare da vicino le sculture, tre delle quali sono state sottoposte a delicati interventi di restauro, grazie anche alla campagna di raccolta fondi Mi sta a cuore. I restauri, che si sono avvalsi delle moderne metodologie di diagnostica, hanno dato risultati sorprendenti, che vengono raccontati in mostra in un’apposita sezione multimediale, realizzata con il generoso supporto di Mediacom Digital Evolution.Le visite guidate per i gruppi consentono di scendere più in profondità, compiendo un percorso estetico e spirituale insieme, nel quale oltre alle opere d’arte saranno le parole di scrittori, poeti, teologi, santi, a tessere il racconto, come fili tesi lungo il tempo. Un’occasione per lasciarci interrogare da un’immagine forte, carica di contraddizioni e interrogativi ma anche di speranza; un’immagine sempre uguale a se stessa eppure diversa, così come è l’uomo nel cammino della storia.
Sulla facciata della Basilica del Santo a Padova torna lo stemma del Pontefice regnante, le insegne del padrone di casa. Quello di Benedetto XVI era stato calato nel tempo di Sede Vacante. Ora aggiornato, lo scudo - pesante colata bronzea degli anni '30 dello scorso secolo - si mostra sopra il portale romanico della Basilica e alla lunetta di Andrea Mantagna.
di Anna Lirusso per Il Giornale di Vicenza
Scuote gli animi e divide il gesto di fra Dino Pistore. Domenica mattina [10 settembre nrd] a fine messa in duomo il religioso ha preso in mano il microfono, si è spogliato delle vesti sacerdotali e affidandosi alle parole di Etty Hillesum, scrittrice olandese di origine ebrea deportata in un campo di concentramento, ha raccontato la sua sofferenza per lo sradicamento dei frati Cappuccini da Schio dopo 5 secoli. Il giorno successivo al gesto non si parla d'altro in città. La gente commenta la scelta del frate di togliersi i paramenti e di lanciarli sopra l'altare prima di parlare a cuore aperto ai fedeli che subito l'hanno applaudito con vigore mentre la schiera di sacerdoti che officiava messa restava attonita alle sue spalle. «L'applauso era l'ultima cosa che volevo sentire di fronte a questo gesto», ha subito detto fra Dino in pantaloncini corti e t-shirt dopo quella ribellione pubblica che ha scosso gli animi. «È stata una protesta lecita - commenta Anna Malai, che lavora in un bar del centro - Stamattina non si parlava d'altro e tutti concordavano nel dire che prima di essere preti sono uomini». «Quello di fra Dino è stato un gesto coraggioso e forte - spiega Gianfranco Gonzato del gruppo pastorale - Tutti noi eravamo avvolti in qualcosa che non sentivamo fino in fondo, c'era bisogno di liberare e cercare il vero significato delle cose». «Si è spogliato di tutto per mostrare il suo dolore - dice Anna Todesco - La vera profanazione è stata togliere i frati a Schio. L'espressione così violenta che ha scelto dà il senso del peso per la perdita della comunità cappuccina per tutti noi. Ha mostrato la fragilità dell'essere e la gente lo ha capito». Ma accanto ai commenti positivi c'è chi la pensa diversamente. «Quel gesto non lo condivido - dice Giuseppe Fontana -. Ha fatto voto di povertà, castità e obbedienza ed è venuto meno ad uno dei tre voti, probabilmente il più difficile da rispettare».
Videsi allora esser divenuto un altr'uomo, ed essersi vestito d'uno spirito novello, perciocchè considerando esso stesso la gran dignità del Sacerdozio, procurò di tale acquisto delle virtù necessarie all'amministrazione d'un tanto carico, e di applicarli unicamente alla santificazione propria, e degli altri, all'utilità della Chiesa, e alla propagazione della gloria di Dio .
Vita del Beato Gregorio Barbarigodi F. Tommaso Agostiono Ricchinitrad.e Abbate Prospero Petroni

RINUNCIA DEL SEGRETARIO DI STATO E NOMINA DEL NUOVO SEGRETARIO DI STATO
Il Santo Padre Francesco ha accettato, secondo il Can. 354 del Codice di Diritto Canonico, le dimissioni di Sua Eminenza il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, chiedendogli, però, di rimanere in carica fino al 15 ottobre 2013, con tutte le facoltà inerenti a tale ufficio.Nel medesimo tempo il Santo Padre ha nominato S.E. Mons. Pietro Parolin, Nunzio Apostolico in Venezuela, come nuovo Segretario di Stato. Egli prenderà possesso del suo ufficio il 15 ottobre 2013.
In quell'occasione, Sua Santità riceverà in Udienza Superiori ed Officiali della Segreteria di Stato, per ringraziare pubblicamente il Card. Tarcisio Bertone per il suo fedele e generoso servizio alla Santa Sede e per presentare loro il nuovo Segretario di Stato.S.E. Mons. Pietro Parolin
S.E. Mons. Pietro Parolin è nato a Schiavon (Vicenza) il 17 gennaio 1955.È stato ordinato sacerdote il 27 aprile 1980 e incardinato nella diocesi di Vicenza.È laureato in Diritto Canonico.Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1986, ha prestato la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Nigeria e in Messico e presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.È stato nominato Sotto-Segretario della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato il 30 novembre 2002.Il 17 agosto 2009 è stato nominato Nunzio Apostolico in Venezuela ed elevato in pari tempo alla sede titolare di Acquapendente, con dignità di Arcivescovo. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani di Papa Benedetto XVI il 12 settembre dello stesso anno.Oltre all’italiano, conosce il francese, l’inglese e lo spagnolo.
[01195-01.01]

di Andrea Tornielli per Vatican Insider
Papa Francesco potrebbe accogliere domani le dimissioni a suo tempo presentate dal cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone e secondo diverse indiscrezioni avrebbe deciso di nominare al suo posto l'arcivescovo Pietro Parolin, nunzio apostolico in Venezuela.Il nuovo «primo ministro» vaticano ha 58 anni, ed è originario a Schiavon, in provincia di Vicenza. Sacerdote dal 1980, entrato nella diplomazia vaticana nel 1986, nel 2002 è stato nominato sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, in pratica «viceministro degli Esteri», dove ha collaborato prima con il cardinale Sodano e poi con Bertone. Nel settembre 2009 Benedetto XVI, che qualche settimana prima lo aveva nominato nunzio in Venezuela, lo ha consacrato vescovo. Tra i co-consacranti c'era anche Bertone.Il Segretario di Stato uscente lascia l'incarico ormai alla vigilia del compimento dei 79 anni, come accadde al suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, attuale decano del collegio cardinalizio. Il salesiano Tarcisio Bertone, fino a quel momento arcivescovo di Genova, era stato scelto da Papa Ratzinger come Segretario di Stato nel 2006, un anno dopo l'elezione. Allora la nomina seguì il curioso iter di un annuncio a giugno e di un'entrata in carica a settembre: il nuovo «primo ministro» vaticano si trovò a dover fare subito i conti con una crisi, quella scaturita dall'interpretazione delle parole pronunciate da Benedetto XVI nel famoso discorso di Ratisbona.All'origine della scelta di un prelato non proveniente dalla diplomazia pontificia - peraltro non del tutto inedita nella storia della Chiesa - c'era la personale conoscenza e collaborazione, che si era consolidata tra il 1995 e il 2002, negli anni in cui quest'ultimo era stato segretario della Congregazione per la dottrina della fede, guidata dal Prefetto Joseph Ratzinger.L'allora capo dell'ex Sant'Uffizio aveva apprezzato le qualità operative di Bertone e la sua fedeltà. Per questo, nonostante il parere contrario di diversi curiali, lo aveva scelto e difeso fino all'ultimo, rifiutandosi di accogliere le richieste dei cardinali che negli ultimi anni suggerivano un cambio.Bertone, che conserva la carica di camerlengo di Santa Romana Chiesa e per il momento rimane nel consiglio cardinalizio di sovrintendenza dello Ior, sapeva già da qualche tempo che alla fine dell'estate sarebbe stato sostituito. Se si scorrono i precedenti recenti, si comprende come la sostituzione, facilitata dall'età del Segretario di Stato uscente, sia avvenuta in tempi rapidi. Nell'ottobre 1958 Giovanni XXIII scelse il Segretario di Stato la sera stessa dell'elezione, ma la carica era vacante dal 1944, da quando era scomparso il cardinale Luigi Maglione e Papa Pio XII non l'aveva più rimpiazzato, servendosi invece dei due sostituti Montini e Tardini. Paolo VI, nel giugno 1963, confermò nell'incarico il cardinale Amleto Cicognani, già ottantenne e già Segretario di Stato del predecessore, mantenendolo per altri sei anni. Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II confermarono il cardinale francese Jean Villot, anche se Papa Wojtyla scrisse che un Papa non italiano avrebbe dovuto avere un Segretario di Stato italiano. Villot, che fino ad oggi rimane l'unico Segretario di Stato ad aver servito ben tre Pontefici, morì nel marzo 1979 e al suo posto venne nominato Agostino Casaroli.Le dimissioni del prelato simbolo dell'Ostpolitik vennero accolte da Papa Wojtyla quando Casaroli compì 76 anni, e Segretario di Stato divenne Angelo Sodano, il quale ha accompagnato per quasi un anno e mezzo - dall'aprile 2005 al settembre 2006 - il pontificato di Benedetto XVI.Come si ricorderà, lo scorso luglio il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, in un'intervista aveva lamentato la mancata sostituzione del Segretario di Stato, nei cui confronti si erano addensate critiche durante le discussioni del pre-conclave. «Mi aspetto che dopo la pausa estiva si concretizzi qualche segnale in più in merito al cambiamento della gestione», aveva commentato il porporato statunitense dopo aver detto che si aspettava la sostituzione prima dell'estate, come peraltro da più parti erroneamente pronosticato.
Mentre alla Basilica di San Marco stava un Bonaventura Furlanetto indaffarato a proseguire l'immensa opera del predecessore, nelle cantorie della Cattedrale di Padova serpeggiava un vivace organista ed abile compositore, Gaetano Valeri: questi naque il 21 settembre 1760 ed ebbe a mentore Ferdiando Gasparo Turrini, al tempo organista a Santa Giustina. Dopo una parentesi "pittorica" conquistò presto le panche degli organi delle grandi chiese regolari dei Carmini e di Sant'Agostino. Approdò poi alla Cattedrale dove fu organista e compositore alla Cappella Musicale. Solo nei primi anni dell'800 il Capitolo dei Canonici gli affidò la completa direzione della Cappella. Celebratissimo "l'ingegno del Valerj era di creazione non d'imitazione" morì il 13 aprile 1822 accompagnato da uno stuolo di suoi "varj alunni".
Seppure la produzione musicale del Valeri passi ai più inosservata, giacendo desolatamente dimenticata - l'immenso numero di composizioni sacre resta gelosamente custodita alla Biblioteca Capitolare patavina - la casa discografica Tactus ha recentemente riproposto (in collaborazione con il Comune di Cingoli!) certe sue interessanti opere eseguite dagli Hermans Consort diretti da Fabrizio Ammetto con un abile Luca Scandali all'organo. Queste Sinfonie e concerti coll'organo che andavano probabilmente a concertare le celebrazioni solenni della Cattedrale di Padova all'introito o durante l'offertorio sono caratterizzate dalla presenza dei corni da caccia che andarono ad aggiungersi dalla secondo metà del '700 agli archi e agli oboé. Queste composizioni, caratterizzate da due o tre movimenti oppure da un un unico movimento alla maniera galuppiana, riflettono l'influenza dello dell'ultimo stile galante, senza rinunziare alla rigorosa costruzione barocca e a quella semplificazione formale cara alla tradizione italiana.
Programma
Ore 15:30: Colloqui individuali e confessioni
Ore 16:30: Conferenze sulla vocazione sacerdotale e sulla Santa Messa, inframmezzate dall'ascolto di brani di musica sacra.
Ore 17:30: Adorazione e Benedizione Eucaristica
Per chi volesse pernottare a Venezia per la Santa Messa cantata domenicale (alle ore 11) e l’Ora Santa (alle ore 13) è possibile consultare degli alberghi nelle vicinanze.
Per informazioni rivolgersi all'indirizzo email: padrek@libero.it
Sito web: http://venezia.fssp.it
Il Santo Padre Francesco ha nominato Delegato Pontificio per la Basilica di Sant’Antonio in Padova S.E. Mons. Vittorio Lanzani, Vescovo titolare di Labico, Delegato della Fabbrica di San Pietro.
[01112-01.01]
Campane a festa al Santo. Una nomina lampo e la fine (come sulla ghigliottina) dell'era Gioia. Monsignor Vittorio Lanzani, Delegato alla Fabbrica di San Pietro è stato nominato da Sua Santità Delegato per la Pontificia Basilica di Sant'Antonio di Padova. Nato nel Pavese nel 1951 e ordinato sacerdote nel 1976, Lanzani è particolarmente legato alla realtà romana: prima officiale della Congregazione per il Culto e segretario della Fabbrica di San Pietro e della Commissione permanente per la tutela dei monumenti storici ed artistici della Santa Sede poi elevato alla sede vescovile titolare di Labico e consacrato vescovo dalle mani del Beato Giovanni Paolo II (gennaio 2002) raggiunge la Delegazione della Fabbrica di San Pietro. Da oggi ricopre anche l'ufficio di Delegato per la Basilica del Santo.
Dopo gli intrighi, gli scandali - e i matrimoni - entra in scena il mitrato lombardo.
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| Monsignor Lanzani accanto a Sua Santià Francesco nelle Grotte Vaticane. |
La condizione di eccezionalità che la Chiesa cattolica veneziana aveva vissuto fino al momento dell’elezione di Pio VII si prolungò ancora per poche settimane durante le quali Chiaramonti compì i primi passi del suo pontificato. Priva del patriarca, la diocesi veneziana visse in qualche modo raccolta attorno al nuovo papa. L’incoronazione di Chiaramonti ebbe luogo il giorno dedicato dal calendario cattolico alla memoria di San Benedetto nella chiesa di San Giorgio Maggiore, sull’omonima isola, dato che la richiesta di potere utilizzare la basilica marciana per la celebrazione non fu accolta dal governo, verosimilmente a causa dell’irritazione creata dall’esito del conclave, non favorevole a Vienna, e forse anche per non prestare il fianco a istanze patriottiche, stante il ruolo simbolico di chiesa della Repubblica di Venezia che San Marco aveva rivestito per secoli. La partecipazione popolare fu amplissima, a San Giorgio e sulle rive del bacino di San Marco antistanti l’isola.
Nei giorni seguenti Pio VII cominciò a recarsi in chiese e soprattutto in monasteri maschili e femminili di Venezia, con un occhio di riguardo a quelli benedettini. Le visite, a partire dal 26 marzo (Pio VII si recò dai benedettini camaldolesi di San Michele di Murano) e fino al 5 giugno 1800 (visita al monastero di Ognissanti), si susseguirono con un ritmo incalzante e costituirono quasi una singolare visita pastorale di Pio VII, in particolare ai regolari della città verso cui si indirizzarono la maggioranza delle uscite di Chiaramonti da San Giorgio. Inoltre a queste visite vanno aggiunti i ripetuti incontri avuti nel corso di quelle settimane con la comunità monastica benedettina dell’isola di San Giorgio, dove Pio VII continuò a risiedere nei mesi passati a Venezia dopo l’elezione. Il 15 maggio Pio VII emanò da San Giorgio Maggiore la sua prima enciclica, la Diu satis videmur. Il 30 maggio il vicario capitolare Bortolatti impartì disposizioni a tutti i rettori di chiese
e di luoghi pii del Patriarcato in vista della partenza di Pio VII da Venezia e peraccompagnarne il viaggio con la preghiera:
Nel giorno della partenza per Roma di Nostro Signore Pio Papa VII. si compiacerà V. S. M. Reverend. di ordinare intorno alla sua Chiesa una Processione col divoto Canto delle Litanie della Beata Vergine, chiudendolo poi mutatis mutandis coll’Itinerario, che si ha in fondo del Breviario. In seguito poi far recitare ogni giorno la Colletta pro Papa in tutte le Messe, sinattantoché ci giunga la sicura notizia del di Lui felice arrivo.
Il 6 giugno 1800 Pio VII lasciò Venezia e si trasferì sulla fregata Bellona, ancorata alla bocca di Porto di Malamocco, donde, attesi i venti favorevoli, partì alla volta di Pesaro la notte tra il 9 e il 10 giugno.
«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308
L’indizione del conclave a Venezia nell'autunno 1799 fu letta dal clero lagunare come un segno della benevolenza divina che riscattava la città dallo stato di lutto in cui era precipitata due anni prima, secondo un modello «provvidenziale» di interpretazione della storia che attribuiva agli eventi lieti il significato di ricompensa divina per la fedeltà degli uomini ai principi cattolici e a quelli tristi l’espressione della collera del giudice supremo contro i peccati. Era stato il patriarca Giovanelli a introdurre ufficialmente questa lettura nella circolare con la quale il 20 novembre 1799 aveva annunciato l’imminente svolgimento del conclave. La morte di Pio VI, argomentava Giovanelli, si volgeva in un’esaltazione di Venezia:
Che perciò dilettissimi non cessate di ricordare al Popolo alla vostra cura affidato, che se Noi ci troviamo in un ben giusto timore, che questa Città, non sia presentemente del tutto cara, ed accetta al Signore, non cessiamo però di nutrire le più vive speranze, ed una certa fiducia, che tale sarà per essere, dopo una grazia si segnalata.
E ancora nel 1801, in occasione del primo anniversario dell’elezione di Pio VII, il provinciale dei cappuccini Marino da Canale teneva un discorso nella chiesa del Redentore nel quale, in relazione allo svolgimento del conclave in città, esclamava con enfasi: «Ah Venezia, Venezia! In tanta squallidezza e mestizia, che ti ricopre, e comprime, pensi tu di non essere ancora a Dio cara, e diletta?» E osservava che se in altro tempo la città era stata chiamata la «nuova Alessandria» perché in essa erano custodite le spoglie dell’evangelista Marco ora la si sarebbe potuta appellare «Roma novella». Da quando si diffuse la notizia che il conclave per eleggere il successore di Pio VI si sarebbe tenuto a Venezia fino al momento in cui il nuovo papa lasciò la città lagunare, la vita della Chiesa cattolica veneziana fu dominata da fatti straordinari: quelli che accompagnarono la preparazione del conclave e, dopo la sua conclusione, i primi passi del pontificato Chiaramonti.
Tra i primi si inseriscono a pieno titolo, oltre ai preparativi pratici del conclave, l’afflusso graduale dei cardinali in città e lo svolgimento dei novendiali per Pio VI. A partire da settembre 1799 i vertici della Chiesa cattolica (futuri conclavisti e prelati di Curia) si trasferirono gradualmente nelle isole lagunari. I cardinali che, con i loro seguiti, giunsero prima dell’inizio del conclave presero alloggio distribuendosi in diversi luoghi della città, in conventi di regolari, in locali del Patriarcato, in locande o in appartamenti privati e qualcuno scelse anche la vicina isola di Murano. Il 16 settembre 1799 risultavano già presenti quattordici cardinali. Tre erano alloggiati nella canonica di San Salvador (i due fratelli Doria Pamphilj, arrivati quel giorno, e Pignatelli); Albani risiedeva nel palazzo patriarcale a San Pietro di Castello ospite di Giovanelli; quattro in case private (Vincenti Mareri e Braschi Onesti avevano una loro abitazione rispettivamente ai Santi Apostoli e a Santa Maria Formosa, Flangini prese alloggio nel palazzo di famiglia a San Geremia, Caprara in casa Pagan a San Fantin, Valenti Gonzaga in casa Corner a San Cassiano). Nei conventi si recarono Maury (ai Frari), Livizzani (dai carmelitani), Archetti (dai somaschi alla Salute), Caraffa (dai girolamini a San Sebastiano). Invece Antonelli prese dimora nell’isola di Murano.Nelle settimane successive gli altri cardinali sopraggiunti in città si fermarono nella Locande de’ tre Re a San Beneto (Borgia), nell’ex collegio dei gesuiti (della Somaglia), nel convento dei serviti (Rinuccini e Roverella), presso l’abitazione del gran priore dell’ordine di Malta (Mattei), nel convento dei domenicani ai Santi Giovanni e Paolo (Bellisomi, Chiaramonti, Calcagnini), nella Locanda dello Scudo di Francia (de Lorenzana e della Martiniana), in quella della Regina d’Inghilterra (Zelada), dai camaldolesi a Murano (Giovannetti), ai Carmini (Carandini), da teatini (Gerdil), a San Salvador (di York), dai somaschi (Dugnani), a palazzo Camerata (Bussi de Pretis e Onorati), dai minori a San Francesco della Vigna (Busca), a palazzo Flangini (Ruffo).
Intanto mercoledì 23 ottobre 1799 avevano avuto inizio i novendiali per Pio VI, celebrati in tutte le chiese veneziane e con maggiore solennità nella basilica patriarcale di San Pietro di Castello. Le autorità pubbliche presero disposizioni specifiche per manifestare la partecipazione al lutto che aveva colpito la Chiesa cattolica: fu ordinata la chiusura per otto sere di tutti i teatri d’opera e di commedia, riaperti solamente la sera del 31 ottobre, dopo che in giornata furono concluse le funzioni esequiali. Inoltre durante quei nove giorni furono fatte suonare a morto le campane delle chiese cittadine.Nonostante il maltempo che imperversò durante i primi dei nove giorni, la partecipazione dei veneziani alle celebrazioni fu considerevole e crebbe notevolmente negli ultimi giorni, dopo il miglioramento delle condizioni atmosferiche: le cronache riferiscono, non senza un pizzico di esagerazione, di un popolo «folto ed immenso». Anche il patriarca Giovanelli emanò alcune disposizioni per coinvolgere spiritualmente i veneziani che dipendevano dalla sua giurisdizione nel conclave ormai imminente. Dopo la messa cardinalizia «dello Spirito Santo» fece celebrare in ogni chiesa una messa pro eligendo summo pontifice; esortò di fare pregare per l’elezione del nuovo papa in ogni messa finché fosse durato il conclave; indisse per lo stesso periodo la processione quotidiana di una parrocchia, una comunità religiosa e una confraternita dalla basilica di San Marco alla patriarcale di San Pietro di Castello, fissandone le litanie, i canti e le preghiere da svolgere, raccomandando inoltre il decoro religioso, la semplicità del canto e la rinuncia a ogni sfarzo e invitando i secolari a prendervi parte. Ma precisava: «Alle Donne resta assolutamente proibito d’associarsi a queste Processioni: sono però esortate di recitare ogni giorno una terza parte del S. Rosario, secondo la Nostra intenzione, e di fare tutto quello di più, a che a verranno consigliate dal loro Confessore.» Infine ricordava di implorare da Cristo, con la purezza di vita, la frequenza ai sacramenti, le opere di carità e l’orazione perseverante e fervorosa, un papa che in quei «tempi calamitosissimi», come giudicava, «Et plebem suam virtutibus instruat, et fidelium mentes spiritualium aromatum odore perfundat»; e di pregare per l’imperatore, la sua famiglia e se medesimo.
L’8 dicembre 1799, a conclave già iniziato, ultimo tra i cardinali che avrebbero partecipato all'elezione di Pio VII, giunse a Venezia l’arcivescovo di Vienna Hertzan, che prese alloggio al n. 1 della Procuratia. Il favore che gli era riservato dalle autorità imperiali, per rinforzarne il ruolo di grande ispiratore dei conclavisti nella scelta del nuovo papa, fu reso evidente anche dalla scenografia che ne accompagnò l’ingresso in conclave a San Giorgio il 12 dicembre: infatti compì il breve tragitto seguito da un numeroso corteo di gondole. Tre giorni più tardi, domenica 15 dicembre il primicerio di San Marco, che continuava a svolgere la funzione di chiesa di riferimento del potere politico anche sotto l’Austria, celebrò alla presenza di autorità civili e militari, di prelati, nobili e popolazione, una solenne messa di ringraziamento, con il canto dell’inno ambrosiano, per festeggiare la resa della fortezza di Cuneo alle armi austriache. Non ho potuto riscontrare alcuna reazione da parte della Chiesa cattolica veneziana al diffondersi della voce, nella giornata del 19 dicembre 1799, che ormai era stato raggiunto un accordo che avrebbe portato all’elezione del nuovo papa il giorno seguente. Quasi certamente la prudenza indusse i responsabili della diocesi e del primiceriato di San Marco ad attendere che i fatti confermassero la notizia, cosa che come è noto non si verificò per le difficoltà che la candidatura del vescovo di Cesena card. Bellisomi incontrò in quei frangenti.
| Il patriarca Federico Maria Giovanelli |
Il 10 gennaio 1800, a conclave ancora in corso, morì l’anziano patriarca Giovanelli, che reggeva la diocesi lagunare dal 1776. Per rendere omaggio alla figura dello scomparso il conclave decise di farne celebrare le esequie a proprie spese, il 16 gennaio, a San Francesco della Vigna, dove pontificò Antonio Despuig, patriarca d’Antiochia. La diocesi ne celebrò i funerali solenni solamente il 13 marzo, nella cattedrale di San Pietro di Castello, al termine di una processione che aveva preso le mosse da San Marco. La Chiesa veneziana sarebbe rimasta senza patriarca per quasi due anni, fino a quando il 23 dicembre 1801 la corte di Vienna, rivendicando per l’imperatore l’eredità dei diritti di giurisdizione sulle sedi episcopali che erano state sottoposte all’autorità della Repubblica di Venezia, avrebbe nominato direttamente come successore di Giovanelli il cardinale di sentimenti filoimperiali Ludovico Flangini, suscitando le proteste di Pio VII. Nel frattempo la guida della diocesi fu tenuta da mons. Nicolò Bortolatti, eletto vicario capitolare il 13 gennaio 1800. Fu lui ad assumere le principali disposizioni a livello locale in occasione dell’elezione di Pio VII e nei mesi in cui il papa si trattenne a Venezia. La sua lettera al clero con la quale il 22 febbraio 1800 comunicava l’indulto quaresimale diventò un’occasione per denunciare le nuove correnti di pensiero e i comportamenti moderni in materia di religione che si erano diffusi nella popolazione durante quegli anni:
«non possiamo dissimulare la nostra interna amarezza nel riconoscere così diverse da quelle de’ lor Maggiori le Idee della maggior parte de’ moderni Fedeli rispetto alla osservanza della Quaresima, la quale dove a’ tempi di S. Leone era accolta come un oggetto di santo giubilo, e di vero conforto anche dalle anime più deboli e men fervorose, ora viene riguardata comunemente come un argumento di tristezza, e un peso troppo difficile a sostenersi.» E Bortolatti individuava la causa di questo atteggiamento negativo nel fatto che si era «indolenti e irriflessivi sopra i grandi oggetti di questa Apostolica istituzione».
Il 14 marzo 1800, all’annuncio ufficiale dell’elezione di Chiaramonti – in realtà la notizia del raggiunto accordo sul suo nome era trapelata già la sera precedente ed era stata divulgata dalla «Gazzetta Veneta Privilegiata» del 14, che però ovviamente non era stata in grado di indicare il nome prescelto dal nuovo papa mons. Bortolatti ordinava si cantasse il Te Deum in tutte le chiese del Patriarcato.L’elezione di Pio VII fu occasione di un nuovo screzio tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa veneziane. Le tensioni tra le due Chiese si erano manifestate a più riprese nel corso del Settecento e da ultimo l’esperienza della municipalità democratica, con la concessione della libertà di culto anche agli acattolici, aveva registrato un nuovo momento di tensione tra le due Chiese a proposito della questione dei funerali dei greci. Ha scritto Bartolomeo Cecchetti: «Nell’occasione dell’elezione di Pio VII […] i greci di S. Giorgio non presero parte ai di lui pontificali, e fecero così publica prova di quella divisione dalla Santa Sede che intimamente non riconobbero mai.»Tuttavia le autorità imperiali imposero ai greci di suonare le campane della loro chiesa in segno di festa il 21 marzo 1800, giorno dell’incoronazione papale:
Si dice, che non si avesse voluto suonare le campane della Chiesa di S. Giorgio de’ Greci, supposti cattolici, ma che sia loro venuto un’ordine che debbano pure essi Greci far suonare le campane della loro Chiesa, per comparire almeno in ciò uniformi ai cattolici Romani; e tanto eseguirono prontamente.
Inoltre Pio VII reagì all'atteggiamento dei greci decidendo di assegnare ai monaci mechitaristi armeni il canto in greco dell’epistola e del vangelo durante la messa del 21.
L’elezione di Chiaramonti portò anche a una modifica straordinaria del calendario liturgico patriarcale. Infatti il vicario capitolare dispose che il giorno in cui sarebbe stata svolta l’incoronazione del nuovo papa, fosse considerato festa di precetto, «essendovi in tal circostanza da gran tempo il pio costume di solennizzar tal giornata nella Città, dove vien fatta detta sacra Funzione».
«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308
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| La "Sala del Conclave" a San Giorgio Maggiore dove fu eletto papa Pio VII. |
Gregorio XII, duecentocinquesimo papa della Chiesa Cattolica,poi Angelo Cardinal Correr, Vescovo di Frascati e Legato ad Ancona.
Prima dell'ascesa al Soglio, Vescovo di Castello e Patriarca di Costantinopoli.