Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

La porpora a Bartolucci, l'omaggio alla musica


Proponiamo l'interessante articolo di Aurelio Porfiori (Zenit.org):
Quando mi metto a riflettere sulla decisione di Papa Benedetto XVI di concedere il cardinalato al Maestro Domenico Bartolucci, cerco di capire quale sia il senso vero di questo onore concesso al Maestro. Molti potranno pensare che mi interessi a questo in quanto musicista positivamente sorpreso dall’onore capitato ad un illustre appartenente alla nostra categoria. Ebbene, le cose non sono così semplici. Infatti per me il Maestro è molto di più, in quanto sono stato suo allievo e per tanti, tantissimi anni ne ho seguito la carriera per quello che potevo e ho cercato di imparare da lui il mestiere di musicista di chiesa. Quando dico il “mestiere di musicista di chiesa”, sono sicuro di farlo felice. In effetti non si può ridurre tutto ad apprendimento teorico, la musica si impara facendola. In una conversazione che ebbi con lui alcuni mesi fa sotto forma di intervista per un libro che spero presto di pubblicare, gli domandai se nel suo studio giovanile si fosse formato sui trattati musicali che ancora oggi si usano. Lui mi disse che il suo amato Maestro Bagnoli, non li usava: “mi dava i Bassi e li dovevo fare, mi dava i contrappunti. Io non ho mai avuto trattati. E la musica si impara così!”. Già, la musica si impara così. Ogni allievo del Maestro avrà sentito ripetere queste parole cento volte.
Il Maestro proviene da una famiglia di gente semplice. Il papà faceva l’operaio e la mamma la casalinga. Il Maestro mi diceva come i suoi genitori amassero cantare, come tutti nel suo paese – Borgo san Lorenzo, in Toscana – amassero cantare. Il Maestro nasce in un’altra Italia, l’Italia che si avvicinava alla fine della Prima Guerra Mondiale. Nel 1917, anno di nascita del Maestro, abbiamo un evento ecclesiale che segnerà il secolo a venire, le apparizioni della Madonna di Fatima, in Portogallo. Penso sempre a questa coincidenza temporale quando gusto nella memoria il Mottetto composto dal Maestro dal nome “Quo Abiit”. Il bambino solista dialoga con il coro ed è un canto di struggente bellezza, in cui Maria palpita per il Figlio suo e per tutti i suoi figli, specialmente per i più bisognosi. Talvolta non è semplice spiegare come debba essere veramente la musica liturgica, ma quando si ascolta “Quo Abiit” o “O Sacrum Convivium” del Maestro, lo si capisce d’improvviso, come un’idea che sonnecchiava perennemente nella nostra mente e che aspettava una voce per il risveglio.
Come si avvicinò il Maestro alla musica? Così me lo raccontava lui: “Beh, il mio primo contatto con la musica era quello delle scuole elementari. Io andai alle elementari, al mio paese, a sei anni e vidi per la prima volta la lavagna con il rigo musicale. Il maestro, l’unico maestro, faceva tutto, faceva anche musica. Si facevano le scale, i tempi - uno, due, tre e quattro… e poi c’era questo uso: tutta la scuola, non solo la classe in cui uno era, preparava per carnevale un’operetta. Io facevo il solista tante volte. Perciò il mio primo contatto con la musica fu alle elementari però il contatto vero e proprio, pratico, fu nella chiesa. Lì si cantava continuamente. Mio padre era appassionato, anzi appassionatissimo di canto: aveva una voce da tenore e faceva parte del coro della parrocchia. Inoltre cantava gli stornelli, anche quando lavorava, cantava. Allora la vita musicale nel paese era veramente intensa, c’erano le grandi bande che tenevano i concerti in piazza: le sinfonie di Rossini, di Verdi… Perciò c’era un mondo anche musicale, per cui l’allievo che amava la musica, che aveva intendimenti musicali, era aiutato da questo sentire”.
Tutto era impregnato di musica. La musica era nell’aria, come il Maestro mi dirà in quella conversazione. A nove anni e mezzo entra in Seminario a Firenze e lì ha l’incontro con il Maestro Bagnoli, che ne incoraggerà le prime composizioni e che lo guiderà nel raggiungere il Diploma di Composizione e Direzione di Orchestra, come si diceva allora. Nel frattempo diviene anche sacerdote, un pochino in anticipo, grazie ad alcune dispense, sull’età canonica. A questo punto bisogna menzionare un altro incontro importante. Chi fu la persona che lo avvicinò alla grande tradizione polifonica della Chiesa Cattolica Romana? “Il Maestro Casimiri, che veniva a Firenze per studi negli archivi e abitava in Seminario, in quanto amico del Rettore. Lui ci faceva qualche lezione, ci faceva delle belle lezioni e anche dirigeva il coro, cominciai con lui a sentire Palestrina, a sentire queste cose grandi e naturalmente era un salto da far paura”. Già, questo Maestro che al tempo dirigeva la Cappella Musicale della Basilica di san Giovanni in Laterano in Roma e che sarà un punto importante nella vita del Maestro. Gli farà conoscere quel compositore che il Maestro considererà sempre come il modello assoluto della musica liturgica: Giovanni Pierluigi da Palestrina. Di questo compositore il Maestro diverrà un esperto assoluto.
Il Maestro Casimiri lo incoraggerà ad andare a Roma a studiare, cosa che il Maestro farà, studiando al Pontificio Istituto di Musica Sacra dove poi insegnerà per decine di anni. Proprio da questo Pontificio Istituto il Maestro cercava di insegnare a tanti allievi (me fra questi) il senso della musica, cercava di inculcarci la sensibilità per i cardini del fare musica in chiesa. Questo credo sia importante da capire: il Maestro non si preoccupava delle cose più accessorie, ma cercava di instillarci l’Ethos del fare musica, cosa che io, come molti altri, non ho mai dimenticato. E questo Ethos, se non lo capivi dalle sue parole, non lo potevi ignorare ascoltando la sua musica, così lontana dal sentimentalismo ma così piena di sentimento. Soltanto capendo la differenza fra sentimentalismo e sentimento si poteva sperare di fare musica liturgica, non canzonettismo (c'è tanto nobile canzonettismo ma rimane canzonettismo, non musica liturgica). Il Maestro avrà molte posizioni forti, sulla Musica, la liturgia, la situazione attuale della musica in chiesa, il canto gregoriano e naturalmente si può essere d’accordo con lui o no. Ma credo che questo insistere sull’Ethos della musica liturgica, sia qualcosa che vada all’essenza della cosa stessa.
Mi colpì una risposta che mi diede quando gli domandai perché, dopo essere stato ordinato sacerdote, era venuto a Roma. Io suggerivo che era per studiare, come detto sopra. Ma lui mi interruppe gentilmente dicendo: “Era per rendermi conto della musica sacra”. Il Maestro voleva abbeverarsi al mondo della grandi Cappelle Musicali Romane, a quel tempo ancora tutte in piena vita. Egli voleva andare alla fonte e capiva come a Roma potesse ottenere quello che a lui serviva per immergersi nell’Oceano di Dio attraverso la musica. Mi raccontava come frequentasse concerti e prove, come quegli anni furono un vero godimento artistico e umano. Qui diverrà vice maestro della cappella musicale della Basilica di san Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma. Ma la seconda guerra mondiale lo costrinse a far ritorno al suo paese natale. In questo periodo drammatico nasceranno altre opere importanti nel campo sinfonico corale, come l’oratorio “La Passione” (1942) e il Concerto in mi per pianoforte e orchestra. Terminata la guerra, nel 1945, torna a Roma e ottiene il diploma nel corso di perfezionamento in composizione e direzione corale presso l’Accademia di santa Cecilia, nel corso tenuto da Ildebrando Pizzetti. Ottiene anche il diploma di composizione sacra presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma. Nel 1947 diviene parroco in un piccolo paese vicino Firenze ma continuerà a dedicarsi alla composizione. È di questo periodo la composizione del poema sacro “Baptisma” per soli, coro femminile e orchestra. Nello stesso anno viene richiamato a Roma e nominato maestro della Basilica di Santa Maria Maggiore e professore di composizione, direzione polifonica e forme musicali polifoniche presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra, incarico che terrà fino al 1997. Nel 1952 viene nominato vice maestro della Cappella Musicale Pontificia “Sistina” su indicazione del direttore principale del coro, Lorenzo Perosi, già da tempo malato. Alla morte di quest’ultimo nel 1956, Papa Pio XII nomina Bartolucci Maestro Direttore Perpetuo della Cappella Sistina, carica che conserverà fino al 1997.
Domenico Bartolucci si dedica alla ristrutturazione della Cappella Pontificia, assumendo forze fresche e riorganizzando la Schola Puerorum, il coro delle voci bianche dell’illustre istituzione. Questa sarà un’opera lunga e laboriosa, in quanto la Cappella Sistina si trovava allora in condizioni di estrema difficoltà. Bartolucci ottiene per la Cappella, dal Papa Giovanni XXIII uno status economico più adeguato a sostenere l’illustre istituzione vocale. Sarà lui poi che imporrà per le parti acute il canto delle voci bianche, eliminando del tutto i falsettisti (con grande dispiacere di questi ultimi…). Nel 1965 Domenico Bartolucci viene nominato accademico di santa Cecilia, carica che lo vede in compagnia dei più importanti nomi del mondo della musica internazionale. Con la Cappella Sistina il Maestro, oltre al normale e regolare servizio liturgico, terrà numerosi concerti in Italia e all’estero. La Cappella Sistina sarà anche protagonista di due fortunate tournèe negli Stati Uniti, negli anni ’70, da costa a costa. Il suo pensionamento dalla Cappella Pontificia avverrà nel 1997. Non si può nascondere che il Maestro si oppose sempre a certi indirizzi liturgici che secondo la sua opinione avevano portato alla rovina della liturgia e della sua musica.
Certo, anche il Papa ci fa notare che molta strada c'è da fare per recuperare un senso vero, profondo, di quello che è il ruolo della musica nella liturgia. Voglio pensare che il Papa nel farlo Cardinale, abbia in un certo senso voluto omaggiare la caparbietà di quest’uomo nel tenersi aggrappato a certi cardini, a non farsi traviare dalle mode. E lo stesso Papa, nel 2006, gli indirizzò queste parole dopo un concerto diretto dal Maestro nella Cappella Sistina: “Lei, venerato Maestro, ha cercato sempre di valorizzare il canto sacro, anche come veicolo di evangelizzazione. Mediante gli innumerevoli concerti eseguiti in Italia e all’estero, con il linguaggio universale dell’arte, la Cappella musicale pontificia da Lei guidata ha così cooperato alla stessa missione dei Pontefici, che è quella di diffondere nel mondo il messaggio cristiano”. Che belle parole, con la musica si coopera alla stessa missione dei Pontefici. Ora credo che con questo gesto di estremo rispetto, il Papa abbia voluto omaggiare in primis il Maestro e con lui tutti i musicisti, anche quelli nei paesi più sperduti, che giorno dopo giorno, cercano di evangelizzare usando il dono della musica, quel dono che Dio ha fatto a noi per offrirci una via maestra per tornare a Lui.

immagini Corbis

Veneti episcopi: Gregorio Barbarigo


Cardinal Gregorio Barbarigo, Vescovo di Padova

Beatificato da Clemente XIII il 16 luglio 1761

Canonizzato da Giovanni XXIII il 26 maggio 1960 

Papa Giovanni XXIII nella Basilica Lateranense il giovedì 26 maggio del '60 in occasione della Canonizzazione di Gregorio Barbarigo. In piviale, dietro, l'allora Vescovo di Padova, Girolamo B. Bortignon (O.F.M. Cap.)




"Post Missam: Ci segua egli [S. Gregorio Barbarigo] sino sulla loggia esterna della basilica, dove, riprendendo l'uso antico dei Nostri antecessori Pontefici, daremo in nome di Gesù la Nostra Benedizione Urbi et Orbi."

Splendori patavini: torna a splendere la "Madonna Mora"

L'Annunciata durante la fase di pulizia.


Dopo gli strepitosi restauri alla Cappella dell'Arca, la Basilica Antoniana rivela ripulito e restaurato il suo angolo più mariano, annerito dalla fuligine delle candele devozionali e degli incensi di seicento anni.

La Cappella in cui si eleva il bel sacello gotico è di fondamentale importanza per la storia di Sant'Antonio e della sua Basilica e da sempre è legata alla figura della Vergine Maria. Il piccolo spazio sorgerebbe sulla piccola Chiesetta di Santa Maria Mater Domini, primo nucleo francescano nella città di Padova ancor prima della venuta del Santo di origini portoghesi. L'Oratorio, coperto di canne palustri fu il primo luogo di tumulazione di Sant'Antonio che in vita, ebbe sicuramente occasione di Celebrarvi Messa. Dopo la Canonizazione del Santo (1232) e la conseguente traslazione delle spoglie nella nuova grandiosa Basilica, l'antica e piccola Santa Maria Mater Domini, addossata ed incorporata al gran cantiere del tempio cupolato, veniva stravolta dai rimaneggiamenti. Ma veniamo alla "Madonna Mora" e al suo Tabernacolo:


L'Altare ed il Tabernacolo policromo restaurati
L’episodio più significativo e qualificante avvenuto nel tempo, all’interno della Cappella, è stato certamente la costruzione del bellissimo tabernacolo gotico entro il quale è allocata la preziosa immagine della Vergine con il Bambino: appunto, “la Madonna Mora“. Questo appellativo suggestivo, di origine popolare, risalente a tempi immemorabili non è spiegato da alcuna documentazione certa; alcuni lo fanno risalire al fatto che la statua della Madonna si presentava con una folta capigliatura bruna, altri al fatto che l’immagine offuscata dai fumi delle moltissime candele votive aveva assunto nel tempo un colore bruno. Fatto sta che nel corso della pulitura e del restauro appena concluso sono emersi in tutta la loro bellezza e freschezza i colori originali delle varie figure che compongono l’artistico insieme, avvalorando indirettamente l’ipotesi che il colorito “moro” fosse dovuto proprio ai depositi di fumi e di polveri stratificatisi nel tempo.

La Madonna col Bambino, lavoro policromo di Rinaldino di Puydarrieux
Lo splendido sacello che ospita la Madonna col Bambino è opera attribuita unanimemente a Rinaldino Di Puydarrieux (da Puy-l’Eveque) e aiuti, un magnifico esempio dell’ arte tardogotica francese del Trecento (Francia meridionale), interamente scolpito su pietra naturale e , a più riprese, finemente dipinto con inserti cromatici e preziose dorature.                                                     

Il capolavoro venne realizzato nel 1396 a cura della Confraternita di Sant’Antonio,  come si legge nel plinto delle colonne che sostengono l’elegante ciborio cuspidato, poiché a questa Confraternita era stato assegnato l’uso della Cappella per tutte le sue funzioni e per gli incontri dei confratelli. Nei pinnacoli della facciata l’Artista ha rappresentato la tradizionale Annunciazione, disponendo a sinistra l’Angelo e a destra la Vergine Annunciata. Sul vertice della ghimberga compare l’ Eterno Padre benedicente, mentre al centro del timpano è situato il tondo con il Cristo morto. I pulvini sovrapposti alle colonne ospitano Angeli con gli strumenti della Passione di Cristo, mentre nei pinnacolo posteriori troviamo raffigurati San Giovanni Battista e Santa Maria Maddalena. All’interno del tabernacolo, sulla parete di fondo posta dietro alla statua della Vergine, è collocato un pregevole affresco raffigurante il Profeta Isaia e il Re David contornati da Angeli. Il dipinto viene assegnato dai critici ad un ignoto artista seguace di Altichiero da Zevio (Stefano da Verona, secondo il Mellini). Preziosa per lavorazione la bellissima cancellata in metallo dorato che racchiude, aumentando il senso mistico dell’immagine interna, il prezioso ciborio.
Uno stupendo brano d'arte (mariana) restituito alla Basilica, proprio in tempo per la grande Solennità dell'Immacolata Concezione. Per chi desiderasse approfondire, segnaliamo il sito della Veneranda Arca del Santo (da cui abbiamo tratto notizie ed immagini), ricco di testi ed approfondimenti.

Le restauratrici al lavoro.

Aquileia e Venezia si preparano ad accogliere il Pontefice



La prossima visita di Papa Benedetto XVI ad Aquileia e Venezia, prevista sabato 7 e domenica 8 maggio 2011, è stata al centro dell'assemblea dei vescovi della Conferenza Episcopale del Triveneto riuniti oggi a Zelarino (Venezia). I vescovi hanno manifestato gioia e gratitudine per l'attenzione che il Papa ha così voluto rivolgere alle Chiese di questa regione ecclesiastica che comprende il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige. E' stato riaffermato il carattere pastorale della visita del Successore di Pietro che viene a confermare la fede delle Chiese e delle genti del Nordest e ad aiutare tutti, come ha sottolineato il Patriarca di Venezia e presidente della CET card. Angelo Scola, a ''riappassionarci dell'umano''. La proposta cristiana, infatti, raggiunge e investe l'uomo e lo cambia. La visita del Papa inizierà, nel pomeriggio del 7 maggio, ad Aquileia, da dove è giunto il primo annuncio della fede al Nordest e alle altre regioni europee limitrofe: qui Benedetto XVI incontrerà i vescovi e i delegati delle diocesi. Sarà questo il momento di avvio della fase interdiocesana del secondo Convegno Ecclesiale delle comunità del Nordest che si svolgerà proprio ad Aquileia nell'aprile 2012. La mattina di domenica 8 maggio si terrà nel Parco di San Giuliano a Mestre l'appuntamento principale: la Santa Messa, presieduta da Papa Benedetto XVI, a cui sono invitati tutti i fedeli delle 15 diocesi del Triveneto. Sarà l'espressione visibile della comunione tra le Chiese e con il Papa. Per favorire il concorso dei fedeli a questa straordinaria celebrazione nella diocesi di Venezia le Messe della domenica mattina saranno sospese; anche nelle altre diocesi del Triveneto, i vescovi invitano a ridurre il numero di celebrazioni nella stessa mattinata per permettere ai sacerdoti e ai fedeli di essere con il Papa a Mestre. Il pomeriggio dell'8 maggio sarà dedicato alla parte veneziana del viaggio del Papa che concluderà così la Visita pastorale attualmente in corso nel Patriarcato.




da Asca (via La Vigna del Signore) immagini googleimmage

Contrasti liturgici: qualche immagine da Mirano

Proponiamo qualche scatto della bella e seguitissima Messa cantata (che avevamo già annunciato), Celebrata nella moderna Parrocchiale di San Leopoldo Mandic in Mirano, dal don Konrad zu Loewenstein lo scorso sabato.















 

L'enigma liturgico: la "riforma della riforma"



E' assodato che uno dei punti più importanti del pontificato di Papa Benedetto XVI (ma anche della sua attività da cardinale) è procedere alla cosiddetta “riforma della riforma” del Messale del 1969. Dopo la sua elezione al Soglio Petrino sembrava abbastanza plausibile che il Sommo Pontefice avrebbe proceduto ad una revisione (quantomeno rubricale) dei libri liturgici riformati dopo il Concilio Vaticano II (nota 1). Finora, dopo cinque anni, non si è proceduto in questo senso; è apparso invece chiaro, nel corso del tempo, che l'opera di papa Ratzinger è volta non tanto ad una riforma dei testi, quanto ad un precisa volontà di "convertire" l'ars celebrandi: in altre parole, cambiare lo spirito con cui il celebrante si accosta alla sacra liturgia e la compie. Riscoprire il mistero, la centralità della posizione di Dio, la piccolezza dell'uomo dinanzi al suo Signore, riannodare visibilmente il culto odierno con quello che per secoli la Chiesa ha elevato all'Altissimo: ecco alcuni dei punti cardine, attuati tramite gesti concreti (il Crocifisso al centro dell'altare, la Comunione sulla lingua ed in ginocchio, la cura per la musica liturgica, la bellezza del rito, etc.). Papa Benedetto ha adottato questi comportamenti, ma non li ha imposti: è nondimeno evidente che essi non sono certo prerogativa delle liturgie papali, ma che dovrebbero diffondersi nelle celebrazioni in tutto il globo (pur se non si può dimenticare che effettivamente vi possono essere degli adattamenti – non stravolgimenti – dei riti in luoghi in cui la gestualità o la sensibilità occidentale non è condivisa o compresa).
Al di là delle posizioni liturgiche personali, chiunque abbia a cuore il destino di tante anime di fedeli cattolici, non può che gioire dinanzi ad una prospettiva di recupero della sacralità del culto e di progressivo abbandono di certe pratiche antropocentriche (se non antropolatriche) che, abusivamente, si sono nondimeno diffuse nell'orbe cristiano.
Anche chi ritenga che l'attuale forma straordinaria del rito romano sia intrinsecamente migliore di quella ordinaria può difficilmente pensare come realizzabile un'operazione di pura imposizione del rito tridentino nell'intera Chiesa Cattolica. Si può, mi pare, pensare legittimamente che questo sia un obiettivo da raggiungere, ma non si può non considerare l'impatto che un simile provvedimento avrebbe sulla Chiesa. Credo che chi immagini un atto simile come automaticamente annientatore della crisi nella Chiesa finisca col cadere in un ottimismo poco realistico (fatto salvo che, ovviamente, le vie del Signore non sono le nostre). Per questo un movimento di “tridentinizzazione” (nota 2) della Messale paolino pare possa e debba essere accolto con favore, quantomeno, se proprio si vuole, in un'ottica di transizione.
Acclarato questo, non posso che essere dispiaciuto nel constatare che, da un punto di vista normativo, in Italia un'operazione simile pare di non facile attuazione. Nel 1983, infatti, la Conferenza Episcopale Italiana emanò delle norme (nota 3) in materia liturgica che non sempre si conciliano facilmente con un'ottica di “riforma della riforma” del Messale del 1969.
Già il primo punto, che tratta di “gesti e atteggiamenti”, parla per esempio di inghinocchiarsi, durante la preghiera eucaristica, solo dall'epiclesi all'elevazione del calice: la pratica tradizionale è invece di rimanere inginocchiati per tutta la durata della stessa preghiera eucaristica, che del resto è il momento culminante della Santa Messa, in cui avviene il mirabile mistero della transustanziazione.
Nel prosieguo del documento, al punto 12, una frase lapidaria sembra porre un macigno su un punto alquanto importante della “riforma della riforma”, e cioè quello che riguarda la lingua liturgica. Si afferma infatti che “Nelle Messe celebrate con il popolo si usa la lingua italiana.” In casi particolari (fedeli con lingue diverse o per “vera motivazione”) l'Ordinario può autorizzare l'uso della lingua latina. Da un punto di vista giuridico, quindi, un sacerdote non può celebrare in latino cum populo senza l'autorizzazione del proprio Ordinario.
Ancora, al punto 14, si prescrive che l'altare debba essere unico e versus populum. In casi particolari (sostanzialmente quando vi siano problemi di rilievo artistico del vecchio altare), si concede di poter installare un altare mobile. Da questo punto di vista, l'autorevole esempio del Sommo Pontefice, che ha celebrato nella Cappella Sistina sul vecchio altare coram Deo, rinunciando a quello mobile versus populum, pare essere un elemento alquanto importante discutendo di questo punto. E' comunque chiaro che l'altare versus populum, in sé, non proibisce la celebrazione coram Deo.
Detto in altri termini, voler celebrare in latino, coram Deo, col Messale del servo di Dio Paolo VI e rispettare contemporaneamente le prescrizioni della Cei pare un'operazione che si può definire perlomeno difficoltosa. Mi sembra quindi del tutto auspicabile che, nell'ottica dell'introduzione (che avverrà presumibilmente nei prossimi anni) in Italia della traduzione in lingua vernacolare della III edizione tipica del Messale Romano, si possa procedere pure ad una rivisitazione delle suddette norme: quelle contenute nelle rubriche del Messale Romano paiono, in linea generale, già molto elastiche e quindi non pare necessitino di molti adattamenti.

(nota 1) Si veda ad esempio l'opinione di Vittorio Messori “Una sola cosa sulla quale credo di non sbagliarmi: un intervento rapido drastico sulla liturgia per ridarle stabilità e sacralità.” (Corriere della Sera, 20 aprile 2005).

(nota 2) Con “tridentinizzazione” intendo una riscoperta delle radici più profondamente tradizionali del Messale del 1969 (che pure vi sono, ad un'oggettiva analisi), non certo un'operazione puramente estetica.

(nota 3) Si possono trovare, ad esempio, qui: http://www.celebrare.it/documenti/pnmr/11_frame.htm



sopra, una Celebrazione nella Forma Ordinaria del Rito Romano al London Oratory.

immagini da Corbis, New Liturgical Movement
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