Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Bellezza e concelebrazione, il discorso di Cañizares



L'interessante discorso del Cardinal Cañizares -prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti- alla presentazione del libro di Mons. Derville La concélébration eucharistique. Du symbole à la réalité. 

(da Zenit.org) 
“Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: -Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!” (Mc 9, 2-5).
[...] Parole che, mi pare, possono servire da cornice a questa presentazione del libro di Mons. Guillaume Derville, pubblicato in francese ed in inglese da Wilson & Lafleur, La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà [Tit. orig. La concélébration eucharistique. Du symbole à la réalité. Spagnolo: La concelebración eucarística. Del símbolo a la realidad], nella sua collana Gratianus, e in spagnolo da Palabra.
Nell’evocare il racconto della trasfigurazione, vengono spontanee alla nostra mente parole come: gloria, fulgore, bellezza. Sono espressioni che si possono applicare direttamente alla liturgia. Come ricorda Benedetto XVI, la liturgia è vincolata intrinsecamente alla bellezza. Infatti, “La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale”.
L’espressione “Mistero pasquale” sintetizza il nucleo essenziale del processo della Redenzione, ed è il vertice dell’opera di Gesù. A sua volta, la liturgia ha come contenuto proprio questa “opera” di Gesù, perché in essa si attualizza l’opera della nostra Redenzione. Ne segue che la liturgia, come parte del Mistero pasquale, è “espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.
Vorrei soffermarmi precisamente sulle ultime parole del testo appena citato, perché, a mio avviso, introducono un tema delicato che è, allo stesso tempo, il punto centrale dello studio di Mons. Derville. Leggiamole di nuovo: “La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.
In altre parole, la liturgia, e al suo interno la concelebrazione, sarà bella quando è vera e autentica, quando in essa risplende la sua vera natura. In questa linea si situa il punto interrogativo posto dal Romano Pontefice davanti alle grandi concelebrazioni: “Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta. Anche un’altra domanda ho fatto fare, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c’è ancora la struttura voluta dal Signore”.
Il punto cruciale è proprio mantenere la “struttura voluta dal Signore”, perché la liturgia è un dono di Dio. Non è un qualcosa di fabbricato da noi uomini. Non è a nostra disposizione. In realtà, “con il comando «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; 1 Cor 11,25), Egli ci chiede di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente. Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così dire, l'attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito Santo la forma liturgica del Sacramento”.
Per questo motivo, “dobbiamo anche imparare a capire la struttura della Liturgia e perché è articolata così. La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa”.
Lo studio puntuale di Mons. Derville si inserisce in questa direzione. Egli ci aiuta ad ascoltare i testi del Concilio Vaticano II, i quali, con parole del Beato Giovanni Paolo II, “non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati, come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa”.
Il Concilio, effettivamente, decise di estendere la facoltà di concelebrare seguendo due principi: questa forma di celebrazione della Santa Messa manifesta correttamente l’unità del sacerdozio e, al tempo stesso, è stata praticata fino ad oggi nella Chiesa in Oriente e in Occidente. Perciò, la concelebrazione, come ha rilevato anche la Sacrosanctum Concilium, va inclusa tra i riti che dovrebbero essere ripristinati “secondo la tradizione dei Padri”.
In questo senso, diventa importante affrontare, anche se brevemente, la storia della concelebrazione. La panoramica storica che ci offre Mons. Derville, anche se, come egli ‘modestamente’ dice, è un breve riassunto, ci risulta sufficiente per rilevare alcune zone d’ombra, che mostrano l’assenza di dati definitivi sulla celebrazione eucaristica nei primi tempi della Chiesa. Allo stesso tempo, senza però cadere in un ingenuo “archeologismo”, fornisce prove sufficienti per poter affermare che la concelebrazione, secondo la genuina tradizione della Chiesa, sia orientale che occidentale, è un rito straordinario, solenne e pubblico, di solito presieduto dal vescovo o da un suo delegato, circondato dal suo presbyterium e da tutta la comunità dei fedeli. D’altra parte, la concelebrazione quotidiana in uso tra gli orientali, in cui concelebrano solo sacerdoti, e la concelebrazione per così dire “privata”, in sostituzione delle Messe celebrate singolarmente o “more privato”, non sono presenti nella tradizione liturgica latina.
Inoltre, a mio parere, l’autore riesce a dare una spiegazione soddisfacente sulle ragioni di fondo, che il Concilio menziona per l’ampliamento della concelebrazione. Una estensione della facoltà di concelebrare, che doveva essere moderata, come si evince dalla lettura dei testi conciliari. È logico che dovesse essere così, perché la concelebrazione non ha come obiettivo risolvere i problemi logistici o organizzativi, ma piuttosto presentare il mistero pasquale, manifestando così l’unità del sacerdozio che nasce dall’Eucaristia. La bellezza della concelebrazione, come abbiamo detto in un primo momento, implica la sua celebrazione nella verità. In questo modo, la sua forza significativa dipende dal vivere e dal soddisfare le esigenze che la stessa concelebrazione comporta.
Quando il numero dei concelebranti è troppo elevato un aspetto essenziale della concelebrazione resta velato. La quasi impossibilità di sincronizzare le parole e i gesti che non sono riservati al celebrante principale, l’altare e le offerte allontanati, la mancanza di paramenti per alcuni dei concelebranti, l’assenza di armonia di colori e forme, tutto ciò può oscurare la manifestazione dell’unità del sacerdozio. E, non possiamo dimenticarlo, è proprio tale manifestazione che ha giustificato l’estensione della facoltà di concelebrare.
Nel lontano 1965, il cardinale Lercaro, presidente del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia, inviò una lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, avvertendoli di un pericolo: considerare la concelebrazione come un modo per superare le difficoltà pratiche. E ricordava che poteva essere appropriato promuoverla, qualora avesse favorito la pietà dei fedeli e dei sacerdoti.
È quest’ultimo aspetto che vorrei trattare ora molto brevemente. Come Benedetto XVI ha detto: “raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli. Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione”.
Per ogni sacerdote, la celebrazione della Santa Messa è la ragione della sua esistenza. È, deve essere, un incontro molto personale con Dio e con la sua opera redentrice. Allo stesso tempo, ogni sacerdote, nella celebrazione Eucaristica, è lo stesso Cristo presente nella Chiesa come Capo del suo corpo e agisce anche a nome di tutta la Chiesa “allorché presenta a Dio la preghiera della Chiesa e soprattutto quando offre il sacrificio eucaristico”. Dinnanzi alla meraviglia del dono eucaristico, che trasforma e configura a Cristo, ci può essere solo un atteggiamento di stupore, gratitudine e obbedienza.
L'autore ci aiuta a cogliere con maggiore profondità e chiarezza questa ammirevole realtà. E contemporaneamente, con questo libro ci ricorda e ci invita a considerare che oltre alla concelebrazione, vi è la possibilità della celebrazione individuale o la partecipazione all'Eucaristia come sacerdote, anche senza concelebrare. Si tratta, in ogni caso, di entrare nella liturgia, di cercare l’opzione che consente più facilmente il dialogo con il Signore, rispettando la struttura stessa della liturgia. Si trovano qui le limiti di un “diritto o no di concelebrare”, nel rispetto dei fedeli a partecipare in una liturgia dove l’ars celebrandi rende possibile la loro attuosa participatio. Tocchiamo dunque punti che hanno che vedere con quello che è giusto o meno; l’autore, infatti, non manca di riferirsi anche al Codice di Diritto Canonico.
Non mi resta altro che ringraziare Mons. Derville e anche le case editrice Palabra e Wilson & Lafleur per il libro che oggi ho il piacere di presentare. Credo che la sua lettura dia un esempio della giusta ermeneutica del Concilio Vaticano II. “Si tratta, dice il Papa, in concreto di leggere i cambiamenti voluti dal Concilio all'interno dell'unità che caratterizza lo sviluppo storico del rito stesso, senza introdurre artificiose rotture”. Ed è un aiuto e uno stimolo per il compito che il Santo Padre ha ricordato recentemente alla Congregazione che presiedo: “si dedichi principalmente a dare nuovo impulso alla promozione della Sacra Liturgia nella Chiesa, secondo il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II a partire dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium”. Sono pure sicuro che questo libro contribuirà a far sì che l’Anno della Fede sia “un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia”.

Moraglia Patriarca: l'incontro con i Vescovi del Triveneto



Un genovese sui Colli Euganei. Il Patriarca eletto di Venezia, ieri (venerdì 9 marzo) ha incontrato i Vescovi del Triveneto a "Villa Immacolata" -la casa di spiritualità della diocesi patavina- in occasione della chiusura degli esercizi spirituali presieduti dall'Arcivescovo emerito di Lanciano, mons. Ghinelli. Filo conduttore dell'incontro, il programma di Aquileia 2012, il convegno ecclesiale del triveneto che si terrà il prossimo aprile. Di seguito, qualche immagine dell'incontro rubata all'album flickr del Patriarcato.







Moraglia Patriarca: lo stemma veneziano



In anteprima, il nuovo stemma del Patriarca eletto di Venezia, mons. Francesco Moraglia. Il precedente stemma "parlante" -con appunto, la muraglia- è stato aggiornato, con l'evidente inserimento del leone marciano: la tradizione lo vuole in campo rosso per i patriarchi di origine veneziana, in campo bianco per i foresti. L'ancora e il mare ondato d'argento, sembrano ricollegarsi allo stemma di San Pio X, già Patriarca di Venezia. Il galero verde è quello dei primati e dei patriarchi, con 30 nappe.





il precedente stemma di Mons. Moraglia


per lo stemma del Patriarca, si ringrazia M. P.

Quell'altare, quel rompicapo



di don Alfredo M. Morselli (da messainlatino.it) 

Recentemente il Card. Kurt Koch, nel corso di una conferenza svolta presso la facoltà teologica dell’università di Friburgo, ha ribadito che «l’attuale odierna pratica liturgica non sempre trova il suo reale fondamento nel Concilio: per esempio, la celebrazione verso il popolo non è mai stata prescritta dal Concilio».

Il Card. Joseph Ratzinger aveva scritto, in proposito, nel 2003: 
Per coloro che abitualmente frequentano la chiesa i due effetti più evidenti della riforma liturgica del Concilio Vaticano Secondo sembrano essere la scomparsa del latino e l'altare orientato verso il popolo. Chi ha letto i testi al riguardo si renderà conto con stupore che, in realtà, i decreti del Concilio non prevedono nulla di tutto questo. 
Non vi è nulla nel testo conciliare sull'orientamento dell'altare verso il popolo; quel punto è stato sollevato solo nelle istruzioni postconciliari. La direttiva più importante si ritrova al paragrafo 262 della Institutio Generalis Missalis Romani, l'Introduzione Generale al nuovo Messale Romano pubblicata nel 1969, e afferma: «L'altare maggiore sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo (versus populum)».

Le Istruzioni Generali per il Messale, pubblicate nel 2002, mantenevano senza modifiche questa formulazione, tranne per l'aggiunta della clausola subordinata «la qual cosa è desiderabile ovunque sia possibile». In molti ambienti questo venne interpretato come un irrigidimento del testo del 1969, a indicare come fosse un obbligo generale erigere altari di fronte al popolo “ovunque sia possibile”. Tale interpretazione venne tuttavia respinta il 25 settembre 2000 dalla Congregazione per il Culto Divino, che dichiarò come la parola "expedit” (“è desiderabile”) non comportasse un obbligo, ma fosse un semplice suggerimento. La Congregazione afferma che si deve distinguere l'orientamento fisico dall'orientamento spirituale. Anche se un sacerdote celebra versus populum, deve sempre essere orientato versus Deum per Iesum Christum (verso Dio attraverso Gesù Cristo). Riti, simboli e parole non possono mai esaurire l'intima realtà del mistero della salvezza, ed è per questo motivo che la ammonisce contro le posizioni unilaterali e rigide in questo dibattito.

Si tratta di un chiarimento importante. Mette in luce quanto vi è di relativo nelle forme simboliche esterne della liturgia, e resiste al fanatismo che, purtroppo, non è stato estraneo alle controversie degli ultimi quarant'anni.

L’idea generalizzata secondo la quale c’è «un obbligo generale erigere altari di fronte al popolo “ovunque sia possibile”» ha fatto si che in quasi tutte le antiche chiese e cattedrali venisse costruito un nuovo altare maggiore senza rimuovere l’antico.

Ci chiediamo se ciò in realtà è coerente con la nuova normativa post-conciliare, o non sia piuttosto una forzatura, dovuta alle errate convinzioni che un nuovo altare rivolto al popolo sia obbligatorio e che questo non sia altro che l’indicazione del Concilio. 
I – La prassi in contrasto con la normativa. 
Vediamo cosa prescrive esattamente la normativa vigente:

Nelle chiese già costruite, quando il vecchio altare è collocato in modo da rendere difficile la partecipazione del popolo e non può essere rimosso senza danneggiare il valore artistico, si costruisca un altro altare fisso, realizzato con arte e debitamente dedicato. Soltanto sopra questo altare si compiano le sacre celebrazioni. Il vecchio altare non venga ornato con particolare cura per non sottrarre l'attenzione dei fedeli dal nuovo altare.

La prassi abituale è in contrasto con la normativa perché questa prevede la possibilità di un secondo altare fisso soltanto in un caso particolare, ben definito (quando la partecipazione del popolo è resa difficile), mentre in pratica un nuovo altare è stato collocato in quasi tutte le chiese antiche.

La gravità di questa generalizzazione sta tutta nel suo presupposto implicito: con la celebrazione verso l’abside la partecipazione attiva sarebbe sempre resa difficile.

E qui notiamo un duplice errore: in primo luogo si dimentica che partecipazione attiva nella liturgia è la partecipazione al Sacrificio di Cristo.

Scriveva il Card. Joseph Ratzinger nel 1999: 
Il concilio Vaticano II ci ha proposto come pensiero guida della celebrazione liturgica l'espressione participatio actuosa, partecipazione attiva di tutti all’Opus Dei, al culto divino. […] In che cosa consiste, però, questa partecipazione attiva? Che cosa bisogna fare? Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più spesso possibile. La parola «partecipazione» rinvia, però, a un'azione principale, a cui tutti devono avere parte. Se, dunque, si vuole scoprire di quale agire si tratta, si deve prima di tutto accertare quale sia questa «actio» centrale, a cui devono avere parte tutti i membri della comunità. 

E qual è l’azione della liturgia?

La vera azione della liturgia, a cui noi tutti dobbiamo avere parte, è azione di Dio stesso.

Il Card. Joseph Ratzinger non ha certo detto, nelle sue pur profonde considerazioni, delle novità assolute. Questi stessi concetti erano già stati espressi da Pio XII, nel discorso Vous Nous avez demandé 
La liturgia della Messa ha come scopo di esprimere sensibilmente la grandezza del mistero che vi si compie, e gli sforzi attuali tendono a farvi partecipare i fedeli nel modo più attivo ed intelligente possibile. Benché questo intento sia giustificato, v'è pericolo di provocare una diminuzione della riverenza, se vien distolta l'attenzione dall'azione principale, per rivolgerla alla magnificenza di altre cerimonie. 

Qual è quest'azione principale del sacrificio eucaristico? Noi ne abbiamo parlato espressamente nell'Allocuzione del 2 novembre 1954. Noi riferivamo in primo luogo l'insegnamento del Concilio di Trento: 

In divino hoc sacrificio, quod in Missa peragitur, idem ille Christus continetur et incruente immolatur, qui in ara crucis semel se ipsum cruente obtulit... Una enim eademque est hostia, idem nunc offerens sacerdotum ministerio, qui se ipsum tunc in cruce obtulit, sola offerendi ratione diversa (Conc. Trid., Sess. XXII, cap. 2)». 

Commentiamo ora questo brano: 

Giusti tutti gli sforzi che tendono a fare partecipare i fedeli nel modo più attivo ed intelligente... Ma… attenzione! – dice il Papa – , non si perda ciò che è principale, cioè la partecipazione all’Azione di Cristo!

Da un lato rimpiangiamo un po’ i pericoli di 50 anni fa: essere distolti dal cuore dell’azione liturgica dalla magnificenza delle cerimonie; oggi i pericoli sono i tanti ben peggiori abusi, accomunati da un comune denominatore: l’azione dell’assemblea viene a prevalere sull'azione di Cristo, sulla sua Immolazione Sacramentale, sul suo offrirsi: è a questa offerta che dobbiamo più che attivamente partecipare.

L’azione esterna, il fare, l’agire, non sono un valore assoluto, ma lo sono in tanto quanto ci permettono di unirci al Santo Sacrificio, tanto quanto ci permettono di essere quella gocciolina di acqua che il Sacerdote mette nel vino: questo gesto esprime come tutta la nostra vita viene sussunta nello stesso Sacrifico di Cristo, quel Sacrificio che realmente si riatualizza sull’Altare.
Se dunque la partecipazione liturgica è soprattutto l’unione al Sacrifico di Cristo, come è possibile che l’altare rivolto all’abside la renda difficoltosa? E come è possibile che per tanti secoli la Chiesa abbia creato difficoltà ai suoi figli in ciò che ha di più sacro? Eppure questo è il presupposto oggettivo della prassi generalizzata.
Vediamo ora il II errore: concediamo all'espressione partecipazione un significato meno tecnico, volendo indicare con essa semplicemente l’attenzione esteriore al rito, la partecipazione ai canti, il coinvolgimento nella gestualità: anche in questo caso, presupporre che, con l’altare rivolto verso l’abside, venga universalmente resa difficile la partecipazione del popolo (condizione necessaria – ricordiamo – per poter collocare un secondo altare fisso) è sempre una forzatura.
Scriveva a questo riguardo il Card. Giacomo Lercaro, in un documento ufficiale del Consilium ad exequendam Consitutionem de Sacra Liturgia: 
In primo luogo, per una liturgia viva e partecipata non è necessario che l’altare sia rivolto al popolo. Tutta la liturgia della parola, nella messa, si celebra alle sedi o all’ambone, e dunque di fronte al popolo; per la liturgia eucaristica, le installazioni di microfoni, ormai comuni, aiutano sufficientemente alla partecipazione. Inoltre bisogna tener conto della situazione architettonica e artistica la quale, in molti casi, è del resto protetta da severe leggi civili.

II – Altre forzature e incongruenze 
Un secondo altare a tutti i costi rivolto al popolo, assunto nella prassi come principio della liturgia conciliare, mal si concilia con altri aspetti del rinnovamento liturgico e con altre norme. Almeno in due casi troviamo di fronte a delle vere e proprie acrobazie giuridiche. 
1° principio disatteso: l’altare deve essere unico 
Le norme in questo senso parlano chiaro; ecco un paio di esempi:

L'unico altare, presso il quale si riunisce come in un sol corpo l'assemblea dei fedeli, è segno dell'unico nostro Salvatore Gesù Cristo e dell'unica Eucarestia della Chiesa.

Nelle nuove chiese si costruisca un solo altare che significhi alla comunità dei fedeli l'unico Cristo e l'unica Eucaristia della Chiesa.

Il noto liturgista, P. Matias Augé, per ribadire quanto – secondo lui – siano inopportuni gli altari laterali in una chiesa, evoca tutto il pathos di Sant’Ignazio d’Antiochia: 

Accorrete tutti come all’unico tempio di Dio, intorno all’unico altare che è l’unico Gesù Cristo che procedendo dall’unico Padre è ritornato a lui unito (Ai Magnesii VII,1). 

Ma se l’unicità dell’altare impedisce che si possa celebrare rivolti al popolo, allora ecco che un secondo altare diventa lecito. Che fare in questi casi: toglier le tovaglie e non adornare l’altare maggiore precedente. Una sorta di sbattezzo dell’altare.

Nel caso in cui l'altare preesistente venisse conservato, si eviti di coprire la sua mensa con la tovaglia e lo si adorni molto sobriamente, in modo da lasciare nella dovuta evidenza la mensa dell'unico altare per la celebrazione

Ma, chiediamoci, è forse la tovaglia che rende un altare tale? Capolavori d’arte, adornati per secoli con tanta cura, con ricami, con fiori, con ceri, con tovaglie, ora lasciati nudi come non sono mai stati pensati da chi li ha fatti… e tutto perché l’altare deve essere unico, anche quando sono due. 
2° principio disatteso: l’altare deve essere fisso 
Conviene che in ogni chiesa ci sia l'altare fisso, che significa più chiaramente e permanentemente Gesù Cristo, pietra viva (Cf. 1Pt 2,4; Ef 2,20); negli altri luoghi, destinati alle celebrazioni sacre, l'altare può essere mobile.

L'altare si dice fisso se è costruito in modo da aderire al pavimento e non poter quindi venir rimosso; si dice invece mobile se lo si può trasportare.

E quando non si può celebrare rivolti al popolo, allora anche questo principio è derogato: si faccia l’altare mobile, che però deve essere definitivo.

L’altare fisso della celebrazione sia unico e rivolto al popolo. Nel caso di difficili soluzioni artistiche per l’adattamento di particolari chiese e presbitèri, si studi, sempre d’intesa con le competenti Commissioni diocesane, l’opportunità di un altare «mobile» appositamente progettato e definitivo.

Qualora non sia possibile erigere un nuovo altare fisso, si studi comunque la realizzazione di un altare definitivo, anche se non fisso (cioè amovibile).

Cosa vuol dire altare definitivo e mobile: che sia trasportabile ma che si sempre quello? Oppure che non sia murato definitivamente? Oppure che sia trasportabile, ma lasciato sempre al suo posto?

Questa indicazione sa tanto di acrobazia, per collocare in ogni caso un altare rivolto al popolo, anche quando c’è già un altare maggiore e quando la Sovrintendenza ai beni artistici non permette la costruzione di un nuovo altare fisso. 
Conclusioni. 
In base a quanto detto, l’idea dell’altare a tutti i costi rivolto al popolo, ritenuta generalmente – a torto – un principio conciliare per eccellenza, ha fatto sì che molte antiche chiese venissero adeguate indebitamente con un secondo altare fisso. Stando alla lettera della normativa, si tratta di un abuso: abuso pericoloso perché fa intendere che il modo di celebrare per tanti secoli abbia reso difficile la partecipazione del popolo alla liturgia.

Se il Concilio non ha mai parlato di celebrazione verso il popolo, l’idea che l’altare a tutti i costi debba essere ad esso rivolto, e il conseguente riadattamento forzoso degli antichi edifici di culto, non sarà forse uno dei tristi effetti di ciò che Mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ha chiamato ideologia para-conciliare?

Se il Santo Padre parla di due interpretazioni o chiavi di lettura divergenti, una della discontinuità o rottura con la Tradizione cattolica, e una del rinnovamento nella continuità, ciò significa che la questione cruciale o il punto veramente determinante all'origine del travaglio, del disorientamento e della confusione che hanno caratterizzato e ancora caratterizzano in parte i nostri tempi non è il Concilio Vaticano II come tale, non è l’insegnamento oggettivo contenuto nei suoi Documenti, ma è l’interpretazione di tale insegnamento. […]

Sta ciò che possiamo chiamare l’ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare, che si è impadronita del Concilio fin dal principio, sovrapponendosi a esso. Con questa espressione, non si intende qualcosa che riguarda i testi del Concilio, né tanto meno l’intenzione dei soggetti, ma il quadro di interpretazione globale in cui il Concilio fu collocato e che agì come una specie di condizionamento interiore nella lettura successiva dei fatti e dei documenti. Il Concilio non è affatto l’ideologia paraconciliare, ma nella storia della vicenda ecclesiale e dei mezzi di comunicazione di massa ha operato in larga parte la mistificazione del Concilio, cioè appunto l’ideologia paraconciliare.

Alla chiesa docente la risposta; a chi scrive, membro della chiesa discente, la possibilità di porre rispettosamente la domanda.

Moraglia Patriarca: come un semplice Vescovo



de Vatican Insider 
“Mi piacerebbe essere sempre percepito come Vescovo, primo servitore della Chiesa cui sono mandato. E' iniziato un nuovo tratto di strada nella mia vita. Un capitolo nuovo che sento di dover scrivere da veneziano con i veneziani, guardando insieme a loro sempre e solo il Signore Gesù, il risorto, il vivente": inizia così l'intervista esclusiva rilasciata da mons.Francesco Moraglia, Patriarca eletto di Venezia, al settimanale diocesano Gente Veneta che la pubblica sul numero oggi in uscita.

Sulla sua nuova città e Chiesa mons. Moraglia afferma tra l'altro: "Sono stato a Venezia poche volte e per poco tempo, anche se la parlata veneziana da sempre mi affascina, per me è una specie di musica. In questo periodo ho scelto di non farmi idee sulla diocesi. Penso di formarmele, con l'aiuto del Signore, di volta in volta, incontrando le persone e in contatto con le situazioni concrete".
E aggiunge che "per il Vescovo non è possibile operare riduzioni e identificare Venezia con una sola delle sue dimensioni: questa città, veramente unica, non può in alcun modo, prescindere dalla policromia dei suoi colori e dalla polifonia dei suoi suoni, non può prescindere dalla sua prismaticità". "E' mio desiderio - osserva - esser vicino al mondo del lavoro… Il lavoro appartiene all'uomo, alle famiglie e alla comunità civile. Non dovrebbe mai essere motivo di scontro, suscitando, invece, corresponsabilità in vista di una convivenza realmente civile, nella quale il cittadino partecipa dando il meglio di sé".
Ai preti veneziani, parte dei quali ha incontrato ieri nel corso di una visita privata che si è concluso oggi, mons. Moraglia dice di considerarli "i primi e più preziosi collaboratori e spero che presto avvertano il Patriarca come una presenza amica, fraterna, che li conosce e che essi, a loro volta, conoscono. Vorrei che sentissero come fin d'ora li amo nel cuore di Cristo".
Il Patriarca eletto si rivolge, infine, ai giovani: "Non voglio illuderli con vuote parole o proponendo loro sollecitazioni emotive. Desidero dire loro, con forza e grande libertà, che in una cultura e in una società dove tutto pare declinarsi in termini di precariato e precarietà, bisogna ritrovare la forte idealità del Vangelo che coincide con la persona di Gesù Cristo che, nella concretezza e realtà della sua vicenda personale, profondamente umana, dà senso e valore a tutte le dimensioni della nostra umanità".

Super flumina Babylonis: la prova, la speranza




L'esilio degli ebrei, la Quaresima. Come un popolo oppresso che spera di rivedere la terra da cui è stato strappato, il cristiano afflitto dal peccato anela alla salvezza, la Pasqua. Lungo i fiumi di Babilonia ricordando Sion, il grido dell'afflitto traboccante di speranza. Deposti sono gli strumenti musicali: è tempo della prova, del silenzio. 



Super flumina Babylonis illic sedimus et flevimus, cum 
recordaremur Sion.

In salicibus in medio ejus suspendimus organa nostra







Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion.  
Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre 




Quaresima 2012

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