Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Il Crisma e la disobbedienza di alcuni preti



di Andrea Tornielli (per Vatican Insider)
Nell’omelia che ha tenuto stamane in San Pietro, durante le messa crismale, Benedetto XVI ha citato esplicitamente l’appello dei preti dissenzienti austriaci, nel quale si chiedono riforme e si apre alla possibilità del sacerdozio femminile. Parlando della «conformazione a Cristo» del prete, e delle difficoltà a realizzarla «nella situazione spesso drammatica della Chiesa di oggi», il Papa ha detto: «Di recente, un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi questa disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del magistero – ad esempio nella questione circa l’ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore».



«La disobbedienza è una via per rinnovare la Chiesa?», si è chiesto Ratzinger. «Vogliamo credere agli autori di tale appello – ha aggiunto – quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove – per riportare la Chiesa all’altezza dell’oggi. Ma la disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di un vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?»
Il riferimento del Pontefice è alla cosiddetta «Pfarrer-Initiative», un «appello alla disobbedienza» nel quale vengono richieste urgenti riforme nella Chiesa, sottoscritto da 329 parroci austriaci. I firmatari hanno coinvolto altri gruppi di base (come ad esempio «Noi siamo Chiesa»), che da anni avanzano richieste simili alla Santa Sede, e cioè l’abolizione dell’obbligo del celibato per i preti della Chiesa latina, la comunione ai divorziati risposati e il sacerdozio femminile. I dissenzienti hanno minacciato di voler procedere con le «messe» celebrate dai laici, nel caso non vengano accolte le loro richieste di ordinare preti uomini sposati e donne.

Benedetto XVI, dopo aver citato l’appello, ha continuato osservando che in effetti Gesù «ha corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio», per risvegliare «l’obbedienza alla vera volontà di Dio», contro l’arbitrio dell’uomo. E ha smentito che il richiamo all’obbedienza rappresenti una difesa dell’immobilismo, dell’irrigidimento e della tradizione. «No», ha spiegato il Papa, «chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare, può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa». «Resta chiaro – ha aggiunto – che la conformazione a Cristo è il presupposto e la base di ogni rinnovamento».
Ratzinger ha quindi detto che se la figura di Gesù può apparire «a volte troppo elevata e troppo grande», ci sono state date «“traduzioni” in ordini di grandezza più accessibili e più vicini a noi». E ha citato la «grande schiera di sacerdoti santi», da «Policarpo di Smirne e Ignazio d’Antiochia attraverso i grandi pastori quali Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, fino a Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni Maria Vianney, fino ai preti martiri del Novecento e, infine, fino a Papa Giovanni Paolo II che, nell’azione e nella sofferenza ci è stato di esempio nella conformazione a Cristo».
Sono i santi, ha affermato Benedetto XVI, a indicarci «come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio», spiegando che «Dio non guarda ai grandi numeri e ai successi esteriori, ma riporta le sue vittorie nell’umile segno del granello di senape». Il Papa ha quindi ricordato che nel recente concistoro diversi cardinali «hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente.
Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere e amare la nostra fede – ha aggiunto – per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto». Un contenuto che si trova innanzitutto nella Sacra Scrittura. Ma per trasmetterlo in modo che «tocchi veramente il nostro cuore», c’è bisogno dell’aiuto della parola «della Chiesa docente». A questo proposito il Papa ha citato i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa cattolica, definendoli «strumenti essenziali», come pure i documenti di Giovanni Paolo II, «tesoro che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo».
Infine, Benedetto XVI ha ricordato, portando l’esempio del Curato d’Ars, l’importanza per i preti dello «zelo per le anime»: espressione «fuori moda» e in alcuni ambienti «considerata addirittura una parola proibita, perché – si dice – esprimerebbe un dualismo tra corpo e anima, dividendo a torto l’uomo». Il Papa ha detto che «naturalmente, come sacerdoti ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto», tuttavia «non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore». E «le persone non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso».


Pievi della Marca




Quinto di Treviso, Pieve di San Cassiano.



In Dominica Palmarum: ordinaria o straordinaria?



Ecco qualche immagine della Domenica delle Palme al Brompton Oratory a Londra, che prontamente pigliamo da New Liturgical Movement. Altare coram Deo e stile "d'altri tempi"... secondo voi, con quale delle due forme del Rito Romano si è celebrata la solennità? 








In Dominica Palmarum: da Padova a Venezia





Padova e Venezia, liturgia e pastorale nella Solennità della Palme dalle immagini de Il Mattino e de La Nuova. A Padova, in una colma piazza delle Erbe, il tradizionale incontro tra il Vescovo e i giovani dell'Azione Cattolica guidati dallo slogan dell'anno "1,2,3...vetta!", a Venezia la partecipatissima processione e la celebrazione eucaristica solenne presieduta dal neo-patriarca Francesco nella Basilica di San Marco.




Moraglia Patriarca: la meditazione all'incontro col clero





Parole di forte impatto quelle pronunciate quest'oggi in Basilica di San Marco da parte del Patriarca Moraglia in occasione dell'incontro col clero del patriarcato. Assolutamente da non perdere.


Il presbitero o ministro ordinato, al di là del particolare ufficio che svolge nella Chiesa, esprime il suo essere specifico - ossia, il suo essere immagina di Cristo-capo a servizio della Chiesa - attraverso la carità pastorale. Sì, la carità pastorale sulla quale con voi desidero riflettere in questo nostro incontro che, per la prima volta, ci vede insieme in un momento di preghiera. Che cos'è la carità pastorale? Qual è il significato della carità pastorale? In che cosa si caratterizza rispetto al vincolo della comune carità che, ovviamente, il presbitero condivide con gli altri membri del popolo di Dio? La carità pastorale è una forma specifica d’amore, se preferite un modo particolare d’amare proprio del sacerdote ordinato. Si tratta di un dono di sé che inerisce, vale a dire si radica, nella realtà sacramentale in cui il presbitero viene costituito nel momento dell’ordinazione; la carità pastorale deve intendersi in tale modo; e il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, proprio circa la carità pastorale, si serve di queste parole: «costituisce il principio interiore e dinamico capace di unificare le molteplici e diverse attività pastorali del presbitero e, dato il contesto socio-culturale e religioso nel quale vive, è strumento indispensabile per portare gli uomini alla vita della Grazia» (n. 43). 
Quindi ogni gesto, ogni parola del presbitero devono essere segnati da questa carità pastorale, in modo tale che egli giunga al dono totale di sé , andando oltre la dedizione di quanti anche con grande generosità s’impegnano nella loro attività lavorativa o professione. La carità pastorale non è qualcosa che s’improvvisa nella vita del presbitero o una conquista che si raggiunge una volta per sempre; piuttosto è qualcosa che inerendo allo stato sacerdotale non è destinata a venir meno anche quando, per motivi di salute o età, si viene sgravati - per il bene proprio e della comunità a cui fino ad allora si è servito - da determinati, concreti incarichi pastorali (cfr. n. 43); muterà, piuttosto, il modo d’esercitarla. 
Il pensiero riguardante la carità pastorale si chiarisce se si legge quanto il Direttorio afferma a proposito del funzionalismo che corrisponde e bene esprime una logica propria della nostra società, del nostro tempo, della nostra cultura. Quindi il presbitero, che ovviamente è uomo immerso nella società, nella cultura del suo tempo, è facilmente esposto a pensare il proprio sacerdozio e vivere il ministero e la vita in maniera funzionale. Una vita intesa secondo i parametri dell’efficientismo del mondo, un’esistenza sotto il segno del “mordi e fuggi”, perché intanto quello che vale oggi domani sarà già superato; ciò che conta, infatti, è l’apparire e l’essere visti. Così, mentre si esercita una professione, ossia si fa il medico, il magistrato, l’operaio o l’impiegato, diversamente preti lo si è e lo si è per sempre; quindi non è corretto domandarsi: che cosa fa il prete? Ma, piuttosto: chi è il prete? Quindi non che cosa fa? Ma: chi è il prete? La prospettiva cambia in modo radicale. Anche una domanda può esser posta in modo più o meno pertinente e da essa dipende una risposta; certo è lecito domandarsi anche: che cosa fa il prete? Ma sempre alla luce dell’altra domanda fondante, che deve rimanere sullo sfondo: chi è il prete? 
Proprio secondo questa elementare ma chiarificatrice domanda - non cosa fa il prete? Ma chi è il prete? - leggiamo il n. 44 del Direttorio a proposito del funzionalismo: «La carità pastorale corre, oggi soprattutto, il pericolo d’essere svuotata del suo significato dal cosiddetto funzionalismo. Non è raro, infatti, percepire, anche in alcuni sacerdoti, l’influsso di una mentalità che tende erroneamente a ridurre il sacerdozio ministeriale ai soli aspetti funzionali. ‘Fare’ il prete, svolgere singoli servizi e garantire alcune prestazioni d’opera sarebbe il tutto dell’esistenza sacerdotale. Tale concezione riduttiva dell’identità e del ministero sacerdotale, rischia di spingere la vita di questi verso un vuoto, che viene spesso riempito da forme di vita non consone al proprio ministero. Il sacerdote che sa d’essere ministro di Cristo e della sua Sposa troverà nella preghiera, nello studio e nella lettura spirituale la forza necessaria per vincere anche questo pericolo» (n. 44). 
Così la carità pastorale è intesa come “amore”, ossia dono di sé, ma sempre a partire dal sacramento dell’ordine e, conseguentemente, dalla realtà concreta del ministero che, appunto, attraverso l’ordinazione presbiterale, si connette intrinsecamente e indelebilmente alla realtà sacramentale. Insomma il modo d’amare, di servire, di pazientare, di perdonare, non potrà mai prescindere dall’essere presbiteri, ossia chiamati a servire i fratelli, rendendo loro presente attraverso parole e gesti di Cristo e della Chiesa, il Signore Gesù. Un padre, una madre amano il figlio in forza della loro paternità e maternità, in quanto appunto sono padre e madre e perché quel bambino è loro figlio; essi lo amano non perché egli si merita il loro amore e se anche il figlio si meritasse il loro amore, il padre e la madre lo amerebbero prima e a prescindere da questo suo merito e dalle sue doti. Io lo amo - sarebbe la risposta di quel papà e di quella mamma -, perché sono suo padre, perché sono sua madre; lo amo perché è mio figlio; anzi più un figlio è fragile e in difficoltà più i genitori, proprio per questa fragilità o per le sue difficoltà, lo 
amano di più. 
Risaliamo all'inizio del ministero ordinato, ossia a quando Gesù trasmette il suo servizio/potere di Risorto alla Chiesa; il Vangelo di Giovanni narra la conferma del conferimento del primato - la pienezza del servizio/potere sacerdotale - a Pietro sulle rive del lago di Tiberiade (Gv 21, 15-23). Conosciamo il testo giovanneo; per ben tre volte Gesù si rivolge a Pietro e condiziona il conferimento del servizio/potere di pascere le pecore alla risposta di Pietro che per tre volte risponde alla domanda di Gesù: sì, Signore ti amo; solo la terza volta Gesù lo costituisce suo vicario nel compito di pascere il gregge che è la Chiesa. Così, alla fine, è proprio l’amore che dice la genuina appartenenza del sacerdote ordinato al ministero del Signore, il buon pastore, cioè alla persona di Gesù capo, al quale serviamo “rendendolo presente” - questo è lo specifico sacerdotale -; così, alla fine, è ancora l’amore a dire la nostra evangelica appartenenza alle persone alle quali siamo stati mandati. 
Il vangelo di Giovanni (cfr. Gv 10, 1-18) delinea le caratteristiche del buon pastore e quelle del mercenario. Le pecore ascoltano la voce del buon Pastore che le guida una a una e le conduce; il buon pastore, poi, offre la vita per le sue pecore. Invece il mercenario, cui le pecore non appartengono, vede venire il lupo e scappa. La carità pastorale è quindi un amore che si lega strettamente e si esprime a partire dal sacerdozio ordinato e si vive nel proprio ministero quotidiano e conduce non dove vogliamo noi ma dove siamo mandati. 
Un amore che mette in campo una volontà di dono totale, una dedizione e una capacità di sacrificio che, di volta in volta, si esprimono a partire dal nostro essere sacerdotale. Il presbitero, al momento dell’ordinazione sacerdotale, s’impegna liberamente a questo tipo di amore, non a qualcosa di meno, non a qualcosa di diverso. Ricordiamo: il nostro modo d’amare, da quando siamo diventati preti non può prescindere, non può non modellarsi o misurarsi sulla carità pastorale.
Verifichiamo tale caratteristica fondante del nostro sacerdozio; facciamolo sotto la guida di un confratello che sia guida saggia, uomo veramente spirituale; infatti anche i preti e i vescovi hanno bisogno della direzione spirituale. Quello che è un impegno assunto liberamente dinanzi a noi stessi, a Dio, alla Chiesa è, innanzitutto, conseguenza strettamente connessa al sacramento dell’ordine. Cerco di spiegarmi, e lo faccio citando la Pastores dabo vobis, laddove Giovanni Paolo II annota: «In quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote si pone non soltanto nella chiesa ma anche di fronte alla chiesa. Il sacerdozio, unitamente alla parola di Dio e ai segni sacramentali di cui è al servizio, appartiene agli elementi costitutivi della chiesa. Il ministero del presbitero è totalmente a favore della Chiesa; è per la promozione dell’esercizio del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio; è ordinato non solo alla chiesa particolare, ma anche alla chiesa universale (Presbyterorum Ordinis, 10), in comunione con il vescovo, con Pietro e sotto Pietro. Mediante il sacerdozio del Vescovo, il sacerdozio di secondo ordine è incorporato nella struttura apostolica della chiesa. Così il presbitero come gli apostoli funge da ambasciatore per Cristo (cfr. 2Cor 5, 20). In questo si fonda l’indole missionaria di ogni sacerdote» (n. 16). 
Per vivere le promesse dell’ordinazione si richiede, allora, una precisa disposizione del cuore insieme a una testimonianza chiaramente percepibile e ben visibile; infatti, il prete, come ogni uomo, è fatto d’interiorità e di esteriorità. L’amore pastorale chiede di occuparci dell’altro, degli altri, della comunità a prescindere dai motivi umani e a farcene carico con amore. Ciò avviene anche attraverso azioni esteriori che, talvolta, però, potrebbero finire per esercitarsi non più per quell’affetto intimo del cuore che chiamiamo il desiderio delle salvezza della anime, ma per altri motivi che possono essere - di volta in volta - per alcuni abitudine, per altri esteriorità giuridica, timore d’essere criticati o rimproverati, desiderio di essere considerati dagli altri, voglia di primeggiare, o per interesse personale o perché, per determinate questioni, si può avere una propensione personale (ci piace farle). 
Dobbiamo chiederci, allora, quale è il motivo ultimo, il motivo vero del nostro operare pastorale. Talvolta si deve constatare che non soltanto viene meno il motivo interiore, ma anche l’esercizio esteriore del nostro operare. Ad esempio quando noi - ordinati sacerdoti per il servizio pastorale, a servizio della Chiesa - a un certo punto “pretendiamo” per un incarico particolare o ci dichiariamo inabili, incapaci, stanchi o non adatti ad un determinato servizio. Ci dichiariamo inabili, incapaci, stanchi, non adatti perché quel servizio impone un impegno faticoso e una logorante dedizione nella predicazione, nell'ascoltare le confessioni, nella pastorale giovanile; in più infine ci viene richiesto attenzione e responsabilità. Così, poco alla volta, se non vigiliamo su di noi, finiamo per autocostruire - prima nel pensiero e poi con atti apparentemente innocenti - il programma della nostra vita sacerdotale, dove se non ci si lascia portare, c’è molto di nostro, del nostro gusto personale e sempre meno di quello spirito di servizio, di dedizione, d’amore, di offerta di noi stessi da cui il nostro sacerdozio era partito e di cui forse si è svuotato. Questo, concretamente, è il modo in cui ci distogliamo dapprima e poi ci sottraiamo alla carità pastorale abbandonando il nostro posto. Ciò può avvenire anche rimanendo formalmente all’interno del servizio che ci è stato richiesto, del compito che ci è stato assegnato. In genere lo si interpreta - si dice - in modo più originale, poi si finisce per adattarlo al proprio tranquillo compiacimento e non siamo più disposti ad adattarci alle esigenze dell’ufficio ma è l’ufficio che deve adattarsi a noi; e si finisce per autoconvincerci che è bene così! 
Mi servo di un esempio che appartiene alla terminologia evangelica con cui Gesù 
parla del ministero ordinato ai primi chiamati: amiamo più le nostre reti e le nostre barche 
che non il pescare, la fatica e l’impegno della pesca (cfr Lc 5, 9). Fuori di metafora, si rischia 
d’amare più le opere, i titoli accademici, le nostre pubblicazioni, le strutture che abbiamo 
costituito e ci circondano e servono alla nostra attività pastorale che non il fine per cui 
quelle cose sono state costituite, ossia le anime. Il rischio è essere organizzatori, impresari, 
docenti, intellettuali, psicologi, assistenti sociali e non pastori. Altri atteggiamenti che 
configgono con la carità pastorale sono quelli che fanno in modo che il pastore si serva del 
pulpito per dire qualcosa che non ha o ha poco a che fare col Vangelo: per esempio parlare 
di sé, “togliersi dei sassolini dalle scarpe”; con il desiderio di correggere l’errore, si finisce 
invece per offendere l’errante. Insomma ogni pastore, proprio in nome della carità 
pastorale, deve interrogarsi se il suo silenzio è di comodo o addirittura colpevole e se il 
suo parlare è mancanza d’amore, di pazienza o di fortezza o, ancora, espressione di 
malumore interiore. 
Questo esame di coscienza franco, sereno, con un po’ di misericordia nei nostri confronti, ci aiuta a comprendere se siamo uomini e preti liberi; tale revisione potrebbe iniziarsi - come detto - chiedendo aiuto a un confratello del quale abbiamo stima e che sappiamo persona capace di dire la verità con amore e che sa amare con verità; le due cose sono essenziali al presbitero; un presbitero dovrebbe essere capace di parlare di tutto con tutti senza offendere nessuno, pur proferendo parole di verità. Sono certo, e spero di poterne fare presto esperienza, che nel nostro presbiterio esiste una diffusa e radicata carità pastorale, sia nei giovani sacerdoti, sia negli anziani; forse, però, non ne abbiamo sempre la dovuta consapevolezza. Quando c’è vera carità pastorale non c’è situazione che possa diventare ostacolo insuperabile, anche l’età avanzata, la salute declinante, una prova imprevista, la richiesta di un’obbedienza impegnativa non ostacolano la carità pastorale ma, al contrario, la evidenziano. E la carità pastorale, per ogni presbitero, rappresenta una vera benedizione e una grande ricchezza per lui e per la sua comunità. 
Interrogarsi se tra le pieghe della nostra anima qualcosa limiti o blocchi la nostra personale carità pastorale è ciò su cui ognuno di noi - anche a proposito di ciò che non è stato detto - deve riflettere di fronte al Signore. Proprio, il curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, ci viene incontro con la sua gigantesca carità pastorale; Lui che non aveva troppi doni e doti personali e che visse anni, quelli della prima metà dell’ottocento, dopo la rivoluzione francese e gli anni di Napoleone, problematici e dolorosi per la Chiesa in Francia.

 + Francesco Moraglia
Patriarca di Venezia 


Moraglia Patriarca: ancora qualche immagine



Altri scatti dell'ingresso in Venezia del Patriarca Francesco Moraglia, tutti dall'album Flickr del patriarcato.




















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