Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.
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Un conclave a Venezia: l'incoronazione e la partenza




La condizione di eccezionalità che la Chiesa cattolica veneziana aveva vissuto fino al momento dell’elezione di Pio VII si prolungò ancora per poche settimane durante le quali Chiaramonti compì i primi passi del suo pontificato. Priva del patriarca, la diocesi veneziana visse in qualche modo raccolta attorno al nuovo papa. L’incoronazione di Chiaramonti ebbe luogo il giorno dedicato dal calendario cattolico alla memoria di San Benedetto nella chiesa di San Giorgio Maggiore, sull’omonima isola, dato che la richiesta di potere utilizzare la basilica marciana per la celebrazione non fu accolta dal governo, verosimilmente a causa dell’irritazione creata dall’esito del conclave, non favorevole a Vienna, e forse anche per non prestare il fianco a istanze patriottiche, stante il ruolo simbolico di chiesa della Repubblica di Venezia che San Marco aveva rivestito per secoli. La partecipazione popolare fu amplissima, a San Giorgio e sulle rive del bacino di San Marco antistanti l’isola. 






Nei giorni seguenti Pio VII cominciò a recarsi in chiese e soprattutto in monasteri maschili e femminili di Venezia, con un occhio di riguardo a quelli benedettini. Le visite, a partire dal 26 marzo (Pio VII si recò dai benedettini camaldolesi di San Michele di Murano) e fino al 5 giugno 1800 (visita al monastero di Ognissanti), si susseguirono con un ritmo incalzante e costituirono quasi una singolare visita pastorale di Pio VII, in particolare ai regolari della città verso cui si indirizzarono la maggioranza delle uscite di Chiaramonti da San Giorgio. Inoltre a queste visite vanno aggiunti i ripetuti incontri avuti nel corso di quelle settimane con la comunità monastica benedettina dell’isola di San Giorgio, dove Pio VII continuò a risiedere nei mesi passati a Venezia dopo l’elezione. Il 15 maggio Pio VII emanò da San Giorgio Maggiore la sua prima enciclica, la Diu satis videmur. Il 30 maggio il vicario capitolare Bortolatti impartì disposizioni a tutti i rettori di chiese 
e di luoghi pii del Patriarcato in vista della partenza di Pio VII da Venezia e per 
accompagnarne il viaggio con la preghiera:
 
Nel giorno della partenza per Roma di Nostro Signore Pio Papa VII. si compiacerà V. S. M. Reverend. di ordinare intorno alla sua Chiesa una Processione col divoto Canto delle Litanie della Beata Vergine, chiudendolo poi mutatis mutandis coll’Itinerario, che si ha in fondo del Breviario. In seguito poi far recitare ogni giorno la Colletta pro Papa in tutte le Messe, sinattantoché ci giunga la sicura notizia del di Lui felice arrivo. 
Il 6 giugno 1800 Pio VII lasciò Venezia e si trasferì sulla fregata Bellona, ancorata alla bocca di Porto di Malamocco, donde, attesi i venti favorevoli, partì alla volta di Pesaro la notte tra il 9 e il 10 giugno.


«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308



La pianeta che indossò Pio VII nel giorno dalla sua coronazione.
Il parato, completo di accessori e dalmatiche, fu donato da Clemente XIII alla cattedrale patavina e prestato ed inviato a San Giorgio Maggiore per la solenne evenienza.






Un conclave a Venezia: il Sacro Collegio a San Giorgio Maggiore




L’indizione del conclave a Venezia nell'autunno 1799 fu letta dal clero lagunare come un segno della benevolenza divina che riscattava la città dallo stato di lutto in cui era precipitata due anni prima, secondo un modello «provvidenziale» di interpretazione della storia che attribuiva agli eventi lieti il significato di ricompensa divina per la fedeltà degli uomini ai principi cattolici e a quelli tristi l’espressione della collera del giudice supremo contro i peccati. Era stato il patriarca Giovanelli a introdurre ufficialmente questa lettura nella circolare con la quale il 20 novembre 1799 aveva annunciato l’imminente svolgimento del conclave. La morte di Pio VI, argomentava Giovanelli, si volgeva in un’esaltazione di Venezia:
Che perciò dilettissimi non cessate di ricordare al Popolo alla vostra cura affidato, che se Noi ci troviamo in un ben giusto timore, che questa Città, non sia presentemente del tutto cara, ed accetta al Signore, non cessiamo però di nutrire le più vive speranze, ed una certa fiducia, che tale sarà per essere, dopo una grazia si segnalata. 
E ancora nel 1801, in occasione del primo anniversario dell’elezione di Pio VII, il provinciale dei cappuccini Marino da Canale teneva un discorso nella chiesa del Redentore nel quale, in relazione allo svolgimento del conclave in città, esclamava con enfasi: «Ah Venezia, Venezia! In tanta squallidezza e mestizia, che ti ricopre, e comprime, pensi tu di non essere ancora a Dio cara, e diletta?» E osservava che se in altro tempo la città era stata chiamata la «nuova Alessandria» perché in essa erano custodite le spoglie dell’evangelista Marco ora la si sarebbe potuta appellare «Roma novella». Da quando si diffuse la notizia che il conclave per eleggere il successore di Pio VI si sarebbe tenuto a Venezia fino al momento in cui il nuovo papa lasciò la città lagunare, la vita della Chiesa cattolica veneziana fu dominata da fatti straordinari: quelli che accompagnarono la preparazione del conclave e, dopo la sua conclusione, i primi passi del pontificato Chiaramonti. 
Tra i primi si inseriscono a pieno titolo, oltre ai preparativi pratici del conclave, l’afflusso graduale dei cardinali in città e lo svolgimento dei novendiali per Pio VI. A partire da settembre 1799 i vertici della Chiesa cattolica (futuri conclavisti e prelati di Curia) si trasferirono gradualmente nelle isole lagunari. I cardinali che, con i loro seguiti, giunsero prima dell’inizio del conclave presero alloggio distribuendosi in diversi luoghi della città, in conventi di regolari, in locali del Patriarcato, in locande o in appartamenti privati e qualcuno scelse anche la vicina isola di Murano. Il 16 settembre 1799 risultavano già presenti quattordici cardinali. Tre erano alloggiati nella canonica di San Salvador (i due fratelli Doria Pamphilj, arrivati quel giorno, e Pignatelli); Albani risiedeva nel palazzo patriarcale a San Pietro di Castello ospite di Giovanelli; quattro in case private (Vincenti Mareri e Braschi Onesti avevano una loro abitazione rispettivamente ai Santi Apostoli e a Santa Maria Formosa, Flangini prese alloggio nel palazzo di famiglia a San Geremia, Caprara in casa Pagan a San Fantin, Valenti Gonzaga in casa Corner a San Cassiano). Nei conventi si recarono Maury (ai Frari), Livizzani (dai carmelitani), Archetti (dai somaschi alla Salute), Caraffa (dai girolamini a San Sebastiano). Invece Antonelli prese dimora nell’isola di Murano. 
Nelle settimane successive gli altri cardinali sopraggiunti in città si fermarono nella Locande de’ tre Re a San Beneto (Borgia), nell’ex collegio dei gesuiti (della Somaglia), nel convento dei serviti (Rinuccini e Roverella), presso l’abitazione del gran priore dell’ordine di Malta (Mattei), nel convento dei domenicani ai Santi Giovanni e Paolo (Bellisomi, Chiaramonti, Calcagnini), nella Locanda dello Scudo di Francia (de Lorenzana e della Martiniana), in quella della Regina d’Inghilterra (Zelada), dai camaldolesi a Murano (Giovannetti), ai Carmini (Carandini), da teatini (Gerdil), a San Salvador (di York), dai somaschi (Dugnani), a palazzo Camerata (Bussi de Pretis e Onorati), dai minori a San Francesco della Vigna (Busca), a palazzo Flangini (Ruffo). 
Intanto mercoledì 23 ottobre 1799 avevano avuto inizio i novendiali per Pio VI, celebrati in tutte le chiese veneziane e con maggiore solennità nella basilica patriarcale di San Pietro di Castello. Le autorità pubbliche presero disposizioni specifiche per manifestare la partecipazione al lutto che aveva colpito la Chiesa cattolica: fu ordinata la chiusura per otto sere di tutti i teatri d’opera e di commedia, riaperti solamente la sera del 31 ottobre, dopo che in giornata furono concluse le funzioni esequiali. Inoltre durante quei nove giorni furono fatte suonare a morto le campane delle chiese cittadine.
Nonostante il maltempo che imperversò durante i primi dei nove giorni, la partecipazione dei veneziani alle celebrazioni fu considerevole e crebbe notevolmente negli ultimi giorni, dopo il miglioramento delle condizioni atmosferiche: le cronache riferiscono, non senza un pizzico di esagerazione, di un popolo «folto ed immenso». Anche il patriarca Giovanelli emanò alcune disposizioni per coinvolgere spiritualmente i veneziani che dipendevano dalla sua giurisdizione nel conclave ormai imminente. Dopo la messa cardinalizia «dello Spirito Santo» fece celebrare in ogni chiesa una messa pro eligendo summo pontifice; esortò di fare pregare per l’elezione del nuovo papa in ogni messa finché fosse durato il conclave; indisse per lo stesso periodo la processione quotidiana di una parrocchia, una comunità religiosa e una confraternita dalla basilica di San Marco alla patriarcale di San Pietro di Castello, fissandone le litanie, i canti e le preghiere da svolgere, raccomandando inoltre il decoro religioso, la semplicità del canto e la rinuncia a ogni sfarzo e invitando i secolari a prendervi parte. Ma precisava: «Alle Donne resta assolutamente proibito d’associarsi a queste Processioni: sono però esortate di recitare ogni giorno una terza parte del S. Rosario, secondo la Nostra intenzione, e di fare tutto quello di più, a che a verranno consigliate dal loro Confessore.» Infine ricordava di implorare da Cristo, con la purezza di vita, la frequenza ai sacramenti, le opere di carità e l’orazione perseverante e fervorosa, un papa che in quei «tempi calamitosissimi», come giudicava, «Et plebem suam virtutibus instruat, et fidelium mentes spiritualium aromatum odore perfundat»; e di pregare per l’imperatore, la sua famiglia e se medesimo.
L’8 dicembre 1799, a conclave già iniziato, ultimo tra i cardinali che avrebbero partecipato all'elezione di Pio VII, giunse a Venezia l’arcivescovo di Vienna Hertzan, che prese alloggio al n. 1 della Procuratia. Il favore che gli era riservato dalle autorità imperiali, per rinforzarne il ruolo di grande ispiratore dei conclavisti nella scelta del nuovo papa, fu reso evidente anche dalla scenografia che ne accompagnò l’ingresso in conclave a San Giorgio il 12 dicembre: infatti compì il breve tragitto seguito da un numeroso corteo di gondole. Tre giorni più tardi, domenica 15 dicembre il primicerio di San Marco, che continuava a svolgere la funzione di chiesa di riferimento del potere politico anche sotto l’Austria, celebrò alla presenza di autorità civili e militari, di prelati, nobili e popolazione, una solenne messa di ringraziamento, con il canto dell’inno ambrosiano, per festeggiare la resa della fortezza di Cuneo alle armi austriache. Non ho potuto riscontrare alcuna reazione da parte della Chiesa cattolica veneziana al diffondersi della voce, nella giornata del 19 dicembre 1799, che ormai era stato raggiunto un accordo che avrebbe portato all’elezione del nuovo papa il giorno seguente. Quasi certamente la prudenza indusse i responsabili della diocesi e del primiceriato di San Marco ad attendere che i fatti confermassero la notizia, cosa che come è noto non si verificò per le difficoltà che la candidatura del vescovo di Cesena card. Bellisomi incontrò in quei frangenti.



Il patriarca Federico Maria Giovanelli



Il 10 gennaio 1800, a conclave ancora in corso, morì l’anziano patriarca Giovanelli, che reggeva la diocesi lagunare dal 1776. Per rendere omaggio alla figura dello scomparso il conclave decise di farne celebrare le esequie a proprie spese, il 16 gennaio, a San Francesco della Vigna, dove pontificò Antonio Despuig, patriarca d’Antiochia. La diocesi ne celebrò i funerali solenni solamente il 13 marzo, nella cattedrale di San Pietro di Castello, al termine di una processione che aveva preso le mosse da San Marco. La Chiesa veneziana sarebbe rimasta senza patriarca per quasi due anni, fino a quando il 23 dicembre 1801 la corte di Vienna, rivendicando per l’imperatore l’eredità dei diritti di giurisdizione sulle sedi episcopali che erano state sottoposte all’autorità della Repubblica di Venezia, avrebbe nominato direttamente come successore di Giovanelli il cardinale di sentimenti filoimperiali Ludovico Flangini, suscitando le proteste di Pio VII. Nel frattempo la guida della diocesi fu tenuta da mons. Nicolò Bortolatti, eletto vicario capitolare il 13 gennaio 1800. Fu lui ad assumere le principali disposizioni a livello locale in occasione dell’elezione di Pio VII e nei mesi in cui il papa si trattenne a Venezia. La sua lettera al clero con la quale il 22 febbraio 1800 comunicava l’indulto quaresimale diventò un’occasione per denunciare le nuove correnti di pensiero e i comportamenti moderni in materia di religione che si erano diffusi nella popolazione durante quegli anni: 
«non possiamo dissimulare la nostra interna amarezza nel riconoscere così diverse da quelle de’ lor Maggiori le Idee della maggior parte de’ moderni Fedeli rispetto alla osservanza della Quaresima, la quale dove a’ tempi di S. Leone era accolta come un oggetto di santo giubilo, e di vero conforto anche dalle anime più deboli e men fervorose, ora viene riguardata comunemente come un argumento di tristezza, e un peso troppo difficile a sostenersi.» E Bortolatti individuava la causa di questo atteggiamento negativo nel fatto che si era «indolenti e irriflessivi sopra i grandi oggetti di questa Apostolica istituzione». 
Il 14 marzo 1800, all’annuncio ufficiale dell’elezione di Chiaramonti – in realtà la notizia del raggiunto accordo sul suo nome era trapelata già la sera precedente ed era stata divulgata dalla «Gazzetta Veneta Privilegiata» del 14, che però ovviamente non era stata in grado di indicare il nome prescelto dal nuovo papa mons. Bortolatti ordinava si cantasse il Te Deum in tutte le chiese del Patriarcato.
L’elezione di Pio VII fu occasione di un nuovo screzio tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa veneziane. Le tensioni tra le due Chiese si erano manifestate a più riprese nel corso del Settecento e da ultimo l’esperienza della municipalità democratica, con la concessione della libertà di culto anche agli acattolici, aveva registrato un nuovo momento di tensione tra le due Chiese a proposito della questione dei funerali dei greci. Ha scritto Bartolomeo Cecchetti: «Nell’occasione dell’elezione di Pio VII […] i greci di S. Giorgio non presero parte ai di lui pontificali, e fecero così publica prova di quella divisione dalla Santa Sede che intimamente non riconobbero mai.»
Tuttavia le autorità imperiali imposero ai greci di suonare le campane della loro chiesa in segno di festa il 21 marzo 1800, giorno dell’incoronazione papale:  

Si dice, che non si avesse voluto suonare le campane della Chiesa di S. Giorgio de’ Greci, supposti cattolici, ma che sia loro venuto un’ordine che debbano pure essi Greci far suonare le campane della loro Chiesa, per comparire almeno in ciò uniformi ai cattolici Romani; e tanto eseguirono prontamente. 
Inoltre Pio VII reagì all'atteggiamento dei greci decidendo di assegnare ai monaci mechitaristi armeni il canto in greco dell’epistola e del vangelo durante la messa del 21.
L’elezione di Chiaramonti portò anche a una modifica straordinaria del calendario liturgico patriarcale. Infatti il vicario capitolare dispose che il giorno in cui sarebbe stata svolta l’incoronazione del nuovo papa, fosse considerato festa di precetto, «essendovi in tal circostanza da gran tempo il pio costume di solennizzar tal giornata nella Città, dove vien fatta detta sacra Funzione».

«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308



La "Sala del Conclave" a San Giorgio Maggiore dove fu eletto papa Pio VII.

Un conclave a Venezia: il Patriarcato nella bufera




Non sono molte le fonti documentarie che permettono di cogliere l’atteggiamento della Chiesa veneziana durante il conclave tenuto a San Giorgio Maggiore nell’autunno-inverno 1799-1800 e forse questo spiega perché anche  la storiografia non vi ha insistito particolarmente, dedicando invece la propria attenzione allo studio dell’elezione di Pio VII.

Sull’ambiente veneziano, anche quello ecclesiale, pesavano drammaticamente i fatti di fine Settecento: la città viveva allora sotto lo choc dell’inaspettata fine della Repubblica aristocratica il 12 maggio 1797, seguita dalla  breve e tumultuosa parentesi democratica sotto il controllo delle truppe francesi e infine dal rovesciamento di clima politico-culturale e di fronte militare con la cessione del Veneto all’Austria. Si sa che fu proprio quest’ultimo passaggio, oltre che la situazione in cui si trovava Roma, a porre le precondizioni perché alla morte di Pio VI si individuasse nella città lagunare il luogo più adatto per indire il conclave.
Nella difficile situazione di quegli anni l’arrivo degli imperiali a Venezia nel gennaio 1798 aveva almeno tranquillizzato il patriarca Giovanelli, il primicerio di San Marco Foscari e gran parte del clero sul futuro che sarebbe stato riservato al cattolicesimo e alle istituzioni ecclesiastiche dai  nuovi governanti, anche se in realtà negli anni successivi Vienna avrebbe fatto sentire anche nel Veneto tutto il peso della propria politica ecclesiastica ispirata ai principi del giurisdizionalismo. Come è noto, alla fine del Settecento l’amministrazione ecclesiastica dell’area veneziana era suddivisa tra più soggetti. Gran parte di Venezia, con la Giudecca e altre isole lagunari, dipendevano dal Patriarcato, la cui cattedrale, la basilica di San Pietro di Castello, si trovava all’estremo lembo orientale della città. Anche l’isola di San Giorgio Maggiore, teatro del futuro conclave, cadeva sotto la giurisdizione del patriarca, poiché faceva parte della parrocchia della Giudecca.
Invece il centro di Venezia, con la basilica marciana e poche chiese a essa collegate costituivano la piccola, ma prestigiosa Chiesa ducale, una specie di diocesi nullius fondata sul giuspatronato del doge (secondo un diritto riconosciuto in modo incerto a partire dal IX secolo e definitivamente dal Trecento) e retta dal primicerio di San Marco, che aveva prerogative cresciute nel tempo fino a renderne l’ufficio quasi equiparabile a quello di un vescovo: tra l’altro il primicerio poteva celebrare i pontificali, conferire la prima tonsura e gli ordini minori e per un breve periodo della sua storia gli era stata attribuita anche la facoltà di ordinare i presbiteri. Perciò la Chiesa ducale era dotata di un suo clero e di un seminario (il seminario «gregoriano») deputato alla sua formazione.
Invece la laguna a nord di Venezia, con Murano, Burano e altre isole minori, formava la diocesi di Torcello, allora retta dal vescovo Nicolò Sagredo. Per limitare il campo d’indagine alla città,  va osservato che la Chiesa primiceriale e quella patriarcale si erano trovate entrambe in serie difficoltà durante i mesi della municipalità democratica provvisoria per la politica ecclesiastica che essa aveva adottato. Allora Giovanelli e Foscari avevano cercato di individuare un  modus vivendi che permettesse di tutelare nel migliore dei modi possibili le istituzioni ecclesiastiche poste sotto il loro rispettivo controllo. Alla Chiesa patriarcale l’operazione era riuscita, anche per l’interesse dei municipalisti a coltivare buoni rapporti con la Chiesa cattolica per ottenere, con il concorso del clero, un rafforzamento del consenso popolare verso le nuove autorità politiche.
Invece la manovra era risultata più ardua per il Primiceriato marciano non solo perché la fine della Repubblica aristocratica aveva comportato l’abolizione ipso facto della figura del giuspatrono, il doge, ma anche perché i nuovi governanti nel settembre 1797 progettarono la soppressione dell’ex Chiesa ducale e il suo accorpamento al Patriarcato: un’iniziativa di politica ecclesiastica che rientrava nei più ampi progetti di riordino della presenza delle istituzioni cattoliche sul territorio che solo la rapida fine della stagione giacobina veneziana impedì di realizzare in quei mesi, ma che fu poi ripresa e condotta a termine dal governo del napoleonico Regno d’Italia nel 1807. Tuttavia all’iniziale stato di smarrimento durante i mesi della municipalità democratica nelle autorità del Primiceriato di San Marco subentrò, dopo l’arrivo degli austriaci, un atteggiamento di resistenza volto a garantire la continuità dell’antica istituzione. Sul versante della stabilità giuridica il primicerio e la sua Curia si attrezzarono a trovare un’alternativa che, oltre a garantire formalmente sotto il profilo canonico la sopravvivenza della piccola enclave all’interno dal Patriarcato, le assicurasse l’appoggio dei nuovi governanti. Fu così che, non senza oscillazioni, l’ex Chiesa ducale fu ribattezzata «Chiesa imperiale» e si favorì il subentro dell’imperatore nei diritti di patronato che erano appartenuti in precedenza al doge.

«Studi Veneziani», n. s., 43 (2002), pp. 299 – 308 


L'abdicazione del Doge Ludovico Manin: il crollo del sistema politico veneto, ma anche dell'assetto ecclesiastico veneziano.

Moraglia Patriarca: il Pontificale a San Giorgio Maggiore




Meglio tardi che mai. Infatti, con un po’ di ritardo pubblichiamo alcune fotografie (tratte da Facebook) del Pontificale celebrato nella festa di San Giorgio (23 aprile), dal Patriarca Francesco Moraglia presso l’Abbazia di San Giorgio Maggiore in Venezia. 
Ha concelebrato anche Dom Norberto Villa O.S.B, Abate dell'Abbazia di Praglia di cui San Giorgio Maggiore è dipendente dal 2007. Il Pontificale è stato servito dai monaci benedettini dell’Abbazia e dai seminaristi del Patriarcato. 
Intanto Venezia si aggiudica un'altra liturgia Coram Deo nel panorama liturgico "ordinario" della città...















Le immagini sono state tratte dalla pagina Facebook "Abbazia di San Giorgio".

Papa Pio VII a Padova (parte III)

La terza e utlima parte della cronaca della visita di Pio VII nella città dì Padova. I precedenti post, qui e qui.



Nella giornata dei 28 si recò il Santo Padre col solito treno al ritiro delle Nobili Dimesse. Dopo una fervorosa orazione all'Altare del Santissimo Sacramento, passò nel bel capace interno Coro dietro l'Altare suddetto, dove se gli presentò la R. Arciduchessa seguita dalla sua prima Dama, prostrandosi ai piedi di Santità Sua, da cui fu sollecitamente sollevata.
Celebrò la Santa Messa all'Altare interno del Coro, ed impartì il Pane Eucaristico alla prelodata Altezza Sua, che assisté con edificante divozione al Santo Sagrifizio.
Terminata la Santa Messa, ascoltò conforme al solito quella di un Suo Cappellano segreto.
Dopo di essere stato servito di un scelto rinfresco, ed ugualmente avendo di quello partecipato tutti i componenti la Nobile Sua Corte, ritornò nel Coro, dove assiso sotto magnifico Baldacchino vi ammise al bacio del piede S.A.R. la sua prima Dama d'onore, e le sue Damigelle, quella Religiosa Comunità, ed in appresso un numero considerabile di Nobili, ed in seguito altre distinte persone.
Ritornato il Santo Padre a Santa Giustina, visitò la Chiesa, e Monastero delle R.R. Monache Benedettine di Santa Agata, che furono ammesse al bacio del piede, e che ammirarono la paterna ed affettuosa degnazione di Sua Santità.
Restituitosi il Sommo Pontefice alla sua abitazione, ammise al bacio del piede molte distinte persone, e nello stesso giorno accordò il medesimo onore al Reverendissimo Rettore, ed ai Lettori e Maestri del Seminario Vescovile.
Dopo pranzo circa l'ora solita si portò a visitare i Monasteri delle R.R. Monache Benedettine di San Pietro, San Benedetto, e San Prosdocimo. Accordò a tutte l'onore del bacio del piede.
A notte avvanzata si restituì a Santa Giustina, e potè osservare l'illuminazione della Città e del Monastero stesso, che fu parimenti in detta sera replicata, impartendo col solito della sua benignità dalla Loggia di quel Monastero all'affollato popolo l'Apostolica Sua Benedizione.
Portandosi quindi alle sue stanze accolse gli omaggi di Molti distinti personaggi, fra i quali Sua Eccellenza il Sig. Tenente Maresciallo de Malius destinato al comando di Ancona.
La mattina del giovedì 29 maggio fu di qualche riposo a Sua Santità, non essendo sortito dal Monastero di Santa Giustina, e soltanto verso il mezzo giorno S.A.R. l'Arciduchessa Maria Anna Ferdinanda si portò dal Santo Padre accompagnata dalla sua prima Dama di Corte. onde porgere alla Santità Sua i felici auguri pel suo viaggio destinato per Venezia nel susseguente venerdì.
Dopo la partenza della prelodata Principessa passò il Santo Padre alla Gran Loggia, ove diede all'affollato esultante popolo l'Apostolica Benedizione.
In seguito trasferitosi per la magnifica Libreria di esso Monastero al suo appartamento, ammise al bacio del piede un numeroso popolo ivi concorso, il che succedeva ogni qual volta il Santo Padre sortiva dalle dette sue stanze mediante la paterna benigna sua condiscendenza.


"Dopo pranzo circa l'ora solita si portò a visitare i Monasteri delle R.R. Monache Benedettine di San Pietro [...]. Accordò a tutte l'onore del bacio del piede."


Alle ore 6 dopo pranzo, onde appagare i vivi desideri di tre Monasteri di Monache Benedettine, si è trasferita Sua Santità col solito treno a quelli di San Mattia, di Santo Stefano, e di San Giorgio. In ciascheduno dei premenzionati Monasteri ammise al bacio del piede le respettive Religiose, e varie Dame concorsevi, trattato già di squisiti rinfreschi, dei quali partecipò in luogo appartato tutta la sua Corte Nobile.
Andò finalmente a visitare il Monastero dell'Eremite ad ammise al bacio del piede tutta quella edificante Comunità.
Quindi facendo ritorno a Santa Gustina, vide di bel nuovo la Città illuminata, e ben disposte in maggior numero le illuminate Piramidi alla Chinese, colla solita banda d'Istrumenti nella stabilita Loggia.
La benignità del Santo Padre non volle che rimanessero delusi i desideri di un affollato popolo, che sul Prato della Valle l'attendeva; a cui dalla solita Loggia impartì l'Apostolica sua Benedizione, corrispondendo questi con le solite incessanti acclamazioni di allegrezza.
In detto giorno fu di grata sorpresa alla Nobile Deputazione rappresentante il Generale Consiglio la visita del R.P. Celerario Leoni, in unione col Nob. Co: Gio. Battista Sanfermo, entrambi incaricati da Sua Eccellenza Reverendo Mons. Caraccioli Maestro di Camera di Sua Santità, per testificare alla prelodata Nobile Deputazione la piena soddisfazione del Santo Padre di quanto questa Città, e la Deputazione stessa che la rappresenta, hanno contribuito nell'esternare la divota loro esultante sensibilità riguardo alla sua sacra Persona, con qué tributi di ossequio, di omaggio, e Religione; benignamente invitandola a rappresentare qualunque suo desiderio a Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Maestro stesso di Camera. Tali clementissime significazioni di compatimento magnanimo di Sua Santità col mezzo dei due prelodati Soggetti fatte giungere alla Nobile Deputazione, non poterono essere accolte coi più vivi sensi di riverente confusione, di grata riconoscenza, e di filiale tenerezza.
Infatti nella sera del giorno stesso la Nobile Deputazione rappresentante il General Consiglio, composta dalli Nobili Sigg. Marchese Luigi Maria Fantini, Co: Giuseppe Aldrighetti, Stefano Venezze, e Benedetti Trevisan seguita dal su Segratario Nob. Sig. Scordova, ebbe l'alto onore di essere per la seconda volta presentato alla Santità Sua, ai cui piedi umiliò colle divote espressioni di ringraziamento un riverentissimo Memoriale, implorando per ora sopra la Città di Padova l'Apostolica sua Benedizione, onde per aver ottenuto dal Cielo l'incomparabile dono d'essere annoverata fra le primogenite della Chiesa, sia preservata costante nella Cattolica Religione fino al compier de' secoli da qualunque insidia dell'infernale nemico.
Accolse il Santo Padre con vera sensibilità la più essenziale fra le petizioni, e letto per intero con inisprimibile degnazione l'umiliatogli Memoriale, assicurò la Deputazione, che impartirà in ogni tempo le Apostoliche sue benedizioni sopra una città si religiosa, onde tale appunto mantengasi fino alla fine de' secoli; e dopo breve paterno colloquio li ammise tutti inteneriti al bacio delle sacre sue mani.
Stabilita dal Santo Padre la susseguente giornata del venerdì pel suo ritorno alla Città di Venezia, si venne a penetrare nella sera stessa antecedente, col mezzo di Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Caraccioli Suo Maestro di Camera, un nuovo tratto veramente singolare della non mai abbastanza encomiata benignità sua, col non voler partire da questa Città, se prima a divota soddisfazione di questo Pubblico, non si fosse recato alla gran Sala della Ragione, onde ammettere anche al bacio del piede quelli, che non avessero potuto ottenere una tal grazia.
Fu subito fatto innalzare un maestoso Trono in detta Sala, ed altro pur simile in una delle Loggie della medesima riguardante sottoposta Piazza. 
Udito adunque per tempo in detta mattina di venerdì della Santità Sua il S. Sacrifizio della Messa nella cappella del suo appartamento in Santa Giustina, passò sopra la Loggia, ed impartì l'Apostolica sua Benedizione ad ogni prodigiosissimo numero di popolo, e di persone di ogni ceto, concorse per appagare la propria divozione. Nelle anticamere di Sua Santità trovavansi li Nobili e Reverendissimi Monsgnori Canonici in Abito Prelatizio, e numerosa Nobiltà.


"[...] non voler partire da questa Città, se prima a divota soddisfazione di questo Pubblico, non si fosse recato alla gran Sala della Ragione, onde ammettere anche al bacio del piede quelli, che non avessero potuto ottenere una tal grazia."


Sceso finalmente dal suo appartamento, e salito nella consueta sua carrozza preceduto da una numerosa truppa di Cavalleria, e dal Crocifero, e seguito dalle Carrozze de' Monsignori Canonici, da quelle de' R.R. Monaci, e da tutte le carrozze da gala della Nobiltà Padovana con entrovi la medesima, si avviò verso la gran Sala della Ragione.
Appiedi d'una delle grandi scale della medesima tutta coperta di tappeti, fu a riceverlo la Nobile Deputazione rappresentante il General Consiglio; ed introdotto nella Sala stessa, salito il già preparato Trono ammise al bacio del piede prima la detta Nobile Deputazione, indi molta Nobiltà, ed altre persone; e rimarcò la Santità Sua l'iscrizione di marmo, che la sempre dolce e santa memoria conserva nell'immortale suo Antecessore, onorò la detta Sala della sua sacra Persona.
Passò quindi all'altro Trono nelle Gallerie di detta Sala eretto, che riguardando Piazza delle Erbe, ripiena di un'infinità di popolo, a cui impartì l'Apostolica sua Benedizione fra le incessanti acclamazioni di allegrezza del popolo stesso, a cui fece la Santità Sua degli umanissimi cenni di suo gradimento.
Accompagnato finalmente dalla detta Nobile Deputazione, a cui rinnovò i più benigni, clementi tratti della piena soddisfazione, salì nella sua carrozza, e proseguì il suo cammino verso la Porta del Portello, in mezzo sempre ad un folto popolo, e fra il suono di tutte le campane della Città, col seguito costante di tutte le prenominate carrozze.
Giunto il Santo Padre alla riva del fiume Brenta, per la ben lunga strada che colà conduce, tutta adobbata di tapezzerie; ritrovò pur ivi la Nobile Deputazione, che si affrettò per altra strada di arrivarvi prima di lui, e rinnovati verso la sacra sua Persona i più vivi sensi di riverenza, di omaggio, e di ringraziamento, a' quali benignamente corrisposto dal Santo Padre, fra le lagrime di tenerezza e della Nobile Deputazione e del numerosissimo popolo, che tanto lungo la riva, che sopra le barche, ed il non breve tratto delle mura della città eravi concorso, pose piede nel suo naviglio, tanto nell'interno, che nell'esterno vagamente adobbato, da cui per l'ultima volta impartì sopra questa città e sopra il popolo stesso, l'Apostolica sua Benedizione. Fu seguito il naviglio di Sua Santità da altro per li Prelati, e persone di sua Corte parimenti in vaga foggia allestito. 

"[...] e proseguì il suo cammino verso la Porta del Portello, in mezzo sempre ad un folto popolo, e fra il suono di tutte le campane della Città, col seguito costante di tutte le prenominate carrozze."

Molte persone per lungo tratto dietro la riva del fiume sempre camminando, mosse da rispetto, venerazione, e filiale attaccamento verso il primo Gerarca della Cattolica Chiesa, non sapendo staccarsi dal mirare se non altro il naviglio su cui risiedeva il Sommo Padre del popolo cristiano.
Lasciò la Santità Sua i cuori de' Padovani commossi per quella sua maestosa sì, ma affabile sacra presenza, dolcemente condiscendendo ad ogni umiliata richiesta del bacio de' santi suoi piedi, e di grazie ad alcuni concesse, specialmente all'Ordine Ecclesiastico; e per quella benigna dimostrazione che a divedere egli diede di compatimento per quanto con animo religiosamento spontaneo concorsero tutti ad esternare a riguardo della sua augusta, e sacra Persona.
In principal modo devesi rimarcare quanto li R.R. Monaci di Santa Giustina, sempre splendidi in ogni incontro, in questo poi sì luminoso hanno contribuito a rendersi meritevoli degli universali dovuti elogi. Non isfuggirono alle ben concepite idee dei R.R. Monaci direttori, nel far allestire tanto magnifico, e maestoso appartamento per uso di Sua Santità, quanto agli altri destinati ai Prelati, ed altre persone del suo seguito, le cose più minute, che furono meritatamente rimarcate da Ospiti sì cospicui.
L'apparecchio poi delle tavole, l'apprestamento delle squisite e copiose vivande, i frequenti scelti rinfreschi riuscirono di grata soddisfazione agli Eminentissimi Cardinali, a' Vescovi, e Prelati, unitamente a quelli del seguito di Sua Santità in copioso numero erano giornalemente invitati dalla generosità de' prelodati R.R. Monaci.
Attesa la suprema sua dignità, pranzando solo il Santo Padre, erano dalla benignità sua prescelti all'onore di starvi presenti, oltre a qualche rispettabile soggetto, alcuni R.R. Monaci a vicenda giornalmente, fra i quali con maggior frequenza il Rev. P. procurator generale, il Rev. emeritissimo P.Abbate, attuale D.Gio: Alberto Campolongo, il Rev. Padre Trevisan, li R.R. Padri Celerarj Leoni, e Bagnado, i quali tutti si distinsero in ispecial modo coll'assidua rispettosa loro attenzione e verso il Santo Padre, che dimostrò sempre la sua piena soddisfazione, e verso tutti i rispettabili Prelati di sua Corte, che rimarcarono le maniere nobili, ed obbiganti di tutta quella Religiosa Comunità, che in tale incontro, come si disse, si è tanto distinta a maggior lustro ancora, ed onore della Città di Padova, che ben meritatamente si compiace d'avere fra le sue mura una sì commendabile Abbazia.

"[...] si è tanto distinta a maggior lustro ancora, ed onore della Città di Padova, che ben meritatamente si compiace d'avere fra le sue mura una sì commendabile Abbazia."

immagini da Corbis, g.immage, w.commons

Papa Pio VII a Padova (parte II)

Dopo la prima parte, continua la cronaca della visita di Pio VII in Padova.



Nel susseguente giorno di lunedì 26, verso le ore 9, Sua Santità scesa dal suo appartamento, passò a Celebrare la Santa Messa nella Chiesa di Santa Giustina, alla quale assistettero diversi Cardinali, Vescovi, e prelati, Sua Eccellenza Tenente Maresciallo Mounfrault, e Sua Eccellenza Marchese Ghisilieri unitamente a molta Nobiltà.
Erano parimenti assidui al corteggio di Sua Santità li suoi Camerieri segreti di Cappa e Spada, fra i quali si distinsero il N.H. Catterin Corner Veneto, il N.H. Balbi Genovese, e li Co: Co: Matteuzzi, e Remondini.
Quel vastissimo tempio si vide ripieno di immenso popolo. Celebrato che ebbe il santo Sacrifizio, ascoltò la Messa di un suo Cappellano segreto. Dopo passò nel Coro interno, ove ammise al bacio del piede molta Nobiltà, e popolo dell'uno e dell'altro sesso, facendogli sempre corte le L.L. Ecc. Ghisilieri, e Monfrault.
In seguito comparve su la prenominata Loggia, imponendo l'Apostolica Benedizione al sempre numeroso ed esultante popolo.
Preceduto poscia dal Crocifero, e fiancheggiato dalla Cavalleria, si trasferì con numeroso seguito di carrozze al Nobil Ritiro delle Dimesse, a render la visita a S.A.R l'Arciduchessa Maria Anna Ferdinanda, che lo accolse nel suo appartamento. Dopo di essersi trattenuto con essa in privato colloquio, la Santità Sua ammise al bacio del piede tutta quella Comunità.
Restituitosi il Santo Padre al Monastero di Santa Giustina poco dopo le ore 12, e salito al Trono, accolse con singolare umanità il Reverendissimo Capitolo de' Monsignori Canonici della Cattedrale Protonotarj Apostolici col privilegio de' Partecipanti in Abito Prelatizio, colà trasferitisi con seguito di carrozze, e fu umiliato il riverente uffizio da Mons. Illustrissimo e Reverendissimo Canonico Arciprete Co: Marco Regolo San Bonifacio.
Indi fu introdotta la Nobile Deputazione Rappresentante il General Consiglio, vestita con la consueta formalità in mantello nero listato d'oro, accompagnata da numerosa Nobiltà, che si è colà pure tradotta con numeroso seguito di carrozze.
Fu umiliato il complimento di riverenza e di omaggio alla Santità Sua a nome della Città dal Deputato Reg. Delegato Nob. Sig. Marchese Luigi Maria Fantini, a cui il Santo Padre degnò corrispondere con sensi di singolare umanità; ammettendo poscia al bacio del piede tanto la detta Nobile Deputazione, che tutto il Ceto Nobile; dopo di che furono presentati gl'Illustrissimi Signori Professori di questa celebre Regia Università, vestiti con le consuete loro Toghe, ed umiliato il riverente loro omaggio col mezzo del Nob. C: Ab. Matteo Franzoja P.P.P., e sindaco Legista, a cui con espressioni di benignità avendo corrisposto il Santo Padre, furono tutti ammessi al bacio del piede.
Anche la Nob. Presidenza della Veneranda Arca del Santo, e qualche altro Corpo ebbero l'onore di rendere i tributi di omaggio e riverenza a Sua Santità, accolti tutti con paterno affetto.
Verso le ore 6 poi della sera si recò il Santo Padre col solito treno al Monastero di Santa Sofia, ove dopo fatta la consueta visita alla Chiesa, vi si trattenne per lungo spazio di tempo, ed esternò la sua divozione verso le sacre spoglie della B. Beatrice Estense, dalle quali colle sue proprie mani staccò un dito per memoria, e venerazione di una tale Beata.
Passò quindi alla visita della Chiesa, e Monastero della R.R. Monache Francescane della Beata Elena, dove ritrovasi Superiora la sorella di Mons. Illustrissimo e Reverendissimo Vescovo d'Adria don Arnaldo Speroni degli Alvarotti dell'Ordine Cassinense, Prelato assistente al Soglio Pontificio. Ivi con le proprie sue mani il Santo Padre mise l'Anello in dito a quella meritissima Superiora, onorandola, con quelle che gli succederanno al governo, del titolo di Abbadessa.
Ad ora bene avanzata si restituì alla sua residenza in Santa Giustina, passando per le prinicipali strade e piazze della Città, che per un tratto di vera consolazione ed esultanza d'un Ospite, ch'è il Capo di tutto il Mondo Cattolico, furono universalmente, e copiosamente illuminate a giorno con forniture alle botteghe e strati alle finestre.
Essendo il martedì dedicato al Glorioso Sant'Antonio, volle il Santo Padre celebrare il S. Sagrifizio della Messa all'Altare dell'Arca di un tanto Taumaturgo. Alle ore 9 circa adunque del giorno 27 con un corteggio più numeroso del solito, e seguito di carrozze della Nobiltà, si avviò la Santità Sua al magnifico Tempio di detto Santo.
Questo era tutto illuminato, come nelle più solenni Funzioni, e ripieno d'ogni ordine di persone disposte secondo i ranghi, specialmente in luogo distinto il Ceto Nobile tanto della Città, che delle vicine, concorso in gran numero.


"Alle ore 9 circa adunque del giorno 27 con un corteggio più numeroso del solito, e seguito di carrozze della Nobiltà, si avviò la Santità Sua al magnifico Tempio di detto Santo. Questo era tutto illuminato, come nelle più solenni Funzioni..."


All'ingresso della Santità Sua, per quanto durò l'adorazione all'Altare del Santissimo Sacramento fu cantata dai Musici della Cappella l'Antifona "Ecce Sacerdos Magnus"; e nel frattempo della preparazione alla Santa Messa furono suonate scelte Sinfonie.
Volle esservi presente al Santo Sacrifizio anche S.A.R. l'Arciduchessa Maria Anna Ferdinanda colla sua prima Dama di Corte, come parimenti Sua Eccellenza il Sig. Marchese Ghisilieri. Assistettero alla Messa di Sua Santità tre eminentissimi Cardinali Livizzani, Borgia e Braschi Onesto, oltre a molti Vescovi e Prelati.
Terminata la Santa Messa, ed ascoltata quella d'un suo Cappellano segreto, si trsferì a visitare il Santuario unitamente alla R. Arciduchessa, e suo nobil seguito, e venerò l'insigne Reliquia della Lingua del Santo, dove poi salito maestoso Trono, ammise al bacio del piede molte Dame, e persone.
S'incamminò poscia alla Sagrestia, dove la benignità del Santo Padre, a soddisfazione della pietà di molte altre pesone, ammise pur queste al bacio del piede. Dopo esser stato servito all'interno del Convento di scelto rinfresco, passò a visitare la Scuola o Confraternita del Santo, situata nella Piazza del prenomianto Tempio, e salito sopra una Loggia a tal oggetto preparato, impartì l'Apostolica Benedizione alla moltitudine concorsavi: ammise poi al bacio del piede quei Confratelli ed altre persone intervenutevi.
Restituitosi alla sua Residenza, dopo un breve giro per la Città, si presentò a prestargli il dovuto omaggio la Congregazione de' Reverendissimi Parrochi della Città, e fece il riverente uffizio il Reverendissimo Parroco don. Alvise Dott. Bottelli, a cui degnò corrispondere il Santo Padre con tenerezza di paterno affetto.
Dopo il pranzo alle ore 6 circa la Santità Sua col solito treno si è trasferita alla Chiesa Cattedrale, ch'era tutta ripiena di popolo, vagamente, e riccamente addobbata, ed illuminata sfarzosamente, anche con molta copia di lampadari di cristallo di cere.
Cantata dal Coro de' Musici con Istrumenti al suo ingresso in Chiesa l'Antifona "Ecce Sacerdos Magnus", orò lungamente all'Altare del Santissimo Sacramento, passò quindi all'Altar Maggiore ad adorare la Santa Croce che v'era esposta, indi si portò alla Sagrestia de' Monsignori Canonici, dove ammise al bacio del piede tutto quel Nobile Capitolo, ove fu servito colle solite formalità di squisito rinfresco, come pure il suo seguito, e Corte Nobile.
Ritornato poi in Chiesa visità l'Altare del B.Gregorio Cardinale Barbarigo, e venerò l'incorrotto suo corpo.
Nel restituirsi che fece a Santa Giustina, visitò il Monastero delle R.R. M.M. Canonichesse Lateranensi dell'Ordine Agostiniano dette di Betlemme. Ivi si trattenne per qualche tempo, e lasciò piene di consolazione quelle pie Religiose, che furono conforme il solito ammesse al bacio del piede.
In detta sera non solo fu replicata l'illuminazione della Città tutta, ma anche la grande facciata della Chiesa di Santa Giustina; e la parte esteriore del Monasterol che riguarda il Prato della Valle, e la vicina strada comparvero tutte vagamente illuminate.
Meriterebbero perciò una dettagliata descrizione per essere state dall'universale pienamente applaudite, ma ci restringeremo ad alcuni cenni, che daranno per altro una qualche idea del ben concepito disegno.
Fu adunque formata una finta facciata architettonica in tre comparti come è la Chiesa. Quello di mezzo fu conformato d'Ordine Corinzio con grandi colonne binate con scanellature e fascie spirali, così pure gli altri due con colonne dello stess'Ordine.
Negl'intervalli vi erano delle nicchie con grandi statue simboleggianti diverse Virtù.
Le parti dell'Architettura, come sono le basi, gli architravi, i fregi, le cornici con li sovrapposti, frontoni, e piedistalli scon altre Statue di mior grandezza, furono di bene dipinti a diversi colori raffiguranti la varietà de' finti marmi, che tutto essendo al di dietro copiosamente illuminato, e perchè trasparente, formava una vaga ampia veduta. Nell'alto poi sostenuto da due Angeli in aria ergevasi il grande stemma getilizio di Sua Santità in egual modo trasparente.
L'esteriore del Monastero fu in simil guisa ridotto a simmetria architettonica. mentre le colonne, e i fregi alle porte, a tutte le finestre in contorno, le piramidi sopra il tetto, e li ben disposti lampioni di deverse vaghe forme, e colori, rendevano un tutto sì ben disposto, e luminoso, che fu l'ammirazione di un'inifinità di spettatori.
Davano risalto venti gran Piramidi ad ombrelle alla Chinese con lumi pendenti a chiocca, disposte lungo lo stradone, che conduce al Monastero.
Al di sotto della Loggia della Benedizione, altra pur ve n'era chiusa da cancellata, dove continuamente una scelta Banda d'Istrumenti da fiato con armoniosi concerti rendea ancor più brillante lo spettacolo, che riuscì tanto più grato allo stesso Santo Padre, quanto che sull'imbrunir della notte usendo dal Monastero di Betlemme gli si presentò per ammirarlo e goderlo all'immprovviso senza alcuna prevenzione.
Tosto che giunse Egli a Santa Giustina comparve sulla Loggia della Benedizione, la quale impartì al numerosissimo popolo, che copriva una gran parte del Prato della Valle, e che non cessava di prorompere in festevoli e divote acclamazioni. 

"passò a visitare la Scuola o Confraternita del Santo, situata nella Piazza del prenomianto Tempio, e salito sopra una Loggia a tal oggetto preparato, impartì l'Apostolica Benedizione alla moltitudine concorsavi"

Papa Pio VII a Padova (parte I)

Dopo l'approfondimento dedicato a Pio VI ed al suo viaggio a Venezia, oggi vi proponiamo l'antica cronaca della visita di Papa Pio VII in Padova, tratta dal bel libro di Don Felice Giacometti "Pio VII a Padova". Naturalmente suddivideremo la cronaca in tre parti, per aggevolare il lettore. 
Di seguito, la prima parte:





MEMORIE COMPENDIOSE
sull'arrivo, soggiorno e partenza
dalla città di Padova
della Santità del Sommo Pontefice

PIO VII
felicemente regnante


Padova 1800

nel Seminario

con lic.

a spese di Paolo Faccio


A consolazione del Mondo Cattolico, eletto nell'isola di San Giorgio Maggiore della Città di Venezia in Sommo Pontefice Gregorio Barnaba Chiaramonti di Cesena, Monaco Cassinense, Vescovo di Tivoli, poi d'Imola, Cardinale di San Callisto, pubblicato il 14 marzo 1800, che prese il nome di Pio VII e in venerazione della santa memoria dell'immortale suo Antecessore, e perchè da esso creato Cardinale; la Città di Padova fino da quel momento ebbe una qualche piacevole lusinga di essere onorata della sua sacra presenza, appoggiata sull'esimia pietà di tanto Pontefice, che non avrebbe forse tralasciato di portarsi a venerare le ceneri del Taumaturgo Sant'Antonio, e nel tempo stesso a riconoscere l'insigne Abbazia di Santa Giustina, che lo accolse per qualche tempo nell'età sua giovanile. 
Né furono vane tali concepite speranze; mentre tutta inondata di gioia ella si fu, quando assicurata ne venne, che prima di trasferirsi all'antica Romana Sua Sede, erasi già determinato dal Santo Padre di passare a questa Città,e così render compiuti i voti di questi divoti abitanti non solo, ma de' R.R. Monaci ancora, che tanto anelavano d'essere onorati d'un Ospite, figlio anch'egli un giorno dello stesso Santo loro Istitutore, ed ora Capo visibile di tutta la Chiesa Cattolica.
La giornata adunque dei 25 di maggio fu la destinata del Santo Padre per trasferisrsi a questa nostra Città.
Precorso poco prima il lieto annunzio col mezzo di una ben concepita, e tenera Pastorale del meritissimo Vicario Gener. Capitolare Mons. Illustrissimo, e Reverendissimo Francesco Sciopione Marchese Dondi dall'Orologio Protonotario Apostolico, e Canonico di questa insigne Cattedrale, che in volto d'ognuno traspirar videsi il sacro entusiasmo per la venuta di un tanto Pontefice; ben ricordevole ancora questa Città, quanto stato fosse prezioso per essa da diciot'anni il passaggio del suo Antecessore Pio VI, di sempre santa memoria.
Nella domenica appunto, 25, del detto mese, molto prima dell'arrivo del Santo Padre, accorere videsi ogni ordine di persone o alle Porte del Portello per cui dovea fare il suo ingresso, o a quelle strade per le quali dovea egli passare, attendendo con divota impazienza il primo momento di poter contemplare la Sacra Persona.
Poco dopo il mezzogiorno arrivò finalmente la Santità Sua alla Porta del Portello. Alcune carrozze da gala con livree dell'Abbazia di Santa Giustina l'attendevano a quella volta, onde a suo piacimento poterne far uso, offerte dai Monaci deputati del Monastero, che al primo apparire della Santità Sua smontarono per inchinarsi alla medesima.
Il Santo Padre però, ringraziati qué R.R. Monaci, volle rimanere in quelle da truppa di Cavalleria, e festeggiato dal suono giulivo di tutte le campane non che delle acclamazioni del folto popolo, nel cui volto dipinta vedeasi la gioia, e la venerazione verso l'Augusta Persona del Supremo Vicario di Cristo. Molte carrozze di questa Nobiltà conquelle dé R.R. Monaci gli furono di seguito. Dovunque passò, i portici, e le finestre erano adorne di tappezzerie.
Giunta la Santità Sua per la ben lunga strada alla Chiesa di Santa Giustina, fu ricevuto dagli Eminentissimi Cardinali Livizzani, della Somaglia, e Braschi Onesti, da molti Vescovi, e Prelati, non che dal Reverendissimo P. Procurator Generale della Congregazione Cassinense, dal Reverendissimo P. Abbate, e da tutta la Religiosa Comunità.
Appena smontato di carrozza entrò nella Chiesa, donde, fatta prima una divota e fervorosissima adorazione all'Altare del Santissimo Sacramento, passò al destinatogli appartamento, ove ammise al bacio del piede quella festosa ed esultante Comunità Religiosa. Dopo di ciò diede udienza a diversi distinti personaggi, che vi si erano portati per complimentarlo del di lui suo felice arrivo.
E' ben nota la vasta fabbrica del Monastero di Santa Giustina in due piani oltre il pian-terreno. Nel superiore fu alloggiato il Sommo Pontefice. Imponente al certo ad ognuno che la ravvisa è quella parte, dove è costruita la Libreria. Salita tutta la scala si pone in un luogo, e capace corridore, che porta ad una grande antisala pure ritrovasi, e a linea retta una lunga fila di camere, dove è solito risiedere il Reverendissimo P. Abbate.
Questo adunque fu l'appartemento alla Santita Sua destinato. Tanto pel corridore, che nelle antisale, Libreriae Camere erano dall'alto pendenti de' grandi lampadarj di cristallo, o vogliansi dir chiocche con cere, per accenderle sull'imbrunir della notte. Le pareti delle camere per Sua Santità, parte erano di scelti quadri fornite ad uso di galleria, e parte di preziose tappezzerie, spezialmente la Camera del Trono di soprarizzo d'oro addobbata.
Se di giorno era maestoso un tale appartamento vieppiù nella notte dava ad esso risalto la quantità de' lumi accesi; e dalla prima antisala da lungi osservata, riusciva ad ognuno d'ammirazione, e stupore.
Brevemente descitto l'appartamento del Santo Padre, nel dopo pranzo del giorno stesso del suo arrivo, si portò a visitarlo S.A.R. l'Arciduchessa Maria Anna Ferdinanda d'Austria Sorella dell'Augustissimo Nostro Sovrano, ed Abbadessa del Nobile Capitolo di San Giorgio in Praga, che da qualche tempo onora questa Città nel Collegio, ossia Ritiro delle Nobili Dimesse. Si trattenne la prelodata Principessa in lungo discreto colloquio con Sua Santità, ed undi introdotte alcune Dame del suo seguito, non che parecchi Cavalieri, furono tutti ammessi al bacio del piede, e della mano.
Partita l'Arciduchessa, Sua Santità volle appagare l'immensa folla di persone di ogni ordine, impartendo loro l'Apostolica sua Benedizione da una Loggia appositamente eretta nel Monastero e riguardante il Prato della Valle, vagamente apparata; dopo di ché si recò consolare colla sua presenza le Religiose del vivino Monastero della Misericordia, che furono benignamente ammesse al bacio del piede, e rimasero piene di spirituale contento per la di lui affettuosa degnazione.
Nel suo ritorno, acclamato dappertutto e venerato da un immenso numero di persone si compiacque di fare un giro intorno alla gran Piazza del Prato della Valle, ove passando impartì l'Apostolica sua Benedizione al divoto popolo in prodigioso numero concorsovi, e che tutto ingombrava quell'ampio, e spazioso recinto, formando il più bello, e commovente spettacolo.
Restituitosi finalmente il Santo Padre a Santa Giustina, all'entrare nel suo appartamento trovò nell'anticamera molti distinti Personaggi, fra i quali Sua Eccellenza il Sig. Tenente Maresciallo Baron di Monfrault, e Sua Eccellenza il Sig. Marchese Ghisilieri. In detta sera, stante la ristrettezza del tempo, che non permise di apprestare tutto l'occorrente, non potè effetturasi la divisata illuminazione della gran facciata della Chiesa di Santa Giustina; bensì fu illuminato a cera l'interno del Monastero e segnatamente il vasto appartamento di Sua Santità; come fu similmente praticato in ciascheduna sera, finchè si trattenne la medesima ad onorare il Monastero suddetto.


"E' ben nota la vasta fabbrica del Monastero di Santa Giustina in due piani oltre il pian-terreno. Nel superiore fu alloggiato il Sommo Pontefice."
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