Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Giuseppe Toniolo è Beato



"Attuò gli insegnamenti dell’Enciclica Rerum novarum del Papa Leone XIII; promosse l’Azione Cattolica, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, le Settimane Sociali dei cattolici italiani e un Istituto di diritto internazionale della pace. Il suo messaggio è di grande attualità, specialmente in questo tempo: il Beato Toniolo indica la via del primato della persona umana e della solidarietà. Egli scriveva: «Al di sopra degli stessi legittimi beni ed interessi delle singole nazioni e degli Stati, vi è una nota inscindibile che tutti li coordina ad unità, vale a dire il dovere della solidarietà umana" 

BENEDICTUS PP. XVI  
Regina Caeli, domenica 29 aprile 2012

Moraglia Patriarca: la Solennità di San Marco





Il primo Pontificale del Patriarca Moraglia nella festa del patrono di Venezia, San Marco: qualche immagine e l'omelia.

Celebrare la festa di san Marco evangelista significa riprendere in mano la nostra storia; San Marco, infatti, è stato, per circa mille anni patrono della Serenissima. Egli, così, richiama l’identità veneziana che si caratterizza, da sempre, come volontà d’incontro, di scambi culturali e commerciali, di viaggi; una ricchezza che non è solo economica ma umana, culturale, artistica, spirituale. In tal modo, san Marco, ci ricollega all’Oriente - la Terra santa -, all’Egitto - la città di Alessandria -, di cui l’evangelista secondo un’antica tradizione fu vescovo. Ssoprattutto, però, Marco ci riporta, attraverso il suo vangelo, al Signore Gesù che da lui viene presentato, fin dall’inizio, come il Figlio di Dio. In Marco, che ci unisce all’Oriente ma soprattutto alle origini del cristianesimo, c’è la profezia di quello che, nei secoli, sarebbe diventata la nostra città, la Regina dell’Adriatico, la Dominante, la Serenissima. 

Per questo oggi, in un’epoca di difficoltosa transizione con la quale il nostro territorio e la nostra città devono fare i conti, i veneziani non possono guardare a San Marco chiedendogli solo una generica protezione ma devono più che mai domandargli il coraggio e l’intraprendenza per guardare al presente e al futuro con più forza e ottimismo. I momenti di crisi, infatti, sono tempi in cui, a tutti, viene chiesto di dare di più, non di meno, d’essere più coraggiosi e meno timorosi. In particolare bisogna non cedere alla tentazione dell’individualismo, anzi impegnarsi a “far rete” e a guardare insieme alle scelte che riguardano l’interesse generale e che non parlano la lingua di una sola parte o, addirittura, di una parte contro l’altra ma, piuttosto, il linguaggio complesso e variegato del bene comune, con particolare attenzione al mondo del lavoro, della famiglia, dei giovani; soggetti che, in modi diversi, oggi sono messi a dura prova.  
Come membri della comunità religiosa e civile siamo convinti che sia necessario fare appello a tutte le risorse morali e spirituali per guardare, con più serenità e determinazione, al presente e al futuro. Non si può cedere allo sconforto, non possiamo vivere il tempo che ci è stato dato, come una condanna. Al contrario, il tempo che ci è stato dato da vivere è qualcosa in cui dobbiamo abitare dando il meglio di noi stessi, per lasciare, a chi verrà dopo, i frutti della nostra fatica, del nostro coraggio, della nostra fantasia. Il nostro protettore Marco, non fece parte della cerchia apostolica - ossia dei Dodici - ma, attraverso il legame con essi e in modo particolare con l’apostolo Pietro - fondamento degli Apostoli e di tutta la Chiesa - ci trasmette quello che viene considerato il secondo vangelo; in esso abbiamo la testimonianza ecclesiale di tutte le cose dette e fatte da Gesù per noi. Nell’odierna, solenne, ricorrenza dell’evangelista che, come da calendario, cade in tempo pasquale, vogliamo soffermarci su un aspetto importante riguardante le apparizioni con cui il Signore risorto si manifesta ai suoi. In Marco, come d’altronde negli altri evangelisti, gli incontri col Signore risorto costituiscono e legittimano la Chiesa che appare come la comunità che nasce dalla sua morte/risurrezione e dal dono dello Spirito Santo. Il Vangelo di Marco termina con una duplice conclusione; la seconda costituisce - come è noto - un’aggiunta successiva, pur essendo, a tutti gli effetti, ispirata e canonica. In tal modo il vangelo che abbiamo appena ascoltato, proclamato dal diacono, vuol garantire che, una volta asceso al cielo, il Signore Gesù non è più visibilmente accessibile ai suoi. Allora, a Lui, subentreranno gli Undici, ossia, la Chiesa, che proprio da Lui, e tramite gli Undici, riceve il mandato missionario: “Apparendo agli Undici , Gesù disse loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. Ma, dopo aver detto che, al posto di Gesù, vi è la santa Chiesa - ossia gli Undici mandati in missione dal Risorto -, il vangelo di Marco ne vuole proclamare l’indefettibilità, ossia il suo “non venir meno” a causa del male con cui, in ogni epoca, essa dovrà fare i conti, misurandosi con presenze che le si opporranno non solo dall’esterno ma, purtroppo, anche dall’interno. 
Il prosieguo del brano evangelico odierno ci aiuta a comprendere tutto questo: “Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, e se berranno qualche veleno, non recherò loro danno; imporrano le mani ai malati e questi guariranno ” (Mc16,17-18). Queste affermazioni non vanno intese pensando che gli apostoli e i loro successori saranno dei super-uomini o persone dotate di poteri magici, una specie di prestigiatori da spettacolo. Non saranno niente di tutto questo. Al contrario, il vangelo di Marco descrive, in estrema sintesi, quello che attraverso generi letterari fra loro differenti, occupa due interi libri del Nuovo Testamento: gli Atti degli Apostoli e, soprattutto, l’Apocalisse. Infatti, i due versetti che chiudono il Vangelo di Marco ci dicono, servendosi di immagini: “Scacceranno i demoni… prenderanno in mano i serpenti… se berranno qualche veleno non recherà loro alcun danno…”. Ciò significa che, alla fine, la salvezza ottenuta da Cristo sulla croce, e affidata alla sua Chiesa avrà - nonostante le tante sofferenze e persecuzioni - la meglio. Le porte degli inferi non prevarranno! Non a caso il libro degli Atti degli Apostoli s’interrompe proprio quando la salvezza raggiunge Roma che, all’epoca, era il centro e insieme il simbolo della totalità del mondo, mentre il libro dell’Apocalisse, dopo la narrazione di tante persecuzioni e sofferenze da parte delle Chiese e dei discepoli, termina con l’invocazione della Sposa - ossia la Chiesa - e dello Spirito che insieme dicono: vieni Signore Gesù! Per noi, che ci rallegriamo della protezione dell’evangelista Marco, la lettura meditata del suo Vangelo, in questo tempo pasquale, diventi il modo in cui vogliamo entrare personalmente e comunitariamente, di più e meglio, nella sua protezione. Ricordiamo, ancora, che cento anni fa, come oggi, s’inaugurava il ricostruito campanile di san Marco; infatti, proprio il 25 aprile 1912, alla città e ai veneziani, veniva restituito el paron de casa che, con le sue cinque campane ne ritmava e animava la vita; così, dopo dieci anni dal crollo del 14 luglio 1902, il grande campanile, piantato al lato della Basilica, tornava a presidiare una delle più belle piazze del mondo, per noi veneziani, la più bella piazza del mondo. Infine, oggi, è mio vivo desiderio anche a nome di tutta Chiesa veneziana, porgere gli auguri al carissimo patriarca Marco, la Vergine Nicopeia lo sostenga sempre con la sua tenerezza di Madre.


+ Francesco Moraglia

Patriarca di Venezia





In Festo Sancti Marci Evangelistæ




Quasi leo fortissimus
nullum pavens occursum, 
idola subvertit 
et gloriam Domini 
gentibus annuntiavit.

Alleluia!




Evviva il Papa!



19 aprile 2005 - 19 aprile 2012
Settimo anniversario dell'Elezione al Soglio Pontificio di Benedetto XVI


Oremus pro Pontifice nostro Benedicto 
Dominus conservet eum et vivificet eum et 
beatum faciat eum in terra et non tradat eum in animam inimicorum eius.


Lefevriani: Fellay risponde, ora tocca a Roma




di Andrea Gagliarducci (per korazym.org)
Verrà analizzata nelle prossime ore, la risposta che Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, che ha lasciato alla Congregazione della Dottrina della Fede ieri, dopo l’incontro avvenuto lunedì. La risposta arriva alla scadenza del periodo di un mese che era stato dato dalla Santa Sede alla Fraternità per terminare una trattativa che sembrava infinita. Ed è un testo -ha commentato padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana - "sostanzialmente diverso dalle altre risposte date in precedenza dalla Fraternità", anche se ci sono "richieste di chiarimenti e precisazioni". E questo "è un dato molto incoraggiante". Ora, si attende la riunione della quarta feria della Congregazione della Dottrina della Fede, che non dovrebbe essere lontana (sono riunioni che avvengono di mercoledì, quindi potrebbe essere già questo pomeriggio). L'ultima parola spetterà comunque al Papa. Poi, si pubblicherà un testo congiunto, una intesa tra la Fraternità e la Santa Sede. Ma - ha spiegato Lombardi - non sarà reso noto il testo originario del preambolo. Un preambolo proposto a settembre dalla Congregazione della Dottrina della Fede come prima condizione perché la Fraternità rientrasse in comunione con la Chiesa, gli incontri si sono susseguiti a più riprese.

Il testo del preambolo è rimato riservato, per evitare condizionamenti, e mai si saprà. Ma in ambiente vaticano si è informalmente sottolineato che nel testo c’è il minimo richiesto. Nel minimo, rientra anche l’accettazione del Concilio Vaticano II. Dal Concilio non si può tornare indietro. Ed è una condizione riguardo la quale la parte più agguerrita della Fraternità di San Pio X sembra non voler sottostare. E' un comunicato breve e chiaro quello divulgato oggi dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei: "In data 17 aprile 2012 è pervenuto, come richiesto nell'incontro del 16 marzo 2012, svoltosi presso la sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il testo della risposta di Sua Excellenza Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Il suddetto testo sarà esaminato dal Dicastero e successivamente sottoposto al giudizio del Santo Padre".

L’ultimo incontro è avvenuto lo scorso 16 marzo. Da un lato del tavolo, il prefetto della Congregazione perla Dottrina della Fede William Levada. Dall’altra parte, Bernard Fellay. Due ore di incontro, per discutere la risposta che a Fellay aveva inviato alla Commissione a seguito del consegna del Preambolo dottrinale. Una risposta considerata – recitava il comunicato ufficiale della Santa Sede - “non sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità.” Il passo era previsto dagli addetti ai lavori, anche perché quello che trapelava dal dibattito interno alla Fraternità rendeva evidente il problema. Dopo un mese, Fellay si è ripresentato in Congregazione per la Dottrina della Fede con una seconda risposta. La stampa ha anticipato che si trattava di emendamenti “non sostanziali” al preambolo, lasciando così intendere una possibilità di trattativa per il Superiore dei Lefevbriani. Parole che in qualche modo sembrano sminuire lo sforzo di Benedetto XVI, il quale, nonostante le polemiche create da questi gesti anche in seno alla Chiesa di Roma, per il negazionismo di uno dei vescovi della F.S.S.P.X, Wiliamson, per la preghiere del Venerdì Santo per gli Ebrei, Benedetto XVI ha fatto davvero di tutto per evitare uno scisma, ribadendo però con determinazione che il Concilio Vaticano II non si tocca come non può essere in discussione la obbedienza al Papa e alla Chiesa.

Ora si discute come questa risposta positiva debba essere valutata. Benedetto XVI ha fatto del suo pontificato un pontificato dell’unità, cercando di ricomporre le fratture in seno alla stessa Chiesa. E, già quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cercò in tutti i modi di evitare lo scisma lefevrbiano, di cui segue la parabola fin dagli anni Ottanta. Nel 1988 sembrava che la soluzione fosse vicina e possibile. Dopo un visita ad Ecône del cardinale Gagnon l’8 aprile Giovanni Paolo II, in una lettera al Cardinal Ratzinger, disegnava una proposta che permettesse alla F.S.S.P.X di ottenere una collocazione regolare nella Chiesa: un'intesa - firmata a maggio - riguardo l'utilizzo dei Libri liturgici approvati nel 1962 e la costituzione della F.S.S.P.X in “Società di vita apostolica”. In cambio Lefebvre prometteva di obbedire al Papa e accettare il Vaticano II, riconoscendo anche la validità dei nuovi riti della Messa.

Ma la rottura si creò lo stesso quando Lefebvre, vedendosi rifiutata l’autorizzazione a ordinare un Vescovo che gli succedesse nella Fraternità, ritrattò e decise di ordinare comunque il 29 giugno del 1988 quattro vescovi senza il consenso di Roma.
 Per scongiurare l'ordinazione illecita, il 24 maggio 1988 Papa Giovanni Paolo II concesse finalmente l'autorizzazione. Non bastò. Lefebvre il 15 agosto rispose per iscritto che necessitava di non uno ma tre Vescovi. La rottura era inevitabile. Iniziò un lungo dibattito, fino alla revoca della scomunica ai vescovi ordinati senza consenso di Roma voluta da Benedetto XVI nel 2009. Era da giugno 2008 che i lefebvriani chiedevano la revoca della scomunica, con l'impegno a rispondere alle proposte presentate per conto di Benedetto XVI dal Cardinal Castrillón Hoyos presidente di Ecclesia Dei, e ritenuto molto vicino alla F.S.P.X. Nel 2007 il Papa aveva anche offerto la possibilità di celebrare la Messa secondo il messale del 1962, e chiarito alcuni punti dottrinale nel testo firmato dal cardinale Levada “Quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la Dottrina sulla Chiesa”.

Aquileia 2: l'omelia del Cardinal Bagnasco






L'omelia pronunciata dal Cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, alla Celebrazione Liturgica nella Basilica di Santa Maria Assunta ad Aquileia a conclusione del Convegno Ecclesiale Triveneto



Cari Confratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio 
Autorità 
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore 
 
1.        Sono lieto di essere con voi per celebrare la conclusione di un significativo cammino pastorale delle Diocesi  del Triveneto. Le comunità cristiane che, con i loro Pastori, si interrogano su come annunciare il Vangelo all’uomo contemporaneo, sono motivo di gioia e di fiducia, poiché manifestano la passione di annunciare Gesù, consapevoli che “è l’amore di Cristo che colma i nostri cuori e ci spinge ad evangelizzare”, come ricorda il Santo Padre Benedetto XVI (Porta fidei, 7). Fin dall’inizio del suo ministero petrino, egli ha richiamato l’attenzione sulla fede che si presenta oggi come il problema più urgente: la fede non di chi non crede, ma di chi crede. Una fede a volte tiepida e stanca, poco consapevole, non è in grado di riscaldare il mondo moderno che, dopo tante illusioni, spera di ritrovare il cielo e di scoprire che non è disabitato. Sono molti i deserti che assediano il cuore degli uomini, forse anche il nostro: ma – così mi sembra – il deserto più grande e temuto è la paura di essere soli, orfani, gettati nel caso di un universo vuoto e freddo; spinti a ritirarsi dentro ad una cinta che rassicuri ma che non ripara dalle intemperie. Dove sto andando? - l’uomo si chiede -, che cosa mi attende dopo il muro del tempo? Che senso hanno le gioie che stringo come l’acqua tra le mani, le fatiche che affronto, il dolore mio e di tanti, specialmente di chi è innocente? Perché tanto grande e diffuso è l’istinto del dominio? Dove ho fondato l’edificio dei miei giorni? Illusioni o realtà, sabbia o solida roccia? Cari Amici, parliamo dell’uomo moderno, ci interroghiamo su come è fatto per comunicare con lui, per offrire la lieta notizia di Gesù; cerchiamo le vie di accesso al suo cuore. Ed giusto! Ma, non dimentichiamo: Sant’Agostino ci insegna che l’uomo, nel fondo di se stesso, è sempre uguale nel suo anelito alla felicità e alla vita. Le situazioni mutano, e con esse subentrano sollecitazioni nuove che dobbiamo conoscere, e che poco o tanto conosciamo perché viviamo nel tempo, ma il cuore umano resta ferito, segnato da un’inguaribile nostalgia di cielo, di bene, di verità, di gioia. E’ vero che la polvere è un grande nemico: su tutto si deposita e si accumula, rende opaco lo sguardo e attenua le voci dell’anima, ma l’uomo resta uguale a se stesso, come una freccia posta verso il cielo. Ed è in questo costitutivo e provvidenziale paradosso che Dio aspetta le sue creature. Le attende come un padre i suoi figli riottosi e dimentichi, forse ingrati e ribelli. Ma li attende, e la sua attesa non è inoperosa, ma ci precede sempre; arriva prima dei suoi stessi messaggeri, tanto da farci commuovere quando scopriamo che Lui, il Signore, aveva già posto i suoi semi di inquietudine e di ricerca.
 
2. Ma come possiamo corrispondere meglio alle attese del mondo? Attese di trascendenza, di qualcosa che rompa il cerchio soffocante del materialismo e liberi lo spirito, perché possa librarsi verso l’alto e così meglio vivere il tempo? Sicuramente le vostre riflessioni vi hanno portato a delle indicazioni pertinenti, vi hanno confermato in cammini pastorali antichi, e incoraggiato verso strade nuove. La fantasia dello Spirito, che il Risorto ha inviato alla sua Chiesa, ispira la passione per le anime. Il Vangelo appena ascoltato, però, arricchisce il vostro convenire ecclesiale e sospinge verso alcuni lidi mai esauriti o scontati.
I discepoli sono riuniti, il Risorto entra a porte chiuse augurando la pace, ed essi gioiscono al vedere il Signore. Le porte chiuse evocano un certo timore dei discepoli che ancora non sanno di Gesù; ciò che sembra unirli è la paura del mondo esterno e la comune esperienza della delusione e della tristezza. Ma Gesù risorto irrompe, e apre non solo il luogo del raduno, ma i loro cuori, e con l’augurio della pace placa il turbinio dei sentimenti e dei discorsi: l’augurio pacifica i loro animi perché  non è solo un auspicio ma un dono. E così nasce la gioia, non quella traditrice che consegue al successo, ma quella che è generata dal vedere Gesù, che nasce dalla sua presenza, dall’accorgersi che Lui è lì con loro e che li abbraccia con il suo sguardo. Ecco la prima risposta che ci viene dal Vangelo: il mondo ha bisogno di vedere attraverso la comunità cristiana unita e gioiosa il volto del Risorto, il cielo. Ma le nostre comunità sanno vedere il Signore, sanno aiutarsi a vederlo nei solchi dei cuori, nella vita della gente, nella storia? Oppure sono dei luoghi chiusi per timidezza, per rispetto umano, per poca convinzione? La gioia cristiana è tanto più vera quanto più si trova in mezzo alle difficoltà, più vera perché riposa solo nella presenza del Signore e non sulla nostra efficienza. Allora cresce “un più convinto impegno ecclesiale – come scrive il Papa – a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede” (ib). Quell’aggettivo “nuova”, non  può riferirsi innanzitutto ad una rinnovata comunità cristiana, capace di vedere il Risorto e quindi di vivere e di comunicare la gioia?
Ma il Vangelo mette in rilievo un altro elemento che va ad approfondire quell’aggettivo che da anni  circola sulle nostre labbra. Tommaso, assente durante la prima apparizione, non si fida della parola dei suoi compagni. Gesù, paziente, ritorna e dolcemente lo rimprovera: un monito che sale dai secoli fino a noi. La comunità dei discepoli deve essere una comunità di fiducia e di affidamento: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. E’ dunque una comunità solida quella che il Signore vuole, una comunità centrata su di Lui, ma dove i rapporti reciproci sono fluidi e affidabili, le diffidenze e i primaziati sono dissolti anche se rinascono ogni giorno in un dinamismo umano che viene vinto dalla grazia rovente dello Spirito. Una comunità dove la fede degli uni sostiene l’incredulità di altri, e così la preghiera e l’amore.
Infine, non possiamo tacere del dono dello Spirito per il perdono dei peccati: è l’amore misericordioso di Dio che si fa perdono e grazia. In questa seconda domenica di Pasqua, dedicata alla divina misericordia, ci viene ricordato che abbiamo bisogno del perdono come della luce. Ma anche che il mondo vuole incontrare uno sguardo di misericordia e di perdono per sentirsi riabilitato ai suoi stessi occhi, per poter riconoscere la sua presunzione di voler fare a meno di Dio. L’uomo, ogni uomo ha bisogno di sentirsi rigenerato per guardare al domani con fiducia, per  ricominciare la vita. Tanta violenza nasce dal non sapersi perdonati, fissati nei propri errori, e quindi senza futuro, come se il tempo dovesse essere un continuo ritorno del male e della vergogna. Ma così non è, e il mondo deve sapere che dove c’è Dio c’è futuro. Deve sapere che la gioia è possibile, e devono leggerla sul volto dei cristiani, sul nostro volto. “Solo credendo (…) la fede cresce e si rafforza”, dice Benedetto XVI (ib) rifacendosi a Sant’Agostino: “ i credenti <si fortificano credendo> ” (ib).
 
3. Cari Confratelli, cari fratelli e sorelle! Nella sera che avanza, in questo splendido cenacolo, anche noi facciamo l’esperienza dei primi discepoli: anche qui il Risorto è entrato con la sua parola che pacifica i  cuori e ci chiama a conversione; anche noi, guardando a Lui, ci affidiamo gli uni agli altri perché la nostra fede cresca, la comunione si rafforzi, la gioia cristiana sia rinnovata e contagi le nostre terre, i borghi, le città e i mari. E cammini veloce sulle ali libere della verità di Dio che è amore. In questa preghiera, mentre celebriamo Cristo, luce che non tramonta, vogliamo abbracciare il Santo Padre Benedetto XVI con i suoi 85 anni di vita. A lui guardiamo con gratitudine e affetto grandi, con docilità di mente e di vita. Vogliamo seguirlo – lui il Vicario di Gesù – mentre con serenità e forza ci conduce in un cammino di interiore riforma, prima forma di ogni evangelizzazione. Lo raggiungiamo sulle ali della preghiera perché il Signore, che lo ha scelto, lo sostenga con la forza dolce e gentile del suo Spirito.





Lefevriani: in una fase di attesa




di Andrea Tornielli (per Vatican Insider)
Il superiore generale della Fraternità San Pio X, il vescovo Bernard Fellay, la sera del 14 aprile ha preso carta e penna per inviare un messaggio riservato agli altri tre vescovi e a tutti i sacerdoti appartenenti al gruppo lefebvriano, ribadendo lo stato dei rapporti con la Santa Sede.

Fellay, facendo riferimento alle indiscrezioni di stampa sulla possibile soluzione positiva del dialogo con Roma, avrebbe spiegato che in questo momento nulla di definitivo è ancora avvenuto, né in direzione del riconoscimento canonico, ma neppure in direzione di una rottura, e dunque ci si trova in una fase di attesa.

Il vescovo, secondo le indiscrezioni raccolte da Vatican Insider, ha voluto ribadire ai preti della Fraternità quanto aveva già scritto alcuni giorni fa, ricordando i due principi che guidano i lefebvriani nei rapporti con Roma: il primo è che non vengano domandate alla Fraternità delle concessioni che tocchino la fede e ciò che ne deriva (liturgia, sacramenti, morale e disciplina). Il secondo, che venga concessa una reale libertà e autonomia d’azione alla San Pio X, che le permetta di vivere e di svilupparsi.

Come interpretare questo messaggio del superiore lefebvriano? Innanzitutto è interessante notare come non venga affatto negata la possibilità di una soluzione positiva, che molte fonti – sia tra quelle vicine alla Fraternità San Pio X, sia tra quelle vaticane – danno ormai per probabile e imminente. Fellay, che sa di avere al suo interno una fronda dichiaratamente contraria all’accordo (stimabile attorno al 25 per cento, ma comprendente, seppur con posizioni differenziate, anche gli altri tre vescovi, Williamson, Tissier de Mallerais e Gallareta), ha probabilmente voluto tranquillizzare i suoi interlocutori interni sul fatto che l’inquadramento canonico e il rientro nella piena comunione avverrà secondo quelle due condizioni da lui già pubblicamente enunciate nelle scorse settimane.

Aquileia 2: qualche scatto "liturgico"



Qualche bella immagine dalla Basilica di Sant'Eufemia in Grado: la messa con i vescovi della conferenza episcopale triveneta e i primi vespri, presieduti dal Patriarca di Venezia. 















Lefevriani: l'accordo è ormai vicino




di Andrea Tornielli (per Vatican Insider)
L’accordo tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X fondata da monsignor Marcel Lefebvre potrebbe essere questione di giorni, forse anche di ore. Il superiore della Fraternità, il vescovo Bernard Fellay, avrebbe sottoscritto una nuova versione del preambolo dottrinale consegnatogli lo scorso settembre dal cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e presidente della pontificia commissione Ecclesia Dei. 
Ufficialmente in Vaticano si sta ancora attendendo l’arrivo della risposta di Fellay, al quale lo scorso 16 marzo era stata richiesta una decisione definitiva. Ma secondo le informazioni raccolte dal vaticanista di Le Figaro, Jean-Marie Guenois, molto si è mosso a livello «ufficioso», e l’accordo sarebbe ormai vicino. 
Nel settembre 2011, al termine di un percorso di colloqui dottrinali – voluti dalla Fraternità San Pio X – la Santa Sede aveva presentato un breve documento chiedendo ai lefebvriani di sottoscriverlo. Il testo, suscettibile di piccole modifiche, conteneva sostanzialmente tre punti, e la richiesta di sottoscrivere la «professione di fede» richiesta a chiunque assuma un ufficio ecclesiastico. E dunque ad assicurare un «religioso ossequio della volontà e dell’intelletto» agli insegnamenti che il Papa e il collegio dei vescovi «propongono quando esercitano il loro magistero autentico», anche se non sono proclamati in modo dogmatico, come nel caso della maggior parte dei documenti del magistero. 
Sottoscrivere il preambolo, hanno ripetuto le autorità vaticane, non avrebbe significato porre fine «alla legittima discussione, lo studio e la spiegazione teologica di singole espressioni o formulazioni presenti nei documenti del Concilio Vaticano II». Com’è noto, la Fraternità San Pio X si era detta disposta ad accettare la gran parte dei testi conciliari, ma non la dottrina della libertà religiosa, così come è espressa nel secondo paragrafo della dichiarazione Dignitatis humanae, come pure la dottrina della Chiesa espressa nel n. 8 della costituzione Lumen gentium; la dottrina sull’ecumenismo, nel n. 3 del decreto Unitatis redintegratio, e infine la dottrina della collegialità, come espressa nel n. 22 della Lumen gentium. 
Sembra che alla fine si sia arrivati a un testo condiviso. Del resto, lo stesso Fellay durante l’incontro del settembre 2011 aveva detto ai suoi interlocutori romani che non c’erano problemi ad accettare il primo e il secondo punto dei preambolo, mentre più problematica era l’accettazione del terzo. Ma nella risposta inviata in due riprese tra dicembre e gennaio, e quindi in più di una dichiarazione pubblica, il superiore della San Pio X aveva dichiarato inaccettabile il testo dottrinale proposto dal Vaticano. 
Lo scorso 16 marzo, l’incontro decisivo e la richiesta della Santa Sede a Fellay affinché rispondesse entro un mese. È noto che Benedetto XVI tenga particolarmente a chiudere la ferita che egli vide aprirsi da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede nel 1988, quando Lefebvre, dopo aver praticamente raggiunto un accordo con il Vaticano, decise di non firmarlo e consacrando quattro nuovi vescovi senza mandato del Papa compì un’azione scismatica. Papa Ratzinger ha liberalizzato la messa antica e tolto le scomuniche ai quattro vescovi lefebvriani, e ha acconsentito anche alla terza richiesta della Fraternità, quella di intavolare un confronto dottrinale con le autorità romane, incentrato soprattutto sull’interpretazione dei testi conciliari. 
L’inquadramento canonico per la Fraternità San Pio X dovrebbe essere quello della «prelatura personale», figura giuridica innovativa inserita nel Codice di diritto canonico del 1983 e fino ad oggi utilizzata soltanto per l’Opus Dei.

Parte Aquileia 2, il convegno ecclesiale del Triveneto




Poche ore, ormai, al momento inaugurale del secondo convegno ecclesiale delle diocesi del Nordest.
La tre giorni si snoderà tra Grado, dove si terranno l’apertura, le sessioni assembleari e i lavori di gruppo, e Aquileia, dove, alle 15.30 di domenica 15 aprile, il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, celebrerà la Santa Messa conclusiva.
Presenti 580 delegati, i 15 vescovi titolari delle singole diocesi, alcuni vescovi emeriti e il vescovo thailandese di Chiang Mai, mons. Francis Xavier Vira Arpondratana, nella cui diocesi si trova la missione triveneta.
A 22 anni di distanza dal primo convegno di Aquileia si è avvertita la necessità, per le Chiese del Nordest, alla luce delle trasformazioni di questi decenni, ritrovarsi per capire, nella riflessione e nella preghiera, cosa lo Spirito domanda oggi loro.
Tre le dimensioni su cui è lavorato: la memoria del percorso fatto in questi vent'anni, il discernimento sulle sfide dell’oggi, la profezia, per trovare piste pastorali da percorrere insieme, per una rinnovata evangelizzazione nelle terre del nordest. 
Il convegno si aprirà venerdì 13 aprile, alle 15.15, al Pala-congressi di Grado, con l’accoglienza dei convegnisti e i saluti delle autorità. Nel pomeriggio verrà ricordato il primo convegno di Aquileia, seguiranno l’introduzione generale da parte di mons. Antonio Mattiazzo, vescovo di Padova e vicepresidente del comitato preparatorio, tre comunicazioni sul cammino di preparazione da parte di tre membri del consiglio di presidenza del comitato preparatorio (Margherita Debertol, Francesco Longo e don Franco Gismano) e l’introduzione ai lavori dei gruppi di mons. Lucio Soravito, vescovo di Adria Rovigo e vicepresidente del comitato preparatorio e di mons. Renato Marangoni, segretario generale del convegno. Alle 19 in Pala-congressi si celebreranno i Vespri presieduti dal mons. Luigi Bressan, arcivescovo di Trento.
In serata, dalle ore 21, sempre al Pala-congressi, Telechiara proporrà una diretta del programma Fatti nostri, condotta da Alberto Feltrin, sul tema del bene comune. Il dibattito vedrà la partecipazione di mons. Antonio Mattiazzo, vescovo di Padova, Alessandro Calligaris presidente di Confindustria Friuli Venezia Giulia, Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est, Roberto Molinaro, assessore regionale all’istruzione, famiglia, cooperazione e associazionismo del Friuli Venezia Giulia, Mario Pezzetta, presidente di Anci Friuli Venezia Giulia, Franca Porto, segretario generale Cisl Veneto.
Fino alle 23 sarà inoltre possibile la preghiera di adorazione in una chiesetta del centro storico di Grado. 
La giornata di sabato 14 aprile sarà invece dedicata ai lavori di gruppo, riservati ai convegnisti. Saranno ben trenta i gruppi che opereranno sui temi : Una nuova evangelizzazione nel Nordest, In dialogo con la cultura, Impegnati per il “bene comune”.
I lavori inizieranno dopo la Santa Messa delle 8.30, presieduta nella basilica di Grado da mons. Dino de Antoni, arcivescovo di Gorizia e presidente della Conferenza Episcopale Triveneta. Al termine, alle ore 19, in basilica di Grado, il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, presiederà i Primi Vespri, mentre in serata, a partire dalle ore 21.30 si terrà una processione con preghiera mariana nel centro storico di Grado. 
Nella mattinata di domenica 15 aprile avranno termine i lavori, dopo le Lodi presiedute, alle ore 8.45, da mons. Andrea Bruno Mazzocato, arcivescovo di Udine. L’assemblea conclusiva, a partire dalle 9.30, vedrà la presentazione delle sintesi dei lavori di gruppo, le comunicazioni dei vicepresidenti del Comitato preparatorio e la lettura del messaggio alle comunità cristiane e alla popolazione del Nordest. La conclusione della mattinata sarà affidata a mons. Dino De Antoni, presidente della Conferenza episcopale Triveneta.
Nel pomeriggio, infine, alle 15.30, nella basilica di Aquileia, sarà celebrata l’Eucaristia dal Cardinale Angelo Bagnasco. Nel corso della celebrazione, valida per la domenica in Albis, le persone battezzate nelle diocesi del nordest nel corso della Veglia Pasquale deporranno le “albe”. Le offerte raccolte nel corso della liturgia eucaristica saranno devolute alla missione triveneta in Thailandia.
La celebrazione sarà proposta in diretta da Telechiara (visibile in Veneto e Friuli Venezia Giulia sul canale 14, sul 74 a Trento e sul 612 a Bolzano) e da Bluradioveneto.

http://aquileia2.it/notizie/convegno-blocchi-partenza

Appuntamento con la Procuratoria





Quaderni della Procuratoria
arte, storia, restauri della Basilica di San Marco

San Marco tra liturgia e turismo

venerdì 13 aprile 2012 alle ore 17:00
presso la sala Sant'Apollonia (Castello 4309)

introduce

prof. dott. Giorgio Orsoni

relatori

mons. dott. Gianni Bernardi
Delegato Patriarcale per la Cultura

dott. Adriano Favaro
Gioranalista, Caporedattore del Gazzettino

intervengono

dott. ing. Marino Zorzato
Vice Presidente Regione Veneto

mons. dott. Antonio Meneguolo 
Procuratore di San Marco, Delegato Patriarcale per la Basilica

prof.ssa Irene Favaretto
Procuratore di San Marco



Con Gesù, sul Monte degli Ulivi



di Sandro Magister (per l'Espresso) 
Nell’omelia della messa “in cæna Domini” del Giovedì Santo, Benedetto XVI ha toccato un tasto sensibile della sua azione per restituire alla liturgia il suo autentico “spirito”: quello dell’inginocchiarsi.
In effetti, da quando, in ogni messa, il papa ha deciso di dare la comunione ai fedeli inginocchiati, questo suo gesto ha raccolto poche lodi e ha trovato rari imitatori. In quasi tutte le chiese del mondo le balaustre sono state eliminate, la comunione la si prende in piedi e non si è incoraggiati a inginocchiarsi neppure durante la consacrazione. La gran parte dei liturgisti squalificano l’inginocchiarsi come un gesto devozionale tardivo, inesistente nell’eucaristia delle origini.
Benedetto XVI sa di muoversi controcorrente. Nel libro intervista “Luce del mondo” si è detto consapevole di dare con ciò un “segno forte”:
“Facendo sì che la comunione si riceva in ginocchio e la si amministri in bocca, ho voluto dare un segno di profondo rispetto e mettere un punto esclamativo circa la Presenza reale… Deve essere chiaro questo: È qualcosa di particolare! Qui c’è Lui, è di fronte a Lui che cadiamo in ginocchio”.
Ebbene, nell’omelia del Giovedì Santo Benedetto XVI è andato alla radice del mettersi in ginocchio, che lungi dall’essere una devozione spuria, è un gesto caratterizzante la preghiera di Gesù e della Chiesa nascente.
Ecco le sue parole:
“… Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli evangelisti ci riferiscono riguardo all’atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che egli ‘cadde faccia a terra’ (Mt 26, 39; cfr. Mc 14, 35), assunse quindi l’atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei santi: Stefano durante la sua lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio. Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma, in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che egli vinca”.



Surrexit Christus hodie. Alleluia!
Humano pro solamine. Alleluia!
In hoc Paschali Gaudio. Alleluia!
Benedicamus Domino. Alleluia!
Mortem qui passus Pridie. Alleuia!
Miserrimo pro homine. Alleuia!
Laudetur sancta Trinitas. Alleluia!
Dicamus Deo gratias. Alleluia!


Auguri di buona Pasqua!



Nella più grande umiliazione




Herr, unser Herrscher, dessen Ruhm
In allen Landen herrlich ist!
Zeig’ uns durch deine Passion,
Daß du, der wahre Gottessohn
Zu aller Zeit,
Auch in der großten Niedrigkeit,
Verherrlicht worden bist

Signore, nostro sovrano, la cui gloria
è magnifica per tutta la terra!
Mostraci con la tua Passione
che tu, vero Figlio di Dio,
in ogni tempo,
anche nella più grande umiliazione,
sei stato glorificato






Oblazione d'una vittima, d'un sacrificio




"Ecco: la voce, quella voce di Lui, Noi la ripeteremo tra poco compiendo questo santissimo rito, suona così: "Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, che sarà immolato per voi; fate questo in ricordo mio. . . Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, e quante volte ne beviate fatelo in mia memoria" (1 Cor. 11, 24-25).


Come sono brevi, come sono dense, come sono semplici, come sono profonde queste parole! Vorremmo subito renderci conto del loro significato immediato: sono parole trasformatrici; vorremmo renderci conto del loro significato intenzionale: sono parole conviviali, che invitano alla cena del Signore, per la quale Egli ha preparato alimento sorprendente, quasi sconcertante: il suo corpo, il suo sangue, Lui stesso cioè; ma che cosa vuol dire un convito in cui tale cibo e tale bevanda sono offerti, tale presenza è realizzata, se non la oblazione d'una vittima, d'un sacrificio? Ma come è possibile farci un concetto almeno simbolico di così inaudita realtà? Il Signore sembra risponderci: fermate lo sguardo alle apparenze sensibili, alle specie sacramentali, cui tuttora lascio rivestire i nuovi misteri che io vi ho posti davanti; e mediante queste apparenze, pane e vino, sollevate a valore di segni, cercate, cercate di qualche cosa comprendere, e di molto sapere, di molto adorare, di molto credere, di molto amare (cfr. S. Th. III, 61, 1).

Fratelli e Figli e Fedeli e uomini tutti! A questo punto si pronuncia una crisi. Noi non comprendiamo più con la nostra sola ragione. Noi vorremmo comprendere! Ma il discorso di Cristo, così limpido e piano, a chi vi pensa si è fatto duro. "Durus est hic sermo" (Io. 6, 60). Avviene una ribellione interiore nello spirito umano. Allora ecco chi se ne va scuotendo il capo, e tutto geloso di conservare la sua rispettabile, ma piccola dignità, la sua preziosa, ma modesta razionalità; ma uscendo dal cenacolo del banchetto eucaristico sacrificale non si avvede, e se ne accorgerà poi, di camminare nella notte. È più buio fuori, che dentro. "Erat autem nox" (Io. 13, 30)."


PAULUS PP. VI
Omelia, Santa Messa in Coena Domini, 15 aprile 1965



Moraglia Patriarca: la Messa Crismale





La prima Messa Crismale del Patriarca Moraglia celebrata quest'oggi nella Basilica marciana. Qualche immagine (da Flickr) e un'assaggio dell'omelia.

"Fuori di metafora, più che mai, coloro che sono costituiti nel sacerdozio di primo e secondo grado, ovvero i vescovi e i presbiteri, non devono, come prima cosa, confidare in se stessi ma, piuttosto, nell’onnipotenza chi li ha scelti e mandati; l’esperienza dice che un presbitero o un vescovo fondato sulla consapevolezza di sé, che ha grande considerazione delle proprie doti umane, che conta molto sulla sua cultura, alla fine, alla prova dei fatti, non sarà mai al servizio di Dio. 

E’ chiaro che ciò che vale per il sacerdozio di secondo grado - i presbiteri - vale a maggior ragione per quello di primo grado - i vescovi - che, proprio in forza della pienezza del sacerdozio, devono calarsi ancor più nel loro servizio a Dio e all’uomo. 

Tutto ciò, ovviamente, vale ancor più nei confronti del Papa che, prima di tutto, è il nostro padre comune, il padre di tutti di fronte al quale tutti nella Chiesa sono figli. 

Guardiamo, allora, al principio spirituale che secondo modalità specifiche essenzialmente differenti - come insegna il Concilio Ecumenico Vaticano II, al n. 10 della Costituzione Dogmatica sulla Chiesa - chiede d’essere tradotto nella propria vita da parte di chi è rivestito del sacerdozio battesimale e ministeriale. 

Il principio spirituale è: quanto più ci abbandoniamo a Dio, non contando su se stessi, tanto più Dio opera in noi e attraverso di noi; l’umiltà, quindi, è la virtù che lascia operare Dio in noi e soltanto la fede rende possibile l’esprimersi dell’umiltà. 
A tutti voi carissimi presbiteri, circondati oggi dalla comunità dei fedeli, esprimo la gioia di poter celebrare insieme, per la prima volta, il giovedì santo. 
La celebrazione crismale unisce tutto il presbiterio diocesano intorno al vescovo che è - pur nella sua indegnità - capo, sommo sacerdote e grande liturgo della sua Chiesa; si tratta, in tal modo,di una celebrazione di tutta la Chiesa, non solo di una sua parte, di una corporazione, ma di tutta laChiesa; la connotazione di questa assemblea è pienamente e compiutamente ecclesiale nel suo riferirsi a Cristo e ciò viene ribadito al momento delle promesse sacerdotali che sono rinnovate - dinanzi alla Chiesa e al mondo - nelle mani del Vescovo e, per suo tramite,  in quelle di Dio."


+ Francesco Moraglia
Patriarca di Venezia




Il Crisma e la disobbedienza di alcuni preti



di Andrea Tornielli (per Vatican Insider)
Nell’omelia che ha tenuto stamane in San Pietro, durante le messa crismale, Benedetto XVI ha citato esplicitamente l’appello dei preti dissenzienti austriaci, nel quale si chiedono riforme e si apre alla possibilità del sacerdozio femminile. Parlando della «conformazione a Cristo» del prete, e delle difficoltà a realizzarla «nella situazione spesso drammatica della Chiesa di oggi», il Papa ha detto: «Di recente, un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi questa disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del magistero – ad esempio nella questione circa l’ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore».



«La disobbedienza è una via per rinnovare la Chiesa?», si è chiesto Ratzinger. «Vogliamo credere agli autori di tale appello – ha aggiunto – quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove – per riportare la Chiesa all’altezza dell’oggi. Ma la disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di un vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?»
Il riferimento del Pontefice è alla cosiddetta «Pfarrer-Initiative», un «appello alla disobbedienza» nel quale vengono richieste urgenti riforme nella Chiesa, sottoscritto da 329 parroci austriaci. I firmatari hanno coinvolto altri gruppi di base (come ad esempio «Noi siamo Chiesa»), che da anni avanzano richieste simili alla Santa Sede, e cioè l’abolizione dell’obbligo del celibato per i preti della Chiesa latina, la comunione ai divorziati risposati e il sacerdozio femminile. I dissenzienti hanno minacciato di voler procedere con le «messe» celebrate dai laici, nel caso non vengano accolte le loro richieste di ordinare preti uomini sposati e donne.

Benedetto XVI, dopo aver citato l’appello, ha continuato osservando che in effetti Gesù «ha corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio», per risvegliare «l’obbedienza alla vera volontà di Dio», contro l’arbitrio dell’uomo. E ha smentito che il richiamo all’obbedienza rappresenti una difesa dell’immobilismo, dell’irrigidimento e della tradizione. «No», ha spiegato il Papa, «chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare, può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa». «Resta chiaro – ha aggiunto – che la conformazione a Cristo è il presupposto e la base di ogni rinnovamento».
Ratzinger ha quindi detto che se la figura di Gesù può apparire «a volte troppo elevata e troppo grande», ci sono state date «“traduzioni” in ordini di grandezza più accessibili e più vicini a noi». E ha citato la «grande schiera di sacerdoti santi», da «Policarpo di Smirne e Ignazio d’Antiochia attraverso i grandi pastori quali Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, fino a Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni Maria Vianney, fino ai preti martiri del Novecento e, infine, fino a Papa Giovanni Paolo II che, nell’azione e nella sofferenza ci è stato di esempio nella conformazione a Cristo».
Sono i santi, ha affermato Benedetto XVI, a indicarci «come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio», spiegando che «Dio non guarda ai grandi numeri e ai successi esteriori, ma riporta le sue vittorie nell’umile segno del granello di senape». Il Papa ha quindi ricordato che nel recente concistoro diversi cardinali «hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente.
Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere e amare la nostra fede – ha aggiunto – per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto». Un contenuto che si trova innanzitutto nella Sacra Scrittura. Ma per trasmetterlo in modo che «tocchi veramente il nostro cuore», c’è bisogno dell’aiuto della parola «della Chiesa docente». A questo proposito il Papa ha citato i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa cattolica, definendoli «strumenti essenziali», come pure i documenti di Giovanni Paolo II, «tesoro che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo».
Infine, Benedetto XVI ha ricordato, portando l’esempio del Curato d’Ars, l’importanza per i preti dello «zelo per le anime»: espressione «fuori moda» e in alcuni ambienti «considerata addirittura una parola proibita, perché – si dice – esprimerebbe un dualismo tra corpo e anima, dividendo a torto l’uomo». Il Papa ha detto che «naturalmente, come sacerdoti ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto», tuttavia «non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore». E «le persone non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso».


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