Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Sacro e profano: novità di fine anno in Vaticano


 

Un fine dicembre frizzante nei sacri palazzi. Partiamo dalle gustose notizie "liturgiche": il Pontefice ha annoverato a Membri della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti alcuni neo porporati. Ritorno in grande stile per il cingalese Cardinale Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, Arcivescovo di Colombo (un vero ratzingeriano d'oro, noto per il brillante carisma e lo zelo liturgico), il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Cardinale Angelo Amato; l'americanissimo Cardinale Raymond Leo Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (forse il più conservatore di tutti, famoso per i suoi Pontificali in Forma Extraordinaria con tanto di cappa magna); segue il Cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero (il suo Il Sigillo è un fantastico richiamo alla vera vita sacerdotale) ed il Cardinale Velasio De Paolis, Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede. Un po' in sordina il nome del polacco Cardinale Kazimierz Nycz, Arcivescovo di Warszawa (poco noto, almeno in ambito liturgico). 
In una recente intervista il Cardinal Cañizares agognava la nascita di un nuovo movimento liturgico, ma a quanto pare in Vaticano, non è cosa utopica.




Per quanto rigurada le notizie meno "sacre", spicca il nuovo colpo di penna di Papa Ratzinger: per domani è attesa la pubblicazione di un nuovo Motu Proprio tutto dedicato agli istituti finanziari della Santa Sede, con famigerato Istituto per le opere di Religione (IOR) in testa. Il piano di Sua Santità punta alla trasparenza, con tanto di istituzione di un'Autorità di Informazione Finanziaria (Aif). Dopo i casi di presunto riciclaggio con l'Ettore Gotti Tedesci (direttore generale dello IOR) sotto indagine, le norme antiriciclaggio europee saranno vigenti pure nello Stato Vaticano. 




immagini da Corbis 

Padre Lombardi racconta il 2010 del Papa


Proponiamo l'intervista di Radio Vaticana a Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

Cinque viaggi internazionali, quattro visite pastorali in Italia, un’Esortazione apostolica, un Concistoro e un sinodo, 45 udienze generali con quella di domani, un libro intervista. Sono alcuni dei numeri che hanno caratterizzato il 2010 di Benedetto XVI. Un anno, ha riconosciuto il Papa nel discorso alla Curia Romana, segnato dallo scandalo degli abusi da parte di membri del clero. Proprio da questa dolorosa vicenda, muove la riflessione del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che in questa intervista di Alessandro Gisotti si sofferma sui passaggi salienti del 2010 del Papa:

R. – Il problema di quest’anno non è del tutto nuovo. In Paesi come gli Stati Uniti si era posto già una decina di anni fa con grande intensità. Anche in Irlanda il problema risale agli anni passati e, nel corso del 2009, era già stato affrontato dal Papa, insieme ad alcuni vescovi irlandesi: il Papa aveva annunciato la sua lettera ai cattolici d’Irlanda su questo tema. E’ vero, però, che nel corso di quest’anno il problema si è posto con forza anche in altri Paesi europei e questo ha suscitato notevole reazione e sconcerto. Il Pontefice ha fatto molti atti e molti interventi, che sono stati esemplari, su come affrontare, e con quale spirito, questo problema. Ha dimostrato con l’ascolto delle vittime in varie occasioni un atteggiamento di prontezza ad ascoltare, a capire, a partecipare alla sofferenza. Ha invitato in molti casi la Chiesa a un rinnovamento profondo: ricordiamo il discorso finale dell’Anno sacerdotale che ci ha toccato tutti molto profondamente. Ha poi anche incoraggiato concretamente tutti quelli che si impegnano nel campo della prevenzione, del risanamento di queste ferite. Siamo quindi nella giusta direzione per superare il dramma di questo scandalo, che ha ferito profondamente tante persone, ma che deve essere preso come occasione per un rinnovamento, per una capacità di ascolto, per una riflessione in profondità su tutti i temi. Non solo, dunque, sul tema della santità sacerdotale, ma anche sui temi della sessualità e del rispetto della persona nel mondo di oggi, dove tante volte questo rispetto manca proprio per quanto riguarda la dimensione della sessualità e dell’affettività. Da questo grande dramma, io spero possa venire per la Chiesa un impulso di rinnovamento e anche di impegno su frontiere più approfondite per un servizio alla dignità della persona umana, alla santità della vita.

D. – Il Papa ha dedicato alla libertà religiosa il messaggio per la Giornata mondiale della pace: un tema di drammatica attualità, vista anche la recrudescenza delle persecuzioni anticristiane...

R. – Noi di solito, pensando alle persecuzioni, alle difficoltà dei cristiani, guardiamo principalmente ai Paesi del Medio Oriente, però è vero, purtroppo, che anche in tante altre regioni del mondo ci sono problemi: pensiamo ai fatti accaduti in India, nelle Filippine e in altre parti dell’Asia. Ciò che ci ha molto addolorato, in particolare in questi ultimi mesi, sono i problemi posti alla libertà di religione, di coscienza dei cristiani in Cina. Su questo vi sono stati alcuni interventi importanti e anche molto espliciti da parte delle autorità vaticane. Il documento per la Giornata Mondiale della pace di quest’anno ha tuttavia invitato anche ad allargare lo sguardo sull’Occidente, sulle società secolarizzate. Il termine “cristianofobia” è stato usato per la prima volta dal Papa nel discorso alla Curia Romana, ed è qualcosa che riguarda anche i nostri Paesi e le nostre culture: questo tentativo di emarginare dalla vita pubblica, in particolare, i segni cristiani e le espressioni della vita cristiana. Insistere sul diritto di praticare esplicitamente e liberamente la fede cristiana in tutte le aree del mondo, anche in quelle dei Paesi secolarizzati, come contributo alla vita buona della società, è stato uno dei messaggi più significativi del Santo Padre durante il viaggio nel Regno Unito ed è stato molto ascoltato, in particolare nel discorso a Westminster Hall.

D. – Uno dei momenti forti nella vita della Chiesa del 2010 è stato il Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente. Anche in questa occasione il Papa ci ha ricordato, come fa costantemente, quanto i cristiani, e non solo in Terra Santa, siano promotori di riconciliazione, costruttori di pace...

R. – Sì, pure se purtroppo ci sono stati, anche dopo il Sinodo, segni di violenza e di difficoltà per i cristiani - ricordiamo l’attentato alla chiesa di Baghdad - il Sinodo ha dato un’impressione di vitalità, di impegno, di desiderio di testimoniare attivamente, da parte dei cristiani dei diversi riti, delle diverse comunità nella regione. Quindi, è stato anche un segno di speranza, nonostante le difficoltà che perdurano.

D. – Benedetto XVI ha compiuto molti viaggi quest’anno: quattro in Italia e cinque internazionali. Quello nel Regno Unito, come lui stesso ha affermato, resta memorabile, anche per la Beatificazione di John Henry Newman...

R. – La figura di Newman è stata importante, in questo viaggio. La figura di Newman per questo Pontefice è una figura di significato cruciale per il rapporto tra fede, ragione e spiritualità. Nell’ultimo discorso alla Curia romana, il Papa ha messo in rilievo un aspetto in più, che non aveva approfondito durante il viaggio nel Regno Unito, cioè quello della coscienza: cosa significa la coscienza, per il cardinale Newman, come criterio di guida nel cammino della ricerca della verità. La personalità di Newman, soprattutto per il mondo anglofono, ma anche per la Chiesa universale, viene proposta dal Papa come una figura luminosa, in un tempo in cui bisogna trovare sia pure tra difficoltà, ma con costanza, il cammino nel contesto di un dibattito culturale, religioso, spirituale molto impegnativo.

D. – Tra le decisioni di largo orizzonte prese dal Papa quest’anno c’è l’istituzione di un dicastero per la Nuova Evangelizzazione. Pensiamo anche alla formula del “Cortile dei gentili”, proposta da Benedetto XVI per gli uomini del nostro tempo...

R. – La costituzione di un nuovo Dicastero è stata forse una sorpresa, perché non si pensava che occorressero nuove istituzioni nell’ambito della Curia romana. E’ un messaggio, però, molto chiaro: il messaggio della priorità dell’annuncio, dell’annuncio del Vangelo, nella missione della Chiesa, sempre attraverso i tempi, anche in situazioni difficili. Il dicastero della Nuova Evangelizzazione è un messaggio specifico, ma deve lavorare nel contesto della più ampia missione della Chiesa, tematizzando proprio l’annuncio esplicito del Vangelo nel mondo di oggi.

D. – Lei ha definito il libro intervista “Luce del mondo” un “atto di vero coraggio comunicativo”. Qual è la sfida che, secondo lei, Benedetto XVI lancia agli operatori della comunicazione, un fenomeno questo che contraddistingue, quasi definisce l’era in cui viviamo?

R. – Noi continuiamo a scoprire le caratteristiche specifiche di Papa Benedetto XVI nella direzione della comunicazione. Vi era l’idea che fosse un Papa non comunicativo, rispetto al suo grande predecessore. In realtà, sta trovando delle formule che sono sue, caratteristiche, ma nuove - anche da parte di un Papa - per comunicare il messaggio. Pensiamo allo stesso libro “Gesù di Nazareth” di cui stiamo attendendo il secondo volume e di cui poi speriamo di avere il completamento con un terzo volume: un libro di carattere teologico-spirituale, scritto personalmente da un Papa teologo è anch’esso una grande novità di questo Pontificato, come lo è anche il libro-intervista. Questo mostra certamente la riflessione e la ricerca da parte del Papa di trovare le vie adatte e consone, anche, alla sua personalità comunicativa. Vorrei aggiungere anche le altre forme classiche della sua comunicazione, che sono le omelie, le catechesi o i grandi discorsi. Le omelie, in particolare, qualificano il servizio di questo Papa come un grande contributo alla sintesi fra teologia e spiritualità per la Chiesa di oggi: è un maestro di omiletica per la Chiesa intera. (ap)

intervista da www.oecumene.radiovaticana.org, immagini da Corbis.

Natale 2010, qualche immagine da San Pietro






   
Con qualche scatto della solenne Celebrazione papale nella Solennità della Natività di Nostro Signore, vi auguriamo un buon Natale.

immagini da Corbis, Daylife.

Il Cardinal Cañizares e il "nuovo movimento liturgico"


Un imperdibile Card. Antonio Cañizares Llovera sulla Liturgia. Intervista di Andrea Tornielli:

La liturgia cattolica vive «una certa crisi» e Benedetto XVI vuole dar vita a un nuovo movimento liturgico, che riporti più sacralità e silenzio nella messa, e più attenzione alla bellezza nel canto, nella musica e nell’arte sacra. Il cardinale Antonio Cañizares Llovera, 65 anni, Prefetto della Congregazione del culto divino, che quando era vescovo in Spagna veniva chiamato «il piccolo Ratzinger», è l’uomo al quale il Papa ha affidato questo compito. In questa intervista al Giornale, il «ministro» della liturgia di Benedetto XVI rivela e spiega programmi e progetti.
Da cardinale, Joseph Ratzinger aveva lamentato una certa fretta nella riforma liturgica postconciliare. Qual è il suo giudizio?
«La riforma liturgica è stata realizzata con molta fretta. C’erano ottime intenzioni e il desiderio di applicare il Vaticano II. Ma c’è stata precipitazione. Non si è dato tempo e spazio sufficiente per accogliere e interiorizzare gli insegnamenti del Concilio, di colpo si è cambiato il modo di celebrare. Ricordo bene la mentalità allora diffusa: bisognava cambiare, creare qualcosa di nuovo. Quello che avevamo ricevuto, la tradizione, era vista come un ostacolo. La riforma è stata intesa come opera umana, molti pensavano che la Chiesa fosse opera delle nostre mani, invece che di Dio. Il rinnovamento liturgico è stato visto come una ricerca di laboratorio, frutto dell’immaginazione e della creatività, la parola magica di allora».
Da cardinale Ratzinger aveva auspicato una «riforma della riforma» liturgica, parole oggi impronunciabili persino in Vaticano. Appare però evidente che Benedetto XVI la desideri. Può parlarcene?
«Non so se si possa, o se convenga, parlare di “riforma della riforma”. Quello che vedo assolutamente necessario e urgente, secondo ciò che desidera il Papa, è dar vita a un nuovo, chiaro e vigoroso movimento liturgico in tutta la Chiesa. Perché, come spiega Benedetto XVI nel primo volume della sua Opera Omnia, nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa. Cristo è presente nella Chiesa attraverso i sacramenti. Dio è il soggetto della liturgia, non noi. La liturgia non è un’azione dell’uomo, ma è azione di Dio».
Il Papa più che con le decisioni calate dall’alto, parla con l’esempio: come leggere i cambiamenti da lui introdotti nelle celebrazioni papali?
«Innanzitutto non deve esserci alcun dubbio sulla bontà del rinnovamento liturgico conciliare, che ha portato grandi benefici nella vita della Chiesa, come la partecipazione più cosciente e attiva dei fedeli e la presenza arricchita della Sacra Scrittura. Ma oltre a questi e altri benefici, non sono mancate delle ombre, emerse negli anni successivi al Vaticano II: la liturgia, questo è un fatto, è stata “ferita” da deformazioni arbitrarie, provocate anche dalla secolarizzazione che purtroppo colpisce pure all’interno della Chiesa. Di conseguenza, in tante celebrazioni, non si pone più al centro Dio, ma l’uomo e il suo protagonismo, la sua azione creativa, il ruolo principale dato all’assemblea. Il rinnovamento conciliare è stato inteso come una rottura e non come sviluppo organico della tradizione. Dobbiamo ravvivare lo spirito della liturgia e per questo sono significativi i gesti introdotti nelle liturgie del Papa: l’orientamento dell’azione liturgica, la croce al centro dell’altare, la comunione in ginocchio, il canto gregoriano, lo spazio per il silenzio, la bellezza nell’arte sacra. È anche necessario e urgente promuovere l’adorazione eucaristica: di fronte alla presenza reale del Signore non si può che stare in adorazione».
Quando si parla di un recupero della dimensione del sacro c’è sempre chi presenta tutto questo come un semplice ritorno al passato, frutto di nostalgia. Come risponde?
«La perdita del senso del sacro, del Mistero, di Dio, è una delle perdite più gravi di conseguenze per un vero umanesimo. Chi pensa che ravvivare, recuperare e rafforzare lo spirito della liturgia, e la verità della celebrazione, sia un semplice ritorno a un passato superato, ignora la verità delle cose. Porre la liturgia al centro della vita della Chiesa non è affatto nostalgico, ma al contrario è la garanzia di essere in cammino verso il futuro».
Come giudica lo stato della liturgia cattolica nel mondo?
«Di fronte al rischio della routine, di fronte ad alcune confusioni, alla povertà e alla banalità del canto e della musica sacra, si può dire che vi sia una certa crisi. Per questo è urgente un nuovo movimento liturgico. Benedetto XVI indicando l’esempio di san Francesco d’Assisi, molto devoto al Santissimo Sacramento, ha spiegato che il vero riformatore è qualcuno che obbedisce alla fede: non si muove in modo arbitrario e non si arroga alcuna discrezionalità sul rito. Non è il padrone ma il custode del tesoro istituito dal Signore e consegnato a noi. Il Papa chiede dunque alla nostra Congregazione di promuovere un rinnovamento conforme al Vaticano II, in sintonia con la tradizione liturgica della Chiesa, senza dimenticare la norma conciliare che prescrive di non introdurre innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità per la Chiesa, con l’avvertenza che le nuove forme, in ogni caso, devono scaturire organicamente da quelle già esistenti».

 
Che cosa intendete fare come Congregazione?
«Dobbiamo considerare il rinnovamento liturgico secondo l’ermeneutica della continuità nella riforma indicata da Benedetto XVI per leggere il Concilio. E per far questo bisogna superare la tendenza a “congelare” lo stato attuale della riforma postconciliare, in un modo che non rende giustizia allo sviluppo organico della liturgia della Chiesa. Stiamo tentando di portare avanti un grande impegno nella formazione di sacerdoti, seminaristi, consacrati e fedeli laici, per favorire la comprensione del vero significato delle celebrazioni della Chiesa. Ciò richiede un’adeguata e ampia istruzione, vigilanza e fedeltà nei riti e un’autentica educazione per viverli pienamente. Questo impegno sarà accompagnato dalla revisione e dall’aggiornamento dei testi introduttivi alle diverse celebrazioni (prenotanda). Siamo anche coscienti che dare impulso a questo movimento non sarà possibile senza un rinnovamento della pastorale dell’iniziazione cristiana».
Una prospettiva che andrebbe applicata anche all’arte e alla musica...
«Il nuovo movimento liturgico dovrà far scoprire la bellezza della liturgia. Perciò apriremo una nuova sezione della nostra Congregazione dedicata ad “Arte e musica sacra” al servizio della liturgia. Ciò ci porterà a offrire quanto prima criteri e orientamenti per l’arte, il canto e la musica sacri. Come pure pensiamo di offrire prima possibile criteri e orientamenti per la predicazione».
Nelle chiese spariscono gli inginocchiatoi, la messa talvolta è ancora uno spazio aperto alla creatività, si tagliano persino le parti più sacre del canone: come invertire questa tendenza?
«La vigilanza della Chiesa è fondamentale e non deve essere considerata come qualcosa di inquisitorio o repressivo, ma un servizio. In ogni caso dobbiamo rendere tutti coscienti dell’esigenza, non solo dei diritti dei fedeli, ma anche del “diritto di Dio”».
Esiste anche il rischio opposto, cioè quello di credere che la sacralità della liturgia dipenda dalla ricchezza dei paramenti: una posizione frutto di estetismo che sembra ignorare il cuore della liturgia…
«La bellezza è fondamentale, ma è qualcosa di ben diverso da un’estetismo vuoto, formalista e sterile, nel quale invece talvolta si cade. Esiste il rischio di credere che la bellezza e la sacralità del liturgia dipendano dalla ricchezza o dall’antichità dei paramenti. Ci vuole una buona formazione e una buona catechesi basata sul Catechismo della Chiesa cattolica, evitando anche il rischio opposto, quello della banalizzazione, e agendo con decisione ed energia quando si ricorre a usanze che hanno avuto il loro senso nel passato ma oggi non ce l’hanno o non aiutano in alcun modo la verità della celebrazione».
Può dare qualche indicazione concreta su che cosa potrebbe cambiare nella liturgia?
«Più che pensare a cambiamenti, dobbiamo impegnarci nel ravvivare e promuovere un nuovo movimento liturgico, seguendo l’insegnamento di Benedetto XVI, e ravvivare il senso del sacro e del Mistero, mettendo Dio al centro di tutto. Dobbiamo dare impulso all’adorazione eucaristica, rinnovare e migliorare il canto liturgico, coltivare il silenzio, dare più spazio alla meditazione. Da questo scaturiranno i cambiamenti...».


intervista da ilgiornale.it
immagini da New Liturgical Movement (Pontificale del Card. Cañizares in Forma Extraordinaria in San Giovanni in Laterano)

Il Motu Proprio e la riforma della riforma: parla Mons. Bux



Seguiamo i passi di Cantuale Antonianum e divulghiamo questa intervista pubblicata da Tempi. Un Monsignor Bux assolutamente da non perdere:

Una Messa da manuale

Il teologo Nicola Bux spiega perché in cima alle preoccupazioni di Benedetto XVI c’è il «crollo della liturgia». E perché il restauro delle forme di culto passa necessariamente per il discusso Motu proprio sul rito in latino

di Valerio Pece
«In questo modo si impedisce pure “ai fedeli di rivivere l’esperienza dei due discepoli di Emmaus: ‘E i loro occhi si aprirono e lo riconobbero’”». Ecco spiegato in modo mirabile di cosa si parla quando si parla di cattiva liturgia. La citazione è presa da Redemptionis sacramentum, documento fortemente voluto da Giovanni Paolo II.
Sono rimasti in pochi oramai a negare che in campo liturgico ai documenti ufficiali del Concilio Vaticano II si sia sostituito abusivamente un invasivo “Spirito del Concilio”. Due esempi su tutti: il canto gregoriano e il latino, l’uso dei quali era indicato tra le “consegne” liturgiche più importanti del Concilio. Non si sa bene come, nella prassi, com’è noto, tutto è svanito. «Effettivamente come questo sia successo se lo chiedono in molti», dice a Tempi il teologo don Nicola Bux. «È una pagina ancora da chiarire. I fatti sono questi: Paolo VI costituì il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, con il compito, appunto, di “eseguire” ciò che era nella Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium. Su questa esecuzione è poi accaduto di tutto, perché confrontando la lettera del testo e le applicazioni successive appaiono differenze notevoli. Prendiamo il gregoriano. Al numero 116 della Sacrosanctum Concilium si legge che la Chiesa lo riconosce come “il canto proprio della liturgia romana” e come tale gli riserva “il posto principale”. Ora, “canto proprio” è un’espressione specifica, significa che il gregoriano è tutt’uno con il rito latino. Eliminare il canto proprio è come strappare la pelle di dosso a una persona. È quello che è stato fatto». La ragione accampata è che non lo si saprebbe cantare. «Ma questo è un falso problema», spiega il teologo. «Se pensiamo a quanti mottetti la gente canta, solo perché questi sono stati custoditi e perpetuati: la Salve Regina, il Kyrie… E poi basta davvero che il canto sia in italiano perché la gente canti?».

La stessa Chiesa in tutto il mondo
I biografi concordano che il fascino esercitato dal cattolicesimo su convertiti quali Newman, Benson e Chesterton, fu dovuto anche a quell’universalismo della liturgia latina che ancora oggi gioca un ruolo importante nel persuadere molti anglicani a bussare alla Chiesa di Roma. Ebbene, oltre il gregoriano certi occultamenti hanno riguardato anche il latino. Eppure la Sacrosanctum Concilium al n. 36 prescrive espressamente: “L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini”. «Tradurre le letture nelle lingue parlate – sostiene don Bux – è stata cosa buona, dobbiamo capirla. Ma il Papa ha aggiunto che “una presenza più marcata di alcuni elementi latini aiuterebbe a dare una dimensione universale, a far sì che in tutte le parti del mondo si possa dire: Io sono nella stessa Chiesa”. Almeno alla preghiera eucaristica e alla colletta il latino dovrebbe tornare. Tra l’altro Paolo VI stabilì che i messali nazionali fossero pubblicati sempre bilingui, italiano e latino. Per permettere in ogni momento la celebrazione in latino, poi per tenere allenati i sacerdoti, e infine poiché l’italiano cambia e le traduzioni, spesso vere e proprie interpretazioni, tendono sempre più a tradire. C’era una lettera del Papa che lo prescriveva: non gli hanno obbedito».
La liturgia è sacra se ha le sue regole. E se da un lato l’ethos, cioè la vita morale, è un elemento chiaro per tutti, dall’altro lato si ignora quasi totalmente che esiste anche uno jus divinum, un diritto di Dio a essere adorato. Don Bux: «Si dice: Dio, anche se c’è, con la mia vita non c’entra. Invece Dio c’entra con tutto. “Tutto mi appartiene”, si legge nelle Scritture, anche la vita del regista Monicelli gli apparteneva. Attenzione, perché il Signore è geloso delle sue competenze, e il culto è quanto di più gli è proprio. Invece proprio in campo liturgico siamo di fronte a una deregulation». Per sottolineare quanto senza jus ed ethos il culto diventa necessariamente idolatrico, nel suo recentissimo libro (Come andare a Messa e non perdere la fede, Piemme) don Nicola Bux cita un passo dell’Introduzione allo spirito della liturgia di Joseph Ratzinger. Scrive Ratzinger: «In apparenza tutto è in ordine e presumibilmente anche il rituale procede secondo le prescrizioni. E tuttavia è una caduta nell’idolatria (…), si fa scendere Dio al proprio livello riducendolo a categorie di visibilità e comprensibilità». E ancora: «Si tratta di un culto fatto di propria autorità (…) diventa una festa che la comunità si fa da sé; celebrandola, la comunità non fa che confermare se stessa». Il risultato è irrimediabile: «Dall’adorazione di Dio si passa a un cerchio che gira attorno a se stesso: mangiare, bere, divertirsi». Un effetto domino.
È fondamentale notare – scrive don Bux – che «la caricatura del divino in sembianza bestiale» è un chiaro indice del fatto che «lo stravolgimento del culto trascina con sé l’arte sacra». Difficile non pensare all’architettura di tante chiese moderne. Decadimento che riguarda anche musica e costumi, visto che intorno al vitello d’oro si cantava e danzava in modo profano. Insomma, è tutto legato alla liturgia. Non per nulla nella sua autobiografia (La mia vita, San Paolo) Ratzinger dichiarava solennemente: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia» .

Un gesto di ecumenismo
Facilmente, frequentando la Messa per dieci domeniche in parrocchie diverse, capiterebbe di assistere a dieci differenti liturgie. E se è vero che cattolico significa universale, qualcosa forse non torna. Eppure l’enciclica Ecclesia de Eucharistia era stata chiarissima: «La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante, né della comunità». La tesi di don Bux è che in soccorso alla liturgia potrebbe andare quel Motu proprio Summorum Pontificum che nel 2007 ha liberalizzato la forma straordinaria del rito latino. Per il teologo «le due forme del rito possono arricchirsi a vicenda, proprio a partire da questo clima religioso di Mistero, il Sitz im Leben, l’ambiente vitale dove è possibile incontrare Dio». Ma si può già fare un primo bilancio del Motu proprio? Don Bux risponde così: «Una settimana fa ero a Parigi. La Messa che dietro richiesta ho celebrato in forma straordinaria era affollatissima di giovani. Il parroco di Sainte-Clotilde mi diceva che celebra tranquillamente con i due riti, senza alcun problema. La verità è che dovremmo tutti liberarci da questa deleteria contrapposizione tra vecchio e nuovo rito, il nostro amato Papa incoraggia e desidera la continuità. E celebrare sia in forma ordinaria che straordinaria significa mettere in pratica questa continuità della Chiesa. Seguiamolo!».
Non si può nascondere, però, che siano molti a boicottare il Motu proprio. Per tutti, l’ex vescovo di Sora, Luca Brandolini, che alla notizia della liberalizzazione del rito straordinario confidò a Repubblica di aver pianto per quel “giorno di lutto”. Eppure in una prospettiva ecumenica la liberalizzazione della Messa antica è un passo avanti. «Lo ha dimostrato – aggiunge don Bux – il defunto patriarca di Mosca Alessio II, il quale applaudì al Motu proprio con parole chiarissime: “Il Papa ha fatto bene. Tutto ciò che è recupero della tradizione avvicina i cristiani tra loro”».
Secondo il teologo «il movimento di giovani creatosi intorno al rito antico è in forte crescita». Ma nessuno, specie se nato negli anni Settanta-Ottanta, può essere “tradizionalista” in nome della nostalgia per i bei tempi che furono. «Molti giovani domandano una sola cosa: incontrare il sacro. Ecco la ragione del successo della Messa gregoriana. Ignorare questa richiesta, che ha un contorno tutto spirituale e per nulla ideologico (come invece si vorrebbe far credere), è almeno contraddittorio per chi, per definizione, dovrebbe “episcopein”, cioè osservare, scrutare». La situazione è paradossale: «Si era fatto di tutto per rinnovare la liturgia e attirare i giovani, e adesso proprio loro non si sentono attratti. È un fatto che con la forma straordinaria del rito non pochi di loro riescano maggiormente ad adorare il Signore. La liturgia serve per dare al Signore la lode e la giusta adorazione. Una liturgia che non mette al primo posto il Signore è una fiction, e loro se ne accorgono. Quando i sacerdoti recitano la preghiera eucaristica (cioè il momento culminante della Messa, quello del Suo sacrificio per noi) continuando a roteare lo sguardo sul popolo invece che guardare alla Croce dinanzi a loro, diventa allora chiaro che non stanno parlando col Signore, non sono rivolti a Lui. E ciò non è senza conseguenze: i fedeli saranno portati a distrarsi, a scapito della partecipazione».


Ma quali “spalle al popolo”
Sta nascendo un movimento liturgico nuovo che guarda al modo di celebrare di Benedetto XVI. «La cosa di gran lunga più importante che il Papa vuol farci comprendere – dice don Bux – è l’orientamento del sacerdote, del suo sguardo soprattutto. “Là dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento” scrive magnificamente Benedetto XVI, ed è appunto questo il nocciolo della questione: il giusto orientamento». Sembra dunque di essere arrivati a uno snodo rischioso. «“In alto i nostri cuori, sono rivolti al Signore”, lo diciamo ma non lo facciamo. Se il sacerdote guardasse la croce, o il tabernacolo, ci sarebbe per i fedeli un effetto fortissimo. Se proprio dall’offertorio alla comunione il sacerdote non vuol stare rivolto ad Dominum, cioè a Oriente, abbia almeno la Croce al centro dinanzi a sé. Si badi bene, questo sarebbe possibile anche con i nuovi altari, per cui senza tornare a distruggere nulla (abbiamo assistito già alla demolizione dissennata di tanti altari antichi e belli), basterebbe porre sull’altare la croce e voltarsi ad essa. Esattamente come fa Benedetto XVI, che interpone la croce tra sé e i fedeli, una croce ben visibile». In fondo Ratzinger aveva in mente proprio questo quando si rammaricava perché «il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l’aspetto di un tutto chiuso in se stesso». Eppure – si obietta – dare le spalle al popolo o anche solo interporre la croce sull’altare fa venir meno il senso di convivialità. «Conosco l’obiezione: è l’idea di Messa-banchetto che fa tanto “comunità di base anni Settanta”, dura a morire. Per questo fu coniata l’espressione “Messa di spalle al popolo”. Davvero è pensabile che le spalle al popolo del sacerdote farebbero perdere il senso di comunione? Ma questa, per esser tale, non deve venire prima dall’alto? Davvero il mistero della comunione ecclesiale si risolve nel guardare l’assemblea?», chiosa don Bux.

Gli strani intenti di Bugnini
C’è poi la lezione silenziosa di Benedetto XVI sulla comunione data in bocca e in ginocchio. «Un atteggiamento di riverenza – osserva il teologo pugliese – che rallenta la processione di comunione e rende più consapevoli del gesto. Avendo sempre chiaro che la comunione sulla mano è un gesto permesso da un indulto, cioè un atto dalla durata limitata, che invece è diventato regola». Don Bux aggiunge: «Oggi anche il tabernacolo è diventato “segno di conflitto”. Come non comprendere che se il tabernacolo non è più al centro, non sarà più ritenuto nemmeno il centro?». Da qui la sua proposta ai sacerdoti: uno scambio tabernacolo-sede sacerdotale al centro del presbiterio. «La gente tornerà a credere nel santissimo Sacramento, noi preti guadagneremo in umiltà e al Signore sarà restituito il posto che gli spetta ».
Tornando al Concilio “tradito”, Annibale Bugnini, indiscusso protagonista della riforma liturgica, dichiarava tranquillamente all’Osservatore Romano: «Dobbiamo togliere dalle nostre preghiere cattoliche e dalla liturgia cattolica ogni cosa che possa essere l’ombra di una pietra d’inciampo per i nostri fratelli separati, ossia i protestanti». Anche al di là della sua discussa appartenenza massonica su cui tanto è stato scritto (tra gli altri, dal vaticanista Andrea Tornielli su 30 Giorni), la vera domanda è se un intento come quello riportato sia stato ininfluente rispetto alla situazione in cui oggi versa la liturgia, a quella cioè che Benedetto XVI chiama «deformazione al limite del sopportabile». «Delle sue responsabilità – afferma don Bux – Annibale Bugnini risponderà al Signore. Un aiuto a capire la riforma può arrivare dal libro di Nicola Giampietro che contiene la testimonianza del cardinale Ferdinando Antonelli, autorevole protagonista di quel Consilium deputato a eseguire i documenti della riforma. Antonelli ha scritto cose decisamente forti sul clima che aleggiava in quel Consilium di cui Bugnini era il factotum, nonché sul ruolo di quei sei esperti protestanti che ebbero una funzione molto maggiore di quella di semplici osservatori. Servirebbe certamente pubblicare i diari secretati di Annibale Bugnini. Non foss’altro che per una maggiore comprensione di cosa sia stata davvero la riforma liturgica postconciliare».


testo da Tempi (via Cantuale Antonianum), immagini Corbis

L'Avvento di Mons. Guido Marini


 
Rubiamo al blog monsguidomarini.blogspot.com la bella intervista al Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Papali, pubblicata dal quotidiano Avvenire e tutta dedicata al periodo dell'Avvento:

Qual è il significato dell’Avvento?
L’Avvento è il tempo dell’attesa. Dell’attesa che fa riferimento a una venuta, quella del Signore Gesù, il Figlio di Dio, l’unico Salvatore del mondo. Il popolo cristiano, in questo tempo forte dell’anno liturgico, vive la propria fede rinnovando la consapevolezza gioiosa di una triplice venuta del Signore, quella di cui parlano anche i Padri della Chiesa.
Una prima venuta, della quale fare grata memoria, è quella del Figlio di Dio nella storia degli uomini, al momento dell’Incarnazione. Una seconda venuta è quella che si realizza nell’oggi della vita, e che è incessante. Essa prende forma in una molteplicità di modi, a cominciare dall’Eucaristia, presenza reale del Signore in mezzo ai suoi, per continuare con i sacramenti, la parola della divina Scrittura, i fratelli, soprattutto se piccoli e bisognosi. Una terza venuta, da attendere nella speranza, è quella che si realizzerà alla fine dei tempi, quando il Signore ritornerà nella gloria e tutto sarà ricapitolato in lui.
Così, nel tempo dell’Avvento il popolo cristiano è chiamato a rinnovare la consapevolezza che la sua vita è tutta contenuta nel mistero di Cristo, Colui che era, che è e che viene. Anche per questo, l’Avvento è un tempo marcatamente “mariano”. La SS. Vergine è colei che in modo unico e irripetibile ha vissuto l’attesa del Figlio di Dio, è colei che in modo singolare è tutta contenuta nel mistero di Cristo.

In che modo i singoli fedeli e le comunità cristiane possono aiutarsi a vivere meglio questo momento forte del tempo liturgico della Chiesa?
Entrando in questo tempo con l’atteggiamento interiore di chi si prepara a vivere un periodo di conversione e di rinnovamento, orientando con decisione la propria vita al Signore Gesù.
La Chiesa, con l’anno liturgico, ci offre periodicamente la grazia di vivere momenti spiritualmente forti, occasioni propizie per ritrovare lo slancio del cammino verso la santità. Nell’Avvento un tale slancio ha un tono singolare, che è quello della gioia. La gioia al pensiero che il Signore si è già mostrato nel suo volto di amore misericordioso e inimmaginabile. La gioia al pensiero che il Signore è nostro contemporaneo e vicino oggi, nel presente della nostra esistenza, nella quotidianità semplice delle nostre giornate. La gioia al pensiero che il futuro non è avvolto nell’oscurità, ma risplende della luce del Cielo di Dio in Cristo.
Tutto questo diventa esperienza di vita anche in virtù di un cammino personale e comunitario di conversione, fatto di una più intensa e prolungata preghiera, di una qualche forma penitenziale e di distacco dalla mentalità del secolo presente, di una carità più generosa e autenticamente cristiana.

Quali sono le caratteristiche delle celebrazioni in questo periodo?
La liturgia, per il tramite dei riti e delle preghiere, conduce alla partecipazione attiva del mistero celebrato. Pertanto, nella celebrazioni del tempo di Avvento, deve trasmettere il senso dell’attesa tipico dell’Avvento. Lo deve fare con le sue preghiere, con il suo canto, con il suo silenzio, con i suoi colori e con le sue luci. In tutto deve farsi presente il mistero del Signore che viene, lui che è il Principio e la Fine della storia; in tutto deve rendersi in qualche modo toccabile la gioia vera e sobria della fede; in tutto deve trasparire l’impegno per il cambiamento del cuore e della mente per un’appartenenza più radicale a Dio.

E quali le particolarità delle liturgie pontificie?
Se pure in un contesto peculiare, quale quello dovuto alla presenza del Santo Padre, le liturgie pontificie non possono che presentare le caratteristiche tipiche di questo tempo dell’anno. Con una nota in più: quello della esemplarità. Perché non è mai da dimenticare che le celebrazioni presiedute dal Papa sono chiamate a essere punto di riferimento per l’intera Chiesa. E’ il Papa il Sommo Pontefice, il grande liturgo nella Chiesa, colui che, anche attraverso la celebrazione, esercita un vero e proprio magistero liturgico a cui tutti devono rivolgersi.

Quest'anno in particolare la liturgia dei primi Vespri di Avvento è inserita in una "Veglia per la vita nascente".  Qual è il significato di questo particolare "abbinamento"?
Si tratta di un abbinamento che si sta rivelando felice. L’iniziativa di una “Veglia per la vita nascente”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, viene in tal modo a inserirsi nella celebrazione di inizio dell’Avvento, un tempo quanto mai indicato per il richiamo al tema della vita. L’Avvento è il tempo dell’attesa di Maria, che portava nel grembo il Verbo di Dio fatto carne. L’Avvento è l’attesa della Vita vera, quella che si è manifestata nel Figlio di Dio fatto uomo, pienezza e compimento del disegno di Dio sull’umanità. In quella Vita, apparsa a Betlemme, ha trovato significato nuovo e definitivo la dignità di ogni vita umana. Così, davvero, pregare per la vita nascente, nel contesto della celebrazione dei Primi Vespri per l’inizio dell’anno liturgico, risulta significativo e provvidenziale.


immagini da Corbis

Arrivano le nuove fontane da Chiesa?

Tra i monumenti della famiglia Cornaro, gli Altari e le preziose antiche pale, ai Santi Apostoli, la bella chiesa veneziana poco distante da Rialto, si lanciano nuove proposte per l'arredo da Chiesa: adesso, tra le moderne fantasiose acquasantiere automatiche, gli amboni elettrici e i messali I-pod compariranno pure le fontane allegoriche?




Sull'antico Fonte Battesimale l'acqua è vagamente mossa da una pompetta ai piedi di un vecchio Crocefisso, issato su un cumulo di sassi. Interessanti le nuove cromie applicate alla barocca copertura. Approverà la Sovrintendenza? 

Barocco gesuita




Venezia, Chiesa di Santa Maria Assunta "I Gesuiti".

immagine da Flickr

Le tradizionali, beriche baruffe



Polveroni tra i banchi da chiesa nella Diocesi vicentina in Sede Vacante: Mons. Ludovico Furian, vicario e braccio destro dell'era Nosiglia, ora temporaneamente alle redini della Diocesi, interrompe per mancanza di fedeli (comunicato ufficiale) la consueta Messa secondo il Messale del '62 Celebrata nei giorni festivi nella Chiesa di San Rocco. Una Messa tanto "disertata" da dover essere sospesa. Quindi, niente fedeli ancienne manière a Vicenza? In realtà i "tradizionalisti" assenteisti vicentini sono sul piede di guerra con la Diocesi sin dal 2008, constatando sin da subito irregolarità rubricali, tanto da disertate la Messa concessa dopo una nutrita raccolta di firme a seguito del Motu Proprio di Benedetto XVI. Recuperare Sacerdoti disponibili a Celebrare volentieri con il Messale giovanneo ha messo probilmente in non poca difficoltà la curia berica, tanto che l'eliminazione della Celebrazione dopo tre anni di baruffe, è stata ventata d'aria fresca per gli uffici dell'episcopio. Insomma, la patata bollente al futuro Vescovo, ma a Vicenza niente Forma Extraordinaria.


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"C'era una volta un Vaticano", l'autore all'Abbazia di Santa Giustina


 
Massimo Franco presenterà domani, Venerdì 10 dicembre alle ore 20:30, nell'Aula Magna dell'Abbazia di Santa Giustina in Padova, il suo nuovo libro "C'era una volta un Vaticano" edito da Mondadori. Perchè la Chiesa sta perdendo peso in Occidente". Lo introdurrà il prof. Mario Bertolissi. 



Massimo Franco è commentatore e inviato de "Il Corriere della Sera" e membro dell'Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra.


Tradizione e bellezza, musica e Liturgia: la predica del Bartolucci



Nella Parrocchiale della Santissima Trinità dei Pellegrini, la Chiesa romana "straordinaria" retta dalla Fraternità Sacerdotale San Pietro, il neo Cardinale Domenico Bartolucci ha Celebrato la Missa Prelatitia nella Solennità dell'Immacolata Concezione. Di seguito riportiamo la parte centrale della predica, tenuta al faldistorio...

[...] Nel mio sacerdozio non sono stato un predicatore, un teologo, né un pastore di una diocesi e non ho pronunciato mai grandi discorsi, tuttavia ho cercato di mettere a frutto i doni che il Signore mi ha dato e l’ho fatto attraverso la musica sacra, una nobile arte capace di penetrare efficacemente nell’animo dei fedeli, invitandoli alla conversione, alla gioia, alla preghiera.
In particolare nella civiltà occidentale la musica è l’arte che più di ogni altra deve ringraziare la Chiesa. In essa infatti è nata, è cresciuta e si è sviluppata. Come ebbi modo di dire già in occasione del concerto offerto al Santo Padre nella Cappella Sistina, le cantorie hanno rappresentato la culla dell’arte musicale. La Chiesa stessa dei primi secoli non appena ebbe la possibilità di rendere gloria al Signore pubblicamente si impegnò nella creazione delle “scholae cantorum” che via via nei secoli ci hanno lasciato in eredità il patrimonio del canto sacro, il canto gregoriano e la polifonia, strumenti autentici di predicazione, che spesso proprio per la loro intensità riescono a far percepire il messaggio contenuto nella parola di Dio.
Questo patrimonio che oggi dobbiamo necessariamente recuperare e che purtroppo è stato trascurato, non ha mai inteso costituirsi come “ornamento” della celebrazione liturgica. Il cantore, come ci hanno insegnato i nostri maestri del passato, è semplicemente un ministro che esprime e rende vivo al meglio il testo sacro e la parola di Dio. Troppo spesso noi musicisti di Chiesa siamo stati accusati di voler impedire la partecipazione dei fedeli ai sacri riti e io stesso come direttore della Cappella Sistina ho dovuto affrontare momenti difficili nei quali la santa liturgia subiva banalizzazioni e aride sperimentazioni. Oggi più che mai dobbiamo assumerci la responsabilità di analizzare criticamente quanto è stato fatto e dobbiamo avere il coraggio di ribadire l’importanza delle nostre tradizioni di bellezza che esaltano e danno gloria a Dio e sono anche efficaci mezzi di conversione. Ricordo in occasione dei concerti della Cappella Sistina l’entusiasmo della gente, addirittura in paesi come la Turchia ed il Giappone dove furono registrare diverse conversioni al cattolicesimo.  “Chi non ama la bellezza non ama Dio!” ha detto il Santo Padre in una delle sue omelie. Dobbiamo perciò saperci riappropriare di noi stessi e di quanto la tradizione ecclesiale ci ha donato.
Come ha scritto Benedetto XVI alla vigilia dell’assemblea generale dei vescovi italiani riunita ad Assisi lo scorso mese di novembre: “Ogni vero riformatore è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria, né si arroga alcuna discrezionalità sul rito; non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato”.
Volendo seguire questa descrizione possiamo guardare proprio la figura di Maria: fu lei la prima custode del Verbo incarnato, la serva del Signore che seppe agire sempre secondo la sua volontà.
Come Maria, anche noi siamo chiamati ad essere obbedienti nella fede, senza muoverci in modo arbitrario, ma sapendo accogliere quanto ci è stato consegnato. Questa è la nostra forza, questa è la forza sempre nuova del cristiano che come San Paolo trasmette ciò che ha ricevuto dalla sorgente di grazia che per lui come per noi è l’incontro con il Signore.
Anche per questo trovarmi qui, nella chiesa della Trinità dei Pellegrini, dove è vivo l’impegno in favore della diffusione della liturgia tradizionale, è per me motivo di gioia e di speranza che mi fa toccare con mano alcuni frutti seguiti alla pubblicazione del motu proprio “Summorum Pontificum”.
In un momento difficile siamo tutti chiamati nel nostro servizio ad unirci al successore di Pietro: come Pietro anche noi dobbiamo convertirci al Signore crocifisso e risorto, non scoraggiandoci mai davanti alla realtà della croce e con la certezza di condividere un giorno la sua stessa resurrezione.
Questo, prima del nostro, è stato il cammino di Maria, un cammino che la Chiesa ha cercato di proporre come modello e che proprio i fedeli hanno voluto esaltare ed esprimere nella ricchissima devozione popolare. Anche io, tra le musiche composte fin da quando ero giovane seminarista, ho dedicato larga parte proprio a Maria. La festa dell’Immacolata mi fa pensare a tanta musica scritta in onore della Madonna: messe, laudi, mottetti, magnificat, stabat mater, ma mi fa pensare soprattutto alle numerose antifone mariane che il popolo aveva saputo far proprie e che cantava in onore della Madre celeste trovando in lei l’icona della fede. [...]



 testo da magister.blogautore.espresso.repubblica.it, immagini da orbiscatholicussecundus.blogspot.com

L'omaggio all'Immacolata: le parole del Papa


Lo splendido discorso del Santo Padre al consueto appuntamento mariano in Piazza di Spagna, nella Solennità dell'Immacolata Concezione:


Cari fratelli e sorelle!
Anche quest’anno ci siamo dati appuntamento qui, in Piazza di Spagna, per rendere omaggio alla Vergine Immacolata, in occasione della sua festa solenne. A tutti voi, che siete venuti numerosi, come pure a quanti partecipano mediante la radio e la televisione, rivolgo il mio saluto cordiale. Siamo raccolti intorno a questo storico monumento, che oggi è tutto circondato da fiori, segno dell’amore e della devozione del popolo romano per la Madre di Gesù. E il dono più bello, e a Lei più gradito, che noi offriamo è la nostra preghiera, quella che portiamo nel cuore e che affidiamo alla sua intercessione. Sono invocazioni di ringraziamento e di supplica: ringraziamento per il dono della fede e per tutto il bene che quotidianamente riceviamo da Dio; e supplica per le diverse necessità, per la famiglia, la salute, il lavoro, per ogni difficoltà che la vita ci fa incontrare.
Ma quando noi veniamo qui, specialmente in questa ricorrenza dell’8 dicembre, è molto più importante quello che riceviamo da Maria, rispetto a ciò che le offriamo. Lei, infatti, ci dona un messaggio destinato a ciascuno di noi, alla città di Roma e al mondo intero. Anch’io, che sono il Vescovo di questa Città, vengo per mettermi in ascolto, non solo per me, ma per tutti. E che cosa ci dice Maria? Lei ci parla con la Parola di Dio, che si è fatta carne nel suo grembo. Il suo “messaggio” non è altro che Gesù, Lui che è tutta la sua vita. E’ grazie a Lui e per Lui che lei è l’Immacolata. E come il Figlio di Dio si è fatto uomo per noi, così anche lei, la Madre, è stata preservata dal peccato per noi, per tutti, quale anticipo della salvezza di Dio per ogni uomo. Così Maria ci dice che siamo tutti chiamati ad aprirci all’azione dello Spirito Santo per poter giungere, nel nostro destino finale, ad essere immacolati, pienamente e definitivamente liberi dal male. Ce lo dice con la sua stessa santità, con uno sguardo pieno di speranza e di compassione, che evoca parole come queste: “Non temere, figlio, Dio ti vuole bene; ti ama personalmente; ti ha pensato prima che tu venissi al mondo e ti ha chiamato all’esistenza per ricolmarti di amore e di vita; e per questo ti è venuto incontro, si è fatto come te, è diventato Gesù, Dio-Uomo, in tutto simile a te, ma senza il peccato; ha dato se stesso per te, fino a morire sulla croce, e così ti ha donato una vita nuova, libera, santa e immacolata” (cfr Ef 1,3-5).
Questo messaggio ci dona Maria, e quando vengo qui, in questa Festa, mi colpisce, perché lo sento rivolto a tutta la Città, a tutti gli uomini e le donne che vivono a Roma: anche a chi non ci pensa, a chi oggi non ricorda neppure che è la Festa dell’Immacolata; a chi si sente solo e abbandonato. Lo sguardo di Maria è lo sguardo di Dio su ciascuno. Lei ci guarda con l’amore stesso del Padre e ci benedice. Si comporta come nostra “avvocata” – e così la invochiamo nella Salve, Regina: “Advocata nostra”. Anche se tutti parlassero male di noi, lei, la Madre, direbbe bene, perché il suo cuore immacolato è sintonizzato con la misericordia di Dio. Così lei vede la Città: non come un agglomerato anonimo, ma come una costellazione dove Dio conosce tutti personalmente per nome, ad uno ad uno, e ci chiama a risplendere della sua luce. E quelli che agli occhi del mondo sono i primi, per Dio sono gli ultimi; quelli che sono piccoli, per Dio sono grandi. La Madre guarda noi come Dio ha guardato lei, umile fanciulla di Nazareth, insignificante agli occhi del mondo, ma scelta e preziosa per Dio. Riconosce in ciascuno la somiglianza con il suo Figlio Gesù, anche se noi siamo così differenti! Ma chi più di lei conosce la potenza della Grazia divina? Chi meglio di lei sa che nulla è impossibile a Dio, capace addirittura di trarre il bene dal male?
Ecco, cari fratelli e sorelle, il messaggio che riceviamo qui, ai piedi di Maria Immacolata. E’ un messaggio di fiducia per ogni persona di questa Città e del mondo intero. Un messaggio di speranza non fatto di parole, ma della sua stessa storia: lei, una donna della nostra stirpe, che ha dato alla luce il Figlio di Dio e ha condiviso tutta la propria esistenza con Lui! E oggi ci dice: questo è anche il tuo destino, il vostro, il destino di tutti: essere santi come il nostro Padre, essere immacolati come il nostro Fratello Gesù Cristo, essere figli amati, tutti adottati per formare una grande famiglia, senza confini di nazionalità, di colore, di lingua, perché uno solo è Dio, Padre di ogni uomo.
Grazie, o Madre Immacolata, di essere sempre con noi! Veglia sempre sulla nostra Città: conforta i malati, incoraggia i giovani, sostieni le famiglie. Infondi la forza per rigettare il male, in ogni sua forma, e di scegliere il bene, anche quando costa e comporta l’andare contro-corrente. Donaci la gioia di sentirci amati da Dio, benedetti da Lui, predestinati ad essere suoi figli.
Vergine Immacolata, dolcissima Madre nostra, prega per noi!

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

 immagini da Corbis

L'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria - 2010




 Gáudens gaudébo in Dómino,
et exsultábit ánima méa in Déo méo:
quia índuit me vestiméntis salútis,
et induménto justítiae circúmdedit me,
quiasi spónsam ornátam monílibus súis.

Allelúia, allelúia.

Exaltábo te,
Dómine, quóniam suscepísti me:
nec delectásti inimícos méos super me.
 
 
 Gáudens gaudébo in Dómino,
et exsultábit ánima méa in Déo méo:
quia índuit me vestiméntis salútis,
et induménto justítiae circúmdedit me,
quiasi spónsam ornátam monílibus súis.

Allelúia, allelúia.





Avviso sacro: Messa "bassa" all'Altare restaurato

Lunedì 13 dicembre alle ore 11:30, al rinnovato Altare "della Madonna Mora" (a cui avevamo dedicato un post giorni fa) nella Pontificia Basilica del Santo, don Massimo Mingardi Celebrerà la Messa votiva di Sant'Antonio nella Forma Extraordinaria del Rito Romano. Piccoli frutti del Motu Proprio del Santo Padre in terra patavina.


immagine da arcadelsanto.org

Liturgia? Spazio a Mons. Guido (e al Papa)

(EDIT) Effetti speciali all'inaugurazione della IV edizione del Master di II livello in Architettura, Arti Sacre e Liturgia dell'Università Europea di Roma: il Maestro delle Celebrazioni Papali, Mons. Guido Marini propone il suo "Celebrare con Arte il Mistero di Dio", sulla scia di Benedetto XVI. Il blog Maranatha ha già proposto per intero lo scritto, mentre su Sacris Solemniis riportiamo semplicemente qualche assaggio del documento.

"...La Pietà era stata realizzata da Michelangelo come pala da altare e, dunque, destinata a fare da sfondo all’altare della celebrazione eucaristica. In tal modo il celebrante e l’intera assemblea potevano contemplare il gesto della SS. Vergine, nell’atto di donare il Salvatore alla sua Chiesa durante la celebrazione. Come è bello il richiamo di questo dettaglio artistico! Nella celebrazione della Messa proprio il Signore risorto da morte, nella sua parola, nel suo corpo e nel suo sangue si dona a noi perché possiamo entrare nel mistero della sua vita e, dunque, essere salvati..."
"...Mi soffermo ancora un istante sulla parola “mistero”. E’ chiaro che con questo termine non si vuole intendere qualche cosa di oscuro, esoterico e inquietante. Si vuole piuttosto individuare l’opera salvifica di Dio, la cui luce è talmente abbagliante da risultare non del tutto comprensibile all’uomo: la ragione umana deve, a un certo punto del cammino, lasciare spazio alla fede per accedere al Vero. E’ proprio tale opera salvifica, come si diceva, che viene celebrata nella liturgia. Non, dunque, l’opera dell’uomo ha il primato nella celebrazione ma l’opera di Dio, l’evento pasquale di morte e risurrezione. Non si vuole certo misconoscere l’importanza dell’agire dell’uomo in liturgia; si vuole solo mettere nella giusta luce il rapporto di necessaria dipendenza dell’agire umano rispetto all’agire del Signore..."
"...In questo senso l’accoglienza del mistero in vista della trasformazione e della
conversione è il principale atto cui siamo chiamati nella celebrazione della liturgia. Questa, se così vogliamo chiamarla, è la più vera creatività che deve caratterizzare la vita del singolo e della comunità celebrante. Altre creatività, quando non previste dal rito e, lo si può ben dire, a volte selvagge, distolgono dalla verità della celebrazione e rischiano di essere solo l’espressione di un’auto celebrazione, personale o comunitaria, che perde di vista il soggetto primo della liturgia, che è Dio. In questo contesto non è da sottovalutare la questione inerente le rubriche liturgiche e, più in generale, la normativa che interessa la liturgia. La norma liturgica, infatti, è la custode più prossima del mistero celebrato. Quanto la norma afferma garantisce l’unità rituale e, di conseguenza, è capace di dare espressione alla cattolicità della liturgia della Chiesa..."
"...Il bello, nelle diverse forme antiche e moderne in cui trova espressione, è la
modalità propria in virtù della quale risplende nelle nostre liturgie, pur sempre pallidamente,
il mistero della bellezza dell’amore di Dio. Ecco perché non si farà mai abbastanza per rendere belli i nostri riti. Ce lo insegna la Chiesa, che nella sua lunga storia non ha mai avuto timore di “sprecare” per circondare la celebrazione liturgica con le espressioni più alte dell’arte: dall’architettura, alla scultura, alla musica, agli oggetti sacri. Ce lo insegnano i santi che, pur nella loro personale povertà ed eroica carità, hanno sempre desiderato che al culto fosse destinato il meglio..."
"...Il valore perenne del gregoriano e della polifonia classica consiste nella loro capacità di farsi esegesi della parola di Dio e, dunque, del mistero celebrato, di essere al servizio della liturgia senza fare della liturgia uno spazio al servizio della musica e del canto. Potremo noi rinunciare a mantenere in vita tali tesori che secoli di storia della Chiesa ci hanno consegnato? Potremo noi fare a meno di attingere ancora oggi a quel patrimonio di spiritualità straordinario? Come sarà mai possibile dare corpo a un più ampio e degno repertorio di canto e di musica per la liturgia se non ci saremo lasciarti educare da ciò che lo deve ispirare?
Ecco perché dobbiamo conservare nei modi dovuti il latino. Senza dimenticare anche altre componenti di questa lingua liturgica, quale la sua capacità di dare espressione a quella universalità e cattolicità della Chiesa, a cui davvero non è lecito rinunciare..."



immagini Corbis, Daylife

Volte trevigiane


Treviso, Chiesa di S. Caterina, Cappella degli Innocenti.


immagine da Panoramio

La porpora a Bartolucci, l'omaggio alla musica

 

Proponiamo l'interessante articolo di Aurelio Porfiori (Zenit.org):
Quando mi metto a riflettere sulla decisione di Papa Benedetto XVI di concedere il cardinalato al Maestro Domenico Bartolucci, cerco di capire quale sia il senso vero di questo onore concesso al Maestro. Molti potranno pensare che mi interessi a questo in quanto musicista positivamente sorpreso dall’onore capitato ad un illustre appartenente alla nostra categoria. Ebbene, le cose non sono così semplici. Infatti per me il Maestro è molto di più, in quanto sono stato suo allievo e per tanti, tantissimi anni ne ho seguito la carriera per quello che potevo e ho cercato di imparare da lui il mestiere di musicista di chiesa. Quando dico il “mestiere di musicista di chiesa”, sono sicuro di farlo felice. In effetti non si può ridurre tutto ad apprendimento teorico, la musica si impara facendola. In una conversazione che ebbi con lui alcuni mesi fa sotto forma di intervista per un libro che spero presto di pubblicare, gli domandai se nel suo studio giovanile si fosse formato sui trattati musicali che ancora oggi si usano. Lui mi disse che il suo amato Maestro Bagnoli, non li usava: “mi dava i Bassi e li dovevo fare, mi dava i contrappunti. Io non ho mai avuto trattati. E la musica si impara così!”. Già, la musica si impara così. Ogni allievo del Maestro avrà sentito ripetere queste parole cento volte.
Il Maestro proviene da una famiglia di gente semplice. Il papà faceva l’operaio e la mamma la casalinga. Il Maestro mi diceva come i suoi genitori amassero cantare, come tutti nel suo paese – Borgo san Lorenzo, in Toscana – amassero cantare. Il Maestro nasce in un’altra Italia, l’Italia che si avvicinava alla fine della Prima Guerra Mondiale. Nel 1917, anno di nascita del Maestro, abbiamo un evento ecclesiale che segnerà il secolo a venire, le apparizioni della Madonna di Fatima, in Portogallo. Penso sempre a questa coincidenza temporale quando gusto nella memoria il Mottetto composto dal Maestro dal nome “Quo Abiit”. Il bambino solista dialoga con il coro ed è un canto di struggente bellezza, in cui Maria palpita per il Figlio suo e per tutti i suoi figli, specialmente per i più bisognosi. Talvolta non è semplice spiegare come debba essere veramente la musica liturgica, ma quando si ascolta “Quo Abiit” o “O Sacrum Convivium” del Maestro, lo si capisce d’improvviso, come un’idea che sonnecchiava perennemente nella nostra mente e che aspettava una voce per il risveglio.
Come si avvicinò il Maestro alla musica? Così me lo raccontava lui: “Beh, il mio primo contatto con la musica era quello delle scuole elementari. Io andai alle elementari, al mio paese, a sei anni e vidi per la prima volta la lavagna con il rigo musicale. Il maestro, l’unico maestro, faceva tutto, faceva anche musica. Si facevano le scale, i tempi - uno, due, tre e quattro… e poi c’era questo uso: tutta la scuola, non solo la classe in cui uno era, preparava per carnevale un’operetta. Io facevo il solista tante volte. Perciò il mio primo contatto con la musica fu alle elementari però il contatto vero e proprio, pratico, fu nella chiesa. Lì si cantava continuamente. Mio padre era appassionato, anzi appassionatissimo di canto: aveva una voce da tenore e faceva parte del coro della parrocchia. Inoltre cantava gli stornelli, anche quando lavorava, cantava. Allora la vita musicale nel paese era veramente intensa, c’erano le grandi bande che tenevano i concerti in piazza: le sinfonie di Rossini, di Verdi… Perciò c’era un mondo anche musicale, per cui l’allievo che amava la musica, che aveva intendimenti musicali, era aiutato da questo sentire”.
Tutto era impregnato di musica. La musica era nell’aria, come il Maestro mi dirà in quella conversazione. A nove anni e mezzo entra in Seminario a Firenze e lì ha l’incontro con il Maestro Bagnoli, che ne incoraggerà le prime composizioni e che lo guiderà nel raggiungere il Diploma di Composizione e Direzione di Orchestra, come si diceva allora. Nel frattempo diviene anche sacerdote, un pochino in anticipo, grazie ad alcune dispense, sull’età canonica. A questo punto bisogna menzionare un altro incontro importante. Chi fu la persona che lo avvicinò alla grande tradizione polifonica della Chiesa Cattolica Romana? “Il Maestro Casimiri, che veniva a Firenze per studi negli archivi e abitava in Seminario, in quanto amico del Rettore. Lui ci faceva qualche lezione, ci faceva delle belle lezioni e anche dirigeva il coro, cominciai con lui a sentire Palestrina, a sentire queste cose grandi e naturalmente era un salto da far paura”. Già, questo Maestro che al tempo dirigeva la Cappella Musicale della Basilica di san Giovanni in Laterano in Roma e che sarà un punto importante nella vita del Maestro. Gli farà conoscere quel compositore che il Maestro considererà sempre come il modello assoluto della musica liturgica: Giovanni Pierluigi da Palestrina. Di questo compositore il Maestro diverrà un esperto assoluto.
Il Maestro Casimiri lo incoraggerà ad andare a Roma a studiare, cosa che il Maestro farà, studiando al Pontificio Istituto di Musica Sacra dove poi insegnerà per decine di anni. Proprio da questo Pontificio Istituto il Maestro cercava di insegnare a tanti allievi (me fra questi) il senso della musica, cercava di inculcarci la sensibilità per i cardini del fare musica in chiesa. Questo credo sia importante da capire: il Maestro non si preoccupava delle cose più accessorie, ma cercava di instillarci l’Ethos del fare musica, cosa che io, come molti altri, non ho mai dimenticato. E questo Ethos, se non lo capivi dalle sue parole, non lo potevi ignorare ascoltando la sua musica, così lontana dal sentimentalismo ma così piena di sentimento. Soltanto capendo la differenza fra sentimentalismo e sentimento si poteva sperare di fare musica liturgica, non canzonettismo (c'è tanto nobile canzonettismo ma rimane canzonettismo, non musica liturgica). Il Maestro avrà molte posizioni forti, sulla Musica, la liturgia, la situazione attuale della musica in chiesa, il canto gregoriano e naturalmente si può essere d’accordo con lui o no. Ma credo che questo insistere sull’Ethos della musica liturgica, sia qualcosa che vada all’essenza della cosa stessa.
Mi colpì una risposta che mi diede quando gli domandai perché, dopo essere stato ordinato sacerdote, era venuto a Roma. Io suggerivo che era per studiare, come detto sopra. Ma lui mi interruppe gentilmente dicendo: “Era per rendermi conto della musica sacra”. Il Maestro voleva abbeverarsi al mondo della grandi Cappelle Musicali Romane, a quel tempo ancora tutte in piena vita. Egli voleva andare alla fonte e capiva come a Roma potesse ottenere quello che a lui serviva per immergersi nell’Oceano di Dio attraverso la musica. Mi raccontava come frequentasse concerti e prove, come quegli anni furono un vero godimento artistico e umano. Qui diverrà vice maestro della cappella musicale della Basilica di san Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma. Ma la seconda guerra mondiale lo costrinse a far ritorno al suo paese natale. In questo periodo drammatico nasceranno altre opere importanti nel campo sinfonico corale, come l’oratorio “La Passione” (1942) e il Concerto in mi per pianoforte e orchestra. Terminata la guerra, nel 1945, torna a Roma e ottiene il diploma nel corso di perfezionamento in composizione e direzione corale presso l’Accademia di santa Cecilia, nel corso tenuto da Ildebrando Pizzetti. Ottiene anche il diploma di composizione sacra presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma. Nel 1947 diviene parroco in un piccolo paese vicino Firenze ma continuerà a dedicarsi alla composizione. È di questo periodo la composizione del poema sacro “Baptisma” per soli, coro femminile e orchestra. Nello stesso anno viene richiamato a Roma e nominato maestro della Basilica di Santa Maria Maggiore e professore di composizione, direzione polifonica e forme musicali polifoniche presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra, incarico che terrà fino al 1997. Nel 1952 viene nominato vice maestro della Cappella Musicale Pontificia “Sistina” su indicazione del direttore principale del coro, Lorenzo Perosi, già da tempo malato. Alla morte di quest’ultimo nel 1956, Papa Pio XII nomina Bartolucci Maestro Direttore Perpetuo della Cappella Sistina, carica che conserverà fino al 1997.
Domenico Bartolucci si dedica alla ristrutturazione della Cappella Pontificia, assumendo forze fresche e riorganizzando la Schola Puerorum, il coro delle voci bianche dell’illustre istituzione. Questa sarà un’opera lunga e laboriosa, in quanto la Cappella Sistina si trovava allora in condizioni di estrema difficoltà. Bartolucci ottiene per la Cappella, dal Papa Giovanni XXIII uno status economico più adeguato a sostenere l’illustre istituzione vocale. Sarà lui poi che imporrà per le parti acute il canto delle voci bianche, eliminando del tutto i falsettisti (con grande dispiacere di questi ultimi…). Nel 1965 Domenico Bartolucci viene nominato accademico di santa Cecilia, carica che lo vede in compagnia dei più importanti nomi del mondo della musica internazionale. Con la Cappella Sistina il Maestro, oltre al normale e regolare servizio liturgico, terrà numerosi concerti in Italia e all’estero. La Cappella Sistina sarà anche protagonista di due fortunate tournèe negli Stati Uniti, negli anni ’70, da costa a costa. Il suo pensionamento dalla Cappella Pontificia avverrà nel 1997. Non si può nascondere che il Maestro si oppose sempre a certi indirizzi liturgici che secondo la sua opinione avevano portato alla rovina della liturgia e della sua musica.
Certo, anche il Papa ci fa notare che molta strada c'è da fare per recuperare un senso vero, profondo, di quello che è il ruolo della musica nella liturgia. Voglio pensare che il Papa nel farlo Cardinale, abbia in un certo senso voluto omaggiare la caparbietà di quest’uomo nel tenersi aggrappato a certi cardini, a non farsi traviare dalle mode. E lo stesso Papa, nel 2006, gli indirizzò queste parole dopo un concerto diretto dal Maestro nella Cappella Sistina: “Lei, venerato Maestro, ha cercato sempre di valorizzare il canto sacro, anche come veicolo di evangelizzazione. Mediante gli innumerevoli concerti eseguiti in Italia e all’estero, con il linguaggio universale dell’arte, la Cappella musicale pontificia da Lei guidata ha così cooperato alla stessa missione dei Pontefici, che è quella di diffondere nel mondo il messaggio cristiano”. Che belle parole, con la musica si coopera alla stessa missione dei Pontefici. Ora credo che con questo gesto di estremo rispetto, il Papa abbia voluto omaggiare in primis il Maestro e con lui tutti i musicisti, anche quelli nei paesi più sperduti, che giorno dopo giorno, cercano di evangelizzare usando il dono della musica, quel dono che Dio ha fatto a noi per offrirci una via maestra per tornare a Lui.


immagini Corbis
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