Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Radio Maria a San Simeon Piccolo: qualche foto

Come avevamo anticipato, oggi alle 10:30, la nota rete radiofonica "Radio Maria" ha trasmesso la Santa Messa cantata in Forma Straordinaria, celebrata dal Reverendo Konrad Zu Loewenstein in una Chiesa di San Simeon Piccolo con qualche microfono in più. Per chi si è perso la diretta, può magari ascoltarsi la Celebrazione in una delle registrazioni già comparse sul web. Noi invece proponiamo qualche scatto:






La Consacrazione, cuore del divin Sacrificio




Anche noi, come Rinascimento Sacro, proponiamo questa interessantissima ed attualissima riflessione di Enrico Finotti sulla fondamentale importanza della Consacrazione Eucaristica. 

Per Consacrazione si intende quel piccolo ‘insieme rituale’ che avvolge le parole del Signore e che si è costituito come un complesso singolare con una propria definizione, posto nel cuore della prece eucaristica, comeculmen et fons della prece stessa. La liturgia romana, infatti, prevede che, giunti alla soglia della Consacrazione subentrino delle precise modalità rituali che avvolgendo e compenetrando l’atto consacratorio lo elevano alquanto, quale momento proprio  del compimento del grande Mistero. Per questo il sacerdote: – sospende il ritmo celebrativo – muta il tipo di linguaggio passando dal genere narrativo al genere performativo – si inchina leggermente nel pronunziare le parole del Signore – le pronunzia con chiarezza, dignità e somma pietà – eleva le sacre specie e le adora genuflettendo. Questa ritualità mira ad affermare che ciò che le parole del Signore esprimono, qui ed ora lo realizzano.
Tutto questo sembra oggi costituire difficoltà e non è infrequente assistere alla quasi scomparsa del rito della Consacrazione, cuore del divin Sacrificio. Si notano riti consacratori furtivi, veloci, senza alcuna sospensione rituale, senza mutamento del tono di voce e con una notevole semplificazione degli atti adoranti connessi. Si percepisce insomma un diffuso disagio nel consacrare e una incertezza o comunque perplessità nel porre con dignità, calma e stile i riti consacratori stabiliti. Si nota così una certa schizofrenia tra il senso del mistero che pure incombe e la mentalità prevalente che tende alla sua obliterazione o comunque alla sua riduzione. L’incertezza del sacerdote poi si trasmette nei fedeli presenti e il popolo non coglie più in modo netto quello che succede: se ci si trova davanti ad un evento reale oppure ad un venerabile racconto?
Il problema, di non poco conto, si deve risolvere alla radice, considerando anche i limiti dei presupposti teologici oggi alquanto diffusi. Infatti, nel dibattito postconciliare riguardo alla riforma liturgica si sono evidenziate due considerazioni vere:
1. Nei primi secoli l’intera Prece eucaristica era ritenuta consacratoria, senza preoccupazione del momento preciso in cui la transustanziazione si realizzava. Naturalmente non mancarono mai testimonianze chiare sul valore determinante delle parole del Signore nell’attuazione del Mistero.
2. Il confronto con la tradizione orientale ha portato positivamente a considerare l’importanza dell’invocazione dello Spirito Santo (epiclesi), che l’Oriente ritiene formalmente essenziale alla ‘metabolizzazione’ delle specie.
Questi dati sono certo preziosi e utili per assicurare aspetti teologici e liturgici di alto profilo. Infatti, l’unità e la sacralità dell’intero Canone e la forza dell’Epiclesi sono riscoperte preziose e non più rinunciabili. Tuttavia anche la tradizione occidentale ha fatto progressi teologici importanti e altrettanto irrinunciabili: l’individuazione delle parole del Signore come forma essenziale dell’Eucaristia e la loro valenza epicletica in quanto esse stesse pervase dalla potenza dello Spirito Santo.
I pronunciamenti del Magistero della Chiesa in tal senso sono molteplici e certi. Prescindere dalla tradizione latina per un ritorno archeologico ai primi secoli o per un allineamento con la tradizione orientale non è saggio e non apporta alcun vero arricchimento né alla teologia, né all’ecumenismo, ma piuttosto sarebbe un impoverimento sui due fronti. Occorre allora accogliere di buon grado la scelta della tradizione liturgica romana ed interpretarla con coerenza celebrando con precisione e convinzione i riti che la esprimono.
E’ allora necessario riscoprire la bellezza della ‘grande forma’ della Consacrazione per conferire splendore liturgico al grande momento ed imprimere con una forza singolare quel senso adorante e sacrificale che oggi è debole e che una vera arte del celebrare, fedele alle indicazioni liturgiche, è in grado di suscitare. ©© 2010

testo da liturgiaculmenetfons.it, immagine da Corbis

Qualcosa è cambiato: quattro anni con Mons. Guido Marini



Tutti l'hanno notato, tutti ne parlano, tanti ne scrivono: ma cosa ha combinato in questi ormai quattro anni il Monsignore genovese alle Liturgie Papali? Ha recuperato? Ha restaurato? Ha stravolto i piani del predecessore? Sicuramente ha chiuso un'epoca, in gran stile. Ha eliminato le danze, le simbologie e il neutro grigio. Ha ripristinato i troni dismessi dai tempi di Paolo VI, rispolverato paramenti antichi e tesori dimenticati. Ma la trovata migliore è stata sicuramente quella di porre il Crocifisso al centro dell'Altare, e ancora, la comunione sulla lingua ed in ginocchio, tutto secondo le direttive del vero regista, Papa Benedetto XVI che in Liturgia è vero intenditore. Il Guido Marini ha osato e probabilmente oserà ancora. Per rivivere questi (quasi) quattro anni di belle Liturgie Papali, ecco qualche immagine:


 











immagini da Corbis.

Veneti episcopi: Andrea Giacinto Longhin



Arcivescovo Andrea Giacinto Longhin O.F.M.Cap., Vescovo di Treviso.

Beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 20 ottobre 2002.

Avviso Sacro: la Messa di San Simeon Piccolo su Radio Maria


La Messa "in latino" in diretta radiofonica: domenica 31 Ottobre la nota emittente Radio Maria sarà a San Simeon Piccolo per trasmettere la bella Celebrazione in Forma Straordinaria del Rito Romano celebrata dal Cappellano della FSSP in Venezia, il Reverendo Konrad Zu Loewenstein. Seguirà poi l'Esposizione Eucaristica con la recita della consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù e il canto delle litanie. La Messa cantata sarà accompagnata dall'ensemble musicale della cappellania. 


emittente radiofonica

Domenica 31 Ottobre 
dalle 10:30

DIRETTA

dalla Chiesa di San Simeon Piccolo in Venezia
 
Santa Messa 
cantata  

Papa Pio VII a Padova (parte III)

La terza e utlima parte della cronaca della visita di Pio VII nella città dì Padova. I precedenti post, qui e qui.



Nella giornata dei 28 si recò il Santo Padre col solito treno al ritiro delle Nobili Dimesse. Dopo una fervorosa orazione all'Altare del Santissimo Sacramento, passò nel bel capace interno Coro dietro l'Altare suddetto, dove se gli presentò la R. Arciduchessa seguita dalla sua prima Dama, prostrandosi ai piedi di Santità Sua, da cui fu sollecitamente sollevata.
Celebrò la Santa Messa all'Altare interno del Coro, ed impartì il Pane Eucaristico alla prelodata Altezza Sua, che assisté con edificante divozione al Santo Sagrifizio.
Terminata la Santa Messa, ascoltò conforme al solito quella di un Suo Cappellano segreto.
Dopo di essere stato servito di un scelto rinfresco, ed ugualmente avendo di quello partecipato tutti i componenti la Nobile Sua Corte, ritornò nel Coro, dove assiso sotto magnifico Baldacchino vi ammise al bacio del piede S.A.R. la sua prima Dama d'onore, e le sue Damigelle, quella Religiosa Comunità, ed in appresso un numero considerabile di Nobili, ed in seguito altre distinte persone.
Ritornato il Santo Padre a Santa Giustina, visitò la Chiesa, e Monastero delle R.R. Monache Benedettine di Santa Agata, che furono ammesse al bacio del piede, e che ammirarono la paterna ed affettuosa degnazione di Sua Santità.
Restituitosi il Sommo Pontefice alla sua abitazione, ammise al bacio del piede molte distinte persone, e nello stesso giorno accordò il medesimo onore al Reverendissimo Rettore, ed ai Lettori e Maestri del Seminario Vescovile.
Dopo pranzo circa l'ora solita si portò a visitare i Monasteri delle R.R. Monache Benedettine di San Pietro, San Benedetto, e San Prosdocimo. Accordò a tutte l'onore del bacio del piede.
A notte avvanzata si restituì a Santa Giustina, e potè osservare l'illuminazione della Città e del Monastero stesso, che fu parimenti in detta sera replicata, impartendo col solito della sua benignità dalla Loggia di quel Monastero all'affollato popolo l'Apostolica Sua Benedizione.
Portandosi quindi alle sue stanze accolse gli omaggi di Molti distinti personaggi, fra i quali Sua Eccellenza il Sig. Tenente Maresciallo de Malius destinato al comando di Ancona.
La mattina del giovedì 29 maggio fu di qualche riposo a Sua Santità, non essendo sortito dal Monastero di Santa Giustina, e soltanto verso il mezzo giorno S.A.R. l'Arciduchessa Maria Anna Ferdinanda si portò dal Santo Padre accompagnata dalla sua prima Dama di Corte. onde porgere alla Santità Sua i felici auguri pel suo viaggio destinato per Venezia nel susseguente venerdì.
Dopo la partenza della prelodata Principessa passò il Santo Padre alla Gran Loggia, ove diede all'affollato esultante popolo l'Apostolica Benedizione.
In seguito trasferitosi per la magnifica Libreria di esso Monastero al suo appartamento, ammise al bacio del piede un numeroso popolo ivi concorso, il che succedeva ogni qual volta il Santo Padre sortiva dalle dette sue stanze mediante la paterna benigna sua condiscendenza.


"Dopo pranzo circa l'ora solita si portò a visitare i Monasteri delle R.R. Monache Benedettine di San Pietro [...]. Accordò a tutte l'onore del bacio del piede."


Alle ore 6 dopo pranzo, onde appagare i vivi desideri di tre Monasteri di Monache Benedettine, si è trasferita Sua Santità col solito treno a quelli di San Mattia, di Santo Stefano, e di San Giorgio. In ciascheduno dei premenzionati Monasteri ammise al bacio del piede le respettive Religiose, e varie Dame concorsevi, trattato già di squisiti rinfreschi, dei quali partecipò in luogo appartato tutta la sua Corte Nobile.
Andò finalmente a visitare il Monastero dell'Eremite ad ammise al bacio del piede tutta quella edificante Comunità.
Quindi facendo ritorno a Santa Gustina, vide di bel nuovo la Città illuminata, e ben disposte in maggior numero le illuminate Piramidi alla Chinese, colla solita banda d'Istrumenti nella stabilita Loggia.
La benignità del Santo Padre non volle che rimanessero delusi i desideri di un affollato popolo, che sul Prato della Valle l'attendeva; a cui dalla solita Loggia impartì l'Apostolica sua Benedizione, corrispondendo questi con le solite incessanti acclamazioni di allegrezza.
In detto giorno fu di grata sorpresa alla Nobile Deputazione rappresentante il Generale Consiglio la visita del R.P. Celerario Leoni, in unione col Nob. Co: Gio. Battista Sanfermo, entrambi incaricati da Sua Eccellenza Reverendo Mons. Caraccioli Maestro di Camera di Sua Santità, per testificare alla prelodata Nobile Deputazione la piena soddisfazione del Santo Padre di quanto questa Città, e la Deputazione stessa che la rappresenta, hanno contribuito nell'esternare la divota loro esultante sensibilità riguardo alla sua sacra Persona, con qué tributi di ossequio, di omaggio, e Religione; benignamente invitandola a rappresentare qualunque suo desiderio a Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Maestro stesso di Camera. Tali clementissime significazioni di compatimento magnanimo di Sua Santità col mezzo dei due prelodati Soggetti fatte giungere alla Nobile Deputazione, non poterono essere accolte coi più vivi sensi di riverente confusione, di grata riconoscenza, e di filiale tenerezza.
Infatti nella sera del giorno stesso la Nobile Deputazione rappresentante il General Consiglio, composta dalli Nobili Sigg. Marchese Luigi Maria Fantini, Co: Giuseppe Aldrighetti, Stefano Venezze, e Benedetti Trevisan seguita dal su Segratario Nob. Sig. Scordova, ebbe l'alto onore di essere per la seconda volta presentato alla Santità Sua, ai cui piedi umiliò colle divote espressioni di ringraziamento un riverentissimo Memoriale, implorando per ora sopra la Città di Padova l'Apostolica sua Benedizione, onde per aver ottenuto dal Cielo l'incomparabile dono d'essere annoverata fra le primogenite della Chiesa, sia preservata costante nella Cattolica Religione fino al compier de' secoli da qualunque insidia dell'infernale nemico.
Accolse il Santo Padre con vera sensibilità la più essenziale fra le petizioni, e letto per intero con inisprimibile degnazione l'umiliatogli Memoriale, assicurò la Deputazione, che impartirà in ogni tempo le Apostoliche sue benedizioni sopra una città si religiosa, onde tale appunto mantengasi fino alla fine de' secoli; e dopo breve paterno colloquio li ammise tutti inteneriti al bacio delle sacre sue mani.
Stabilita dal Santo Padre la susseguente giornata del venerdì pel suo ritorno alla Città di Venezia, si venne a penetrare nella sera stessa antecedente, col mezzo di Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Caraccioli Suo Maestro di Camera, un nuovo tratto veramente singolare della non mai abbastanza encomiata benignità sua, col non voler partire da questa Città, se prima a divota soddisfazione di questo Pubblico, non si fosse recato alla gran Sala della Ragione, onde ammettere anche al bacio del piede quelli, che non avessero potuto ottenere una tal grazia.
Fu subito fatto innalzare un maestoso Trono in detta Sala, ed altro pur simile in una delle Loggie della medesima riguardante sottoposta Piazza. 
Udito adunque per tempo in detta mattina di venerdì della Santità Sua il S. Sacrifizio della Messa nella cappella del suo appartamento in Santa Giustina, passò sopra la Loggia, ed impartì l'Apostolica sua Benedizione ad ogni prodigiosissimo numero di popolo, e di persone di ogni ceto, concorse per appagare la propria divozione. Nelle anticamere di Sua Santità trovavansi li Nobili e Reverendissimi Monsgnori Canonici in Abito Prelatizio, e numerosa Nobiltà.


"[...] non voler partire da questa Città, se prima a divota soddisfazione di questo Pubblico, non si fosse recato alla gran Sala della Ragione, onde ammettere anche al bacio del piede quelli, che non avessero potuto ottenere una tal grazia."


Sceso finalmente dal suo appartamento, e salito nella consueta sua carrozza preceduto da una numerosa truppa di Cavalleria, e dal Crocifero, e seguito dalle Carrozze de' Monsignori Canonici, da quelle de' R.R. Monaci, e da tutte le carrozze da gala della Nobiltà Padovana con entrovi la medesima, si avviò verso la gran Sala della Ragione.
Appiedi d'una delle grandi scale della medesima tutta coperta di tappeti, fu a riceverlo la Nobile Deputazione rappresentante il General Consiglio; ed introdotto nella Sala stessa, salito il già preparato Trono ammise al bacio del piede prima la detta Nobile Deputazione, indi molta Nobiltà, ed altre persone; e rimarcò la Santità Sua l'iscrizione di marmo, che la sempre dolce e santa memoria conserva nell'immortale suo Antecessore, onorò la detta Sala della sua sacra Persona.
Passò quindi all'altro Trono nelle Gallerie di detta Sala eretto, che riguardando Piazza delle Erbe, ripiena di un'infinità di popolo, a cui impartì l'Apostolica sua Benedizione fra le incessanti acclamazioni di allegrezza del popolo stesso, a cui fece la Santità Sua degli umanissimi cenni di suo gradimento.
Accompagnato finalmente dalla detta Nobile Deputazione, a cui rinnovò i più benigni, clementi tratti della piena soddisfazione, salì nella sua carrozza, e proseguì il suo cammino verso la Porta del Portello, in mezzo sempre ad un folto popolo, e fra il suono di tutte le campane della Città, col seguito costante di tutte le prenominate carrozze.
Giunto il Santo Padre alla riva del fiume Brenta, per la ben lunga strada che colà conduce, tutta adobbata di tapezzerie; ritrovò pur ivi la Nobile Deputazione, che si affrettò per altra strada di arrivarvi prima di lui, e rinnovati verso la sacra sua Persona i più vivi sensi di riverenza, di omaggio, e di ringraziamento, a' quali benignamente corrisposto dal Santo Padre, fra le lagrime di tenerezza e della Nobile Deputazione e del numerosissimo popolo, che tanto lungo la riva, che sopra le barche, ed il non breve tratto delle mura della città eravi concorso, pose piede nel suo naviglio, tanto nell'interno, che nell'esterno vagamente adobbato, da cui per l'ultima volta impartì sopra questa città e sopra il popolo stesso, l'Apostolica sua Benedizione. Fu seguito il naviglio di Sua Santità da altro per li Prelati, e persone di sua Corte parimenti in vaga foggia allestito. 

"[...] e proseguì il suo cammino verso la Porta del Portello, in mezzo sempre ad un folto popolo, e fra il suono di tutte le campane della Città, col seguito costante di tutte le prenominate carrozze."

Molte persone per lungo tratto dietro la riva del fiume sempre camminando, mosse da rispetto, venerazione, e filiale attaccamento verso il primo Gerarca della Cattolica Chiesa, non sapendo staccarsi dal mirare se non altro il naviglio su cui risiedeva il Sommo Padre del popolo cristiano.
Lasciò la Santità Sua i cuori de' Padovani commossi per quella sua maestosa sì, ma affabile sacra presenza, dolcemente condiscendendo ad ogni umiliata richiesta del bacio de' santi suoi piedi, e di grazie ad alcuni concesse, specialmente all'Ordine Ecclesiastico; e per quella benigna dimostrazione che a divedere egli diede di compatimento per quanto con animo religiosamento spontaneo concorsero tutti ad esternare a riguardo della sua augusta, e sacra Persona.
In principal modo devesi rimarcare quanto li R.R. Monaci di Santa Giustina, sempre splendidi in ogni incontro, in questo poi sì luminoso hanno contribuito a rendersi meritevoli degli universali dovuti elogi. Non isfuggirono alle ben concepite idee dei R.R. Monaci direttori, nel far allestire tanto magnifico, e maestoso appartamento per uso di Sua Santità, quanto agli altri destinati ai Prelati, ed altre persone del suo seguito, le cose più minute, che furono meritatamente rimarcate da Ospiti sì cospicui.
L'apparecchio poi delle tavole, l'apprestamento delle squisite e copiose vivande, i frequenti scelti rinfreschi riuscirono di grata soddisfazione agli Eminentissimi Cardinali, a' Vescovi, e Prelati, unitamente a quelli del seguito di Sua Santità in copioso numero erano giornalemente invitati dalla generosità de' prelodati R.R. Monaci.
Attesa la suprema sua dignità, pranzando solo il Santo Padre, erano dalla benignità sua prescelti all'onore di starvi presenti, oltre a qualche rispettabile soggetto, alcuni R.R. Monaci a vicenda giornalmente, fra i quali con maggior frequenza il Rev. P. procurator generale, il Rev. emeritissimo P.Abbate, attuale D.Gio: Alberto Campolongo, il Rev. Padre Trevisan, li R.R. Padri Celerarj Leoni, e Bagnado, i quali tutti si distinsero in ispecial modo coll'assidua rispettosa loro attenzione e verso il Santo Padre, che dimostrò sempre la sua piena soddisfazione, e verso tutti i rispettabili Prelati di sua Corte, che rimarcarono le maniere nobili, ed obbiganti di tutta quella Religiosa Comunità, che in tale incontro, come si disse, si è tanto distinta a maggior lustro ancora, ed onore della Città di Padova, che ben meritatamente si compiace d'avere fra le sue mura una sì commendabile Abbazia.

"[...] si è tanto distinta a maggior lustro ancora, ed onore della Città di Padova, che ben meritatamente si compiace d'avere fra le sue mura una sì commendabile Abbazia."

immagini da Corbis, g.immage, w.commons

Concistoro: pronte le berrette


Finalmente ci siamo: ci troviamo infatti immersi nelle ultime, appassionanti ore della, per così dire, "vigilia" dell'udienza generale di mercoledì 20 ottobre, data in cui, per universale parere dei vaticanisti, il Santo Padre annuncerà l'indizione dell'attesissimo Concistoro Ordinario pubblico per la creazione di nuovi cardinali.
Naturalmente se ne discute da un pò, tuttavia, a poche ore dall'annuncio, siamo ormai in grado di stilare una "lista-pronostico" dei novelli porporati.
Innanzitutto, quanti? Partiamo dalla realtà pratica: se il Papa dovesse scrupolosamente rispettare la soglia dei 120 elettori, potrebbe creare 19 porporati (al momento, a dire il vero, 18, ma a novembre un altro porporato compirà gli 80 anni). Abbiamo però serie motivazioni che ci inducono a credere che, stavolta, il Papa si concederà una deroga: come qualche vaticanista saggiamente notava, il numero di "candidati" alla porpora ha raggiunta la cifra record della sessantina, tra Curia Romana e grandi diocesi estere, dei quali molti già in attesa da tempo. Senza contare che la Curia, in questa tornata, farà la parte del leone.
Siamo perciò convinti del fatto che potrebbero essere annunciati, nel complesso, dai 20 ai 22 neo-cardinali elettori (arrotondando così a 24-25 con gli ultraottantenni); vediamo quali potrebbero essere i loro nomi.

Partiamo dalla Curia Romana: alcuni presuli verrano inclusi di certo nella lista, in quanto posti a capo di Congregazioni o di organismi (tribunali, uffici) ad esse equiparate. Parliamo degli Arcivescovi Amato e Piacenza, Prefetti rispettivamente delle Congregazioni per le Cause dei Santi e per il Clero, Burke e Baldelli, a capo della Segnatura Apostolica e della Penitenzieria, De Paolis e Ravasi, responsabili della Prefettura per gli Affari Economici e, l'ultimo, del Pontificio Consiglio per la Cultura (ci si permetta di notare che il celebre biblista sarebbe l'unico curiale inserito nella lista senza poterlo prevedere, per così dire, automaticamente; chissà che per lui all'orizzonte non si profilino altri incarichi pastorali). Chiudono il quadro curiale Mons. Paolo Sardi, Pro-Patrono dell'Ordine di Malta (dunque destinato a perderlo, il "Pro"), Mons. Francesco Monterisi, Arciprete della Basilica Ostiense, e, forse, Mons. Kurt Koch, nuovo Presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani, svizzero. Vedremo se per caso il Santo Padre vorrà premiare altre personalità curiali (ma ne dubitiamo, considerati i pochi posti a dispozione).
Passiamo ora alla parte, forse, più interessante, ossia le berrette "diocesane". Il nostro Bel Paese al momento vede "porporabili" gli Arcivescovi Paolo Romeo di Palermo e Giuseppe Betori di Firenze. Considerato che Mons. Romeo siede sulla cattedra palermitana da più tempo ed ha anche molti anni in più del collega fiorentino (solo 63enne), ci aspettiamo una promozione per Mons. Romeo, ed un rinvio per Mons. Betori.

Un nulla di fatto per la Francia, probabilmente, poichè per Marsiglia si attenderanno gli 80 anni del cardinale Panafieu, arcivescovo emerito. In Spagna, invece, potrebbe avere subito la berretta Mons. Braulio Rodriguez Plaza, a capo della diocesi primaziale di Toledo; nel resto d'Europa, possiamo citare gli Arcivescovi di Monaco (Marx, 57 anni), Utrecht (Eijk, 57 anni), Malines-Bruxelles (Lèonard, 70 anni), Westminster (ossia Londra, retta dal 65enne Mons. Nichols), Dublino (Martin, già segretario di Giustizia e Pace), Minsk-Mohilev (Mons. Tadeusz Kondrusiewicz, il polacco ex-arcivescovo di Mosca), tra i quali occorrerà sicuramente fare una cernita. Una considerazione a parte la merita la Polonia, grande paese cattolico che vede ben 3 sedi potenzialmente cardinalizie. Parliamo dell'antica, grande sede di Wroclaw (Breslavia, 2 milioni di battezzati), governata dal 2004 da Mons. Marian Golebiewski, 73 anni, della sede primaziale di Gniezno, retta dal già nunzio apostolico Jòzef Kowalczyk (72 anni), e della più conosciuta (ma non per questo "prima" nell'ordine) Varsavia, sulla cui cattedra da 3 anni siede Kazimierz Nycz, 60 anni, molto popolare in patria.
 Ora, i vaticanisti non hanno dubbi in merito alla scelta della capitale, tuttavia, forti del precedente irlandese del 2007 (si scelse Armagh, non Dublino), manteniamo le nostre riserve su questa scelta. Aldilà del titolo primaziale che detiene, infatti, Mons. Kowalczyk vanta una lunghissima carriera diplomatica nel paese natìo, e considerata la sua età verrebbe da dire che, se lo si intende promuovere, ciò avverrà "o adesso o mai più".

Passiamo all'Asia: se a febbraio il grande continente sembrava sicuro di poter vantare a novembre 3 porpore, pare che tali aspirazioni possano essere ridimensionate. Sembra certo che la berretta verrà imposta al celebre arcivescovo Albert M. Ranjith, attivissimo pastore di Colombo (Sri Lanka), mentre rimane il dubbio sulla scelta degli ordinari di Tokyo (Peter Takeo Okada, 69 anni)e Yangon (Charles Maung Bo S.D.B., 62 anni). Sarà interessante vedere se si confermerà l'attenzione da sempre dedicata da Benedetto XVI all'Asia (basti pensare al trionfo di Filippine, Cina e Corea nel concistoro del 2006).
In Oceania sembra tramontata l'ipotesi di proseguire la tradizione cardinalizia per l'arcidiocesi neozelandese di Wellington.
Rivolgiamoci ora al continente nero, che come l'Asia potrebbe non brillare molto in questa infornata di porpore, nonostante i pastori e le diocesi possibilmente "cardinalizie", come peraltro l'incremento della popolazione cattolica, non manchino affatto. E dunque sentiremo dal Papa quante e quali sedi africane (Kinshasa, Kampala, Abidjan, Antananarivo, Douala, Yaoundè, Algeri, Lubango) ha prescelto; il nostro pronostico è un massimo di due porpore.

Passiamo l'Atlantico ed atterriamo nelle Americhe: se al Nord la questione si risolverà placidamente con la tacita "regola dell'emerito" e la conseguente elevazione del solo Arcivescovo di Washington Donald W. Wuerl (in coppia col già citato Burke) insieme forse a Mons. Collins di Toronto (Canada), al Sud la situazione si presenta più complessa (perlomeno, a noi "pettegoloni" disinformati). Nel solo Brasile, infatti, le possibili scelte sarebbero ben quattro (Belo Horizonte, Fortaleza, Brasilia, Rio de Janeiro), per non parlare degli altri paesi limitrofi, come Paraguay e Uruguay, anch'essi in attesa. Ci rimettiamo perciò alle anticipazioni dei vari vaticanisti, i quali ritengono probabili le porpore per Mons. Cotugno Fanizzi, Arcivescovo di Montevideo (non propriamente uruguayano, per la verità, ma italiano) e per un presule "non meglio identificato" dal Brasile. Chissà che, alla fine, il Papa non ammetta nel Sacro Collegio un brasiliano in più, oppure, perchè no, il primo cardinale paraguayano della storia (la sede di Asunciòn?).
Questi i candidati "latini". Ma nella Santa Chiesa, come il Sinodo in corso ci sta ricordando, coesistono altre venerabili Chiese di rito Orientale, capeggiate da Patriarchi spesso inclusi nel "Senato papale": chissà che dunque non si ricavi un posticino per l'antichissimo Patriarcato copto di Alessandria, o per l'esuberante patriarca melchita Gregorio III, oppure ancora per i Patriarchi Armeno e dei Siri.

Ultimissima nota di questo lungo pettegolezzo virtuale: gli ultraottantenni, spesso poco considerati dai media, ma che meritano a tutti gli effetti gli stessi onori e riconoscimenti dei colleghi più giovincelli. Il buon Tornielli, con i colleghi Tosatti e Rodari, ha confermato una promozione attesa da molti, ossia quella di Mons. Elio Sgreccia (presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita), aggiungendo tuttavia, oltre al nome del bavarese Walter Brandmuller (studioso e celebre storico), una sopresa inaspettata: la possibile elevazione alla porpora dell'indimenticato Maestro perpetuo della Sistina Domenico Bartolucci, ormai 93enne, ma ancora avvistabile a volte in giro per piazza San Pietro.
Insomma, si tratta di semplici elucubrazioni (che, in fondo, appassionano un pò tutti) che verrano definitivamente confermate o negate solamente con l'annuncio.

Dunque, per chi potrà farlo, domani, poco dopo le 11 (verso la conclusione dell'udienza) telecomandi puntati per sintonizzarsi in diretta!


immagini da Corbis.

Benedetto XVI a Venezia, secondo il Patriarca


Riportiamo di seguito l'interessante intervista al Patriarca Scola, già pubblicata da Gente Veneta.
Il dono di Benedetto XVI, che il 7 e 8 maggio 2011 sarà ad Aquileia e a Venezia, consisterà nel confermarci nella fede. Cioè nel rendere più forte e saldo il nostro credere in Cristo.
Lo sottolinea il Patriarca, mettendo in evidenza come il viaggio papale sarà davvero un grande dono, e non solo per la Chiesa veneziana, ma per tutte le Chiese del Nordest, che sabato 7 ad Aquileia e poi domenica 8 con la messa nel parco di San Giuliano a Mestre, si incontreranno attorno al pastore della Chiesa universale: «Sarà un grande evento per tutto il popolo».
 
Eminenza, perché il Papa viaggia e visita le sue Chiese?
I viaggi hanno una motivazione intrinseca al ministero di Pietro, che si può riassumere nell’espressione evangelica “conferma i tuoi fratelli”. Lo si è visto molto bene fin dal primissimo viaggio a Loreto di Giovanni XXIII quando, ad ogni stazione in cui il treno neppure si fermava ma solo rallentava, c’erano folle sterminate a salutarlo; e poi su su fino ai viaggi di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e agli ultimi di Benedetto XVI in Inghilterra e a Palermo.
I tempi e il mondo sono cambiati; con essi anche la modalità dell’incontro del Papa con i fedeli?
Sì, siamo entrati in una civiltà della mobilità, e il fatto che il Papa si rechi a visitare le Chiese rende il suo ministero petrino più efficacemente credibile. Perché, pur essendo per sua natura un ministero legato alla Chiesa romana, purtuttavia è universale. E la presenza fisica del Papa fa percepire a tutti questa universalità.
Accanto a ciò, la visita del Papa accompagnerà il cammino delle diocesi nordestine verso il secondo convegno ecclesiale di Aquileia, che si terrà nel 2012, e coinciderà con la fine della Visita pastorale alla nostra diocesi. Come si legano questi eventi?
Queste due circostanze si legano perché, secondo la logica dell’Incarnazione, sono guidate dalla mano della Provvidenza. Ma esse non sono il motivo primo della visita, entrano in seconda battuta e sono la forma attraverso cui il successore di Pietro si prende cura della fede delle donne e degli uomini del Nordest. Non possiamo limitarci a dire che il Papa viene per la Visita pastorale o per il convegno di Aquileia. Il Papa viene per la sua missione. E noi lo abbiamo invitato per questo e gli siamo quanto mai grati di aver accettato l’invito. Alla luce di questo, certamente per noi veneziani, la visita di Benedetto XVI svelerà il significato pieno della visita pastorale.
Rispetto appunto ad essa, cosa auspica potrà sottolineare il Papa?
La Visita pastorale ha mostrato, contrariamente ad alcuni pregiudizi un po’ queruli, due dati fondamentali: il primo che la comunità dei cristiani è vitale e capillarmente presente in tutto il territorio del Patriarcato, il secondo che si appartiene ad essa sempre più per convinzione e sempre meno per convenzione. Certo la presenza cristiana è segnata dalla post-secolarità, quella che il filosofo canadese Taylor chiama “secolarizzazione 3”. Essa significa che per molti ormai la fede è legata ad una scelta individuale come un’opzione tra le altre. Ciononostante le nostre comunità cristiane, pur delimitate, sono vive e dinamiche. E la conferma di questo si vede soprattutto nell’eucaristia domenicale, che sarà il cuore della visita del Papa tra di noi.
E per quanto riguarda il secondo aspetto, il passaggio dalla convenzione alla convinzione?
Occorre rilevare che non c’è una riduzione nella pratica domenicale rispetto al 1985, dato che abbiamo verificato in termini abbastanza rigorosi. Ma in complesso si vede che la partecipazione alla vita della comunità cristiana oggi è sempre meno legata ad automatismi tradizionalistici. La novità è che chi si coinvolge nella vita della comunità parrocchiale o delle aggregazioni ecclesiali lo fa per decisione consapevole: vuole appartenere a Cristo, vuole fare l’esperienza di umanità rinnovata avendo Cristo come via alla verità e alla vita, e così lo comunica spontaneamente in tutti gli ambienti che frequenta.
Ma la presenza del Papa potrebbe essere punto di partenza per un’accelerazione?
Sì, la sua presenza genererà una spinta decisiva su un punto che oggi appare fondamentale: senza un’esperienza vitale di appartenenza a Cristo attraverso una comunità sensibilmente espressa e aperta a 360°, è sempre più difficile vivere un’esperienza cristiana. Qui la Sosta pastorale ha solo dissodato il terreno, ha insinuato che questo è il passo da compiere. Si apre ora un tempo di lavoro avvincente.
Verso quale consapevolezza è bene andare?
La persona che individualmente va in chiesa la domenica e che poi non partecipa ad una vita comunitaria – che deve essere molto semplice e non un gruppo chiuso in se stesso – rischia di non reggere. Analogamente la parrocchia intesa come insieme di gruppi che si prodigano in iniziative o servizi, ma poi si ignorano fra di loro e non vivono la ragione profonda dei loro pur generosi impegni, non ha futuro. Perciò bisogna approfondire l’appartenenza a Cristo – il “per chi” noi viviamo – dentro alla comunità cristiana. E questo implica la disponibilità a mettere il tutto prima della parte. Anche da questo punto di vista la presenza del Papa, pastore della Chiesa universale, sarà l’espressione concreta del fatto che noi tutti apparteniamo anzitutto alla Chiesa universale, la quale vive nella Chiesa particolare che si articola nelle parrocchie e nelle aggregazioni. Dobbiamo fare un salto di qualità senza perdere la capillarità e tuttavia riuscendo a far brillare il tutto nel frammento. Risponde a questa esigenza l’indicazione di attuare le comunità pastorali, di rivalorizzare il patronato, di trasformare l’iniziazione cristiana attraverso le comunità educanti, di riscoprire la dimensione della cultura, del gratuito, della presenza cristiana nei vari ambienti di vita…
La visita del Papa potrebbe risultare per molti un’emozione passeggera, del tipo “l’ho visto, c’ero anch’io quel giorno”. E’ da mettere nel conto, è fisiologico? Cosa mettere in atto perché accada il meno possibile?
Non si tratta di mettere in atto delle strategie, ma di andare a fondo del fattore decisivo dell’esperienza cristiana: la testimonianza. In un certo senso il cammino della Visita pastorale è stato una grande preparazione a questo gesto. Ora avvieremo una preparazione immediata della visita del Santo Padre in due tappe, da qui alla Quaresima e dalla Quaresima al 7 maggio, proprio per aiutarci tutti a vivere l’evento non solo come un’emozione straordinaria, ma nel suo pieno significato. Che è questo, lo ripeto: Pietro viene a confermare i fratelli nella fede e invita ciascuno ad un coinvolgimento stabile con la vita di Cristo dentro la Chiesa. Da qui la testimonianza permanente. La modalità è questa e solo questa: seguire Cristo e comunicarlo – come il Papa ci ha detto nella Caritas in Veritate – è il modo più conveniente per affrontare la propria umanità e per stare dentro il quotidiano. La venuta del Papa non va intesa come un gesto magico, ma come una perla preziosa, come il dono che Benedetto XVI ci fa e dal quale tutti i fratelli battezzati potranno trarre grande frutto.

(a cura di Giorgio Malavasi)
 
intervista da angeloscola.it, immagini da Flickr, Corbis.

Don Massimo Palombella è il nuovo direttore della Sistina




Tutto secondo previsione. Da Radio Vaticana: 
Benedetto XVI ha nominato maestro direttore della Cappella Musicale Pontificia, denominata "Cappella Sistina", il sacerdote salesiano Massimo Palombella, docente presso la Pontificia Università Salesiana, fondatore e direttore del Coro Interuniversitario di Roma. Don Palombella, che succede a mons. Giuseppe Liberto - alla guida della Sistina dal 1997 - è nato a Torino il 25 dicembre di 43 anni fa. Ordinato sacerdote per la Congregazione Salesiana il 7 settembre 1996, ha compiuto gli studi di filosofia e teologia, conseguendo il Dottorato di Ricerca in Teologia Dogmatica, e gli studi musicali con i maestri Luigi Molfino, Valentín Miserachs Grau, Gabriele Arrigo e Alessandro Ruo Rui, diplomandosi in Musica Corale e Composizione. Fondatore e maestro direttore del Coro Interuniversitario di Roma, lavora nella pastorale universitaria della diocesi di Roma dal 1995. E' docente alla Pontificia Università Salesiana in Urbe, presso la Facoltà di Teologia, di Escatologia e di Musica e Liturgia; ed al Conservatorio "Guido Cantelli" di Novara, nel biennio di specializzazione in Musica Sacra, di Composizione per la Liturgia, Polifonia Romana e Legislazione della Musica Sacra. Inoltre è stato docente di Linguaggi della Musica all'Università "La Sapienza" di Roma; al Conservatorio di Torino e al Pontificio Istituto di Musica Sacra in Urbe ha insegnato Liturgia. Dal 1998 dirige la Rivista di Musica per la Liturgia "Armonia di Voci", dell'Editrice Ldc. E' membro, in qualità di esperto, della Consulta dell'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana. Dal 1995 è stato maestro di musica di tutti gli incontri del Papa con la Cultura Universitaria. Recentemente ha curato la veglia di chiusura dell'Anno Sacerdotale in Piazza San Pietro, in collaborazione con le Orchestre della Provincia e del Conservatorio di Bari. Con il Coro Interuniversitario di Roma ha al proprio attivo numerosi concerti in Italia e nel mondo ed un'ampia serie di registrazioni in Cd e Dvd.

 articolo da Radio Vaticana, immagine Daylife

La gioventù e la "Messa in latino": una testimonianza




Riceviamo e pubblichiamo con grande piacere questa bella testimonianza:
In nomine Patris... Introibo ad altare Dei... Ad Deum qui laetificat...
Ecco, dopo tanta attesa, finalmente, anch'io partecipo per la prima volta in vita mia alla Santa Messa nella forma extra-ordinaria (detta anche "Messa antica" e "Messa Tridentina"). Finora la mia esperienza è stata limitata a spezzoni di filmati, di registrazioni audio, di studio e di lettura dei riti che la compongono. Ora, però, è giunto il momento di passare, per così dire, dalla teoria alla pratica.
Certo, la mia è una situazione particolare. Ho 25 anni e quindi ho conosciuto, finora, esclusivamente Messe nella forma ordinaria. Ma l'approfondimento della mia vita di fede mi ha portato a conoscere e a sentirmi attratto da quella Messa che fu celebrata ovunque, nell'Orbe cattolico, sino agli anni Sessanta. Appassionarsi ad una liturgia cui non si è mai partecipato, specie per chi, come me, conosce non molto bene la lingua latina, potrebbe apparire cosa strana: eppure è stato così e non saprei nemmeno dire il perché. Certo, vi sono motivazioni razionali, ma in fondo si è trattato quasi di un "colpo di fulmine".
Così come non ho voluto e cercato l'avvicinamento alla forma extra-ordinaria, così la prima celebrazione cui ho assistito è nata un po' per caso. Ricordo poco dell'inizio: troppa emozione. Difficile è riuscire ad entrare nel ritmo della lingua latina, specie nel lungo salmo iniziale e nel doppio Confiteor, quello del sacerdote e quello dei fedeli. Mi prende un po' di scoraggiamento: forse, dopo tanta attesa, resterò deluso? Forse questa forma celebrativa non è adatta per me?
Poi però, coll'Aufer a nobis per la prima volta cade il silenzio. Ed è un silenzio che giunge per me a proposito, per cercare di smuovere il mio animo, per cercare di far mio quello che il sacerdote sta recitando in secreto: eppure è un silenzio carico di significato, lungi dall'essere un mero vuoto. Poi il Gloria, la lettura della Parola di Dio, la breve omelia, il Credo. Non troppo dissimile dalla forma ordinaria, qui.
Poi inizia la seconda parte della Messa, quella che ruota attorno al Santo Sacrificio. E qui è veramente il silenzio a farla da padrone ed è per me un momento felice: in questo silenzio mi sento a mio agio, specie in quello del Canone. Quindi la celebrazione va avanti e giunge sino alla Comunione, in ginocchio e sulla lingua. Poi il ringraziamento, gli ultimi riti, la benedizione, l'ultimo Vangelo, le preci leonine. Oramai anche il latino mi suona più familiare e con più naturalezza utilizzo il mio messalino.
Alla fine ringrazio il Signore per avermi concesso di partecipare alla celebrazione, che si è rivelata, nonostante le iniziali titubanze, adatta alla mia sensibilità: ne sono felice. E prova di questo è che dopo la Messa sentivo (e sento tuttora il bisogno) di partecipare ancora a celebrazioni nella forma extra-ordinaria. Questo senza voler rinnegare la forma ordinaria, con la quale sono cresciuto e che ha nutrito la mia vita spirituale sino ad oggi: però la Messa Tridentina è diversa, molto vicina ai miei bisogni spirituali.
Concludo con un ultimo pensiero: talvolta si sente affermare che la forma extra-ordinaria ostacolerebbe una actuosa participatio. Questa mia prima esperienza, a dire il vero, è piuttosto contraria: le frequenti risposte al sacerdote, i momenti di silenzio per l'interiorizzazione e la pietà, i segni di croce... No, proprio non mi è parso di essere un inerte spettatore, ma piuttosto, nel mio piccolo, un partecipante del tutto attivo.

C. A.

 Immagine da venezia.fssp.it

La tiara sullo stemma del Papa? Variazione sul tema




Un triregno ha scombussolato il web: l'antica insegna è ricomparsa domenica sullo stemma papale scatenando il caos tra vaticanisti ed araldisti. Una restaurazione da Papa Re? Avvenire fa chiarezza...
ROMA. Lo stemma papale di Benedetto XVI non è cambiato. Lo confermano fonti autorevoli interpellate da Avvenire. Domenica scorsa dalla finestra papale del Palazzo apostolico era stato calato un nuovo drappo in cui era raffigurato uno stemma differente da quello ufficiale. La variazione maggiore riguardava il fatto che al posto della mitria, sopra allo scudo, c’era la tiara. Il che ha fatto subito scatenare, specialmente su internet, un ampio e articolato dibattito sui significati ecclesiologici e teologici di questa (supposta) innovazione. In realtà il drappo, un recente regalo al Papa, è stato sì utilizzato domenica, ma «una tantum». E non è previsto un riutilizzo per il semplice fatto che non c’è nessuna disposizione per il cambiamento dello stemma che Benedetto XVI ha adottato fin dall’inizio del pontificato.

D’altronde, a pagina 4  dell’Osservatore Romano datato 13 ottobre, prima dell’incipit del testo in latino del motu proprio «Ubicumque et semper» («Dovunque e sempre») campeggiava ben visibile lo stemma ufficiale. Insomma, ribadiscono le autorevoli fonti interpellate da Avvenire: «Lo stemma rimane come è. Nihil innovetur!».

Gianni Cardinale



 articolo da Avvenire, immagini da Corbis, theratzingerforum.yuku.com

Forma Extraordinaria: una Messa nella Basilica di San Marco

Torna la Forma Extraordinaria nella Basilica di San Marco, con una Celebrazione un po' silenziosa ed improvvisata, organizzata da un gruppo di giovani. Una della tante luci che significativamente si accendono giorno dopo giorno, anche in terra veneta, a tre anni dal Motu Priorio di Sua Santità. La Messa è stata Celebrata nella Cappella di San Teodoro, attigua alla Sagrestia. Di seguito proponiamo un bello scatto della Messa.


Silentium




Treviso, Chiesa di San Nicolò

La fede semplice, forza della Chiesa





Come non proporvi questo piccolo sunto di Andrea Tornielli sulle splendide parole pronunciate questa mattina dal Papa Benedetto XVI nella prima giornata del Sinodo per il Medio Oriente?

Questa mattina, intervenendo ai lavori del Sinodo, Benedetto XVI ha pronunciato una meditazione parlando a braccio. Riferendosi alla caduta degli dei mondani, ha spiegato: “Se guardiamo bene, vediamo che questo processo non è mai finito. Si realizza nei diversi periodi della storia in modi sempre nuovi; anche oggi, in questo momento, in cui Cristo, l’unico Figlio di Dio, deve nascere per il mondo con la caduta degli dei, con il dolore, il martirio dei testimoni. Pensiamo alle grandi potenze della storia di oggi, pensiamo ai capitali anonimi che schiavizzano l’uomo, che non sono più cosa dell’uomo, ma sono un potere anonimo al quale servono gli uomini, dal quale sono tormentati gli uomini e perfino trucidati. Sono un potere distruttivo, che minaccia il mondo. E poi il potere delle ideologie terroristiche. Apparentemente in nome di Dio viene fatta violenza, ma non è Dio: sono false divinità, che devono essere smascherate, che non sono Dio. E poi la droga, questo potere che, come una bestia vorace, stende le sue mani su tutte le parti della terra e distrugge: è una divinità, ma una divinità falsa, che deve cadere. O anche il modo di vivere propagato dall’opinione pubblica: oggi si fa così, il matrimonio non conta più, la castità non è più una virtù, e così via. Queste ideologie che dominano, così che si impongono con forza, sono divinità. E nel dolore dei santi, nel dolore dei credenti, della Madre Chiesa della quale noi siamo parte, devono cadere queste divinità, deve realizzarsi quanto dicono le Lettere ai Colossesi e agli Efesini: le dominazioni, i poteri cadono e diventano sudditi dell’unico Signore Gesù Cristo. Di questa lotta nella quale noi stiamo, di questo depotenziamento di dio, di questa caduta dei falsi dei, che cadono perché non sono divinità, ma poteri che distruggono il mondo, parla l’Apocalisse al capitolo 12, anche con un’immagine misteriosa, per la quale, mi pare, ci sono tuttavia diverse belle interpretazioni. Viene detto che il dragone mette un grande fiume di acqua contro la donna in fuga per travolgerla. E sembra inevitabile che la donna venga annegata in questo fiume. Ma la buona terra assorbe questo fiume ed esso non può nuocere. Io penso che il fiume sia facilmente interpretabile: sono queste correnti che dominano tutti e che vogliono far scomparire la fede della Chiesa, la quale non sembra più avere posto davanti alla forza di queste correnti che si impongono come l’unica razionalità, come l’unico modo di vivere. E la terra che assorbe queste correnti è la fede dei semplici, che non si lascia travolgere da questi fiumi e salva la Madre e salva il Figlio. Perciò il Salmo dice — il primo salmo dell’Ora Media — la fede dei semplici è la vera saggezza (cfr. Sal 118, 130). Questa saggezza vera della fede semplice, che non si lascia divorare dalle acque, è la forza della Chiesa”.
 articolo dal Blog di Andrea Tornielli, immagine Corbis

L'ora degli addii: Vicenza cede Nosiglia a Torino

la Cattedrale di Vicenza


Andrea Tornielli sembra non avere dubbi, il successore di Poletto a Torino sarà Nosiglia, Arcivescovo-Vescovo di Vicenza. Nato nel '44 a Rossiglione, Cesare Nosiglia è stato ordinato sacerdote nel '68 dal Vescovo Giuseppe Dell'Olmo e dopo gli studi alla Lateranense e l'incarico presso l'Ufficio Catechistico Nazionale viene Consacrato Vescovo nel settembre del 1991 dal Cardinal Ruini. Assume subito l'incarico di Vescovo ausiliare di Roma con il titolo di Vittoriana. Nel '96 assume il titolo personale di Arcivescovo. Entra in Vicenza il 3 novembre 2003, sostituendo Pietro Giacomo Nonis dimesso per raggiunti limiti d'età. Dal 25 Maggio è pure vicepresidente della CEI per il Nord Italia. Ora? Torino e galero rosso? 

Sarà reso noto lunedì, il nome del nuovo arcivescovo di Torino, successore del cardinale Poletto: il Papa ha scelto il vescovo di Vicenza Cesare Nosiglia, 66 anni, nato a Rossiglione (in Liguria, ma nella regione ecclesiastica piemontese), alla guida della diocesi veneta dal 2003 dopo essere stato vicerente di Roma, stretto collaboratore del cardinale Ruini. Nosiglia, che prima di diventare vescovo, negli uffici della Conferenza episcopale italiana è stato influente interprete della nuova catechesi postconciliare, è considerato un gran lavoratore, uomo di mediazione, che sfugge alle catalogazioni. A Vicenza è più volte intervenuto in favore dei rom, invitando le istituzioni a trovare soluzioni condivise, ma senza provocare polemiche politiche. La sua candidatura era sostenuta dal presidente della Cei Bagnasco e dal patriarca di Venezia Scola. AnTor

© Copyright Il Giornale, 9 ottobre 2010


 L'Episcopio vicentino

immagini da Flickr, w.commons

E' sicuro: Benedetto XVI il 7 maggio sarà a Venezia




VENEZIA - Benedetto XVI ha accolto l’invito a compiere una visita pastorale ad Aquileia e Venezia il 7 e l’ 8 maggio del 2011. Lo ha annunciato il patriarca di Venezia, cardinal Angelo Scola, durante il tradizionale incontro che si svolge all’inizio di ogni nuovo anno pastorale con i sacerdoti del Patriarcato nella Basilica Cattedrale di San Marco. «Questo dono che il Santo Padre fa al Patriarcato di Venezia - ha spiegato Scola - coincide con la conclusione della Visita Pastorale in atto nel Patriarcato dal 2004», ma «risponde anche ad un’altra istanza emersa durante la Visita Pastorale nel Patriarcato di Venezia: l’utilità che i cristiani propongano alla libertà di tutti gli abitanti e gli ospiti di Venezia "città dell’umanità" pratiche di vita buona per la società civile. Essi desiderano - ha aggiunto - un confronto sincero e leale con tutti i soggetti in campo». Nell’occasione, il Papa inaugurerà anche l’anno di preparazione interdiocesana al Secondo Convegno di Aquileia. E qui confluiranno tutti i rappresentanti delle diocesi del Nord-Est nate dal quella Chiesa madre, incluse quelle della Slovenia, della Croazia e dell’ Austria. La visita di Benedetto XVI a Venezia avverrà 26 anni dopo quella di Giovanni Paolo II e quasi 40 anni dopo quella di Paolo VI, «nel vincolo di grata memoria - ha concluso il patriarca Scola - con Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I, i tre Patriarchi Papi del secolo scorso». (Ansa)

07 ottobre 2010

immagine da Corbis, articolo Ansa

La Festa della Madonna del Rosario

La "Battaglia di Lepanto" di Paolo Veronese oggi alle Gallerie dell'Accademia.
Ai piedi della Vergine Maria, i Santi intercessori Pietro, Marco, Rocco e Giustina.


In occasione della bella Festa della Madonna del Rosario vi proponiamo questo interessante ed esaustivo approfondimento, che ripercorre le origini e le vicende storiche legate ad una Festa fortemente legata alle terre venete e alla storia della Serenissima.


La festa del Rosario fu istituita da san Pio V, in ricordo della vittoria riportata a Lepanto sui Turchi. E', cosa nota come nel secolo XVI dopo avere occupato Costantinopoli, Belgrado e Rodi, i Maomettani minacciassero l'intera cristianità. Il 20 maggio 1571 venne firmata la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono il regno di Spagna, la Repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana.

La flotta Cristiana era costituita da:

- 104 galee sottili sotto il comando della Repubblica di Venezia; 54 erano con equipaggi provenienti da Venezia, 30 da Creta, 7 dalle Isole Ionie, 8 dalla Dalmazia, 5 da città di terraferma.

- 6 galeazze sotto il comando della Repubblica di Venezia. Le galeazze erano munite di 40 o più cannoni, in grado di sparare palle da 13 chilogrammi in coperta e da 23 chilogrammi da sottocoperta. Si trattava di vere e proprie fortezze galleggianti.

- 36 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Napoli e Sicilia.

- 22 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Genova; si trattava di navi prese a nolo dal finanziere Gian Andrea Doria.

- 12 galee mandate da Cosimo I dei Medici, armate ed equipaggiate dai Cavalieri dell'ordine pisano di Santo Stefano

- 12 galee dello Stato Pontificio, concesse dai veneziani ed armate ed equipaggiate a spese del papa.

- 3 galee del duca di Savoia (la Piemontese, la Margarita e la Duchessa),

- 3 galee dei Cavalieri di Malta.

In totale 195 tra galee e galeazze.

Gli equipaggi erano scarsi e costituiti essenzialmente da cristiani volontari e forzati. La penuria costrinse a mettere solo 3 uomini per remo.

La truppa era costituita da:

20.000 soldati a spese della Spagna;

5.000 militari al soldo di Venezia;

2.000 soldati pagati dallo Stato Pontificio;

3.000 volontari provenienti da tutta la Cristianità.

Complessivamente circa 30.000 uomini.

Sulle galee e sulle galeazze vennero imbarcati 1815 cannoni.

Le galee veneziane erano in buono stato, ma con pochi soldati. Don Giovanni d'Austria vi fece imbarcare 4.000 soldati italiani e spagnoli.

I Turchi avevano schierate 274 navi da guerra, di cui 215 galee, e disponevano di 750 cannoni. Il centro turco, al comando diretto di Mehmet Alì Pascià, era costituito da 96 galee. Di fronte ai veneziani era Muhammad Saulak, detto anche Maometto Scirocco, governatore dell'Egitto, con 56 galee. Uluj Alì, il rinnegato Occhiali, con 63 galee e galeotte, era di fronte a Gian Andrea Doria, che a Tripoli era dovuto fuggire di fronte al corsaro. Una forte riserva, comandata da Amurat Dragut, era dietro la linea delle galee turche.

Mehmet Alì Pascià era a bordo della Sultana, su cui sventolava il vessillo verde su cui era stato scritto 28.900 volte a caratteri d'oro il nome di Allah. Don Giovanni d'Austria, comandante della flotta, ebbe l'ordine di dar battaglia il più presto possibile. Saputo che la flotta turca era nel golfo di Lepanto, l'attaccò il 7 ottobre dei 1571 presso le isole Echinadi.

Nel mondo intero le confraternite del Rosario pregavano intanto con fiducia.

I soldati di Don Giovanni d'Austria implorarono il soccorso del cielo in ginocchio e poi, sebbene inferiori per numero, cominciarono la lotta. Dopo 4 ore di battaglia spaventosa, di 300 vascelli nemici solo 40 poterono fuggire e gli altri erano colati a picco mentre 40.000 turchi erano morti. L'Europa era salva.

Nell'istante stesso in cui seguivano gli avvenimenti, San Pio V aveva la visione della vittoria, si inginocchiava per ringraziare il cielo e ordinava per il 7 ottobre di ogni anno una festa in onore della Vergine delle Vittorie, (inizialmente detta di S. Maria della Vittoria), titolo cambiato poi da Gregorio XIII in quello di Madonna del Rosario. La celebrazione venne estesa nel 1716 alla Chiesa universale, e fissata definitivamente al 7 ottobre da S. Pio X nel 1913.

La «festa del santissimo Rosario», com'era chiamata prima della riforma del calendario del 1960, compendia in certo senso tutte le feste della Madonna e insieme i misteri di Gesù, ai quali Maria fu associata, con la meditazione di quindici momenti della vita di Maria e di Gesù. Il Rosario è nato dall'amore dei cristiani per Maria in epoca medioevale, forse al tempo delle crociate in Terrasanta. L'oggetto che serve alla recita di questa preghiera, cioè la corona, è di origine molto antica. Gli anacoreti orientali usavano pietruzze per contare il numero delle preghiere vocali. Nei conventi medioevali i fratelli laici, dispensati dalla recita del salterio per la scarsa familiarità col latino, integravano le loro pratiche di pietà con la recita dei « Paternostri », per il cui conteggio S.Beda il Venerabile aveva suggerito l'adozione di una collana di grani infilati a uno spago. Poi, narra una leggenda, la Madonna stessa, apparendo a S. Domenico, gli indicò nella recita del Rosario un'arma efficace per debellare l'eresia albigese.

Nacque così la devozione alla corona del rosario, che ha il significato di una ghirlanda di rose offerta alla Madonna. Promotori di questa devozione sono stati infatti i domenicani, ai quali va anche la paternità delle confraternita del Rosario. Fu un papa domenicano, appunto S. Pio V, il primo a incoraggiare e a raccomandare ufficialmente la recita del Rosario, che in breve tempo divenne la preghiera popolare per eccellenza, una specie di «breviario del popolo», da recitarsi la sera, in famiglia, poiché si presta benissimo a dare un orientamento spirituale alla liturgia familiare.

Fra Marco (Cappuccino francescano)


Testo tratto da www.mariadinazareth.it, immagine da rositour.it
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